IV.
Che questo peccato di omissione originasse dall'essenza del bonapartismo, emerge vividamente, non appena consideriamo l'azione del secondo impero e subito vi scopriamo, che lo stato e sempre lo stato ha guidato e compiuto le grandi trasmutazioni sociali degli ultimi due decenni. I più grandi meriti del nuovo bonapartismo riposano sul campo economico, e anche qui si annidano i più grandi pericoli per la sicurezza dello stato. Certo, soltanto la servilità poteva senz'altro riguardare l'imperatore come il creatore della nuova economia. Leggendo gl'inni dei prefetti sulla baguette magique del bonapartismo, sembra quasi che l'imperatore non abbia fatto altro che girare l'anello incantato, e subito il traffico irruppe dovunque a ribocco; né più né meno come un tempo i fogli cortigiani tedeschi degli ultimi cinquant'anni derivavano il naturale crescimento del nostro commercio e della nostra industria dalla sfondolata sapienza dei Bruck e dei Beust. Tuttavia Napoleone III a buon conto poteva gloriarsi, che il benessere della nazione non aveva dato sotto nessun governo precedente un così magnifico balzo. Sapeva inoltre, che con l'egoismo dei ricchi e con l'astio e l'invidia dei poveri il sistema del lasciar andare non bastava, e che era indispensabile l'aiuto diretto dello stato per l'elevazione delle plebi. Le pretese delle classi lavoratrici verso lo stato salirono incommensurabilmente con le male abitudini di quei diciotto anni; e nessun governo francese potrà in avvenire sottrarsi al socialismo monarchico. L'origine del nuovo potere, il bisogno di sicurezza, il gusto dispotico del vanaglorioso abbagliamento, e, non per la parte minore, l'animo buono e umano dell'imperatore pel quale il soccorrere era una gioia, cooperarono di conserva a imprimere nel secondo impero le idee della fraternité socialista. Non indarno sulla porta del nuovo palazzo del Louvre grandeggiava la statua del Lavoro col corno dell'abbondanza, non indarno in tutti i manifesti napoleonici era esaltato l'ordine come la prima fonte del lavoro. L'ideale dell'imperatore era di menare a termine nella società la vittoria della democrazia mercé la rimozione della miseria delle plebi, mercé i benefizi dell'istruzione, del credito e dei lavori pubblici. «Io voglio», disse una volta, «conquistare alla religione, alla morale, al benessere quella parte tuttora tanto numerosa della popolazione, che conosce appena il nome di Cristo, che può appena soddisfare ai bisogni necessari della vita».
Noi tedeschi professiamo l'opinione avita, che, solo per eccezione e per non poterne far di meno, la fraterna opera dello stato possa mischiarsi nel libero moto delle energie economiche. Più vasti confini sono prefissi al potere statale della Francia dal cammino della sua storia, ed è innegabile che il socialismo monarchico, accanto a molti esperimenti immaturi e precipitosi, ha anche prodotto molte opere di beneficio durevole. Le sociétés de secours mutuel legarono al sistema migliaia e migliaia. Cotesta cassa di risparmio viene istituita in ogni comune, dove il prefetto la giudica necessaria; il presidente è nominato dall'imperatore. Ne crebbe il numero da 2000 nel 1852 a 4118 in 7 anni, con 534.233 soci e 23 milioni di lire di capitale. I fondi, come quelli di tutte le comunità e corporazioni, dovevano depositarsi presso le autorità dello stato: che era un passo avanti sulla via del socialismo monarchico. Gli antichi istituti di beneficenza, numerosi fin dal tempo antico in questo paese cattolico, furono quasi generalmente riordinati sotto Napoleone III; furono amministrati sotto la sorveglianza dello stato da commissioni di nomina prefettizia. Nuove istituzioni crebbero in folla: cucine pei figli degli operai, novelli ospedali e associazioni per la cura degl'infermi a casa: asili per gli operai mutilati e pei convalescenti, «affinché