IV.

Che c'è? Che cos'hanno trovato? Come ad un tratto intorno ad una preda invisibile s'addensano le formiche d'una stessa fila diradando gli spazi contigui, così laggiù nella catena degli uomini, s'è formato un gruppo compatto che annunzia scoperta.

— Una tartaruga morta! — mi grida un siciliano quasi nudo, malgrado la sferza invernale.

— Mezza vuota... marcita... piena d'alghe — aggiunge un suo compagno.

E allora che la gettino via! Da più di due anni questa fauna non c'interessa più...

Ma no: vogliono che la veda anche io; non son ben sicuri sia proprio una tartaruga...

E così, palleggiata allegramente da dozzine di mani, l'incerta cosa viene a me. È una specie di mezza sfera deformata e compressa, di color verde-bronzo, liscia di sopra, ispida d'alghe disotto e stillante un'acqua verdastra che diviene via via nauseabonda: non pesa gran che. — Ma è ben strana questa sua calotta senza scaglie e così perfettamente levigata e patinata dal mare! Le lunghe erbe filamentose le prestano il buffo aspetto d'un mascherone barbuto come ne concepirono i nostri artisti seicenteschi per il marmo delle loro fontane ed il bronzo dei loro portoni, benchè tale immagine sembri inappropriata ad un oggetto che è così lontano da ogni parvenza umana.

Così qualcuno, quasi per ischerzo, si mette a tirare queste barbe verdi... Ed ecco una fuga di bestiole grigiastre, formicolanti a falangi, che l'aria aperta scompiglia, disperde, ci fa saltare addosso... Via! una buona strappata che denudi tutto!

Ah! L'uomo è ben poco amico del suo teschio! Abituato a vivere tra milioni di teschi effimeramente incarnati e illuminati da occhi, dimentica il teschio vero, l'unica, eterna verità che sovrasta la sua vita. Alcuni pochi egli ne ama, altri ne odia: e tutte le sue passioni, le sue vicende e le sue aspirazioni sono chiuse e riassunte in una cerchia di teschi. Quando mai ricorda che egli s'agita, si tormenta, soffre soltanto perchè — meta suprema — altri teschi si inchinino per pochissimo tempo avanti al suo, prima che tutti assumano un'identica posizione dentro la terra?

Così all'improvvisa rivelazione, questi viventi rimangono sbalorditi, mentre il teschio si mette subito a fissarli col suo sguardo nero pieno di tranquilla insolenza, sostenuta dal sarcasmo del naso vuoto. Per qualche istante la vita e la morte s'indagano curiosamente e si sfidano, l'una armata di gioventù, l'altra di niente. E il niente, senz'altro moto che quello che alcuno fili d'alga mossi dalla brezza e rimasti tra i denti gli danno, vince, stravince, fa sì che i vivi si smarriscano...

Infatti, — Lo gettiamo via? — chiedono quelli a bassa voce.

Per ora sì: nulla da fare: lasciarlo lì per seppellirlo più tardi, lontano dal mare, perchè questo con un subdolo lavorìo nella sabbia non se lo riprenda — e tornare alla spigolatura dei detriti.

Giù; e la massa cade con un rumore sordo, morde con un ghigno la sabbia e si mette a guardare in sù, com'è sua costante abitudine.

* * *

Come se un resto di tempesta vagasse ancora fuori vista al largo e avesse gran fretta di sedarsi, file d'ondate lucide, gonfie e senza creste, vengono repentinamente a frangere nel giallore della spiaggia i riflessi di cielo che trasportavano in groppa. Mare di subitanei capricci, l'Adriatico ha spesso di questi improvvisi ritorni di collera che nessun vento giustifica. Ed allora nell'aria immota la sua voce s'eleva e stupisce per la sua fragorosa, grandiosa risonanza.

Così mentre contemplo il teschio, il mare lancia tra intervalli isocroni di silenzio, che par condensino un immenso pensiero, la sua irrefrenabile, schiumeggiante parola.

