I.
In un'amena vigna del mio paese sorge una casina, dove un tempo Schiller, come si dice, avrebbe composto il Don Carlos. Ogni anno un centinaio di forestieri devoti contemplano il buco triangolare nel pavimento, che sarebbe servito da cestino al poeta. Un giorno, tra esaltanti discorsi di consacrazione, furono piantati davanti al portone una quercia di Schiller e un tiglio di Schiller, fu posto all'uscio un album di Schiller, e fu murata sulla facciata una lapide a Schiller. Alla bella celebrazione assistevano solo alcuni iniziati con vari sentimenti. Essi sapevano, che la casina era stata fabbricata circa un paio di decenni dopo la morte del poeta; pure tacevano; e queste linee non implicano minimamente l'intenzione di turbare la pia persuasione dei credenti. Certamente la più parte dei nostri lettori, in occorrenze consimili, hanno verificato con quale forza il famoso principio della formazione dei miti opera anche tra i lumi del secolo decimonono, e anche tra le persone colte. Questo vecchio lieto ricordo ci risovviene involontariamente, ora che cerchiamo d'illustrare uno dei casi di mitificazione moderna più ricchi di effetti duraturi.
La più recente storia della Francia si svolge in buona parte tra le file del quarto stato. Caduto il primo impero, il bonapartismo sopravvive negli animi e principalmente nella fantasia delle folle popolari francesi. Se noi più indoviniamo che comprendiamo i segreti dell'anima dei bassi ceti della nostra propria nazione, tanto più rimaniamo completamente sospesi davanti all'enigma come mai un esecrato macellatore è potuto a mano a mano apparire amabile a una nazione straniera, come mai un duro tiranno sembrarle un dio. In questo caso sono in atto le forze elementari dell'istinto popolare; e noi ci contentiamo di poche postille, e pel resto ci richiamiamo all'antichissima esperienza, che solo ai sacerdoti e ai condottieri accade di diventare, nel vero senso, eroi nazionali. Solo all'eroe della fede e all'eroe della spada è sancito quel supremo favore popolare, che entusiasma i milioni di uomini e schiude la bocca alla leggenda. Su tale argomento la limitatezza, l'incertezza di ogni conoscenza storica si parano dinanzi all'animo in modo scoraggiante. Non solo il giudizio sulla ragione e sul torto delle lotte passate è preso, come s'intende facilmente, nel vortice di una eterna trasformazione; ma anche la questione su quali dei fatti avvenuti meritano l'attenzione e sono degni di essere ricordati, è risoluta dai posteri in modo ben diverso che dai contemporanei. Come una pubblica biblioteca, se vuol rispondere interamente allo scopo, deve contenere a un dipresso tutto ciò che si stampa, perché nessun contemporaneo è in grado di presagire se le fantasticherie oziose di uno sciocco cuculiato appariranno alla posterità utili ed istruttive rispetto a un sistema d'idee ancora sconosciuto, così anche la storia dovrebbe tramandarci tutto ciò che avviene nella vita di un popolo. Disgraziatamente, noi sappiamo soltanto ciò che gli scrittori contemporanei hanno ritenuto memorabile; e oggi noi daremmo via molto volentieri la conoscenza di tante defunte discussioni parlamentari laboriosamente dibattute, se sapessimo con più sicurezza ciò che le nonne filando alla rocca raccontavano del grande imperatore ai nipotini, ciò che i contadini delle provincie hanno lamentato del ministro borghese di Luigi Filippo.