gl'invalidi dell'officina siano pareggiati agl'invalidi della guerra». I fournaux del principe imperiale assicuravano al lavoratore un pasto economico; le casse operaie dovevano «rifiutare il pregiudizio che i prestiti si fanno soltanto ai ricchi, e affermare la verità che una buona riputazione è una vera proprietà». La capitale aprì i bagni gratuiti e i comuni riceverono sussidi dallo stato per ottenere ai lavoratori i lavatoi a basso prezzo. I grandi mercati di Parigi provvedevano pel conveniente acquisto dei generi di necessità. La cassa dei fornai percepiva un centesimo per ogni chilogrammo di grano e dava sussidi ai fornai, tanto che il costo di un chilo di pane era disceso sotto la tariffa intrasgredibile di 50 centesimi: e in questo modo l'operaio aveva il pane a buon mercato e il fornaio speculava sul basso prezzo. Anche la liberalità dei fornai e dei beccai sarebbe tornata a vantaggio dei consumatori del quarto stato, se la resistenza dei privilegiati non l'avesse lasciata quasi senza effetto. Nei giorni di penuria, come al tempo della guerra americana, venne perfino distribuito per ragion di stato danaro contante tra i lavoratori. Infine l'imperatore abbozzò il vasto disegno di una grande cassa di assicurazione statale dei lavoratori: che era, chiaro e lampante, un'idea socialistica. L'intento sostanziale raggiunto da tanti e tali benefizi fu l'attaccamento personale degli operai alla Casa dell'imperatore. Napoleone III dichiarò pubblicamente dopo l'incoronazione: «la mia prima visita d'imperatore sarà ai sofferenti»; e d'allora in poi tutte le associazioni pel miglioramento delle classi lavoratrici furono poste sotto il patronato dell'imperatore, dell'imperatrice e del principe ereditario.
Fin da quando era presidente, Napoleone III aveva fatto tradurre il libro di Henry Roberts sulle case operaie, ed egli stesso abbozzò modelli di abitazioni delle cités ouvrières. Il tedesco era invaso da un sentimento assai amaro, allorché, passeggiando in quegli anni per le vie della bella Sundgau, che pareva perduta per sempre per noi, vedeva a sera le schiere fitte di uomini poderosi emigrare dalla porta di Mühlhausen per le linde casette ingiardinate della città operaia: purtroppo, erano la più parte nostri compatrioti, che laggiù erano perduti alla vita tedesca. Il che non ha trattenuto gli economisti nostrani dal riconoscere i meriti umanitari della Société industrielle de Mulhouse e dal leggere con gratitudine i suoi bollettini tanto istruttivi. Era questa effettivamente una riforma sociale che andava al fondo: l'operaio che nella gioconda dimora si abitua ai costumi casalinghi e con una modica contribuzione annuale acquista dopo alquanti anni la proprietà della sua casa, ebbene, non è soltanto elevato economicamente; egli viene rifatto moralmente. E mentre lì e nelle vicine Gebweiler e Beaucourt l'antico spirito delle città imperiali animava l'energia di eccellenti cittadini tedeschi, come J. Dollfus, a menare avanti l'opera benefica a cui lo stato contribuiva solo con parchi sussidi, per contro altre città operaie venivano costruite esclusivamente e in preponderanza coi mezzi offerti dallo stato: così a Lilla la cité Napoléon che contava 9000 abitanti, così a Parigi il nuovo quartiere operaio del sobborgo Sant'Antonio. Delle società operaie fondate sotto la repubblica poche erano sopravvissute: sorte con tendenze radicali, dovevano lottare contro il malanimo del governo; ed erano la più parte, per giunta, consorzi di produzione, e si movevano perciò nel dominio malagevolissimo e ingratissimo della vita consorziale. Ma negli ultimi anni dell'impero il favore dello stato ricercò anche coteste leghe di lavoratori. Alla fine il buon diritto dello sciopero venne riconosciuto, e l'importante legge del 25 maggio 1864 accordò alle associazioni operaie piena libertà.
