I.
Nei giorni che Napoleone ritornò da Mosca, il generale Mallet una mattina evase dal manicomio di Parigi dov'era rinchiuso. Propalò la favola, che l'imperatore era caduto: da un momento all'altro la macchina di quel potente impero dispotico si rifiutò di funzionare. Funzionari e ufficiali s'inchinarono al pazzo, il quale osò dichiarare: «il governo sono io!». Il prefetto della Senna dispose la sala del consiglio, in cui si sarebbe adunato il governo provvisorio di Mallet: un ministro fu tenuto sotto catenacci e serrature; le truppe della guardia aprirono la prigione ai compagni della cospirazione. Quando l'imperatore venne a sapere con quale illimitata potenza era venuto fatto a un pazzo di comandare una mattina sulla capitale a sua posta, esclamò sdegnato: «Un uomo qui è tutto? I giuramenti, le istituzioni non contano nulla?». Era passato da allora un lungo tempo, in cui pareva che la vita parlamentare si sostenesse sulla libera cooperazione del popolo o almeno della classe dominante. Eppure la sostanza di questo stato era rimasta dispotica, il governo si teneva in lotte incessanti con l'umore mutevole della società. Bastava un improvviso momento di debolezza alle Tuileries, e un ardito colpo di mano compiuto da un piccolo partito avrebbe potuto rovesciare l'autorità dello stato e imporre una costituzione aborrita dalla maggioranza del paese. La rivoluzione di febbraio fu appunto un colpo di mano siffatto, non propriamente altrettanto insensato, ma appena meno ingiustificato della scesa di testa del pazzo nel 1812.
Il ministro Rouher sollevò l'indignazione dei partiti liberali, quando espresse, tuttora sotto la repubblica, la prima e la più famigerata delle sue alate parole, qualificando la rivoluzione di febbraio come una catastrofe. Se non c'inganniamo interamente, verrà tempo in cui il giudizio della storia sonerà di gran lunga più aspro, e designerà la rivolta di febbraio come una pazzia e un delitto. Chi riconosce l'inconsistenza della situazione di fatto, e noi non abbiamo punto palliato gli errori del governo di luglio, non per questo giustifica coloro, che senza un disegno e senza una meta distruggono le istituzioni in vigore. Laddove il movimento grandioso del 1789 e la necessaria difesa della libertà del 1830, altamente giustificati in sé stessi, riceverono puramente una significazione più elevata dalla potente ripercussione sul mondo europeo, all'opposto la rivoluzione di febbraio non ci porge nulla che sia degno di ammirazione. La sua grandezza consiste solamente nelle conseguenze, da nessuno volute, che produsse in Francia, e principalmente nell'influenza spiegata in Germania e in Italia, dove l'idea dell'unità nazionale, maturata in lunghi dolori, aspettava soltanto il segnale per cimentarsi nella lotta. Senza dubbio un avvenimento così importante non era un caso; anzi una necessità profonda si annidava nel duplice fatto, che la borghesia di Francia non mosse un dito per la difesa del proprio dominio, e che un regime apparentemente consolidato potè cadere di botto, per un tumulto improvviso di piazza. Ma in questo guazzabuglio di debolezza che ha perduto la testa e di passione losca, solamente l'adulazione al popolo scoprirà un segno di grandezza, la voce della sollevata coscienza nazionale.
Nella lotta per la riforma della legge elettorale l'opposizione con imprevidenza puerile si attenne al pericoloso mezzo delle dimostrazioni popolari. Il partito sovversivo, che per sua propria confessione non contava tra i seguaci sicuri a Parigi più di tremila affiliati, profittò dell'occasione per una lotta di barricate: e la lotta pareva cessata, perché il re aveva ceduto e Guizot si era dimesso. La pace era conchiusa, quando di botto dalla folla ammassata davanti al ministero degli esteri partì quel colpo enigmatico, di cui nessuno neppure oggi sa dire con sicurezza se fu un caso o l'atto precipitato di uno spaurito o una bricconata demagogica sull'esempio delle bravate consimili nella guerra della fronda. I soldati di guardia al ministero si credettero assaliti e risposero al colpo con un fuoco mortale: la folla scoppiò in un urlo selvaggio di vendetta. Gli operai si sollevarono in cieco furore. Il re, rovesciato da quel fatale abattement du troisième jour paventato in tutte le rivoluzioni di Parigi, diede inconsideratamente la partita perduta prima del tempo: il partito vincitore del momento dichiarò la repubblica. E la repubblica s'insediò in cima a un ordinamento amministrativo dispotico, che a mala pena era in grado di comportare un trono parlamentare. Un popolo di raffinata civiltà ricevè il governo dalle grida di una turba plebea nel palazzo Borbone; e questo governo improvvisato si dové subito completare coi nomi di una seconda lista, acclamata nel palazzo di città da un'altra moltitudine di popolo. La più lussureggiante città del mondo fu obbligata di botto ad avvezzarsi alla semplicità della vita repubblicana, che in un ambiente siffatto non poteva riuscire ad altro che ad una caricatura della monarchia. Una nazione, le cui classi colte quasi alla vecchia maniera spagnuola vedevano la meta della propria ambizione unicamente nelle cariche dello stato, gettò questo immenso potere statale nelle mani di un magistrato mobile. In verità, l'insensatezza dei fantasticatori politici non ha mai osato una più pazza incongruenza.