Dobbiamo illustrare il modo come si venne formando la leggenda napoleonica mercé il tranquillo e incosciente lavoro della fantasia nazionale, e come in pari tempo la cosciente attività dei napoleonidi preparò la restaurazione dell'impero. Considereremo, inoltre, come e perché l'ordinamento amministrativo di Napoleone si affermò come la parte più viva e vitale della costituzione dello stato francese, e domanderemo, in fine, perché la nazione non trovò alcuna tranquillità nel sistema costituzionale. L'esperimento parlamentare dei francesi non merita punto l'indifferenza, che generalmente dimostrano a esso in Germania. Anzi alcune di quelle forze politiche, che anche presso noi tedeschi operano renitenti allo stato parlamentare, appaiono in questo caso con una chiarezza e una precisione, con un'evidenza tipica, come mai altrove. Un ordinamento burocratico, più rigido e dispotico del tedesco, si oppone direttamente alle idee rivoluzionarie, che in Francia si svolgono con energia anche maggiore che da noi. Proprietari e proletari, contadini e operai della città lottano apertamente in Francia pei rispettivi interessi di classe, nel medesimo tempo in cui in Germania questi potenti contrasti sociali seguivano il loro corso quasi inconsapevolmente l'uno accanto all'altro. Mentre da noi la lotta per l'unità della nazione predominava su tutte le contese di parte, e il timore ispirato dalle idee nazionali spingeva i partiti ultramontani e feudali ad allearsi con le piccole corone, in Francia già da secoli il problema dell'unità nazionale era stato risoluto felicemente: i partiti sono tratti a svelare la loro intima natura nelle congiunture più semplici e più grandi; e si avanzano come nemici della monarchia.
Anche se il risultato di queste considerazioni non approda ad altro che a riuscire molto scoraggiante, noi però riproviamo la superbia di tanti politici inglesi e, purtroppo, anche tedeschi, i quali, per via delle lotte parlamentari senza costrutto, negano addirittura ai francesi l'attitudine alla libertà politica. Una volta che al cristianesimo è riuscito di trionfare di tante proclività naturali tutt'altro che cristiane dei popoli d'Europa, non abbandoniamo dunque la speranza, che un progresso veramente più adeguato della civiltà, ossia l'ordinata partecipazione dei governati al governo dello stato, sarà per realizzarsi dovunque sul nostro continente, anche se le forme di questa libertà porteranno, per la salute del mondo, un'impronta nazionale molto diversa. Forse che quella timida piccola borghesia tedesca affatto disabituata alla vita pubblica, a cui Stein donò l'ordinamento civico, aveva più preparazione dei francesi di oggi all'autonomia amministrativa? Eppure in cotesti distretti prosperò la vitale e sana municipalità, che noi stimiamo come la parte sicura e salda della libertà popolare tedesca. Con che fuoco e con quanto buon diritto noi patrioti tedeschi siamo andati in collera, quando anche tre anni fa gli stranieri, allungando un dito magico sul nostro sminuzzolamento di cinque secoli, profetarono l'eternità degli staterelli tedeschi!
No, la questione della libertà non è una questione di razze. Noi crediamo fermamente, che a nessuno dei grandi popoli civili la conseguenza di un'antica colpa renda così difficile la via a una libertà razionale, come ai francesi. La storia non è pei sanguinari: allo stesso modo come spande munificamente anche sulle generazioni lontane la benedizione dei fatti magnanimi, così pure prova sui figli i peccati dei padri, dimenticando molto a rilento, e con una rigidezza inesorabile, che la piana bonomia non sospetta nemmeno. Chi non ha visto che a Königgrätz il gran Federico si trovava in mezzo ai suoi Prussiani, chi non comprende che il vecchio peccato mortale della confederazione del Reno ha castigato sé stesso per sessanta anni nel popolo della nostra Germania meridionale, ebbene, non ha occhi per discernere la dipendenza profonda delle cose storiche. Principalmente la Francia può dirne qualcosa dell'immortalità della colpa storica. Mirabeau è una figura che percuote così tragicamente, appunto perché nulla sua vita si specchia il destino del suo popolo: come l'ombra della scapigliata giovinezza si allungò tra Mirabeau e la corona e gl'impedì di prendere la posizione giusta al momento giusto, così anche la nazione compì solo a mezzo la sua prima rivoluzione, perché portava sulle spalle il peso di un passato colpevole, perché sotto l'oppressione dell'antico regime le semplici virtù del cittadino le erano svanite. Similmente oggi. Nessuno statista pensante dubita, che le condizioni fisiologiche assai sconfortanti della popolazione francese, la sua poca fecondità, il numero eccessivo di deboli e di storpi, se non derivano da una causa sola, certo hanno una causa sostanziale nelle guerre del primo impero, che menò al macello la gioventù sana maschile. Lo storico troverà con poca fatica anche nella vita politica gli effetti duraturi di quegli anni turbolenti: le voglie anarchiche del tempo della Rivoluzione, le abitudini dispotiche dell'impero, e, sopra tutto, gli odi irreconciliabili dei vecchi partiti.
