VII.

Che cosa faremo?

Quest'uomo che mi è vicino e si mordicchia le labbra intensificando il suo pensiero con uno sforzo così acuto che tutto il suo volto si contrae, deciderà.

Dagli uomini dell'equipaggio che son venuti ad ammucchiarsi a prora ed a poppa della camera di manovra e hanno lo sguardo fisso su di lui, non si leva una parola, per supremo rispetto all'affannoso lavoro della sua mente. E nel profondo silenzio, sentiamo ancora qualche piccolo suono dell'«altro».

Ad un tratto il suo volto si spiana come per un «Amen» interno.

— Io ritengo — mi dice con voce martellata dalla volontà e abbastanza forte perchè tutti possano udire — che il sommergibile sia lontano da noi dai cinquanta ai cento metri, sulla nostra sinistra, e press'a poco alla nostra altezza. Dalla direzione del moto giudico che debba essersi coricato su una linea poco divergente dalla nostra e cioè che ci offra un fianco. Allora — e la sua voce si eleva un po' — proverò a lanciargli addosso un siluro, presentandogli la prora... So bene che il lancio ha pochissima probabilità di riuscita, sia perchè non ho l'assoluta certezza della direzione, sia perchè non è possibile regolare l'apparato idrostatico del siluro per la profondità nostra. Ma proveremo a dare all'arma il massimo periodo di immobilizzazione. Chi sa? Una probabilità c'è e ho il dovere di tentare...

— Ma comandante, — obbietta il Secondo — e se siamo più vicini?

— E allora maggior sicurezza.

— E noi?

— Noi, che cosa?

— Noi sommergibile... la concussione potrebbe...

— Daremo qualche giro indietro... — E un colpo secco della mano sul maneggio circolare del periscopio avverte che le comunicazioni son finite e che non è più tempo di parole.

— A posto per il lancio! — ordina il comandante; e mentre con una specie di balzo l'equipaggio si dilegua verso prua e verso poppa nelle cappelle ardenti, come per una funzione finita, il mio occhio cade per caso sull'orologio: è l'una; ed io penso alle folle che nello stesso momento, lassù, sgorgano dalle chiese della terra dopo l'osanna per la nascita del Redentore, celebrata in triplice messa. E chi, tra i fedeli, ha pregato per noi? Chi di loro ha avuto la visione di quello che sta per avvenire quaggiù?

— La prora? — chiede a un portavoce il comandante.

E una voce che parte dall'alto, dalla torretta del sommergibile, e che attraverso il tubo acquista risonanze da catacombe, risponde: — Cinquanta.

— Accosteremo a sinistra fino a trecento venti.

— Va bene — dice l'invisibile timoniere.

— Pronti per l'emersione!

E successivamente, dal più lontano scompartimento di prora s'alza un grido che viene ripetuto in ogni compartimento da bocche diverse, arriva al centro, percorre la poppa e si spegne:

— Chiuso 1!... Chiuso 2!... Chiuso 3!... Chiuso 4!...

— Chiuso 5!... Chiuso 6!... Chiuso 7!... Chiuso 8!...

È tolta così ogni comunicazione col mare e il sommergibile non può bere più. E se dal suo ventre pieno gli si farà espellere per forza dell'acqua, alleggerito risalirà.

— Leva 300 alla compensatrice! — Obbedisce una turbina elettrica rapidissima che par frusciare con gioia. La lancetta del grande manometro sussulta, lentamente si sposta, scende.

— Trentacinque... trentaquattro... trentatrè... — legge un uomo ad alta voce.

Il fondo non ci avvinghia più: siamo di nuovo un corpo vivo del mare.

— Timone a sinistra: avanti in parallelo: trecento ampères. Sinistra indietro... — dice il comandante che ha ripreso a mordicchiarsi le labbra e stringe con forza che par spasmodica, il volante del periscopio.

— Siamo pronti a prora col siluro? — domanda, e la calma delle parole rivela un'ansia mal dominata, quasi angosciosa.

— Pronti! — conferma una voce lontana e solenne.

Ed ora, tutto qua dentro si muove: girano ruote, stridono ingranaggi, sussultano lancette nei bianchi fiori dei piccoli manometri: da tubi, da valvole si sprigionano sibili d'aria, e nelle articolazioni lucide delle motrici si alternano riflessi brillanti a brevi eclissi. Noi assistiamo alla vita interna di un mostro, nascosti tra le sue viscere, e le funzioni del suo cuore, dei suoi nervi, delle sue vene ci appariscono evidenti.

— Mantieniti su 33 — dice il Comandante all'uomo che maneggia il timore di profondità — e ti raccomando di evitare inclinazioni...

Già: perchè basterebbe abbassare la prora per tornare a immergersi nel fondo; la poppa, per contorcere le eliche.

Ma che cos'è? Ecco che sulla sinfonia dei rumori interni, un gruppo di suoni esterni e di diversa tonalità si sovrappone. Ecco spurghi d'acqua che non ci appartengono, colpi affrettati che sembrano venir a picchiar sul nostro scafo. — Ah! è l'«altro» che ci ha uditi e s'è svegliato in sussulto: l'altro nel cui ventre devono avvenire scene spaurite per il prodigioso caso — forse l'unico della guerra — avvenuto.

