X.

L'Asinara non ci ha voluti. In questo apocalittico anno 1916, cataclismi d'uomini e di elementi si succedono come se il mondo s'avviasse alla fine. Noi sentiamo che qualche cosa nella terra è veramente peggiorato perchè tutto ciò che avviene è senza precedenti: la storia è inutile e il suo libro può chiudersi. Così è senza precedenti la terribile bufera che imperversa sulla Sardegna da tre giorni e che non permette più a nessuno la navigazione nel canale di S. Bonifacio. Siamo perciò ridossati nel golfo degli Aranci, che è tutto un muggito di vento. Mai a memoria d'uomo — ci urla un vecchio pescatore passandoci vicino col suo battello fuggente nella schiuma sconvolta dalle raffiche — si vide una simile cosa. Son venuti in terra i demoni!

E siccome oltre l'impossibilità di avvicinarsi a noi per il furore del tempo, al trinchetto della nostra nave scudiscia al vento la triste bandiera gialla dei contagi, noi siamo abbandonati da tutti e giacciamo isolati nel fondo d'una insenatura, dove tra le raffiche, i demoni urlanti si sono dati convegno e trasvolano invisibili nel nostro sartiame, sghignazzando.

I ponti sono sgombri. E io so che nella continua, pestifera chiusura, ora, riacquistate le forze, la massa fermenta. Questa notte una rissa feroce è scoppiata improvvisamente tra bulgari e austriaci, giù, nell'oscurità delle stive. I fucili spianati, pronti a far fuoco, han ricondotto la calma: una calma piena di lamenti verso prora e verso poppa: i due campi. E oggi pare che serpeggi qualche cosa tra gli austriaci. Strani crocchi s'appartano per parlare a bassa voce... qualche gesto indica le sentinelle: misteriosi messi, con varie scuse, si recano tra i bulgari bisbigliando qua e là: e agli ordini dei graduati di bordo s'è avuto qualche caso di resistenza.

Chiedono più acqua; non vogliono più la carne in scatola; e acqua non ce n'è quasi più a bordo per nessuno: la carne in scatola è ciò che usiamo tutti noi, perchè i viveri freschi son finiti ed è impossibile procurarsene, visto che siamo ripudiati dalla terra. Alzano troppo la voce, costoro, e il loro sguardo è torvo... Noi non siamo che centocinquanta di fronte a varie centinaia d'esasperati. Allora non bisogna esitar più. E mentre il vento urla al di fuori e la nave sussulta per le raffiche, il comandante e gli ufficiali, penetrati nel sepolcreto, coi piedi immersi in una poltiglia indescrivibile, stabiliscono ripartizioni, fanno scelte, prescrivono isolamenti e chiusure. Poi un breve discorso a tutti i graduati prigionieri messi in riga, reso efficace dalle armi prontissime.

D'interpreti non c'è bisogno. E non si ha nessun seguito. La Cosa ragiona così.

* * *

Siamo giunti all'Asinara con un mare orribile che non s'è placato nemmeno per altri due sacchi cosparsi di calce che gli abbiamo gettati in pasto stamane. Troppi ne ha avuti in questi giorni: e ha ingoiati i nostri due con ingorghi indifferenti, quasi senza schiuma. L'isola della morte è qui, invasa da raggruppamenti di centinaia di tende e di baracche piene d'Austria, dai quali s'alzano come dei pacifici fumi serali di villaggio, e che invece sono fumi macabri.

È il tramonto. Il disco rosso del sole sembra soffermarsi sulla cresta d'una collina per dar ancora uno sguardo alla povera umanità brulicante su per le balze e divenuta irriconoscibile. L'ultimo suo raggio obliquo colpisce la nave mia come un proiettore gigante che indaghi in uno scafo appena giunto e mai visto. Ecco: s'è persuaso che anche noi siamo carichi dell'ordinario carico di morte: e allora il raggio si riempie di violetto, impallidisce, s'alza nel cielo e si spegne.

