I.

L'opinione corta dei molti viene sempre determinata dall'impressione dell'ultim'ora. Da quando il secondo impero ha trovato una fine obbrobriosa sul campo di Sédan, la figura del terzo Napoleone è fitta nella mente del popolo tedesco come quella di un empio violatore della pace, e questo giudizio nazionale non sarà forse mai cambiato, certo non lo sarà nell'avvenire prossimo. Se io mi arrischiassi di ripubblicare, corrette oggi e completate, le osservazioni sul recente fenomeno del bonapartismo che scrissi nel 1868, mostrerei la presunzione di voler influire sul sentimento popolare, che ben a ragione domanda sempre idee semplici, complete, senza contraddizioni. Mi rivolgo alla breve cerchia di coloro, che non s'infastidiscono di riandare la conturbante storia clinica del popolo francese in questi ultimi ottant'anni. Chi ha cercato di farlo coscienziosamente, prima di condannare perentoriamente l'edifizio statale di Napoleone III, proporrà piuttosto il quesito, se è possibile, innanzi tutto, di ben governare cotesta nazione; e ne caverà la conclusione, che il secondo impero non ha cagionato la rovina della Francia, ma l'ha trattenuta per due decenni. Toccò all'ultimo Bonaparte, mercé la propria accortezza, mercé il favore della fortuna e la debolezza dei popoli vicini, di alzare ancora una volta lo stato francese a una pienezza di potenza, che sopravanzava di gran lunga la potenzialità morale della nazione.

Non possiamo affermare, che il contegno dei nostri vicini a nostro riguardo sia cambiato sostanzialmente dal tempo del trattato di Vienna. E cerchiamo la ragione di cotesta politica ora irritante, ora minacciosa, ora violentemente aggressiva, non già in un sistema qual si sia, ma, parte nel carattere nazionale, che non muterà, fintanto che l'educazione del popolo francese sarà volta a svegliare l'ambizione esteriore in luogo dell'intimità morale dell'anima; parte in noi stessi, nel nostro sminuzzolamento, nelle nostre guerre civili, che permisero ai francesi di fare assegnamento sulla debolezza della Germania. Ora che l'impero germanico gloriosamente risorto ha strappato il terreno sotto i piedi a tutte coteste amichevoli calcolazioni dei vicini, il tedesco può con superbo sentimento di tranquillità riandare i recenti destini del paese confinante.

Il tema, tuttavia, si presenta poco grato. Giacché l'antico e irrevocabile presentimento, che anche cotesto pomposo impero si sarebbe alla fine rivelato per niente altro che una nuova precarietà, ha già da tempo impresso un segno passionato di esagerazione su tutti i giudizi dei nemici del pari e degli amici. Ogni parola di condiscendenza ci si secca nella penna, quando udiamo con quale sfacciata ciarlataneria il bonapartismo ha saputo cantare la propria gloria: il nostro modesto elogio tedesco non salirà mai alla grandiosità dell'apoftegma di Rouher: «no, no, non è stato mai commesso un errore!». Anche un comodo biasimo appare triviale rispetto a un sistema, sul quale, come sopra una gigantesca avventura, gli stessi avversari moderati, fin da gran tempo prima che soccombesse, avevano calato in forma solenne la pietra sepolcrale. In tale eccesso di lode e di condanna è difficile mantenere la linea ferma e netta del giudizio storico; tanto più difficile, in quanto l'intima contraddizione del bonapartismo, la diabolica mezza verità, che noi abbiamo così spesso dimostrato essere il carattere fondamentale del dispotismo rivoluzionario, si presenta nel secondo impero con una energia addirittura suicida. Il terzo Napoleone non ha mai, con la parola o con l'opera, stabilita una tesi, che egli stesso non abbia subito dopo tolta via con una antitesi. Delle pericolose passioni di cui febbricitava la Francia, egli personalmente era certo più immune, che non forse qualsiasi uomo in vista tra i francesi contemporanei; solo che la necessità di sostenersi, l'intima essenza del suo sistema lo forzava a solleticare continuatamente quelle passioni; di modo che sopra di lui e sopra la sua Casa si compì la nemesi, che presto o tardi doveva raggiungere la tracotanza sacrilega dell'intero popolo.