Trentacinque milioni di francesi riceverono per telegrafo la notizia, che il loro stato aveva cambiato regime, e si conformarono senza resistenza al nuovo ordine. Predominò l'apparenza, che in questo stato accentrato non sarebbe sorta la questione, decisiva in ogni paese germanico, del come si sarebbero comportate le provincie davanti al colpo di mano della capitale. Ma, col fatto, la volontà del paese non era ancora spenta completamente. Già sotto Luigi Filippo un giornale liberale aveva sentenziato, che Parigi era tuttora solamente la cittadella del potere, ma non era più il cuore della Francia. Questa sentenza adesso si sarebbe avverata per un breve corso di tempo: per la prima volta dai tempi della Convenzione la provincia mostrò indipendenza di risoluzione verso la dittatura della capitale.
La borghesia e la popolazione conservatrice delle provincie erano troppo straniate dall'attività politica, le pubbliche autorità troppo abituate all'ubbidienza meccanica, perché difendessero risolutamente la costituzione giurata. Ma, passato il primo sgomento della sorpresa, la maggioranza della nazione si mise all'opera con efficace costanza e con l'istinto infallibile della disperazione, per ribattere il regime improvvisato del febbraio e scotere il giogo dei radicali e degli operai della capitale. La nazione era priva di qualsiasi attaccamento a una determinata dinastia, ma era convinta della necessità della monarchia e tanto più della intangibilità dell'ordinamento vigente del diritto di proprietà; e manifestò con sicuro tatto questo sentimento prima con le elezioni reazionarie dell'assemblea nazionale, poi col suo atteggiamento ostile verso la sommossa di luglio e in fine con l'elevazione di un pretendente al seggio presidenziale. Tenendoci strettamente a cotesti dati, noi siamo in grado di prendere la difesa del popolo contro l'indignazione di parecchi nobili francesi, i quali a proposito di questa rivolta arrabbiata alzano le spalle e sentenziano, che il carattere di tale popolo sia siffattamente originale, che si sorprende sempre di sé stesso.
Chi si proponesse di considerare la rivoluzione di febbraio con l'animo del satirico, troverebbe nell'orribile guazzabuglio di questa società in frantumi la materia rispondente. Comunque, la civiltà mite dei nostri tempi non si smentì nemmeno in quei giorni di vertigine. Non appena la barbarie della plebaglia si fu sfogata nel saccheggio di alcuni castelli, principiò un governo umano e decoroso con a capo uomini personalmente integri. Tale moderazione apparve molto confortante nella condotta seguita dal nuovo governo rispetto agli Orléans; e con legittimo orgoglio Lamartine poté dire nell'assemblea nazionale: «Nessuno può rivolgerci questa domanda: che cosa avete voi fatto della vita di un cittadino?». Ma se il movimento fin dal principio rifuggì da un inutile spargimento di sangue, esso però palesò ben poco di quell'entusiasmo giovanile e idealistico, di quell'ebbrezza di speranza, che illuminò e infiammò gl'inizi della prima rivoluzione. Migliaia d'impiegati spergiuri domandarono l'abolizione del giuramento politico, e la repubblica annuì alla preghiera. Noi non spendiamo una sola parola sull'imprudenza politica di tale provvedimento: giacché precisamente il morso della coscienza negli uomini dimentichi del dovere dimostra, che per la media degli uomini il giuramento pure costituisce un legame di fedeltà più solido di quello che la frivolezza voglia concedere. Domandiamo semplicemente: l'anima giovanile di uno schietto movimento di popolo sarebbe stato capace di una tale manifestazione di cinico disprezzo umano? E che cosa si era mai raggiunto con la caduta della monarchia, con la slealtà generale della burocrazia? Solamente una nuova semplice rivoluzione contro il trono, solo un cambiamento alla cima dello stato.
Nessun terzo può descrivere l'inutilità di cotesta rivoluzione più causticamente, che non abbia fatto lo stesso Lamartine con invidiabile ingenuità. Non appena il governo provvisorio nel palazzo di città si fu liberato della calca delle turbe plebee, i novelli capi dello stato si misero a tutt'uomo a fissare le grandi idee politico-sociali, che la repubblica avrebbe realizzate. I tribuni del popolo si frugarono bene nel petto per «trovare quei pensieri che sgorgano dal cuore e che sono la suprema politica, perché sono la suprema natura e la suprema verità». Giacché l'istinto, come c'insegna Lamartine, è il legislatore supremo; chi traduce nella scrittura le decisioni dell'istinto scrive sotto l'alito di Dio! Finalmente i pensatori si alzarono da sedere e con ardente entusiasmo notificarono alle turbe la seguente «filosofia delle rivoluzioni»: suffragio universale e abolizione delle leggi di settembre (cioè due desiderii, che Luigi Filippo in sostanza aveva già accettati negli ultimi tempi del suo regno); inoltre alcune nuove acquisizioni, e cioè: fraternità come supremo principio statale, esterminio della miseria mercé l'amore e, per soprassello, soppressione della schiavitù dei negri! Giorni dopo, Lamartine aggiunse anche il principio dell'abolizione della pena di morte; in fine i grandi uomini si diedero con le lacrime agli occhi «il bacio della vita» e annunziarono il lieto messaggio al popolo in delirio.