Con tutto ciò non è impossibile, che i nostri vicini siano per ripigliare le forze e buttar via la trista eredità dei vecchi tempi. Con una vitalità inesplicabile, la nazione ha superato scosse spasmodiche che avrebbero annientato la più parte degli altri popoli; le sue condizioni economiche sono oggi incomparabilmente più favorevoli, la sua moralità forse non peggiore che sotto l'antico regime (giacché in questioni così delicate un popolo giustamente non deve essere raffrontato che con sé stesso). L'amore al lavoro è tuttora intatto come al tempo antico. Anche quel difetto nazionale, di cui si servono gli avversari per dimostrare l'incorreggibilità dei francesi, ossia la smania irrequieta della novità, appare allo sguardo penetrante sotto un'altra luce, non appena si riconosca, che questo popolo instabile conserva i suoi più importanti costumi politici con una immobilità quasi priva di pensiero; che lo stato francese in cinquant'anni si è mutato meno, che non abbia mai fatto in pari tempo la cosa pubblica di ogni altro popolo civile. Non c'è dunque ragione di disperare interamente della forza politica dei francesi; salvo che solo la gente leggera può aspettare per un prossimo avvenire l'avviamento dello stato alla libertà costituzionale.
Ogni giudizio preciso sull'antico sistema di governo in Francia è sempre esposto all'ira dei partiti. A rischio di essere accusati di legittimismo, osiamo affermare, che la Francia nel nostro secolo non ha visto giorni più felici di quelli della Restaurazione. Dopo che la ferocia sanguinaria dei giorni del terrore fu svaporata e la corona si fu accorta, che il grido di guerra degli emigranti vive le roi quand méme! usciva dai più pericolosi nemici della monarchia, la nazione entrò per la prima volta nel pieno godimento di quei benefizi della Rivoluzione, che finora le erano stati amareggiati dalla crudezza del regno del terrore, dalle leggi eccezionali del Direttorio e dell'Impero. La corona si adoperò a mantenersi al disopra dei partiti, a garantire anche agli avversari la libertà della lotta leale. Quando finalmente gli eserciti degli alleati lasciarono il paese, si offrì allora lo stesso spettacolo che avviene quando si alza la saracinesca sulla cateratta di un ruscello montano: la generazione che nella grande fantasmagoria dell'impero era stata fondamentalmente avvezza a misconoscere arte e scienza e a non curarsi dello stato, di botto sviluppò un vigore potente e prodigo, in ogni campo del pensiero e della creazione. I saloni deserti si riaprirono alla graziosa varietà delle belle conversazioni, ripristinarono quel mondo dello spirito e della eleganza, ormai sconosciuto ai nostri giorni, tormentati dalla politica e dalla sensualità: nobili dame spirituali, come la duchessa di Duras, ricevevano di nuovo gli omaggi di uomini squisitamente colti. Gli arditi novatori del romanticismo, Victor Hugo e i suoi compagni, principiarono la lotta strepitosa che liberò finalmente la Francia dalla scomunica del sillabo accademico. La poesia, che finora non era stata stimata che come rettorica, come «il più bel genere della prosa», adesso cerca di formare il proprio carattere, di penetrare gli enimmi del cuore umano. Anche le fantasie cattoliche della giovine scuola conferiscono naturalmente all'aspetto di questo popolo romanico. Con Sainte-Beuve principia un novello e più libero avviamento della critica estetica, e Quinet e Cousin già si arrischiano a illustrare ai loro connazionali le idee di Herder e di Hegel. Nello stesso tempo sorgono i migliori nomi, che ha conosciuto l'arte francese da Poussin in poi. Nel campo della scienza politico-storica fiorisce rigogliosa una nuova generazione diligente insieme e intelligente, dotta e dedita alle lotte dei nostri giorni. Con quale gioia la gioventù salutò alla Sorbona