V.

Per tutto il tempo che l'erede di Napoleone visse come un prigioniero, il diletto fantastico che ebbe il mondo dalla figura dell'eroe non produsse risultati politici immediati. Avvenne come se i napoleonidi si fossero divisi i due opposti principii, che nell'imperatore erano uniti e concorporati. Il duca di Reichstadt ereditò l'assolutismo paterno, gli altri della famiglia tennero le tradizioni rivoluzionarie della casa. Guardando il debole giovinetto coi bei lineamenti del padre quando s'immergeva fisso nella mappa, o quando con vivacità passionata manovrava il suo battaglione o con l'occhio acceso gridava: «un Napoleone deve ritornare in Francia solamente alla testa di un esercito, a viso aperto, non mai come un cospiratore, come un fantoccio dei liberali»; allora si sentiva davvero, che in quelle vene fluiva sangue puro di Napoleone. Tale era stato il padre in quegli ultimi tempi di orgoglio regale, in cui discuteva della legittimità della quarta dinastia, e parlava con affetto di parente del «suo sventurato zio» Luigi XVI. E, in verità, non era necessario il cattivo verso dedicato da Barthelémy al «figliuolo dell'Uomo» per cattivare il sentimento umano a questo essere ineffabilmente triste, a questo giovinetto, che sulle spalle incolpevoli portava le colpe e la calamità di lotte che avevano scosso il mondo.

Durante le trattative della seconda pace di Parigi, Richelieu e Pozzo di Borgo avevano messa avanti la proposta di educare l'erede di Napoleone allo stato ecclesiastico: disegno, che il vecchio imperatore considerò sempre come la più terribile sventura per la sua famiglia. Le grandi potenze trovarono l'idea accettabile, e tre anni dopo il gabinetto prussiano scrisse: «la professione ecclesiastica non pregiudicherebbe la sorte del principe e tranquillerebbe tutti». Ma la corte di Vienna non tardò a persuadersi, che quell'animo ardente non era nato per fare il prete. L'imperatore Franz nominò il giovine Napoleone duca di Reichstadt; ma tale dignità fu concessa espressamente, dietro rimostranza della Prussia, alla persona del principe, non ai successori. Si era tacitamente convenuto nella presunzione, che la discendenza di Napoleone si sarebbe estinta¹. La fiaba tanto diffusa e creduta, che l'imperatore Franz facesse struggere il nipote tra eccessi precoci, certamente è rifiutata da un pezzo: rispetto al giovine principe non fu seguito altro metodo di educazione, se non quello antico di prammatica secondo il quale erano istruiti gli arciduchi genuini. Il che non vuol dire che l'educazione del duca di Reichstadt non facesse degno riscontro a quel premeditato trattamento dei prigionieri dello Spielberg, che il paterno imperatore dirigeva personalmente. Mentre la sposa austriaca di Napoleone si consolava con l'adulterio sfacciato, tra le braccia del luogotenente maresciallo Neipperg, che null'altro possedeva fuori degli ambigui meriti di bell'uomo, il figlio dalle arti del nonno era reso completamente straniero al suo popolo, straniero alla propria casa. Anche il gran nome di Napoleone gli fu interdetto; l'educazione dell'arciduca Francesco Giuseppe Carlo fu condotta nell'odiosa lingua tedesca. E quando il precoce fanciullo fu preso dal ricordo sempre più attraente e limpido dei giorni in cui fu re, della carrozza d'oro tirata dalle caprette che lo portavano nei viali del giardino delle Tuileries fra gli scoppi di acclamazione dei parigini, proprio allora egli apprese da alcuni assolutisti della più pura acqua la verità intorno a suo padre, o ciò che in una corte simile si chiamava verità! Lo sventurato meditava ora sulle parole promettenti del poeta: «Coraggio, coraggio, o figlio degli dèi, cacciato dal tempio; tu porti sulla fronte il sigillo della origine sacra!». A Schönbrunn era nota l'ansia con cui il despota sospettoso tremava davanti all'idea dell'età maggiore di un tal nipote. L'ambasciatore del Würtemberg, Wintzingerode, scrisse fin dal 1817: «qui a Vienna si principia ad aver paura della crescenza e della spupillatura della dieta più ancora che del giovine Napoleone». Quale destino, i giorni d'oro della fanciullezza tra la diffidente malvagità di nemici implacabili!

¹ Ciò secondo relazioni dell'ambasciatore prussiano a Vienna, generale Krusemark, 4 e 11 febbraio 1818. Napoleone I intravvide il disegno, come dimostrano i Mémoires du roi Ioseph (x, 268).

Les rois m'adoraient au berceau, et cependant je suis à Vienne!