È lui che dà voce al mutismo del teschio, per naturale alleanza di cose eterne contro di me, precario custode di materia viva, pronta a sparire di fronte a loro due: queste due Presenze rendono inutile la mia parola mortale. E se io dirigo a questo mio triste interlocutore la prima muta domanda, invariabile nei secoli, che ogni vivo gli rivolse: Chi fosti? —, non ho altra risposta che la vuota fissità delle caverne oculari dove s'annida un pacato sarcasmo fatto di passato incommensurabile e di futuro senza limiti e dove è disseccato ogni rimpianto.

È il mare che risponde per lui. Onda dopo onda, frasi scroscianti si seguono, versetti di un salmo eterno, musicati da una selvaggia armonia che dà a tutti un uguale «crescendo» d'acqua, un pari impeto travolgente, una stessa cadenza trattenuta, singhiozzante e morente in pianissimo...


— Chi fu? Insulsa questione. SEI TU.

Atomi ed eternità non hanno nome. Se distingui con sillabe i granelli di sabbia che ti circondano e ne eleggi uno re, e ne crei celebre un altro, tutto è giuoco inutile della tua parola, chè ogni granello è identico nella massa confusa; nello spazio e nel tempo.


Chi fu? Mai ebbi memoria di chi uccisi, chè nessuna vittima, morendo, mi gridò mai il suo nome. — Tutte avevano nella strozza il nome del loro Iddio o le sillabe invocanti la madre, quasi uguali in tutte le lingue — e soffocate da me in ugual gorgoglio.


Ah! che da tre anni tante e tante esse son divenute, da non esser più altro per me che carne, la molle materia che facilmente divoro, fino a lasciar ben levigate le ossa: il residuo: il composto di due materie prime: fosforo e calcio.


Da quale matrice fu prodotto costui? Austriaca, tedesca, francese, inglese, italiana? Venne a me da una nave sventrata, da un sommergibile squarciato, da un idrovolante stroncato, dalla rossa corrente d'un fiume di battaglia? Una sola parola scroscia quest'onda: Venne! Capo, gregario, eroe, abbietto, venne.


Tempo già fu che su quest'acque mie, ridevan le vele d'uomini felici, vivida flora d'un giardino azzurro, rivangato da eliche solerti. Sulle mie rive si rincorrevano frotte di fanciulli denudati all'alterna carezza dell'acqua e del sole, nel vigile sorriso delle mamme sedute in crocchio e trattenenti l'ago.


Da mille vie adducevo ricchezza, serena gioia di sentirsi vivi, fratellanza d'uomini e forza: e a celebrare l'attività del giorno, mi cingevo a sera d'una corona immensa di fari.


Ero vita più che morte allora. Ma maturità e dissoluzione sono in ciclo perenne. E il frutto dell'esistenza, troppo addolcito da ininterrotto tepore, produsse putredine che avvelenò anche il tronco. E l'albero del Male rinacque.


Mangiarne il pomo voleva dir cataclisma. Osarono alcuni popoli e colti da follìa, si precipitarono sugli altri in spaventevole cozzo. Alla terra il grigioverde: il bianco e il nero a me.


E mentre la terra divampa ribolle e si spiana come a ritornare la massa informe della prima Creazione, io, vuotato da ogni vita, son deserto circoscritto da rive deserte, immenso ossario azzurro dove s'entra per mille porte d'acqua spalancate.


La tetra leggenda è oggi realtà. — E in nome del Creatore Supremo, getto, come schiuma di tempesta, contro tutte le spiagge, contro tutti gli scogli, per i macabri pescatori di tutto il mondo, ossa.

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GUIDO MILANESI.

[ INDICE]

Lu Scïò[Pag. 7]
1914[31]
La traversata della morte[75]
Una notte di Natale[109]
Supremo grido[141]
Sosta di aquilotti[171]
Il carnevale del siluro[197]
La Fede[259]
Come nella tetra leggenda adriatica[267]