La malagevolezza maggiore per venire a un sicuro giudizio politico è determinata dai fondamenti sociali del nuovo stato francese. In ogni tempo l'egoismo di casta è stato la disposizione congenita di tutte le classi dominanti; e allora appare odiosissimo agli occhi della posterità, quando si manifesta ingenuo e inconscio ai dominanti che hanno cambiato natura. Ognuno oggigiorno sente emanare dagli scritti dell'antichità la superbia intellettuale di quelle dense aristocrazie, che guardavano sugli schiavi e i banausi come sul vuoto aere. Pochi o nessuno di noi sospettiamo, quanto noi stessi siamo compenetrati da sentimenti e pregiudizi affini. Il ceto medio, che al presente determina in Germania l'opinione pubblica, riconosce nell'illimitata concorrenza la sostanza della libertà sociale, e nella più ampia discussione il primo inevitabile presupposto della libertà politica: esso tra lotte indimenticabili si spupillò dalle fedi dommatiche. Dobbiamo a un tale spirito l'emancipazione dei contadini; a quello dobbiamo, se i nostri ceti colti sono i più liberali e i più giusti di tutte le classi governanti della storia. Tuttavia un severo esame ci dice, che anche noi, mentre lavoriamo per questo puro ideale politico, parliamo poi soltanto come gente scatenata. Un superbo gentiluomo del secolo decimottavo più facilmente avrebbe potuto intendere le idee della crescente borghesia, che non noi iniziarci nel globo intellettuale del quarto stato.

L'inclinazione delle classi lavoratrici è stata descritta da Aristotele col classico: χαίρουσιν ἐάν τις ἐᾷ πρὸς τοῖς ἰδίοις σχολάζειν: parola, che nei tempi moderni più liberi può bene essere mitigata, ma non mai confutata. La vita privata, la fatica e la cura della casa, forma per questi strati sociali il nocciolo dell'esistenza: potrebbero con pieno diritto aspirare a prender parte al governo dello stato, ma non si trovano in condizione di offrire allo stato un'opera durevole e regolare. Si riscaldano di rado per quella vivace lotta degl'intelletti che per l'uomo colto forma il pane della vita, e sono molto proclivi a dar via la libertà del pensiero per un governo forte e benigno, che promova energicamente il benessere dei molti: tra tutte le potenze spirituali è però sempre quella della Chiesa, che esercita su cotesti animi l'incanto più forte. È questa la ragione che difficolta al dotto un giudizio sicuro sul più recente grado di sviluppo del bonapartismo. Nel mondo moderno l'importanza del quarto stato non era stata mai così invadente come sotto il secondo impero. Al tempo della Convenzione le moltitudini parigine dominavano il potere dello stato e mutuavano una parte della loro potenza al sicuro lavoro della macchina amministrativa. Sotto Napoleone III erano fuori del governo; ciò non ostante il quarto stato costituiva la classe più importante: il continuo riguardo al contentamento degli umili formò il pensiero direttivo del nuovo bonapartismo. Anche oggi, sotto la così detta repubblica, l'avvenire della nazione è indubitabilmente nelle mani dei contadini e degli operai. Solo che dove domina il quarto stato, ivi domina anche il suo concetto sensuale della vita. E nella nuova Francia appare così spaventosa la rozzezza morale, il disprezzo di tutti i beni ideali, che senza volerlo si corre a una congettura, la quale, certo, non è storicamente dimostrabile. L'apparenza è, che tutti i nobili elementi latini e germanici siano stati interamente schiumati da questa nazionalità commista, e che sia tornato sopra a ribollire il sedimento impuro dell'antichità celta. Se di sotto a un tale strato fitto d'ipocrisia e d'immoralità vuole distinguere il merito di un siffatto sistema sorretto sul quarto stato, l'uomo colto deve reprimere con forza molte delle più care e nobili idee proprie del suo ceto.

Il secondo impero capita nei due più ricchi decenni contemporanei; e se riflettiamo con quale agilità ha pazzamente corvettato e ha cangiato il giudizio del mondo sul terzo Napoleone, sentiamo vivamente come siamo diventati vecchi in pochi giorni. Il nuovo bonapartismo, opposto vivente dell'infingardo regno borghese, ha trasformato più profondamente e più violentemente di qualsiasi altro regime moderno le condizioni sociali del suo paese; la baldanza del suo assoluto volere osò parecchie riforme recidenti dalle radici, per le quali un parlamento non avrebbe trovato né il coraggio né la spregiudicatezza. Solo che la precipitosa caduta di questo sistema dell'affario conferma ancora una volta la regola, che un governo tanto meno è stabile, quanto più ampiamente allarga la propria attività.