le entusiasmanti prolusioni di Villemain e di Cousin! Con quale piacere perfino il vecchio Goethe, poco sensibile alle simpatie politiche, parlò al suo Eckermann del Globe e dei primi passi di Mignet e di Guizot! Arride a questi giovani ingegni l'invidiabile, rapido, impetuoso successo, che la nostra vita sociale sparpagliata ricusa al tedesco. Era un risveglio affatto spontaneo degli spiriti: giacché la corte dei Borbotti sa promovere l'arte solo col dispendio, ma davanti all'essenza dell'arte è ottusa come un tempo fu Napoleone. L'industria e il commercio risentono l'immenso benefizio della pace: i lati oscuri della vita industriale moderna rimangono ancora avvolti pei più in una cupa ombra: i socialisti non raccolgono che una piccola comunità di fedeli.
La Restaurazione ha prodotto tra i suoi uomini di stato nomi come Villèle e Louis, de Serre e Martignac, che, quando gli odii di partito taceranno, la Francia ricorderà con onore. Liquidano il duro debito di guerra, riordinano esemplarmente le finanze, riorganizzano l'esercito vinto, creano dal nulla la flotta perduta. L'inviolabilità del domicilio e della proprietà, la libertà personale sono meglio tutelate che non forse sotto il governo più recente. E si accorgono ora i francesi di avere raggiunta una conquista più nobile, più duratura dell'ebbrezza di vittoria dell'impero: perché la loro carta costituzionale è stata considerata diffusamente in ogni paese di terraferma come il catechismo del diritto razionale, e i liberali di ogni nazione hanno imparato dalla Minerva, e ogni articolo di fondo di un gran giornale parigino aveva il valore di un avvenimento. Al dispotismo onnipotente di Napoleone è seguita subito una monarchia, in cui le Camere godono di maggiori diritti del parlamento inglese. Esse hanno approvato anno per anno tutti i bilanci dello Stato; nessun ministro poteva osare di mantenersi al governo contro il volere delle Camere. Il mondo risonava della grande parola della tribuna francese; e questo splendore dell'eloquenza non concerneva punto fatti personali, come sotto la monarchia di luglio. Erano lotte serie, combattute con la partecipazione passionata della nazione: sotto la Restaurazione hanno acceduto alle urne non mai meno dell'84 per cento, talvolta fino al 91 per cento degli elettori. Questo generale accaloramento alla politica ha qualcosa dell'ingenua allegria della giovinezza: la libertà della parola, ammutolita per tanto tempo, riopera con l'incanto della novità. L'ardore delle lotte di partito sembra un segno di forza e di salute rispetto al silenzio innaturale del governo di polizia di Napoleone. Il mondo torna a credere speranzosamente all'ideale politico. Forti partiti di tutte le classi si conciliarono lealmente col regime parlamentare: quelli che non lo fecero, come i repubblicani non convertiti, i partigiani di Napoleone, i legittimisti fanatici, si videro almeno costretti a simulare la loro sottomissione allo statuto. Due volte, sotto il governo del centro circa il 1819 e poi sul principio del ministero Martignac, si ebbe l'impressione, che la mannaia delle lotte civili fosse sepolta, che l'eredità della Rivoluzione fosse stata accettata dai Borboni senza benefizio, che fosse stato dimenticato il vecchio assassinio della dinastia perpetrato dal popolo. La nobiltà contava ancora antiche e illustri famiglie di grande potenza. I suoi figli avevano combattuto un tempo per la Francia su innumerevoli campi di battaglia; e adesso anche alcuni benemeriti dignitari di Napoleone aderirono all'alta nobiltà borbonica. La camera dei pari fu sovente salutata dalle ovazioni popolari, e fu stimata usbergo dei diritti del popolo. Parve non impossibile, che l'intesa pacifica tra le vecchie e le nuove classi possidenti, base morale della Restaurazione, sarebbe per durare.
