III.
Quell'oscillare della maggioranza tra opposte paure si spiega facilmente col fatto, che i legislatori in quell'articolo erano agitati dall'angustioso presagio di un candidato alla presidenza, il cui solo nome voleva dire la fine della repubblica. Luigi Bonaparte disse la verità, quando nel 1850 esclamò, parlando agli alsaziani: «Questa costituzione è fatta in gran parte contro di me».
Il ripristinamento del suffragio universale, non mai a nessun patto potuto ammettere dall'homme principe Enrico V, importava pei napoleonidi il rinnovamento del titolo legittimo, al quale appunto essi dovevano il trono. A essi soli fra tutti i pretendenti era dato collocarsi sul terreno del nuovo diritto pubblico. Il nome della casa illegittima spuntava da per tutto, dovunque l'antico regime era stato distrutto; perfino nella repubblica di Venezia fu avviato un maneggio per l'elevazione della dinastia dei Leuchtenberg. Nelle lotte di febbraio, come già in tutte le sommosse del tempo monarchico, presero parte separatamente anche alcuni bonapartisti; e nel tumulto al palazzo Borbone proprio un colonnello imperiale piantò per la prima volta il tricolore sulla tribuna. Da allora non passò un mese senza piccole agitazioni bonapartiste sui boulevards. Fin dal 26 febbraio un proclama del governo provvisorio diceva: «Non più legittimismo, non più bonapartismo, non reggenza! Il governo ha preso tutte le necessarie misure per rendere impossibile il ritorno delle antiche dinastie e l'elevazione di una nuova». Le teste calde del partito, come in altri tempi dopo i cento giorni, si riunivano al caffé Foy; e uno degli assidui era il deputato socialista Pietro Bonaparte, che con tanto zelo dichiarava: «Quale uomo intelligente può volere l'impero? Esso è ormai non più che un glorioso ricordo storico: il suo ristabilimento è una chimera». Nella colluvie dei fogli d'occasione che portavano sulla testata il nome della repubblica con un aggettivo sonoro, c'era anche una «repubblica napoleonica». La condotta del partito era determinata dalla stessa situazione: fomentare agitazioni, affinché l'attrito dei partiti li corrodesse tra loro, e alla fine gli abbienti guardassero a un forte potere dello stato come al supremo dei beni. Il maneggio in breve divenne tanto sospetto, che il governo provvisorio fece arrestare Persigny. Per la prima volta, dopo la sommossa di febbraio il sangue scorse il 12 giugno, in un tumulto insignificante suscitato al grido di «viva l'imperatore!». È fuori di dubbio, che nelle avvisaglie della sollevazione di giugno gli agenti bonapartisti tennero mano al gioco, sebbene vada inteso, che un cozzo di classi tanto notevole e inevitabile non possa essere stato preparato solamente da artifizi e intrighi. Né mette conto rintracciare coteste trame; giacché in verità i milioni di voti non si accaparrano con le piccole arti dei cospiratori. Il bonapartismo, come partito organizzato, ebbe sempre una assai scarsa importanza. Possedeva strumenti devoti nei deputati côrsi Pietri e Conti; e più tardi acquistò con Emilio Girardin, rottosi con Cavaignac, un alleato pericoloso, e con la Presse un organo abilissimo, senza coscienza. Si contava con sicurezza anche sul rappresentante radicale del popolo Napoleone Bonaparte, figlio di Girolamo, il quale gareggiava col cugino Pietro in tonanti invettive contro la foia omicida dei re.