Raccogliamo innanzi tutto le brevi memorie del presente negli stadi principali che il secondo impero ha percorso. La sua storia si divide in due periodi nettamente distinti. Nello stesso modo come un tempo, subito dopo l'anno 1840, sorse opinione, che la stella degli Orléans corresse all'occiduo, così, dopo il 1860 il giudizio generale ritenne, che l'impero del terzo Napoleone avesse sormontato il suo culmine. Con questo, però, che il decennio dell'ascesa era la fase del dispotismo non mitigato in nulla, laddove il decennio della discesa era il tempo delle prove liberali! Non occorre altro che guardare freddamente in faccia questi dati di fatto per riconoscere immediatamente la verità, che il bonapartismo con le concessioni alle idee liberali dei ceti più alti aveva rotto fede a sé stesso, e che la nazione non era più capace di comportare un regime di libertà.

Al colpo di stato seguì prima un anno di transizione, che fu per l'immoralità del nuovo sistema la stagione della fioritura. Laddove i mentiti discorsi del presidente al tempo dell'assemblea nazionale trovavano spiegazione nella situazione politica, in appresso, invece, la gherminella repubblicana del 1852 appare semplicemente frivola e ordinaria. Il presidente stimava necessario un terzo plebiscito per consolidare la propria potenza? Oppure il fatalista opinava di poter salire al supremo potere solamente, come lo zio, per tre gradi? Certo, era decisivo il fatto, che il 2 dicembre il principe tenne a serbare l'apparenza, che il colpo di stato servisse a salvare la repubblica. Ciò in riguardo alle grandi potenze, le quali in verità diedero la loro approvazione alla vittoria dell'«ordine», pur non volendo nessuna di loro il ripristinamento dell'impero. Insomma, la Francia ufficiale imposturò, ancora per lo spazio di dieci mesi, con frasi ipocrite la fede repubblicana, quantunque il colpo di stato nient'altro potesse significare, che l'erezione del trono. Nel settembre del 1852, durante il viaggio ufficiale attraverso il paese, il presidente assicurava tuttora, che nel grido ripetuto «viva l'imperatore!» egli riconosceva più un tenero ricordo che una espettazione: ma il ministro dell'interno faceva prender nota dei nomi delle persone che in quel viaggio imperiale venivano a contatto col principe, «affinché non vadano perduti alla storia». Il flemmatico uomo si era tenuto freddo e calmo in mezzo a quell'ardente entusiasmo popolare, il quale indubitabilmente dimostrava, che le popolazioni avevano interpretato il senso dell'ultima elezione di dicembre assai più giusto, che non le grandi corti. Alcune settimane più tardi la brama del paese di ristabilire l'impero si manifestò irresistibile: la nazione esigeva, secondo l'enfatica espressione del sindaco di Sevres, lo sposalizio della Francia con l'inviato di Dio. Seguì allora, stesa da Troplong, quella relazione del senato, che noi senza esitazione possiamo definire il capolavoro del moderno bizantinismo. Perché mai anche il linguaggio del fido senato non avrebbe dovuto sinfoniare fino all'ardimento ditirambico? Appunto, Troplong medesimo lo confessa: vi sono momenti in cui anche l'entusiasmo ha il diritto di risolvere questioni! La nazione incorona sé stessa incoronando Napoleone; in tal modo ella trae nobile e pacifica vendetta dei trattati del 1815. La repubblica cede la propria essenza tramessa alla dignità imperiale mercé il popolo sovrano, e la grande ombra dalle nubi guarda appagata l'esaltazione del nipote.