Per tutto questo, dunque, le strade della capitale furono arrossate di sangue, per questo una scossa terribile fu riserbata alla pace del mondo! E che cosa sarebbe mai stato della rettitudine e chiarezza tedesca, se mai noi avessimo potuto ammirare una tale vertigine! Fu tirato fuori tutto l'armamentario della rettorica rivoluzionaria: fu chiamato al voto «ognuno che nel suo titolo di 'uomo' porta i diritti del cittadino»: ogni francese è sovrano e nessuno da ora in poi può dire a un altro: «tu sei più sovrano di me». In tre giorni i vecchi partiti invecchiarono di un secolo, e come allora il gran Carnot organizzò la vittoria della libertà sul dispotismo, adesso il nuovo ministro dell'istruzione Carnot si mise a organizzare la vittoria della luce sulla cultura! L'albero della libertà splendeva su ogni piazza; su ogni chiesa, su ogni edifizio pubblico l'iscrizione: «Libertà, Eguaglianza, Fraternità!». Il superbo nome di «cittadino» cacciò via di nuovo il cortigiano «signore»; e il poeta popolare Festeau si diede a magnificare con iperboli spocchiose il nuovo «Risveglio del popolo»: le géant souffle, un trône est emporté! Né doveva mancare la sublime semplicità dei liberi stati del mondo antico: un carro tirato da buoi trascinò la statua della libertà sotto gli occhi ironici dei parigini blasés, e sui boulevards fu portato su e giù a spasso un grande bossolo di stato, in cui ogni cittadino poteva versare il suo obolo per la repubblica.
Nelle vene del radicalismo moderno non scorre una sola goccia di quell'austerità rigidamente morale, che animò un tempo i pii compagni della democrazia inglese. Perciò, non appena il rigore delle autorità si allenta, non si manifesta in nessun luogo la coscienza del dovere politico, anzi all'opposto si rivela dovunque solo sfrontata cupidità del proprio interesse sociale. Aveva poca consistenza il magnanimo entusiasmo suscitato pel momento nel popolo eccitabile, quando a teatro la Rachel declamava con fervore infiammato la Marsigliese. Neppure un sol ceto della società, fin giù agl'invalidi e ai sordomuti, si teneva dal presentare, esigendo e minacciando, i suoi desiderii all'autorità dello stato. Una legione di cacciatori d'impieghi assediava il governo: ogni ambizione, che non aveva trovato il suo appagamento sotto il sistema parlamentare, ora faceva ressa. Osservando la quantità delle nuove uniformi repubblicane e il nepotismo sfrontato che s'inoculò nella repubblica sul modello del regno di luglio, ci ricordiamo con terrore di ciò che un tempo Luigi Filippo aveva predetto: che, cioè, le condizioni dell'America spagnuola sarebbero state il campione della Francia. Onnipotenza dello stato e rapido cambiamento dei detentori del potere: ecco il nocciolo delle nuove aspirazioni del popolo. Nei primi giorni della rivoluzione il consiglio municipale di Parigi, insediato dietro elezione, fu subito deposto; e in suo luogo fu nominata una commissione di cittadini giudicati idonei alla carica pel fervore dei loro sentimenti repubblicani. Tutti gl'impiegati furono dichiarati senz'altro dimissibili per ragioni di pubblico bene. E soprattutto l'amovibilità dei giudici fu tenuta per un gioiello di libertà repubblicana: un principio, che col fatto ebbe esecuzione e che fu difeso con ardore da Victor Hugo e i suoi colleghi. Tutto ciò in nome della libertà! A tutti gli impiegati era dovuto dallo stato lo stipendio, a tutti gl'indigenti l'assistenza.
Dopo la vittoria gli operai lì per lì confermarono ancora una volta l'antico principio, che ogni classe sociale, dove proceda come classe, cade nell'egoismo, nella πλεονεξία. Il parlamento operaio, che nelle sale del palazzo del Lussemburgo dibattè sotto la presidenza di Luigi Blanc la soluzione della questione sociale, trattò di tutto e di ciascuno; ma si rimase d'accordo solo in questo, che gli operai parigini lavorassero un'ora al giorno meno dei compagni delle provincie, come pure, che dei 34 candidati di Parigi alla dieta non meno di 20 appartenessero al ceto operaio! Quando gli agricoltori domandarono di essere ammessi alle deliberazioni, furono loro concessi quattro rappresentanti su quattrocento lavoratori cittadini. Posto in ansia, il padre di famiglia delle classi medie ritenne conveniente esprimere la sua alta considerazione alla nuova potenza della classe operaia. Ognuno, anche l'artista, il negoziante, l'industriale, si dichiarò operaio, e perfino il candidato reazionario, che non poteva negare di essere affetto dal peccato della proprietà fondiaria, si denominò almeno propriétaire cultivateur. Si guardava con occhi sentimentali il camiciotto di Albert, operaio e membro del governo: il camiciotto era esposto nella bottega, come indicava il Moniteur, e ognuno poteva persuadersi, che effettivamente la Francia aveva la fortuna di essere governata da un chiavare in corpo e persona. Sopra questa società, in cui si era destato tutto l'egoismo dei bassi ceti e ogni forte sentimento del dovere era spento, era collocato un governo, che si qualificava da sé eccellentemente attraverso la confessione dello stesso Lamartine: la popularité c'est le pouvoir tout entier: un governo soggetto a ogni capriccio del popolo eccitato, senza forse nemmeno un capo universalmente riconosciuto. Un nuovo tempo era venuto, tutti i vecchi capiparte erano logori, dovunque s'invocavano uomini nuovi.
Un sintomo di rovina più significativo di questi e inseparabile dai grandi rivolgimenti, era la menzogna universale di quasi tutti i partiti. La menzogna costituiva il più esoso tratto caratteristico del movimento, e un ammonimento per tutti coloro che trattano i gravi affari della politica come un gioco fantastico. Troppo spesso Cormenin nei suoi libelli velenosi aveva gridato per scherno alla monarchia di luglio: «la repubblica è morta davvero! Contro chi promulgate le vostre leggi di settembre, se non contro i repubblicani?». Troppo spesso la classe operaia era celebrata anche dalle persone moderate come il vero e proprio popolo, ed era ripetuta l'intelligentissima massima: «le repubbliche sembrano guidate immediatamente dalla Provvidenza, perché non si vede nessuna mano mediata tra il popolo e il suo destino!». Ora dunque la repubblica ideale era fondata mercé l'esaltazione del quarto stato divinizzato, e sul momento apparve manifesto, che la celebrata forma di stato prettamente francese contava nelle classi colte non più che pochi seguaci seri. Ma gli uni erano legati dalla forza delle loro proprie frasi, gli altri aderivano alla repubblica per paura.