Più seguito ebbe la condotta dello stesso pretendente. Non lasciò correre un istante, che non profittasse dell'ora favorevole: per cinque volte in cinque mesi diede con lettere pubbliche notizia di sé alla nazione. E nel febbraio apparve a Parigi «per mettersi al servizio della sua patria». Nella lettera al governo provvisorio viene espressa l'esatta concezione bonapartistica della rivoluzione di febbraio: egli ammira il popolo di Parigi il quale «ha eroicamente cancellato le ultime tracce dell'invasione straniera». Accolto dal governo con diffidenza, ritornò subito a Londra, dopo aver dichiarato con un'altra lettera ai governanti: «Dal mio sacrifizio riconosceranno la purezza delle mie intenzioni». Nelle elezioni dell'assemblea nazionale nel giugno, il nome del principe sortì in quattro dipartimenti, anche a Parigi, mentre vigeva tuttora a suo danno la legge di proscrizione. Il governo propose che fosse mantenuta. Ma siccome i radicali, con a capo Jules Favre, espressero la fiducia, che i Bonaparte non potevano più in nessun modo riuscire né ora né poi pericolosi alla repubblica, si decise per la riammissione del principe. Una tale cecità degli avversari sconcertò alquanto il pretendente nel suo calmo riserbo: in una lettera datata del 15 giugno rifiutò tre delle elezioni, aggiungendo però queste parole sincere: «io non nutro ambizioni; ma se il popolo m'imporrà doveri, io saprò adempierli». Ma dai primi giorni si accorse del granchio, e si affrettò a chiarire in un'altra lettera, che egli voleva una repubblica savia, grande, sapiente. Nel luglio fu rimesso in iscena il movimento popolare, e fu rifiutata con una quinta lettera anche l'elezione in Corsica. Noi non ci arrischiamo di decidere, se il principe ha scritto a Parigi qualcuna delle lettere datate da Londra. L'accortezza non si disgiunse dalla sua tattica; giacché, mentre esercitava la virtù civile della rinunzia, il pretendente sventava i disegni degli avversari, che speravano di logorarlo prima del tempo nei dibattiti dell'assemblea nazionale. Per giunta, egli non era affatto un oratore, e tale da conquistarsi con la parola la ghirlanda a cui aspirava. Frattanto l'elezione presidenziale si avvicinava, ed era tempo di mostrarsi personalmente al popolo: per cui, quando nelle elezioni suppletive di settembre i quattro dipartimenti gli si mantennero fedeli, anzi a quelli se ne aggiunse un quinto, il principe si decise ad accettare.
Il 26 settembre entrò nel parlamento tra l'esclamazione generale di le voilà! prese il suo posto pronunziando un paio di parole fedelmente repubblicane, però senza senso concreto, e s'irrigidì in un profondo silenzio. I suoi nemici gli risparmiarono di parlare. Quante erano le immaginabili banalità che la fantasia dei radicali si esauriva ad escogitare, tante ne furono diffuse dalla stampa e dalla tribuna sul conto del principe: fu rimessa in circolazione perfino la mitologia della prima rivoluzione. Luigi Bonaparte era un agente della perfida Albione, assoldato per rovesciare la gloriosa repubblica: era un visionario, uno sciocco, segnalato non per altro che pei mustacchi cerati. Qualche testa fina, come Montalembert, posta sull'avviso da quei vituperii della Montagna, finì col domandare, se un uomo così ferocemente coperto di oltraggi poteva essere un uomo del tutto insignificante. La più parte della gente colta s'ingannò: credevano fermamente alla nullità personale del principe: più tardi, però, avrebbero saggiato un disinganno, di cui non si era provato nel mondo il più singolare, dal tempo dell'ascensione al pontificato di Sisto V.