Non ostante cotesti lati chiari, la Restaurazione non incorse puramente a caso nelle stoltezze di Carlo X: come afferma Guizot, fuori del parlamento stava in aria, senza base: pel complesso della nazione non fu mai altro che una palliata dominazione straniera. La politica pratica nel nostro secolo addottrinato sui libri viene traviata non solo dalle passioni o dai malintesi interessi, ma anche dagli errori dottrinali. Per esempio, i patrioti tedeschi si son fatti trarre in errore per anni e anni dalla comparazione dotta, e zoppicante sui due piedi, della confederazione germanica con l'americana e la svizzera; e similmente il ricordo scientifico dell'Inghilterra di Carlo II ha esercitato una tale influenza dissennante, da metterci quasi in sospetto del beneficio della scienza storica. L'edifizio statale di Cromwell, coperto alla meglio da una tettoia provvisoria, andò in conquasso tra i motteggi della nazione: un generale inglese richiamò il re legittimo; il partito repubblicano subito si disperse ai quattro venti, e i falli accumulati dai due ultimi Stuart indussero a suo malgrado il popolo fedele a una seconda sollevazione. Ben diversamente in Francia. È semplicemente falso, se gl'inveleniti avversari del bonapartismo oggi lo affermano, che Napoleone fu abbattuto altrettanto dalla Francia quanto dall'Europa. Se l'inverno del 1813 egli avesse accettato le proposte di pace ingiustamente miti degli avversari, avrebbe potuto contare sopra un governo assicurato per molto tempo; e anche dopo che la sua alterigia imperiale ebbe tirati gli eserciti stranieri sul suolo della Francia, l'odio del popolo al massacratore non era alla lunga abbastanza forte per spezzare dagl'incastri interni le ferree giunture dello stato militare. Solo gli stranieri buttarono a terra Napoleone, e gli stranieri ricondussero l'antica dinastia. Per quanto le singole e lontane provincie del sud e dell'ovest salutassero con gioia la bandiera dei fiordalisi, rimane però assolutamente vera rispetto all'enorme maggioranza della nazione la scomunicata affermazione di Manuel, che la Francia accolse di mala voglia il ritorno dei Borboni. I nostri vicini si vantano a ragione di un vantaggio su tutte le altre grandi potenze: la Francia non possiede nessuna Irlanda, nessuna Polonia; le sue provincie sono tutte francesi con tutta l'anima. Oggi però si è aperta in questa nazionalità compatta una screpolatura assai più difficile a sanare del particolarismo di qualche provincia: il regno si è diviso in due nazioni, i vincitori e i vinti di Waterloo.