Il secondo e poco meno penoso tratto caratteristico della nuova società era la mancanza di riflessione prodotta dalla paura della morte. La sollecitudine per la sicurezza della borsa e della testa smorzava ogni altro sentimento. Fin dalla caduta dell'impero la nazione non aveva più goduto un lungo periodo di pace interna, ed entrava quasi altrettanto affaticata nella nuova rivoluzione, come si era trovata al termine della prima. Sentiva quanto poca forza morale le era rimasta per opporre resistenza all'anarchia; sapeva per una tremenda esperienza ciò che significava il dominio del quarto stato; e imparava ora, che nel tessuto artificiale della moderna economia fondata sul danaro e sul credito ogni perturbazione sociale si presenta impareggiabilmente più devastatrice che non nelle semplici relazioni di scambio del secolo decimottavo. La paura era la grande schiava del tempo; e rimane a spettacolo memorabile e profondamente vergognoso il vedere fino a qual segno questa, che era la più generale delle passioni, amareggiasse e abbrutisse le classi possidenti. Uno dei più famosi masticaspavento, Dupin, confessa egli medesimo, che in quel tempo parve diventata letteralmente una verità l'ardita immagine miltoniana della tenebra visibile. La signora di Girardin chiuse i suoi intellettuali articoli di appendice, scritti durante il tempo della pace sotto il nome di Visconte de Launay, con una dipintura acre, ma purtroppo veritiera, dell'abbrutimento contemporaneo. La Francia, esclamò, si spezza in due eserciti col duplice grido di guerra: guillotinez! fusillez! Gli uni vogliono il saccheggio, gli altri la difesa dai saccheggiatori con tutti i mezzi del potere.
Il contrasto degl'interessi tra il terzo e il quarto stato, che dopo i giorni di luglio era apparso appena leggermente e confusamente, nel febbraio scoppiò subito violento, e sentito con lucidità di coscienza. Gli operai si erano battuti per le strade; la borghesia, che durante la battaglia si era tenuta in disparte, fece presto a riacquistare il senso delle cose e a capire che nella sanguinosa lotta di classe le toccava lottare a che fossero strappati al quarto stato i frutti della vittoria. Perciò anche i vecchi repubblicani del medio ceto, come Arago e Marie, principiarono di botto a perdere le staffe del loro ideale. Perciò perfino il misuratissimo Tocqueville parlò con passionata violenza dei repubblicani borghesi, del maledetto color di rosa in politica; perché questo pugno di ben pensanti fantasticatori aveva ingenuamente improvvisato una forma di stato, che non poteva derivare la forza di vivere altronde che dal dominio del quarto stato. Ma nessun popolo colto, e tanto meno l'accentrata Francia, può stare senza governo, nemmeno per un istante. La repubblica esisteva di fatto, teneva frattanto in suo potere la macchina burocratica, offriva la sola garanzia possibile per la sicurezza della borsa. Perciò avvenne, che gli stessi borghesi che nel loro intimo esecravano la repubblica e i suoi fondatori, si dichiararono unanimemente pel nuovo governo. Gli stessi nomignoli di partito, «repubblicano di oggi» e «repubblicano di ieri», tradiscono la corruttela morale di questa società frustata dalla paura. Come profondamente era discesa la intellettuale nazione, se applaudiva le frasi vuote di Lamartine, perché il poeta metteva avanti la faccenda dell'«ordine»! Lo stesso maligno cospiratore Caussidière fu ammirato dai borghesi riconoscenti. Costui aveva costituito una guardia di polizia con gli eroi delle barricate, e questi baldi compagni «creavano l'ordine col disordine».
Nessuno meglio del partito vincitore conosceva il valore di cotesti omaggi ai poteri del momento. Perciò annunziò il principio: «la repubblica è al di sopra del suffragio universale»; contestò al popolo e alla rappresentanza popolare il diritto di ristabilire la monarchia, e volle il differimento delle elezioni fino a quando il popolo fosse istruito. Ledru-Rollin comandò ai prefetti di prendere tutti i provvedimenti che assicurassero alla repubblica la cooperazione del popolo! Conseguentemente volle subito mandare nelle provincie commissari con poteri illimitati, secondo l'uso della Convenzione, per plasmare la nazione. Saggiamente, non fu sottoposta immediatamente al voto generale la domanda: riconoscete la repubblica? L'elezione per l'assemblea nazionale fu ciò che gli americani del nord chiamano a Hobson-choice: un'elezione, in cui non è possibile un no. Solo il cieco dottrinarismo della nuova democrazia francese poteva dare un qualsiasi valore al fatto per sé stesso comprensibile, che i deputati eletti in nome della repubblica salutassero il nuovo regime con diciassette o con ventisei voti. Come stavano le cose, importava solamente la voce: noi vogliamo che lo stato sussista. L'enorme maggioranza dei deputati era decisa a sostenere la repubblica fino a quando fosse stata l'ultimo baluardo della proprietà, e a scavalcarla immediatamente, non appena si fosse presentata la possibilità della monarchia.