Ma gl'incauti oratori presentivano l'effetto, che i loro attacchi avrebbero avuto sulle moltitudini? Erano sinceri, quando unitamente con tali denigrazioni personali manifestavano uno sconfinato disprezzo per la potenza del bonapartismo? O mostravano puramente il coraggio del ragazzo, che fischia all'oscuro per ingannare la paura? Come era mai possibile che la repubblica, proscritti i Borboni, avesse richiamato i napoleonidi incomparabilmente più pericolosi? Fu anche respinta la proposta schiettamente repubblicana di escludere dal seggio presidenziale i principi delle dinastie decadute; e ciò, perché i dottrinari vi vedevano una ineguaglianza illegale, i conservatori già speravano in segreto l'elezione del principe, e i radicali affettavano di non temerlo. Quando poi in primavera il cittadino Pietri fu mandato commissario civile in Corsica e tutti i voti dell'isola caddero su bonapartisti, la stampa repubblicana si consolò avvisando, che non si trattava di altro che di una innocente stamburata del patriottismo locale, e che il Pietri, repubblicano provato, non ne portava alcuna colpa. Erano tanti sempliciotti davvero? E nemmeno l'ultima elezione del principe, che era la nona, aprì gli occhi ai ciechi? Quanto a taluni repubblicani, bisogna comunque supporre, che il disprezzo da essi ostentato era ipocrito. Tuttora nell'ottobre Lamartine, sì, assicurava, che fosse stupida e ridicola la paura, che un Bonaparte o un Borbone potesse abusare del popolo; ma perché mai egli stesso nel giugno aveva proposto, che fosse mantenuto l'esilio di Luigi Bonaparte? Parimente, se in alcuni circoli radicali fu ventilato il disegno di catturare una notte tutti i Bonaparte e trasportarli a Caienna, questo per lo meno dimostra, che non tutti i repubblicani partecipavano a quella tranquillità. D'altra parte, la grande maggioranza dei repubblicani effettivamente teneva il bonapartismo per morto e seppellito: tutti gli scritti che gli uomini del partito pubblicarono dopo il colpo di stato, concordano nell'affermare, che nessuna frazione era meno temuta di quella dei bonapartisti. Cotesta confessione implica nello stesso tempo l'autocondanna dei repubblicani; giacché un partito che conosceva così poco il popolo, era manifestamente incapace di governare una democrazia. L'enorme illusione, in preda alla quale viveva allora la società colta di Parigi, insegna quanto sia alta la barriera che anche nei nostri tempi democratici separa i ceti colti dagl'incolti; e, insieme, ci consente di rivolgere uno sguardo profondo sulla condizione innaturale di uno stato accentrato troppo eccessivamente, in cui era stata affatto dimenticata l'esistenza delle provincie.
Per noi che li abbiamo risaliti alle origini, non serbano più alcun mistero i motivi che condussero all'elezione del pretendente. La paura dello spettro rosso continuò a essere la passione dominante nel ceto degli abbienti. Dovunque in Europa la marea primaverile era in decrescenza, dovunque sorgeva quello sciagurato desiderio d'intorpidimento, quell'indolenza, che nel nostro paese ebbe la sua espressione caratteristica nella massima: ci vogliono i soldati contro i democratici. Nelle mani del pretendente le aberrazioni del radicalismo europeo fruttavano. Abitudine e ottusità, tardità e preoccupazione economica, che sono le alleate tradizionali della reazione, dominavano sui cervelli dei contadini. La dittatura di Cavaignac non era altro che un momento dell'eterna lotta pei fondamenti della società; ma il contadino aspirava ad una tranquillità più durevole. I meriti del generale, che per altro non erano menomamente comparabili con le splendide gesta alle quali un tempo Bonaparte si era richiamato, valevano ben poco per le popolazioni campagnuole; d'altronde i contadini lo conoscevano appena: per loro era puramente uno degli aborriti repubblicani. D'altra parte, i lavoratori della città perseguitavano di astio indissolubile il vincitore dei sollevati di giugno: sarebbe stato il benvenuto per loro qualunque capo di governo avrebbe reso la pariglia ai generali africani. Luigi Bonaparte lo previde. A Londra, quando gli parlavano della ferrea rigidezza di Cavaignac, disse secco secco al direttore Lumley: «colui mi spazza la via».