Provveduto in tal modo al pane al quarto stato, non potevano mancare i circensi: parate ed esposizioni per tutto l'anno, rappresentazioni di ogni specie col nuovo benefizio della libertà del teatro, luminarie e spettacoli il genetliaco di Napoleone. Alla Porta San Martino, dove gli antichi boulevards confinano col quartiere operaio, l'imperatore fece sorgere il Gran Café Parisien, in cui l'operaio su un divano di velluto poteva gustare il suo petit verre nella luce di candelabri abbaglianti. Parimente, anche il quarto stato doveva partecipare ai vantaggi del debito pubblico, anche la sua borsa attaccarsi al trono imperiale. Dopo che l'assegnazione del titolo fu abbassata a una somma affatto esigua, il numero dei possessori di rendita salì da 292.000 nel 1848 a 1.095.688 nel 1867. È per sé evidente, che cotesta democratizzazione della rendita procurò al sistema molti aderenti; ma è anche più evidente l'influenza nociva sulla sicurezza del credito dello stato, giacché l'uomo di umile condizione è per solito particolarmente suscettibile al timor panico. Dopo la conversione della rendita intrapresa da Villèle sotto i Borboni, e dopo la ripetizione di tale provvedimento per opera di Bineau e di Fould, la cartella al tre per cento fece regola nel debito pubblico francese, come nell'inglese. Di 341 milioni di rendita 303 milioni erano al 3 per cento; e quei titoli erano i preferiti dagli speculatori, giacché la bassa percentuale garantiva la sicurezza da ogni altro possibile abbassamento; salvo, però, che la stessa bassezza della percentuale non andava certo a grado all'uomo d'affari. Ma come fu tremendamente alimentata la foia del gioco, come fu minacciata la solidità del benessere dalla enorme diffusione di tali cartelle, che altalenavano affannosamente nei conflitti della borsa senza mai posa! Non ostante la grande diligenza, il francese ha poca gioia del lavoro: produce indefessamente durante venti anni, per poi apparecchiarsi prematuramente un comodo autunno della vita. La democratizzazione della rendita fondava su questa debolezza nazionale, come aveva fatto, prima della Rivoluzione, l'introduzione del costume antieconomico delle tontine. Il numero dei petits rentiers, che a quaranta o cinquant'anni incrociano le braccia, crebbe considerevolmente sotto l'imperatore; e il bonapartismo trovò appunto in quella cerchia una folla fitta di partigiani zelanti, chauvinistes appaltoni. Esaminando ancora una volta cotesto multiforme armamentario della tirannide democratica, siamo indotti a convenire, che un così immediato legame dei bassi ceti con la persona del capo dello stato si ebbe tutt'al più sotto il dominio degl'imperatori romani, ma nella storia moderna non era esistito mai.
Uno dei più importanti tra quegli energici espedienti socialistici intesi a domare insieme e ad accontentare i lavoratori, fu il famoso riassetto delle città. L'imperatore volle porsi in grado di buttar giù con la mitraglia ogni turbolenza piazzaiuola; e, se si propose di prevenire il ritorno di sorprese tanto sciagurate quale la rivoluzione di febbraio, adempì puramente al suo dovere monarchico. L'ampia via di Rivoli collegò le Tuileries col palazzo di città, centro antico delle sommosse; il boulevard di Sebastopoli fu gettato tra la via Saint-Martin e la via Saint-Denys, già teatro di tante lotte sotto il regime borghese. L'asfalto, con cui i boulevards furono pavimentati, portò via agli eroi delle barricate i consueti materiali di costruzione. Il palazzo imperiale formò in uno col Louvre una piccola fortezza, che era possibile sbarrare subitamente coi massicci cancelli della piazza del Carosello. Ampi cammini sotterranei pel decorso dei rifiuti, servivano anche, nel caso, a preparare un inaspettato arrivo di truppe sui punti minacciati. Salde caserme in tutte le posizioni strategiche importanti; squares verdi nei nodi stradali, ameni agli occhi e ai polmoni, ma anche agevoli ad abbarrarsi allo scoppio della battaglia nelle strade. In una parola, l'impero parve abbastanza assicurato da un rude colpo di mano. Quando una volta fu squarciato a colpi di mitraglia un quartiere operaio in rivolta, l'imperatore rifiutò con commoventi parole il nome di Boulevard de la reine Hortense proposto per la nuova strada, e scelse quello di un operaio, Richard Lenoir, salito alla ricchezza col proprio lavoro; volendo così attestare la propria alta estimazione alla nobiltà del lavoro e, nello stesso tempo, ricordare agli operai che l'impero sapeva adoperare tanto la frusta che il bericuocolo.