Per quanto la sciocca vanità dell'austriaca e i dolori del figlio ribellassero ogni cuore francese, pure la madre di Napoleone suscitò un appassionamento forse anche più profondo. Da quando vivono gli uomini, un religioso timore accompagna le madri dei grandi uomini: la poesia antica possiede pochi luoghi così toccanti, come quel passo di Giovenale, in cui il poeta rimprovera Messalina di aver profanato con le colpe delle sue notti dissolute il corpo che aveva portato il magnanimo Britannico. Ma la madre di tanti re e del primo uomo del tempo, che portava il suo destino con la dignità di una matrona romana, che suscitava dovunque con parole di vero compianto la pietà per «il mio grande e infelice esiliato di Sant'Elena»: «in verità io sono la madre di tutti i dolori», scrisse al cardinal Consalvi: che nella miseria non smarrì nemmeno per un istante la fede nella stella della sua casa: cotesta pallida figura di sofferenza dal nero e profondo occhio côrso, in nere gramaglie, col diadema dei giorni imperiali intrecciato nei capelli canuti, non era forse un'effigie di umanità, che non si poteva dimenticare?

Un atto d'impero del Congresso di Vienna «nell'interesse della pubblica quiete» pose la casa dei napoleonidi sotto la sorveglianza dell'Europa. In ciascuno dei pochi paesi, in cui si era loro permesso di accedere, l'ambasciata delle cinque potenze aveva l'incarico della loro vigilanza, e le autorità erano responsabili della loro buona condotta. Nelle lettere di rimostranza dei Bonaparte condannati al confine ritorna sempre non senza ragione il motto: «noi preferiamo di vivere sotto i Borboni o in Prussia, anziché tollerare un trattamento simile!». I Borboni perseguitavano con un odio cieco la casa del loro capitale nemico. Una legge draconiana proibiva sotto pena di morte ai parenti di Napoleone, anche alle mogli e ai figli, di metter piede in suolo francese. Perfino all'innocente zio Fesch fu vietato di ricomparire nel suo vescovado di Lione. Furono respinte anche le richieste di crediti dei Bonaparte, sebbene legalmente valide. I Borboni di Napoli infastidivano il papa con le continue sollecitazioni di espellere gl'incomodi rifugiati. Più degnamente, sebbene non meno ostile, si comportò la corte prussiana, pur così indimenticabilmente offesa dall'imperatore. Il re col suo sentimento di giustizia appoggiò le pretese pecuniarie dei napoleonidi per quel tanto che erano eque. Ma a nessuno della pericolosa progenie fu permesso di varcare le frontiere prussiane; e gli ambasciatori all'estero ebbero istruzione di vigilare nel modo più rigoroso sulle persone sospette. La corte di Vienna, una volta entrata nel vergognoso parentado, non era più in condizione di vietare addirittura ai suoi parenti il soggiorno nei paesi della corona. E rimediò col sistema dei meschini espedienti polizieschi di perquisizioni e tastamenti. Il principe di Metternich, che in queste faccende non immischiava nemmeno il suo birro di fiducia, non faceva che informarsi ansiosamente, con lettere di suo pugno, sulle mosse della duchessa di Saint-Leu o del conte di Monfort. Non appena corse voce, che il conte Possé, genero di Luciano, sarebbe nominato ambasciatore di Svezia in Italia, il cancelliere scrisse immediatamente al duca di Modena intimandogli di protestare contro la possibile nomina. Con grande mitezza si comportò invece la corte russa, imparentata con Gerolamo e coi Leuchtenberg; più di una volta, anzi, i suoi diplomatici protessero i Bonaparte dalla grossolana persecuzione poliziesca. Ma qualunque iniquità delle grandi potenze era superata dal trattamento rivoltante, che la casa di Girolamo era destinata a sperimentare da parte di uno dei più zelanti servitori dell'usurpatore. Nessuna casa regnante era obbligata all'imperatore più di quella del Würtemberg; perché «prima di Napoleone», come lamenta Gerolamo nelle sue memorie, «non era mai esistita una nazionalità würtemberghese», e il mondo intero sapeva, che le fumées du Germanisme non avevano mai menomamente dato alla testa né al re Federico né ai suoi fedeli. Ma non appena la caduta di Napoleone fu un fatto, il re pretese che sua figlia Caterina si dividesse dal marito che egli stesso le aveva dato. Dalla nobile donna, legata al marito con fedeltà tedesca, ricevé degna risposta: «io ho partecipato alla sua fortuna, ed egli mi appartiene nella disgrazia». Il padre fece rapire la figlia e trasportarla a forza nel Würtemberg; e per un anno intero martirizzò moglie e marito nel castello di Ellwangener, per impadronirsi dei loro beni. Maneggi infami, che misero in luce tutta l'abiezione dello staterello renano e non furono dimenticati dall'istinto vendicativo del sangue côrso.