Il fatto è questo, senz'altro: le popolazioni delle campagne volevano la monarchia. Delle due dinastie borboniche la più recente era impossibile per ora, la più antica per sempre. Né l'una né l'altra vantavano un aspirante. Il disegno, ventilato da alcuni zelatori, di fondere i due rami della casa Borbone, andò a monte, sia perché gli Orléans non potevano rinnegare la propria origine rivoluzionaria, sia perché i rigidi legittimisti erano più di qualunque altro partito ostinati ferocemente nell'odio all'Orléans, compare dell'usurpatore. Perciò Luigi Bonaparte rimase il solo presidente possibile, nel caso che la nazione avesse voluto ristabilire il trono; e nello stesso modo come egli acquistò il potere sol perché non c'era altro mezzo per riparare all'improvvisata del febbraio, così il secondo impero si è retto fino a oggi sostanzialmente per questo, che la nazione non sa che cosa potrebbe sostituirlo. La stampa di sinistra non si stancava di gridare al popolo: se eleggete Bonaparte, voi fondate l'impero. E una volta che, ciò non ostante, il napoleonide fu nominato, per gl'imparziali non è più il caso, dunque, di contendere sul sentimento monarchico dei contadini. Né possiamo convincere di menzogna Luigi Napoleone, per avere egli, nel proclama emanato a giustificazione del colpo di stato, presentato l'elezione del 10 dicembre addirittura come una protesta contro la costituzione repubblicana. Le numerose schede portanti la designazione Napoléon empereur e dichiarate nulle dai magistrati scrutatori, non lasciavano il menomo dubbio sull'intenzione dei votanti. Le ingiurie dei radicali erano servite soltanto a innalzare l'importanza del principe nell'opinione del popolo delle campagne. Le comiche scese di testa dell'avventuriero di Strasburgo e di Boulogne non impressionavano la povera gente; alla quale anzi andava a genio, che il pretendente avesse arrisicato due volte la testa pel fatto suo. E quando anche molti degli elettori effettivamente tenessero il principe per un pazzo, non per questo il Journal des débats era autorizzato alla disperata invettiva: «la Francia gioca, la Francia vuol giocare!». L'opinione degli elettori giungeva in sostanza a dire: «noi giudicavamo ogni possibile forma di monarchia come più salutare di questa repubblica»: e chi ha il coraggio di tacciare di stoltezza un tale convincimento?
L'arma del pretendente, la potentissima fra tutte, era il nome. Di rado un popolo è stato più barbaramente punito, per le vuote fantasie della sua vanità nazionale. Le persone colte a furia di vagheggiamenti fantastici avevano fatto dell'imperatore soldato un idolo; adesso avrebbero toccato con mano, che anche nel secolo decimonono vivevano milioni di uomini che credevano all'idolo. Contro ogni aspettazione, l'esercito in principio si mostrò poco sensibile alla malia del gran nome militare. Certo, la stella di Cavaignac era sul tramonto anche nel mondo militare. Gli ufficiali si aspettavano, che egli presto avrebbe cacciato via l'assemblea nazionale con un napoleonico le règne du bavardage est fini! giacché tra loro non aveva misura l'odio contro i pékins, cioè i ciarloni, gli avvocati. Quando invece serbò, col concorso di Charras, Lamoricière, Leflô, un irreprensibile contegno parlamentare, l'autorità del generale africano principiò ad affievolirsi nelle truppe. Ma siccome il pretendente era egli stesso un pékin, il suo nome riuscì a soppiantare solo in alcuni reggimenti quello del valoroso generale. Gli uomini delle grandi guarnigioni erano in parte conquistati al comunismo. Insomma l'armata, che avrebbe deciso un tempo, come ognuno presentiva, del destino della Francia, era apertamente divisa di sentimento. Né, oltre le due forze prepotenti dell'istinto monarchico e della gloria napoleonica, si contavano le ragioni concorrenti, che presso i partiti facevano inclinare la bilancia dalla parte del principe. Un grande gruppo realista credeva fermamente, che il principe avrebbe costituito per loro il ponte di passaggio: un pretendente per l'altro pretendente! La più preziosa virtù del triste sciocco non sarebbe altro che la buona volontà di sobbarcarsi. Molti socialisti pensavano egualmente: il principe sarà presto logoro; allora verrà il momento per noi. Altri, per contro, opinavano alla disperata, come il Saint-Arnaud nelle sue lettere: «il principe è l'ignoto, e la salvezza posa tuttora nell'ignoto». Infine parecchi furbi facevano questo calcolo: «se nessuno dei candidati raccoglie due milioni di voti, l'elezione tocca all'assemblea nazionale, che senza dubbio designerà un repubblicano azzurro»; e per conseguenza si accordavano a favore del principe.