Lo stato non si propose di provvedere puramente alla sicurezza, ma anche alla bellezza e alla sanità delle città e alla facilitazione delle vie di traffico. Chi ha visitato Rouen nel 1865, quando le nuove nette linee stradali avevano sventrato allora il vecchio reticolo di vie muffite, vorrà consentire che molte città mancano affatto di aria, di luce, di libero respiro. Ma l'impresa, ben giustificata e condotta sul principio, ingrossò presto oltre tutti i limiti ragionevoli, si contraffece in uno di quei violenti rivolgimenti sociali, che possono accadere soltanto negli stati non liberi. Il colossale è una prerogativa dei despoti; le gigantesche demolizioni e riedificazioni del bonapartismo ricordano in verità quelle grandiose costruzioni di Oriente, che testimoniano non già della grandezza del popolo che le eresse, ma solo della cupezza della sua schiavitù, della potenza dei suoi despoti. Parigi e Lione, Bordeaux e Marsiglia, tutte le grandi e perfino le medie città dell'impero gareggiarono in cotesta furia edificatoria. Strade e acquedotti, cattedrali e palazzi di borsa sprillarono di sotterra; accanto al potente porto militare di Cherbourg, creazione favorita del primo imperatore, naturalmente menata a termine in grande stile dal nipote, sorgevano in tutte le piazze marittime nuovi moli e darsene. Un decreto imperiale accordò ai comuni il diritto di espropriazione, e il socialismo autoritario, imperversando nella più sorprendente spregiudicata maniera contro la proprietà privata, non sorvolò, nelle domande di risarcimento, sulle opinioni politiche dei proprietari cacciati via. Le case più solide vennero così abbandonate al capriccio della fortuna: Ledru-Rollin riguadagnò con un boulevard imperiale i propri beni per metà perduti, cento altri piangevano la rovina dei loro averi. A Parigi, dove il prefetto della Senna Haussmann dovè costringere all'espropriazione sé stesso, ogni estate apportava nuove meraviglie. Nel 1865 erano già stati spesi in dodici anni 1222 milioni, e nel 1869 altri 1500 milioni per la trasformazione della capitale. Bagattelle come i dodici magnifici boulevards che a guisa di raggiera danno all'Arc de l'Étoile, attiravano appena l'attenzione. Il potere illimitato di un uomo nella superba capitale era unico nella storia moderna. Dove si era mai udito, che a un possente comune sia stato dichiarato di ufficio, che i suoi abitanti sono nomadi e che esso non appartiene a sé medesimo, ma allo stato?
Quanto alla provvisione dei mezzi, un comodo spediente fu porto anzitutto dalla malsana costituzione daziaria delle città. Siccome la sorgente d'introiti più importante delle città rampollava dai dazi, seguiva che qui un consiglio comunale s'induceva al dispendio con facilità di gran lunga maggiore che non nelle campagne, dove le spese comunali erano strappate a stento dalle imposte sui fondi e sugli affitti. Ma quando anche questo mezzo non bastò più, allora fu applicata anche ai comuni la vecchia spropositata teoria, che sia lecito scaricare sulle spalle del futuro i pesi del presente: teoria, che un tempo fu difesa con tanto sterile acume da Gentz, e che adesso godeva di una riputazione ufficiale nel nuovo impero. Bastò un decreto imperiale ad autorizzare i comuni ai prestiti. La Cassa dei Depositi accordò il credito a lunga scadenza e a mite interesse; riconciliatosi col signor Haussmann, si mostrò anche più compiacente il Crédit foncier, che consolidò il debito fluttuante di Parigi. Quando riuscì di convertire effettivamente in capitali fissi redditizi i valori investiti, allora anche