Sotto la tutela del nuovo trono si svolgono veementi tutte le energie del lavoro e la vertigine della speculazione: giace una quiete profonda sulla vita intellettuale e politica. L'opinione dei popoli odiava l'imperatore in cui vedeva il cagnotto della reazione europea, che perseguitava per ogni dove, perfino nell'asilo dei paesi liberi, i campioni della repubblica; e tremava pensando all'ora, in cui egli infallibilmente avrebbe imboccato la via dello zio. Le corti tentennavano tra la ripugnanza contro il risalito e il rispetto verso il salvatore della società. Negli affari europei dava il tono la Russia; e precisamente quella corte mantenne di fronte al napoleonide, non appena fu esaltato imperatore, l'attitudine della rigida alterigia legittimista. In quel torno i disordini orientali offrirono l'opportunità di sperimentare la potenza della Francia e i talenti del suo capo. Seguì un brusco spostamento delle alleanze e dei rapporti internazionali, che ricordò vivamente il tempo splendido del Consolato, allorché Bonaparte, minacciato pur dianzi da una coalizione soverchiante, riuscì in pochi mesi ad assembrare in lega gli stati del Mezzogiorno e del Settentrione contro il diritto marittimo inglese. In verità, i risultati della spedizione di Crimea ebbero scarsa efficacia sul mondo orientale, quasi nulla; ma la gloria guerriera delle aquile imperiali fu novellamente sancita, e i rinfranchi del paese si palesarono inesauribili, giacché nel bel mezzo della guerra la capitale lussuriò anche di più nell'orgia della vita neonapoleonica e apparecchiò una fastosa esposizione alle industrie dell'Europa. Il napoleonide ebbe la soddisfazione, che nell'anniversario della sua conquista di Parigi un congresso europeo raccolto sulla Senna sotto la presidenza dell'ambasciatore francese segnò la conclusione della pace. La preponderanza della Russia era spezzata. Di nuovo la Francia si chiamava la grande nazione. Subito dopo venne alla luce il principe imperiale: gli eserciti francese, inglese, italiano, turco e russo festeggiarono in pari tempo in Oriente la nascita del principe ereditario. Il sistema nazionale era eternato, come dissero le autorità nello stile del primo impero. Nel febbraio 1857 l'imperatore poté congedare il devoto corpo legislativo con la confidenza, che presto si direbbe del secondo impero come un tempo del Consolato: «regnava da per tutto il contento, e chi non nutriva nel cuore malvage passioni gioiva della felicità del paese».

Capitò allora un contrattempo: l'attentato di Orsini stornò per alquanto tempo Napoleone III dal suo comportamento, e il sistema, prima appena raddolcito, di oppressione fu novellamente raggravato. Il subisso di felicitazioni da cui fu inondato l'imperatore per l'avvenuto scampo, dimostrarono però al mondo fino a qual segno le popolazioni avessero bisogno di lui: che indubitabilmente parlava in loro un certo qual misto di sentimenti nobili e di servilità, come nell'ode Divis orte bonis che in un'epoca affine Grazio cantò ad Augusto. Nessuno ha così incisivamente significato di cotesto attacco la ragione ideale, come l'enfant terrible dei bonapartisti, il marchese di Boissy, con le parole: «noi tutti amiamo l'imperatore, perché ognuno dice a sé stesso: in quale pantano cadremmo, se Napoleone morisse!». Proprio in quei giorni in cui l'opinione pubblica liberale farneticava nuovamente sull'imperatore, egli s'incontrò con Cavour a Plombières, e portò a maturità il pensiero più ardito e più benefico della sua politica europea. Giacché, per quanto lo stesso imperatore abbia più tardi peccato rispetto all'Italia e per quanto anche il corso degli avvenimenti abbia deluso le aspettazioni del napoleonide, pure al terzo Napoleone rimane la gloria, che senza il suo aiuto il risorgimento dell'Italia forse non sarebbe stato mai iniziato, e certamente non avrebbe trionfato. Nelle ore in cui tra le tripudianti acclamazioni degli operai di Parigi l'imperatore si accingeva a partire pel campo, appariva effettivamente un sovrano nazionale, il rappresentante della Rivoluzione. Dopo la vittoria di Solferino l'egemonia della Francia tra i popoli latini parve assicurata. Anche i liberali illuminati s'inchinarono al liberatore dell'Italia, e in ampia sfera fu ripetuta la lode smisurata: Napoleone il Piccolo riposava agl'Invalidi, Napoleone il Grande regnava alle Tuileries. Era il tempo che l'Europa nella solennità del Capodanno tendeva l'orecchio a Parigi, con l'emozione angosciosa del bambino bruciato. Ed ora, con la consapevolezza della propria potenza, l'imperatore arrischiò la grande riforma della politica commerciale: la superba idea di raccogliere tutta l'Europa occidentale in un unico dominio aperto al libero scambio si avviò verso l'effettuazione.