L'odio dei nemici, dunque, spinse la famiglia dalla parte della rivoluzione e le procurò la fortuna di non essere dimenticata. Alcuni dei Bonaparte si stabilirono in quella Toscana, dove un tempo era vissuto il santo Napoleone, la più parte si raccolsero a Roma intorno a Madame Mère. Riannodarono le antiche relazioni italiane, s'imparentarono, per ordine dell'imperatore, con le grandi famiglie romane. Il detronizzato sperava, che un Bonaparte sarebbe salito un tempo al soglio di San Pietro: il faut s'emparer de Rome. Non erano affatto signori raffinati, mostravano anzi qualcosa della logora eleganza del tailleur endimanché; ma nemmeno caddero in quel vuoto fatuo, che distingue i legittimi pretendenti. Alcuni si occupano di letteratura, altri sono al servizio delle forze radicali del tempo: un Bonaparte combatte e cade a Spetza tra i filelleni, un secondo entra nell'esercito degli Stati Uniti. I napoleonidi tengono carteggio in tutte le parti del mondo; il loro fido Abbatucci viaggia qua e là senza posa. Soffiano nel fuoco di ogni setta che agita l'Italia, e di tanto in tanto si ricordano ai contemporanei con un atto premeditato a impressionare. Gerolamo scongiura con una lettera commovente il principe reggente inglese, che gli sia permesso di recarsi a Sant'Elena a consolare l'infelice fratello; e si dà con ardore alla ricerca, purtroppo vana, di quelle inestimabili lettere, che i principi legittimi avevano deposto ai piedi di Napoleone al tempo della fortuna; e tenta ciò che appartiene propriamente al mondo furfantino.

Tra i napoleonidi i più attivi si rivelarono i Beauharnais, e, insieme, i più amabili, perché immuni dalle allumacature di volgarità attaccate indelebilmente ai genuini Bonaparte. Eugenio cercò di compensare con la solerzia di una segreta attività la debolezza mostrata alla caduta del patrigno. Viveva a Monaco come principe reale, amato da tutti e assai popolare, e aveva intorno una piccola colonia di francesi scontenti. Il suo aiutante, il generale Bataille, possedeva grandi beni a Milano, e manteneva strette le relazioni coi patrioti del Regno d'Italia. Il principe stesso si recava frequentemente ad Augsburg dalla sorella Ortensia, mandava da Abel in viaggio la moglie, a lui molto devota, con incarichi segreti, e insieme coi due Las Casas, al loro ritorno da Sant'Elena, lavorava all'ordito della leggenda napoleonica. Questo focolare tedesco del bonapartismo, come avvertì sovente anche il principe di Metternich, fu lasciato tranquillo: tra i familiari di Eugenio si annoveravano molti ufficiali postali e lo stesso direttore della polizia di Monaco. Persisteva tuttora alla corte e nell'esercito un forte partito bonapartista: una volta il re Massimiliano Giuseppe disse chiaro e tondo all'ambasciatore borbonico: _il vous faut un Eugène!_¹. Del pari instancabilmente esercitava la propria influenza Ortensia, la donna piena di spirito, gaia, leggera, che con l'incanto della sua conversazione aveva saputo incatenare a sé perfino la musoneria degli antichi castelli. Ella avverò ciò che aveva predetto il patrigno: elle embellira mon histoire. Beniamina dell'imperatore e dei parigini, aveva predisposto in silenzio le sue cose fin dal movimento dei cento giorni, e dopo la seconda caduta di Napoleone era rimasta tuttora a Parigi, e vi spandeva oro a piene mani, fino a quando non fu espulsa dal generale Müffling. Ad Augsburg faceva ora la principessa amica del popolo, e teneva un vivo carteggio con l'ambiziosa vedova di Ney. Poi a Roma il suo salotto ospitale procurò al bonapartismo numerosi aderenti tra gli stranieri illustri di passaggio, e molti affiliati, di cui suo figlio un giorno si sarebbe prevalso. Con tutto ciò, il ripristinamento dell'impero non si profilava sull'orizzonte, fintanto che l'unico possibile pretendente, Napoleone II, era in balìa della corte di Vienna. Lo stesso conte di Survilliers, Giuseppe Bonaparte, che tra i fratelli dell'imperatore aveva le maggiori qualità ed era il più radicale, stava tranquillo nei suoi poderi del Delaware, e allontanò Lafayette, quando questo hiros des deux mondes, andato a fargli visita durante il suo viaggio trionfale attraverso l'America del Nord, gli tenne parola dell'esaltazione del re di Roma.

¹ Su queste circostanze poco note dànno numerose informazioni i rapporti mandati da Monaco dal generale Zastrow ambasciatore di Prussia negli anni 1817-22.

Non c'era ancora l'uomo, che condensasse in un'idea concreta le vaporose speranze dei napoleonidi; il terrore della borghesia davanti agli orrori delle guerre dell'impero seguitava tuttora a essere più forte del culto fantastico per l'eroe; la Francia credevo ancora in un avvenire parlamentare. I Bonaparte davano nel vuoto; e proprio allora i preti e gli emigrati s'impadronivano di re Carlo e spingevano la borghesia alla giusta difesa. Principiò un governo rivoluzionario. Il quale si vantava, e con lui i seguaci, di unificare in sé le grandi memorie del paese tendenti a disperdersi. Si giudicarono maturi gli ultimi frutti della Rivoluzione, e l'esperienza di pochi anni insegnò, che l'aristocrazia del danaro sfruttava a proprio vantaggio l'immutabile stato burocratico napoleonico con tutta la grossolanità di una morale solvibile.