Lo spacco profondo, che separava la società, correva anche attraverso il governo. Il caso aveva collocato cotesti uomini sulla breccia della società; e governavano, come disse incisivamente Lamartine, pel diritto del sangue versato che bisogna stagnare. Magari tutti i membri del governo avessero avuto parimente salda e chiara soltanto la volontà di stagnare quel sangue! Invece, accanto ai repubblicani moderati, quali Lamartine, Arago, Dupont, il crudo radicalismo era rappresentato in tutte le sue gradazioni, fin giù al comunismo, da Ledru-Rollin, Luigi Blanc, Albert. Le passioni di classe della borghesia e degli operai, eccitate al più alto grado e pel momento inconciliabili, ecco che avrebbero dovuto intendersela tra loro entro l'ambito di un governo! Il mondo civile non disconoscerà mai al Lamartine, quanto spesso nei primi giorni dello scompiglio abbia fronteggiato la furia, degli anarchici ora con frasi impetuose, ora col pronto dileggio, sempre con alto coraggio personale. Noi sopravviventi di quella età sappiamo bene, che un singolo uomo, e tanto più un uomo di lettere, poteva assai scarsamente a quei tempi, e sappiamo pure come risibilmente abbia esagerato i propri meriti il vanitoso tribuno del popolo; nulladimeno egli per un momento parve davvero il campione del terzo stato e della proprietà, e fu esaltato come tale ben oltre le frontiere della Francia dai più entusiasti oratori della borghesia. Fece del suo meglio per serbare incolume ai francesi il loro glorioso tricolore, ed espiò in tal modo una parte della colpa, gravante su di lui, di avere egli stesso scatenato improvvidamente la rivoluzione. Ma il coraggio del bizzarro sognatore riuscì solo per un momento a calmare la paura dello spettro rosso: egli stesso, Lamartine, qualifica l'andazzo del suo governo come un correre verso un lontano oscuro, marcher vers l'inconnu. Alla debolezza dei moderati parve soprattutto impossibile stabilire l'unità nel seno del governo ed escluderne i democratici sociali; d'altronde si temeva che un passo ardito non provocasse lo scoppio della guerra civile. Perciò tra i membri di questo governo esisteva così poca coerenza, che Lamartine non sapeva proprio nulla del pazzesco disegno di Ledru-Rollin d'inviare in tutto il paese commissari come quelli della Convenzione!
I repubblicani moderati al governo non erano liberi, toccava anzi a loro portare le conseguenze della propria misura, e, una volta che avevano abbattuto il trono con l'aiuto dei comunisti, lusingare almeno con parole sonanti la cupidigia dei loro alleati. Lamartine dichiarò che lo stato, la provvidenza dei forti e dei deboli, aveva in caso di necessità l'obbligo di procurare lavoro ai bisognosi. Carnot annunziò che l'economia politica, finora scienza della ricchezza, sarebbe divenuta d'ora in avanti una scienza della fraternità. Di gran lunga più pericoloso sonava il linguaggio dei giornali ufficiosi a proposito della proprietà, e la cosa non si fermò alle parole, I finanzieri moderati Garnier-Pagès e Duclerc compilarono un disegno d'imposta progressiva, e intendevano di raccogliere nelle mani dello stato l'amministrazione delle ferrovie, delle banche, delle società di assicurazione. L'occhio acuto di Cavour discerse subito, che cotesta condiscendente debolezza dei moderati avrebbe incomparabilmente più che non la minaccia del rosso spaventati i possidenti. Cotesti esperimenti economici non si accordavano quasi a parola coi provvedimenti proposti dall'icario Cabet per arrivare a poco a poco dall'ordinamento costrittivo della proprietà privata all'eden comunistico? E non si viveva già in pieno paradiso comunistico, se lo stato costringeva i risparmiatori ad accettare titoli di rendita di stato in luogo dei 335 milioni di lire di pure rimesse, che avevano depositato nelle casse di risparmio, e per giunta assegnava loro un ottavo in più sulla rendita? Già ricompariva il sinistro disegno di emettere assegnati in quantità arbitraria; e solo con gran fatica fu combattuto da Fould e dallo scritto occasionale di Bastiat Maudit argent. Marie, ministro dei lavori pubblici, aveva già aperto le sue officine nazionali; e vi accorrevano in folla migliaia di operai senza pane, i quali percepivano dallo stato il salario del loro non far niente. Il ministro nutriva la puerile fiducia, che queste turbe pagate dalla repubblica avrebbero formato una guardia di sicurezza contro il comunismo. Anche Luigi Blanc trovò ridicole tali speranze, e infatti gli operai profittarono della loro vita in comune nelle officine nazionali per organizzarsi militarmente alla guerra delle barricate. Nessuna meraviglia, che di 1329 milioni di entrate quell'anno 613 milioni, cioè 61 milioni più che nel 1847, siano stati spesi nella sola capitale!