Ecco: muove anch'esso le eliche.

Ah! Par di udire da qui gl'incitamenti, le raccomandazioni ultime e le rozze voci di comando dell'altra lingua: par di vedere l'«altro» comandante tender l'orecchio come il nostro, stringer il volante del periscopio con la stessa stretta convulsa del nostro, teso con tutta l'anima nel supremo intento di distruggerci. Par di...

Silenzio: tutti i volti si fissano in un rigido spasmo che imita la calma. Viene la morte... tutti hanno udito la cupa scossa dell'altro che ci ha lanciato un siluro addosso... Sei, sette secondi d'attesa convulsa col respiro trattenuto, mentre qualche cosa che ci corre incontro — la Morte — sibila nell'acqua elevando sinistramente la sua voce d'acqua... È qui! Non una palpebra che batta. Viva l'Italia anche negli abissi, dove si muore in pezzi...

················

«Erano» due, non uno: e li abbiamo sentiti passare velocissimi poco al di sopra del nostro dorso... Forse bianche braccia di giovani donne e di bambini si son protese disperatamente nel mare per rendere vana la loro corsa...: forse il pargolo di Nazaret, dal fondo della sua culla adornata di mille ceri, deve aver detto NO... questa notte, NO...

— Fuori! — grida il comandante.

Si ode come il gigantesco sbuffo di un mostro che stia per soffocare, e segue un cupo sussulto. — La «nostra» morte va. I nostri secondi di ghiaccio si ripetono ora nell'altro... Ah! potessimo non fargli più riprender respiro!... È strano! Questi brevi secondi di attesa sono più carichi di angoscia dei primi... molto di più... infinitamente di più... spasmodicamente di più....

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e finiscono con una mossa disperata di tutti... Nulla!... Le eliche dell'altro continuano il loro ritmo beffardo, come quello delle nostre per lui. E da vicinissimo com'era, par si allontani verso Sud.

Ma che cosa sono questi colpi secchi che il nostro scafo raccoglie? Sono serie regolari che il radiotelegrafista immediatamente comprende e che riempiono di stupore i suoi occhi.

— Ci chiamano, comandante, col sistema Morse...

— E rispondete! — dice il comandante stupito a sua volta.

E un grosso martello da macchina, impugnato dal radiotelegrafista, si mette a picchiare sulle nostre pareti ripetendo la serie: poi si ferma, com'è d'uso.

Un istante di attesa.

Ecco: l'altro ci parla: un colpo semplice, uno doppio, due altri semplici: F — compita il radiotelegrafista... Un colpo semplice, uno doppio, un altro semplice: R... Tre colpi doppi: O... Avanti. Ormai tutti compitano all'unisono come una strana scolaresca guidata dal maestro lungo un sillabario.

H.....L....I....C...H...E....... FRÖLICHE....

Il martellamento si ferma per un momento, come per chiedere se abbiamo compreso la parola.

— FRÖLICHE! Che diamine dice? — domanda il radiotelegrafista rivolto al comandante.

— Va bene: dite di sì — questi risponde mentre inarca le sopracciglia.

E i colpi riprendono:

W....E...I....H...N....A....C...H....T...E.....N

Fröliche Weihnachten: basta.

— Buon Natale! — traduce il comandante... con una inesprimibile espressione fatta di sbalordimento e di sprezzante ironia.

Ma senti si che rrobba! Te possino «....» a te e a chi te cià mannato... — mormora un marinaio romano.

Ma il comandante gli fa un brusco cenno di tacere.

— Che ne dice? — mi chiede.

Che ne dico? Se nella lotta di due tigri, dopo un reciproco balzo a vuoto che non può esser ripetuto, l'una improvvisamente si placa e s'allontana, è inutile che l'altra continui a ruggire...

— Prendiamola dal lato ameno — gli dico. — Ricambiamo l'augurio...

E, pronto, il martello traduce in colpi semplici e doppi il nostro «Buon Natale» che si propaga nel profondo dell'Adriatico, in sillabe nostre. E pare che il mare ascolti con reverenza la lingua che dovrà essere l'unica sua, tanto è lieve la carezza dell'acqua che nella nostra ascensione ci avvolge.

Ritorna il silenzio da tomba; no: v'è ancora un piccolo rumore d'eliche lontanissime che a poco a poco si spegne... e che aizza ancora in noi un sentimento come di rimpianto... o di rimorso... o di che?

Non so: nelle cappelle ardenti gli uomini imprecano. Ossigeno: si aprano le bombole dell'ossigeno per dar loro del buon umore chimico. Molto ossigeno. Che diamine! Oggi è Natale...


O buon equipaggio del Sommergibile «....»: ecco: l'ospite ha mantenuta la promessa! E ha voluto lasciare a queste linee scritte tra voi, dietro la cortina rossa della camera di manovra, la loro intonazione cupa, così come gli venne dettata dall'ambiente vostro. Oggi, rilette al sole, esse gli ricordano l'impressione suscitata dalla vista di quelle creature degli abissi che strappate dal fondo e gettate morte alla spiaggia, nessuno conosce.