la speculazione così convulsamente salita potè sortire effetti salutari: a Lione in nove anni, dal 1854 al 1863, il debito dai dieci montò ai cinquantaquattro milioni; ma col forte aumento della popolazione e del benessere crebbero in pari tempo, per l'ammortizzazione del debito e per le spese straordinarie, su tre milioni e mezzo 620.000 lire di sopravanzo di entrate accertate: che, come si vede, è un risultato propizio. Per contro, a Marsiglia in 18 anni, dal 1847 al 1865, il debito crebbe da 17 a 91 milioni e le entrate solamente del cinque e mezzo per cento su 20,9 milioni. Finalmente a Parigi la gravezza del debito si era in otto anni, dal 1859, decuplicato due volte, progredendo da 49 a 984 milioni; e il bilancio preventivo pel 1868 s'impostò su 245 milioni, vale a dire circa più della metà di quanto occorre al regno del Belgio pel mantenimento dello stato! Davanti a tali cifre era effettivamente possibile tranquillarsi solo risalendo alla teoria bandita con giustificata baldanza dai giornali bonapartisti: uno stato, un comune è tanto più ricco, quanto più pesante è il carico dei suoi debiti. Né dava troppa consolazione il fatto, che il prefetto della Senna aveva speso quelle somme prodigiose non puramente pel fasto orientale del palazzo di città che era altresì la sua fortezza, ma anche a scopi utili, e aveva elevato da 1,1 milioni, che erano nel 1847, a 6,5 milioni nel 1867 le spese della capitale per l'istruzione popolare.
La speranza dell'imperatore, che la vista delle magnificenze edilizie cittadine avrebbe risvegliato nei provinciali il senso della bellezza, venne meno necessariamente per colpa della precipitazione febbrile delle imprese. Superata la prima impressione di abbagliamento, e in ispecie su alcune nuove piazze a Lione la vista delle superbe fontane tra folti di verzura in mezzo al tumulto del mercato è davvero incantevole, l'occhio del forestiero, e particolarmente del settentrionale abituato alle belle casine serene che spiccano così chiare e nitide nell'aria tenera della campagna, avverte subito il nessun gusto e la gramezza della nuova edilizia. Brulle caserme, incartocciate qua e là di qualche ghirigoro rococò pieno di pretese, ecco tutto; e il tutto è una fedele immagine di questa età della matematica e della muffosità cortigiana, dell'accentramento e dell'uniformazione militare. E soprattutto colpisce sgarbatamente la servile imitazione delle fabbriche parigine; pare quasi che le provincie abbiano smarrito ogni idea propria e indipendente. Ognuno conosce il Pont Neuf con la statua di Enrico IV nell'Isola della Senna; ognuno la torre antica di Saint-Jacques de la Boucherie, che come una pietra terminale della vecchia Parigi, allietata da un viale verde, guarda giù la distesa delle magnifiche strade in linea retta: che è uno dei più gradevoli effetti della magia architettonica moderna. Sul ponte di Rouen, allo stesso posto, incontriamo la statua di Corneille; e il consiglio comunale della città normanna non ebbe pace, finché non mise su un mozzicone di torre gotica che, circondata di verde proprio per l'appunto come Saint-Jacques, doveva segnare il confine tra la vecchia e la nuova Rouen, e via dicendo. Non è meraviglia, dunque, se questa eterna uniformità stanca le persone colte; e se si levarono alti e aspri lamenti contro il disamorato spirito d'innovazione, che distruggeva i più venerandi monumenti delle antiche città, e che non sapeva recedere in rispetto nemmeno davanti alla pace del cimitero di Montmartre, davanti ai gloriosi viali alberati del giardino del Lussemburgo.