Il pavido borghese aveva tuttora davanti agli occhi le terribili scene dei giorni di febbraio, quando la folla urlante, guidata da un macellaio che brandiva la coltella, si precipitò all'assalto del palazzo Borbone; e i conquistatori delle Tuileries non furono indotti ad uscire dal castello reale, se non dopo assicurati, che non si sarebbero loro perquisite le tasche. Per giunta, ecco che Ledru-Rollin rievocava le ombre sanguinose di Robespierre e di Saint-Just, e i suoi onnipotenti commissari già principiavano nelle provincie a condonare qua e là le tasse sui salari, per spianare il terreno al dominio del comunismo pratico. Dalle moltitudini saliva per mille voci il grido: «Deve sparire la proprietà o la repubblica! Il rosso dell'amore tra gli uomini sostituirà i colori, la tricolore de nos devanciers, di un'età superata! Abbasso tutti i vizi dei tempi monarchici, e prima di tutto l'eredità dei beni e dei titoli!». Quando i radicali moderati posero la repubblica al di sopra del suffragio universale, Proudhon si diede a un pensiero anche più ardito e dichiarò: la rivoluzione è al disopra della repubblica! Non era dubbio, che dietro quel grido di delirio non fosse sempre una decisione seria. Se anche il pathos della prima rivoluzione non era andato immune dall'esagerazione rettorica, ora i luridi fogli della nuova repubblica condotti alla maniera di Marat mostravano del tutto una sete di sangue epigonica, falsa, spasmodicamente sforzata. Tuttavia si comprende benissimo, che da tali minacce una società di godimento e di lavoro concepisse un cupo e cieco terrore.
Durante lo stesso febbraio la rendita al cinque per cento discese da 120 a 55: l'esportazione degli articoli della moda parigina di primavera si arrestò completamente. Nella città dei forestieri intere file di case erano vuote, centinaia di macchine erano ferme, e al popolo senza lavoro la repubblica come primo benefizio portò un'imposta addizionale di 45 centesimi: un peso che non era menomamente compensato dall'abolizione dell'imposta sul sale. Anche Bonaparte dopo il 18 brumaio aveva iniziato il proprio governo con un inasprimento d'imposta del 25 per cento; ma il popolo lo tollerò di buona voglia, perché desiderava il nuovo dispotismo. Ora, invece, la repubblica esecrata veniva in un'ora infelice ad aggravare i balzelli; e per tutte le classi di possidenti corse un grido di collera. Borghesia e agricoltori si tennero compatti come un sol uomo, unanimi non già in un qualsiasi pensiero politico, ma nella passione della propria conservazione. Come a quel tempo in Prussia i contadini a Berlino erano i più fedeli alla bandiera del re, così in Francia i piccoli ortolani del contorno di Parigi erano i più fieri nemici del comunismo. L'aforismo tanto biasimato di Machiavelli, che l'uomo perdona più facilmente l'uccisione dei genitori e dei fratelli che il furto del suo avere, ebbe in quest'occasione la conferma. A torto i nemici del comunismo si arrogarono il titolo di partiti moderati; una parola arguta, in modo incomparabilmente più calzante, designa i due partiti come la montagne rouge e la montagne blanche. Fanatismo e violento furore divampavano dall'una e dall'altra parte. L'una e l'altra erano risolute a una battaglia sociale decisiva, e le elezioni per l'assemblea nazionale facevano indovinare a quale delle due sarebbe toccata la vittoria.
Queste elezioni palesarono per la prima volta ai dottrinari del radicalismo l'ingrata verità, che nessuno è meno democratico della moltitudine. L'istinto della conservazione economica si mostrò più forte delle minacce dei partiti e degl'impiegati. Il ministro Carnot nelle sue circolari elettorali espresse invano un'idea altamente civile, ripetuta volentieri oggigiorno dai prefetti dell'impero: egli dichiarò che è un pregiudizio reazionario la vecchia opinione, che degne doti del deputato siano la proprietà e la cultura. Il contadino nella sua semplicità pensava diversamente; egli accordò la sua fiducia solo ai possidenti, perché ogni proprietario è un naturale nemico dei comunisti. La proprietà fondiaria fu rappresentata nell'assemblea nazionale più numerosamente che non nelle camere della monarchia di luglio. La classe agricola oberata di debiti, soggetta, ignorante, s'inchinò questa volta solamente a una autorità: alla Chiesa. Il delirio della paura sociale aveva rideste tutte le torbide e confuse forze delle anime, anche la cieca bigotteria: mille cuori smarriti cercavano consolazione nel confessionale: la raccolta degli ultramontani principiava a maturare. Siccome appena un settimo dei francesi vivevano nelle città superiori ai 10.000 abitanti, i contadini diedero il tracollo, e a palazzo Borbone accanto a un forte partito montagnardo comparve un esiguo gruppetto di repubblicani azzurri, e contro questi e quelli una schiacciante maggioranza di reazionari.
Fra tutti i parlamenti di quell'anno procelloso nessuno era più infecondo, nessuno più immorale. Le poche teste politiche scomparvero quasi sotto la mediocrità generale e l'insipienza di cotesti 900 rappresentanti del popolo. Anche gl'ingegni soffrivano sotto la gran menzogna del tempo: la repubblica aveva paura di sé stessa. La maggioranza reazionaria considerava la repubblica soltanto come un terreno neutrale, che per fortuna sarebbe stato presto abbandonato; e la dichiarazione corrente: «noi riconosciamo lealmente la repubblica come un governo di tutti per tutti», esprimeva cotesto sentimento in modo molto perspicuo. Il signor Thiers che sotto la prima impressione del timore aveva gridato: «Adesso non ci rimane che farci dimenticare,» riprese presto nuovo coraggio, e innocentemente significò: «Prima io preferivo la costituzione inglese. Forse io mi sono ingannato; forse la costituzione americana è meglio appropriata alla Francia!». Quanto ai legittimisti, era notorio, che agognavano il momento di una levata di scudi: il che fu loro impedito solo dalla codardia e dall'incapacità del loro pretendente. E un'assemblea siffatta, la cui maggioranza non credeva né a sé stessa né alla propria opera costituzionale, avrebbe messo mano a quell'ardito lavoro per l'essere o il non essere, che forma generalmente il destino delle costituenti!