Eppure l'ora felice dell'impero era già dileguata. Principiò il dichino, da quando la storia richiamò dovunque nuove complicazioni sociali, a cui non rispondeva menomamente la pretesa della Francia di essere maestra di tutto il mondo. La stessa fondazione del regno d'Italia era, per lo meno, tutt'altro che profittevole alla supremazia della corona napoleonica. Inoltre, l'inevitabile inazione del gabinetto durante la sollevazione polacca dimostrò che la Francia non era abbastanza forte per garantire i suoi così detti alleati. L'imperatore tentò indarno di comparire ancora una volta come il patrono della pace europea; egli invitò a un congresso le grandi potenze con espressioni quasi minacciose: ogni rifiuto avrebbe tradito segreti disegni, che temevano la luce del giorno! La guerra dello Schleswig-Holstein, e con quella il grande imbocco della politica tedesca, principiò per l'appunto quando coteste burbanzose parole si sparsero pel mondo. Il ritegno dell'imperatore durante le lotte per Düppel ed Alsen gli procurò da parte dei tedeschi riconoscenza e talvolta eccessivo apprezzamento, motteggi e biasimo da parte del suo popolo. Frattanto il secondo impero aveva trovato nel Messico la sua Spagna. Una catena di strafalcioni grossolani, una inesplicabile disconoscenza della vitalità ed energia degli Stati Uniti condussero a una disfatta obbrobriosa, misero a repentaglio la dignità e la riputazione della corona, sconvolsero siffattamente le finanze e l'esercito, che allo scoppio della grande guerra germanica lo stato non era nella condizione voluta per l'entrata in campagna. In tal modo si compì la fondazione dello stato settentrionale tedesco: un terribile colpo per tutti i più cari pregiudizi dei nostri vicini: e nello stesso tempo l'unificazione dell'Italia incominciata dalla Francia fu spinta a termine dalla vittoria della Prussia.

Nel frattempo l'imperatore era invecchiato, e i validi coadiutori che sostenevano la sua corona, l'uno dopo l'altro, erano spariti: Saint-Arnaud e Magnan, Pietri e Mocquart, Fould, Pélissier e Walewski, e poi i tre non surrogabili, che più di tutti avevano lavorato con coscienza di uomini di stato alla fondazione duratura dell'impero: Billault, Thouvenel e quel Morny, che aveva inculcato così spesso al despota tentennante la fresca energia della risoluzione netta. D'altronde, qui come per ogni dove, il dispotismo si era rivelato incapace di produrre nuovi grandi ingegni di uomini di stato. L'opposizione delle classi colte si ridestò a nuovo ardore, l'attitudine di fronda ritornò a essere un'arte in moda, e fin dal tempo della ritirata del Messico risonò tra gli avversari il grido sempre più baldanzoso: l'empire est défait. Lo sfasciamento del Crédit mobilier e il disavanzo crescente del bilancio dello stato, lo spopolamento delle campagne e l'urbanesimo suscitarono il sospetto sulla sanità del nuovo rigoglio economico; e la giornata di Königgrätz aguzzò gli occhi sui rischi e le menomazioni alla propria patria. Anche la fiducia dei popoli vicini fu distrutta dalle fondamenta dal brutto affare del Lussemburgo e dalla rioccupazione di Roma. Così, incalzato di dentro e di fuori, dopo reiterati slanciamenti e arretramenti, alla fine Napoleone si buttò avanti sulla strada delle riforme costituzionali, che già aveva aperta col decreto del 24 novembre 1860. Ma il richiamo «guerra o libertà», che saliva dalle fila dell'opposizione, testimoniava tristamente sia dell'oltracotanza abituata a calcare coi piedi il diritto dei vicini, sia, insiememente, della disperazione di un popolo, che sente l'indegnità della propria posizione senza trovare in sé la forza durevole per risollevarsi. Il contegno servile della popolazione nella campagna elettorale del 1869 dimostrò, che effettivamente l'energia politica era completamente svanita. Non punto una volontà popolare ferma e sicura, ma solamente la confusa e lunatica scontentezza delle classi alte indusse il despota a cedere a mano a mano alle rinascenti idee costituzionali. Finalmente il ministero Ollivier arrischiò il tentativo di riconciliare la tirannide col parlamentarismo: tentativo, che doveva sommergersi nel suo proprio assurdo. La gherminella costituzionale placò tanto poco il livore dei vinti del 2 dicembre, quanto la malvagia libidine guerresca della nazione. L'imperatore cercò di liberarsi dalla sua posizione insostenibile, prima con un appello al popolo, poi con una guerra ardentemente agognata dalla nazione. La nostra buona spada mandò in frantumi il suo trono; e senza fede, senza dignità, nel modo stesso come in altri tempi si era inchinata al colpo di stato, così ora la nazione abbandonò il «salvatore della società», perché sul campo di battaglia non era stato fortunato.