Qua sotto il bordo sono i pontoni che accolgono quanto noi raccogliemmo a Valona. La fiumana color terra s'è stabilita e «procede rapida» giù per la scala, mentre dai boccaporti spalancati si diffonde nell'aria il veleno degli antri da cui sgorga. Per lungo tempo subisco lo sfioramento di tutti gli sguardi che mi passano davanti ad uno ad uno, e che son tutti pieni di un'espressione identica: la gioia della sicurezza dell'io, mista a un poco di perplessità sull'avvenire e soverchiate entrambe dal niente di un fatalismo abitudinario. Nulla per tutto il resto: nel loro sguardo non c'è posto per altro. Un solo volto s'irradia di sorriso: queldel piccolo tamburino del reggimento, che non serba alcuna traccia del trambusto dei famelici dal quale fu travolto: Boris.

Passa: e staccando le sillabe dice:

— A ri-fe-ter-ci e cra-tzie.

È l'unico che abbia parlato nel lasciar la nave.

Gli ufficiali invece hanno parlato un po' troppo: informeranno... scriveranno... «Merci»... riconoscenza... «oublié la guerre... quand la paix viendra, nous...». Ma alla fine del discorso non segue — e non deve seguire — alcuna stretta di mano. Un saluto rigido di qua: l'inchino ad angolo, di là: «Bonne chance!».

— Presto che è notte! — gridano dai pontoni i carabinieri di scorta, mentre con una matita segnano su liste che hanno in mano, decine e centinaia, come i muratori contano i mattoni.

— Sergente, come si fa? — chiede uno di loro con una voce piena d'apprensione e riferendosi alla cifra da noi telegrafata alla partenza. — Ne mancano diversi! Il conto non torna!

Vien tranquillizzato con un rapido gesto a croce del pollice a mezz'aria.

— Pronti?

— Pronti.

Cala la sera. Dalla terra giungono zaffate d'acido fenico portate dalle prime brezze partorite dalle colline e nelle quali s'interpone come il ricordo d'una vita pura che non ci appartiene più; l'odore del lentischio; l'alito fresco e sano della Sardegna.

Laggiù, qualche lume s'accende: altri ne sorgono in fretta e palpitano lungo bizzarre linee geometriche suggerendo un'immediata immagine lugubre: viali di enormi cimiteri.

Ecco: i pontoni si discostano dalla nave e la nostra spaventevole missione è finita. Ad uno ad uno l'ombra li ingoia, seguìti dal nostro sguardo silenzioso...

Ma ogni riflessione nostra è ad un tratto bruscamente interrotta da un grido che viene... da dove viene? dall'ultimo pontone?

Forse. Ma questo è l'anno delle cose incredibili. È proprio una voce che proviene dalla cupa distesa del mare: una voce nemica; e chiara, netta, ci investe lo spirito con una forza tale che ne proviamo un brivido... Io non so, nè saprò mai, chi della confusa massa di uomini che la notte ingoia, ha saputo in questo momento elevarsi al disopra della propria sciagura, più su della marea di sangue che sommerge l'Europa, e lanciare il suo augurio di vita: di vita all'Italia. Io non so chi e quanti sieno coloro che ora dai pontoni che corrono verso le lugubri luci della terra, ripetono insieme il grido augurale... ma debbo a questi ignoti martiri un attimo di coscienza nuova e radiosa: debbo a loro se ho potuto per un istante pensare che l'uomo, no, non è la più scellerata, la più abbietta delle cose create: quella che porta in sè il germe del male, e che per nefasta prerogativa può anche ragionare il male che sparge intorno a sè, aumentarne le dosi con l'aiuto della scienza, mascherarlo come vuole con l'aiuto della morale...

È in grazia loro che io posso ora provare in me l'intrinseca gioia di sentirmi un essere animato da uno spirito che può inorgoglire e sentire in sè la grandezza dominatrice della propria Patria, che s'eleva, luce eterna, al disopra d'ogni lutto, d'ogni scempio, d'ogni inimicizia, d'ogni odio. Sono questi sconosciuti nemici che, affascinati, l'acclamano.

E mentre le colline dell'Isola della Morte s'arrossano delle fiammate macabre che bruciano la lebbra degli uomini, io vedo che più in alto, nel cielo, là dove i fiotti di fumo nero non potranno giungere mai, brillano le prime stelle, purissimamente.