Dopo la vittoria elettorale i possidenti presero animo per abbattere le bande di operai che minacciavano la tranquillità della capitale. La forza del governo provvisorio si era logorata nelle lotte sociali delle prime settimane; anche la commissione esecutiva nominata dall'assemblea nazionale era insiememente, come disse Lamartine, necessaria e impossibile. Nelle classi medie si consolidava l'opinione, che solo la sciabola poteva rovesciare l'anarchia. Il poeta, le cui persuadenti parole di conciliazione erano state tuttora nel febbraio accolte con plauso dalla borghesia, ora, dopo appena poche settimane, era un uomo usato, finito. E adesso la feroce sollevazione del 15 maggio palesava da quale terribile inselvatichimento e traviamento d'idee fossero dominate le moltitudini: il «popolo» tentò di annientare l'assemblea nazionale. In effetto, se nel febbraio una turba di popolo aveva potuto arbitrariamente disperdere la camera monarchica, perché mai un'altra turba nel maggio non avrebbe tentato il somigliante col parlamento della repubblica? «Il popolo non viola mai la costituzione», disse l'avvocato Michel difendendo i cospiratori del 15 maggio. Quel giorno non emerse unicamente la ferocia anarchica, ma anche la propaganda conquistatrice della prima rivoluzione: «liberazione della Polonia, guerra alle potenze orientali!» diceva il grido di guerra dei cospiratori. Da allora la borghesia si persuase pienamente della necessità della dittatura. Quando fu celebrata, il 20 maggio, la festa della Concordia e centomila guardie nazionali, ossia la borghesia armata, sfilarono per un'ora davanti alle moltitudini fitte degli operai, ognuno, preso da presentimento, ebbe ricondotto l'animo al mattino del giorno della Belle-Alliance: avvenne, come se due eserciti pronti alla lotta volessero prima della mischia mostrare l'uno all'altro la propria forza.
La decisione si avvicinava. Nel giugno la rivolta operaia esplose nella lotta sociale più formidabile, che sia avvenuta nella storia moderna dopo la guerra dei contadini in Germania. Di rado i figli di un popolo si sono battuti con pari furore; e siamo in grado di argomentare quale fosse la ferocia dell'urto, se anche oggi dalla bocca di francesi intelligenti apprendiamo spesso giudizi iniquamente duri sul carattere sincero di Cavaignac. Il borghese si batteva pei suoi averi, l'operaio intendeva di godere integralmente il prezzo della vittoria della rivolta di febbraio, stata tutta opera sua; ma il soldato bramava soprattutto da lungo tempo di vendicare l'onore mortificato della divisa. L'esercito, compiuto nei giorni di febbraio il suo obbligo, aveva abbandonata senza troppa esitazione la pacifica monarchia borghese; sperava dalla repubblica un tempo di vittorie, si aspettava, quando l'Italia si sollevò, di ricalcare un'altra volta la «via sacra» di Montenotte e di Lodi. Ma la primavera dei popoli, in luogo di allori, gli portò solo tormento ed umiliazione. Già i vincitori di luglio avevano dimostrato poco riguardo per l'esercito; per colmo, gli eroi di febbraio non la rifinirono più dallo scherno verso gli abbrutiti mercenari: aberrazione inconcepibilmente stupida e affatto non francese! Il governo provvisorio esortò invano «a ripristinare l'unità del popolo e dell'esercito momentaneamente turbata». I soldati, la più parte contadini e rimasti fedeli anche nelle variopinte uniformi alle idee sociali del villaggio, erano esasperati dal servizio incessante di quei giorni burrascosi, e per giunta si vedevano sempre più esposti agli oltraggi dei demagoghi; talché l'esercito, che in altri tempi aveva con ardente entusiasmo offerto la spada alla rivoluzione, ora invece si trovò subito di fronte ai fondatori della nuova repubblica con un odio implacabile.
Finalmente la bandiera rossa era a terra, l'autorità dello stato si era rotta con la democrazia sociale, le officine nazionali furono chiuse. La proprietà era salvata e, ciò che più conta, si era acquistata la persuasione, che le fondamenta della nostra società sono più salde di quanto si credeva, e che la «questione sociale» dev'essere risoluta con mezzi più miti di quelli affermati dai radicali degli ultimi quarant'anni. L'importanza storica di queste battaglie in città consiste principalmente in questo, che la lotta e le atrocità avevano spianato la via a un'êra di pacifiche riforme sociali. Evidentemente dominava la sciabola, e il governo di Cavaignac aveva innegabilmente acquistato maggior potenza e animo, che forse nessun ministero tedesco del tempo. L'infinito affetto, che la borghesia salva portava al dittatore, rivelava la paura immensa da cui in fine era stata liberata. Chi però guardava più a fondo, certamente poteva intravvedere, che anche il nuovo detentore del potere si sarebbe logorato in poco tempo e sarebbe stato dimenticato. Anche Cavaignac, come poco avanti Lamartine, avrebbe sperimentato, che i tempi democratici amano il potere e odiano i potenti. Il suo partito, quello dei repubblicani azzurri, rimase poi come prima: un piccolo gruppo senza base nel popolo. Gli operai astiavano il loro domatore, ma i contadini e una gran parte della borghesia erano tuttora scontenti dei fatti di luglio: essi agognavano la monarchia.