La Francia fin dai tempi dei due cardinali si era abituata a essere la potenza egemone della terraferma. Sebbene questa supremazia si fosse andata a mano a mano indebolendo notevolmente sotto Luigi XV, si era però tuttora in Francia tanto sicuri della propria grandezza, che gli ufficiali borbonici battuti a Rossbach divulgarono in patria le lodi del colto re di Prussia. Chi avrebbe allora minimamente presagito, che cotesti stranieri avrebbero signoreggiato la Francia? Poi, durante le guerre della coalizione, era divampata contro lo straniero una passionata esacerbazione, e adesso alla splendida èra del dominio mondiale della Francia seguiva un governo installato dagli stranieri. La nazione aveva appena finito di lamentare, che la grande guerra per la supremazia di là dal mare si fosse chiusa con la vittoria della razza germanica; adesso, per colmo, anche la posizione del regno in terraferma appariva compromessa, e lo stato dechinava a potenza di second'ordine. La seconda pace di Parigi apre una breccia nella famosa frontiera di ferro di Vauban; la meschinità dei diplomatici della Santa Alleanza, invece di rinforzare la Germania, infligge alla Francia l'onta indimenticabile delle guarnigioni straniere. E, per colmo di vergogna, in tutte le disfatte francesi la parte più gloriosa era stata sostenuta dalla piccola dileggiata Prussia! Lo stesso Chateaubriand non osò difendere la Prussia, e anche oggi in Francia i libri di storia che corrono per le mani parlano della nostra vittoria come di un'ingiustizia, di un'imperdonabile impudenza, laddove lamentano le vittorie degl'inglesi, dei russi, degli austriaci come puri infortuni. Le dure esperienze inducono nell'anima della nazione un'alterazione dell'antica indole. Questo popolo che in altri tempi era il più ospitale di Europa, che accoglieva gli stranieri senza punto considerarli come stranieri, mostra ora in numerose occasioni un odio aspro e selvaggio al forestiero: tutta la stampa di quel tempo echeggia di un tono ostile contro i paesi esteri. Nel 1822 a Parigi si negava a una compagnia inglese il permesso di dare rappresentazioni, e si andava cento volte in visibilio al verso jamais en France l'Anglais ne régnera: oggi ancora riesce facile far montare in bestia il contadino francese con le parole étranger e prussien. E chi erano i fortunati, che condussero l'odiato straniero al governo dello stato? Gli emigrati, la scellerata nobile marmaglia, che pei privilegi del blasone avevano impugnato la spada contro la patria. Un odio sconfinato animava il popolo contro quei traditori, ogni rapporto con loro era un'onta: a Guizot non si perdonò mai d'essersi recato durante i cento giorni dagli emigrati a Gand. Anche Napoleone aveva mostrato un senso squisito di questo istinto delle popolazioni: nella sua prima campagna d'Italia scrisse al generalissimo piemontese, che la presenza dei parricidi macchiava l'onore del campo nemico; e in seguito ebbe sempre a ricordare, che mai nessun napoleonide aveva portato le armi contro la patria, e che anche il generale Beauharnais aveva prescelto la ghigliottina all'emigrazione. Nessuna potenza al mondo era in grado di cancellare questi sinistri ricordi. La tempesta parlamentare che terminò con l'espulsione di Manuel, scoppiò perché Manuel aveva ricordato l'invasione. Egli aveva evocato l'ombra sanguinosa che s'interponeva tra la nazione e il governo.
È noto che Luigi XVIII non si mostrò affatto quello schiavo dello straniero, che lo tacciò l'opposizione invelenita. Quantunque partendo dall'Inghilterra avesse detto al principe reggente le indecorose parole: «dopo Dio, devo il mio trono a questo glorioso paese», pure non gli mancò interamente il senso dell'onore dello stato. Né il paese dové in minima parte alle sue preghiere le miti condizioni della prima pace di Parigi. Poi, in onta, naturalmente, alla Germania, cercò di strappare lo stato all'isolamento, e al Congresso di Vienna gli riuscì di stringere contro la Prussia e la Russia l'alleanza, che era tanto onorevole per l'abilità della politica borbonica, quanto ingloriosa per l'Austria e l'Inghilterra. Ripristinati i Borboni per la seconda volta, quantunque l'autorità della dinastia all'estero fosse già caduta, egli si adoperò con successo a liberare la Francia dalle guarnigioni straniere. Frattanto la situazione diplomatica dello stato era molto aggravata: la Francia aveva contro di sé la coalizione delle potenze orientali, e non le rimaneva che da scegliere tra l'isolamento e la guerra contro una superiorità di forze schiacciante. Anche al congresso di Aquisgrana le potenze orientali decisero il pronto intervento, non appena in Francia si fossero rinnovate le scene del 1789. Se pure il protocollo fosse rimasto segreto, l'istinto delle popolazioni, però, suole ingannarsi di rado in questioni di onore nazionale. Il popolo sentì, che l'orgogliosa Francia era sotto la vigilanza poliziesca della Santa Alleanza; e naturalmente si avverò anche troppo presto la predizione di Guglielmo von Humboldt dopo la conclusione della seconda pace di Parigi: la Francia non sarà mai calma, fintanto che l'Europa pretenderà di tenerla sotto tutela.