Il governo si proponeva di mandare commissari nelle provincie, per «indagare» sull'opinione del paese; ma dové astenersene, perché ogni ricordo della Convenzione suscitava i contadini a rivolta. In tal modo gli agenti del principe si trovarono ad avere le mani libere; e dimostrarono al mondo, che il suffragio universale provocava una nuova tattica di partito, più grossolana e senza scrupoli. Furono messe in giro le più grosse contafavole, quanto più assurde, tanto più efficaci: il principe intendeva di distribuire al popolo i duemila milioni ereditati dallo zio, e rimettere tutte le imposte per due anni. Cantastorie e figurinai giravano pei villaggi celebrando la magnificenza dell'impero; e riportava dovunque un gran successo la poesia sublime di quella canzone da organetto, che dobbiamo alla musa di Emilio Girardin:
Si vous voulez un bon,
Prenez Napoléon!
Con quanto fervore qualche buon contadinotto credette davvero, che il vecchio imperatore in persona fosse ritornato! Il principe, che si era atteggiato a erede della Rivoluzione per lo spazio di due decenni, adesso di botto, siccome i fanatici del quieto vivere e dell'ordine miravano a lui, si offrì alle speranze degli ultraconservatori. A questi nuovi alleati aveva prestato un pegno dei suoi buoni sentimenti fin dal tempo che era a Londra; infatti, durante le agitazioni dei cartisti, egli si era ascritto come artigliere. «Il mio nome è il simbolo dell'ordine e della sicurezza», diceva il suo manifesto elettorale. Egli si designò protettore della famiglia e della proprietà: ai francesi sarebbe di nuovo permesso «di contare sopra un domani». Nessuno tra i repubblicani volle credere, che il povero pazzo avesse steso da sé questo manifesto così bene scritto e così accortamente ponderato; nessuno notò, che l'ultima proposizione dell'appello consonava parola per parola con la conclusione del proclama, che un tempo a Boulogne fu sequestrato all'avventuriero. Solamente quelli che accostarono il principe e pensarono di dominarlo, non tardarono a fare esperienza, che sotto le sue maniere flemmaticamente bonarie si celava la fermezza dell'autocrata. Avvicinandosi il giorno delle elezioni, lo stesso Cavaignac non poté più dubitare del sentimento monarchico dei contadini; perciò una forte maggioranza di voti a favore del principe era ritenuta per lo meno possibile. Ma all'estero, dove ogni conoscenza della Francia era attinta unicamente alla stampa parigina, il risultato dell'elezione produsse una sorpresa indescrivibile. Tra tanti milioni di uomini, solo Cavour aveva nel novembre tranquillamente predetto, che tra poco le famose misure energiche della rivoluzione sarebbero approdate a questo risultato: Luigi Bonaparte ascenderebbe al trono imperiale.
Il 10 dicembre, racconta un bonapartista in delirio, «di botto il pensiero del popolo venne fuori trionfante, potente, completo, irresistibile, come il fiore dell'aloe, che d'un colpo tonante sboccia in un attimo e si spande». Riuscito eletto il pretendente da più di cinque milioni e mezzo di voti, la capitale era schiacciata dalle provincie, la borghesia dai contadini; e, insiememente, precipitavano d'un colpo le tacite speranze dei realisti, perché l'espettazione, che il principe avrebbe spianato la via alla monarchia, riposava sulla supposizione, che avrebbe potuto ottenere non più che una debole votazione. Ora, invece, egli veniva a trovarsi potentemente collocato al disopra dei partiti, coperto dalla colossale maggioranza della nazione. La natura delle cose gli consigliò di lasciare che i vecchi partiti si dissolvessero completamente. Parenti e parassiti, lacché e cacciatori di posti, e la pompa e il fasto di una corte regale accolsero il presidente, quando salì dalla semplicità repubblicana alla cerimonia del giuramento nel palazzo dell'Eliseo. Quel giorno stesso, però, egli disse: «io so bene di dovere un minimo di voti alla mia persona, alcuni ai socialisti e ai realisti, e quasi tutti al mio nome». Parola modesta; solo che, purtroppo, conteneva questo annunzio: la legittimità della quarta dinastia è ristabilita!