Come mai una tale repubblica avrebbe potuto contare sull'amore dei francesi? Forse che in realtà non era una schiavitù ribellata? E potevano anche i moderati non consentire, quando Proudhon lanciava l'invettiva: «cotesta repubblica parlamentare inzuccherata di giacobinismo e di dottrinarismo non è niente altro che controrivoluzione»? La capitale era sottoposta allo stato d'assedio; si discuteva la costituzione della nuova libertà sotto la protezione delle baionette. I rivoltosi erano condotti davanti ai tribunali straordinari da leggi con forza retroattiva. La violazione delle lettere e tutte le male arti della polizia segreta erano in vigore come al tempo dell'imperatore soldato. Migliaia di operai erano deportati di là dal mare, e la vendetta dei trasportatori non cedeva alla rabbia dei livellatori. Questa era la libertà, e per questo il benessere del paese cadeva in rovina, per questo la superba nazione era condannata nella grande politica a una completa impotenza!
Più tardi Thouvenel con giusto dolore lamentava, che durante il tempo della repubblica la sua patria in Europa fosse stata considerata assente. Sotto Luigi Filippo la considerazione del regno non aveva mai patito così profondamente, giammai i suoi interessi europei erano stati trattati da fatui dilettanti con maggiore leggerezza e insensatezza. Il manifesto di Lamartine all'Europa aveva annunziato con frasi strepitose al felicitato continente, che sotto la guida della libera Francia si apriva un'êra di fraternità universale. Per la perfetta tranquillità dei vicini, a questa «bella pagina di filosofia nazionale» era anche aggiunto il codicillo conclusivo: «la Francia sarebbe felice, se le fosse dichiarata la guerra e fosse costretta, malgrado la sua moderazione, a crescere in potenza e in gloria»! Scoppia fuori da ogni parte, attraverso il fragore verbale della fraternità dell'amore cosmopolitico, la cupidigia d'impadronirsi del Belgio e della Savoia, la smodata vanagloria nazionale. «Oggi le idee penetrano da per tutto, e le idee portano il nome della Francia!». Lo stesso spirito di grandigia parla da ogni pagina della storia della rivoluzione di Garnier-Pagès e dalla profezia di Proudhon: le frontiere delle nazioni spariranno da sé, non appena avrà dovunque trionfato l'economia nazionale della nuova Francia. L'alleanza con la Russia secondo Lamartine è «il grido della natura, la rivelazione della geografia»; e nello stesso istante desidera la liberazione della Polonia! Egli spera che la Prussia con bello esempio precederà le altre potenze orientali nella reintegrazione della Polonia, e non dubita che il nostro stato si terrà contento d'indennizzarsi sui paesi del Reno, nello Schleswig-Holstein, lo Hannover o altrove, et ailleurs! Non meno stupefacente di queste vedute è la conoscenza che Lamartine mostra degli uomini dirigenti. Il re Federico Guglielmo IV sembra a lui un formidabile uomo di forza, «capace di comprendere tutto, di tentare tutto, di osare tutto»! Saggi sufficienti a illustrare una sapienza politica, alla cui celeste innocenza non bastava il frasario d'uso parlamentare: è veramente, come dicono nella campagna di Gottinga, una politica che non mena a niente: eine Politik wo's gar nicht giebt. Con che riso sardonico l'astuto pretendente, che se ne stava da parte in agguato, avrà dovuto intendere cotesti oracoli repubblicani! Per la salute del mondo, Lamartine non fu mai in condizione di menare ad effetto la sua geniale politica estera: tutte le forze dello stato si consunsero nelle lotte civili.
Finalmente sotto Cavaignac tornò al ministero degli esteri un uomo d'affari, Bastide, un repubblicano rigido, così poco addestrato ai maneggi diplomatici quanto lo stesso dittatore. La conquassata repubblica era tuttora a mala pena al caso di prendere una decisione nelle questioni europee, e, quando le venne fatto, seguì fedelmente le orme di Guizot; salvo che al frasario conservatore sostituì il radicale. Anche la filantropica seconda repubblica fu ossequente al tradizionale principio francese, secondo il quale la potenza della Francia si basa sulla rovina dei vicini. Solo un uomo ingiusto censurerà la Francia di avere indugiato a riconoscere il potere centrale tedesco e a ricevere ufficialmente il nostro ambasciatore imperiale Federico von Raumer, che apparve subito accanto all'ambasciatore prussiano von Willisen. Chi potrebbe volerne ai francesi, se non compresero la sottile differenza tra un tedesco prussiano e un prussiano tedesco, e se confessarono apertamente, che non sapevano che si pensare del nostro immaginario potere centrale? Un ambasciatore, il quale per l'occasione offriva al ministro Bastide un libro che aveva ottenuto un successo, cioè le Considerazioni di un vecchio professore di storia sullo stato della Francia, non poteva seriamente aspirare ad essere considerato come il rappresentante di una grande potenza. Più grave era l'atteggiamento ostile della repubblica verso la sollevazione dello Schleswig-Holstein, e addirittura riprovevole l'animosità invidiosa contro la lotta dei piemontesi. Intendeva accettare repubbliche figlie a Milano e a Venezia, ma non mai un vitale e potente regno subalpino. La dominazione austriaca in Italia sembrava al dittatore meno pericolosa di un nuovo generale Bonaparte alla testa di un esercito vittorioso. Quando il re Carlo Alberto sollecitò a Parigi l'invio di uno sperimentato condottiero per le sue truppe battute, gli fu risposto con un freddo rifiuto. Noi vogliamo la libertà dell'Italia, scrisse Bastide a Bixio a Torino, ma non la supremazia del Piemonte, che può riuscire più pericolosa all'Italia dello stesso governo austriaco. Con idee siffatte si riusciva solamente alle mezze misure; e la stessa repubblica veneta, che implorò insistentemente l'aiuto della Francia, ottenne puramente l'appoggio di una innocua dimostrazione della flotta francese.