Solo un governo dotato di ardimento, che avesse fatto tutt'uno con la nazione, avrebbe potuto salvare lo stato da cotesta situazione umiliante. Ma i Borboni non vollero mai e non poterono farsi un cuore col proprio popolo, anzi sotto Carlo X la diffidenza verso il paese della Rivoluzione si manifestò sfacciata: «io mi sento interamente elvetico», disse quel cieco principe alla sua guardia svizzera. La grande turba degli emigrati continua come prima a tramare i suoi vecchi bassi intrighi, viaggia per implorare l'aiuto straniero e accusare presso gli stranieri la propria patria. Bergasse, quello stesso matto, che un tempo aveva influito alla corte contro i consigli di Mirabeau, nel settembre del 1820 presentò allo czar un memoriale: che la Francia era il covo di tutte le cospirazioni europee, che la casa dei Capetingi, essendo la più antica delle dinastie, era il principale bersaglio dello spirito settario; che era necessario un congresso che sbandisse solennemente le dottrine dell'ateismo e del sovversivismo, e via di questo passo. Il conte Jouffroy comparve al congresso di Verona come rappresentante di un così detto comitato realista, ed espresse il desiderio, che le potenze orientali guarissero il gabinetto di Parigi delle sue debolezze liberali; e che Villèle dovesse agire come ministro della Santa Alleanza, non già puramente come ministro della Francia¹. Se nel pavillon Marsan era alimentato un tale trescamento senza patria, nessuno ha a meravigliarsi, che durante la guerra di Spagna corresse nel popolo l'assurda diceria, che il re avesse voluto allontanare l'esercito, affinché nel frattempo gli alleati invadessero la Francia e vi ristabilissero l'assolutismo!
¹ I due memoriali suddetti, notoriamente non i soli del genere, furono comunicati in copia dall'ambasciatore badese a Berlino alla corte di Carlsruhe. (Nota dell'A.)
Tale essendo la situazione, anche i più abili statisti della Restaurazione non avrebbero potuto perseguire nella politica estera grandi e positivi fini: si viveva alla giornata. Durante i primi anni della Santa Alleanza si comportavano come grandi potenze solamente la Russia e l'Austria; poi contro la loro preponderanza si levò Canning, non già la casa di Borbone. Ordinariamente i Borboni si tennero lontani dalla violenta politica tendenziosa della Santa Alleanza. Ma la buona intelligenza felicemente ristabilita con l'Inghilterra non si concretò in una efficace alleanza delle potenze occidentali; perché tra l'Inghilterra e la Francia si frapponeva la questione orientale, e una politica del liberalismo in grande stile riusciva impossibile ai legittimisti di tutte le dinastie. Il gabinetto capiva che la Francia non doveva tollerare l'intervento cronico dell'Austria in Italia; ma alla fine la paura della rivoluzione prevalse, e si conchiuse col contentarsi di assumere la protezione del minacciato diritto ereditario che veniva a Carlo Alberto da Carignano. La guerra di Spagna parve allora un ritorno dei gloriosi tempi dell'antica politica di famiglia seguita dai Borboni; Chateaubriand si vantò di avere esteso la signoria della Francia fino alle colonne d'Ercole, e di aver compiuto in poche settimane ciò a cui non era arrivato in molti anni Napoleone. A conti fatti la strepitosa impresa si dimostrò risolta in fumo rispetto alla potenza della Francia: i Borboni spagnuoli ripagarono i loro cugini francesi con quella ingrata albagia, che il dispotismo restaurato ha mostrato in ogni tempo pei suoi più moderati difensori. Solamente, e non altro, si era stimolato l'istinto guerresco, avido di supremazia, della nazione, e posto ognuno in grado di confrontare gli allori a buon mercato della bandiera dei fiordalisi con la gloria del tricolore.
Fatta eccezione solo della repubblica, che generalmente non guardò alle questioni europee, nessun governo francese di questo secolo è stato per noi tedeschi un vicino fido ed equanime; e probabilmente questa situazione durerà fino a quando il nostro contadino renano vedrà il francese Carlomagno camminare a notte lungo il Reno e benedire i nostri tralci tedeschi, fino a quando la nostra canzone popolare canterà e racconterà l'anello incantato di Fastrada. Anche la Restaurazione, dunque, tramò alla chetichella le sue piccole cattive arti contro la Germania. Si dettero buone parole al re Guglielmo del Würtemberg quando corse a Parigi a lagnarsi delle mire di supremazia della Germania; si lavorò sott'acqua contro la nostra unità commerciale in formazione, e si favorì la lega commerciale della Germania centrale, che poneva la Sassonia e lo Hannover contro l'unione doganale prussiana. Allora come sempre la corte delle Tuileries cercò di tenere in tutela le corti della Germania meridionale, mosse vivaci rimostranze, che a Monaco alcune strade fossero state intitolate alle vittorie di Brienne e di Arcis, sostenne il re Luigi di Baviera quando, spaventato dei primi passi arditi della politica commerciale prussiana, ebbe a farne lamento a Parigi, e lo coprì poi di rimproveri quando il nobile principe si accostò alla lega doganale prussiana. Però tali piccoli intrighi non potevano appagare in alcun modo la presuntuosità nazionale. L'aspirazione ai confini naturali era fortemente sentita dal popolo come un sacro diritto, e si manifestava nel piccolo come nel grande, nelle mode del giorno, come per esempio la foggia di pettinatura chemin de Mayence allora in voga, e nelle accuse dell'opposizione. Lo stesso Chateaubriand vagheggiava il disegno di alleanza con la Russia, che avrebbe dovuto conquistare ai francesi il Reno, ai russi i Balcani. Quando finalmente Polignac prese sul serio questi sogni e, trattando segretamente con la Russia, vagheggiò l'idea di una campagna sul Reno, allora la nazione per un momento fu richiamata del tutto alle proprie questioni interne, e il frivolo disegno cadde.
Quasi tutti erano irritati dai rapporti che la corte aveva con la Russia. La posizione dominante, che Pozzo di Borgo teneva dai primi anni della Restaurazione e poi di nuovo sotto Carlo X, era indegna della Francia: perfino i diplomatici tedeschi della scuola conservatrice ebbero a dire, che non si sapeva se Pozzo fosse ministro di Russia o di Francia. E ciò in un momento, in cui la crisi orientale con le sue sorprese periodiche minacciava la pace del mondo! Non si voleva a nessun patto abbandonare la Turchia, vincolata da un'antica amicizia, introdotta per la prima volta dalla Francia nella cerchia degli stati europei; si subodorava l'intendimento della politica grecofila della Russia, che lo czar Alessandro davanti al principe Lieven aveva compendiato in una parola: il me faut une Grèce! Ma nemmeno si poteva resistere al fanatismo filellenico dei liberali, giacché l'opinione pubblica eccitata era ridivenuta una forza, e forza attiva anche nella politica estera; tanto meno, nell'antagonismo tra l'Inghilterra e la Russia dominante la questione orientale, s'intendeva di prendere partito per l'Inghilterra, che sul Bosforo difendeva il Gange. Così la Russia, che in Oriente era la sola a conoscere il terreno, attirò la corte di Parigi da una falsa posizione all'altra. I Turchi sono traditi a Navarrino, l'istinto guerresco nazionale è nuovamente ridesto dalla vittoriosa e non sanguinosa spedizione di Morea; e alla fine la Turchia è indebolita dall'amputazione fattale della Grecia, e la Russia senza ostacoli preme sui Balcani. Osservando cotesta feconda politica europea dei Borboni, comprendiamo facilmente la ragione per che allora i francesi inviperiti cantavano con Casimiro Delavigne: ces esclaves d'hier, aujourd'hui nos tyrans! e il ritornello di Béranger: en France soyons français! sonava scortesia ai Borboni.