Le considerazioni dei locandieri del popolo pesavano più dei malumori degli amici dell'arte e degli storici. Lo scopo essenziale di tali massicci fabbricati era di dare occupazione agli operai e generosi guadagni. Col fatto, centinaia di migliaia di lavoratori affluivano nelle città. Manifestamente la loro condizione era lieta, perché il salario era elevato, i dazi, gravi pei lavoratori, erano compensati dal basso prezzo del pane, e le abitazioni non eccedenti la pigione di 250 lire erano franche di tassa locativa. Ma è destino del socialismo monarchico il potere iniziare e rinfocolare nuovi moti nella società, ma non il poterli mantenere durevolmente. Questa morbosa furia fabbricatoria doveva pure arrivare a fine una volta. L'idea grossolana, propria del nostro tempo manovale, e già troppo a lungo diffusa e familiare, che lo stato deva promovere l'arte per dar pane agli artisti, operava sul secondo impero con tutto il peso di un problema sociale. Un esercito d'intraprenditori e di coadiutori esigeva un'occupazione fissa dallo stato, che li aveva attratti lontano dal paese e dall'ufficio loro; poiché proprio lo stato aveva, tra con l'ingiunzione o col favore, adescato le città alle trasformazioni edilizie. In tal modo i lavori pubblici dell'impero diventarono a poco a poco officine nazionali nel senso proprio della rivoluzione di febbraio: si fabbricava per fabbricare, e nessuno sapeva dove andava a riuscire cotesta vite perpetua. Il lavoratore venuto dalla campagna non era affatto più contento nelle grandi città: si sentiva sommerso e ubbriacato dal lusso abbagliante, appetto al quale il salario, per quanto rispettabile, gli pareva una misera carità.
Tale essendo la smoderata situazione di favore degli operai delle città, lo spopolamento delle campagne venne aumentando in modo estremamente grave. Una volta l'imperatore disse agl'industriali di ritorno dall'esposizione di Londra, che essi avevano ben meritato della Francia, perché ogni splendido prodotto economico di un popolo dà a divedere l'altezza di tutta intera la sua civiltà. Cotesto vanaglorioso tous les progrès marchent de front non era altro che una delle tante illusioni della politica del materialismo. Per l'appunto nella storia del secondo impero lo storico serio trova ancora una volta confermata la triviale verità, che l'uomo non vive di solo pane. Così è: approfondendo questo proverbio, egli riconoscerà, che le società umane, le quali aspirano e tendono solamente ai beni materiali, finiscono col perdere insieme con lo zelo morale anche la forza del progresso economico. L'imperatore sperava, che i contadini reduci dalle città avrebbero diffuso nelle campagne l'abitudine di una nutrizione più solida, carnea; ma nessuno vi ritornava. Anche per l'addietro le laboriose contrade della Creuse, della Marche, del Limousin mandavano lontano i giovani a prestare la loro opera di muratori: ora principiarono a spopolarsi, perché gli operai non intendevano più di dar le spalle ai piaceri delle grandi città. Tra gli anni 1851 e 1856 la popolazione diminuì in 20 dipartimenti, anzi in quello dell'alta Saône circa di un intero decimo: la popolazione di tutto l'impero crebbe non più che di 256.000 anime, e quella della capitale di circa 305.000. In verità gli anni seguenti mostrano un aumento alquanto più vivo, ma le stesse statistiche ufficiose doverono designare coteste condizioni morbose con l'accettevole perifrasi: «la popolazione rimane stazionaria».
Nei primi 60 anni del secolo la popolazione dell'impero era cresciuta a un dipresso del 0,57 per cento all'anno: le occorrevano quindi, per raddoppiarsi, 150 anni: alla Germania, secondo i dati raccolti finora, circa 55 anni. A quei sacerdoti di Mammona, che in un fitto stuolo di fanciulli vedono non più che pure bocche inutili, diamo il modo di ponderare quale spostamento di energie abbia arrecato la scarsa fecondità della popolazione francese. Nel 1816 vivevano in Francia su ogni miglio quadrato 500 uomini più che in Germania, esclusa l'Austria; viceversa nel 1861 il miglio quadrato in Germania era divenuto più denso di 300 uomini, e al principio della guerra germanica la Francia era già superata in popolazione assoluta dalla Prussia e dagli stati settentrionali e meridionali della Confederazione! Certo, nessuno esperto in materia si sorprende, che nella nuova età napoleonica le cittaduzze al disotto dei 3000 abitanti siano discese in media tra il 12 e il 14 per cento; giacché l'età delle ferrovie, il cui traffico è per sua natura accentrante, ha prodotto gli stessi fenomeni in tutta Europa. Ma il persistente decremento della popolazione agricola, mentre Parigi e Lilla, Saint-Etienne e altri centri manifatturieri crescevano di continuo, era innegabilmente un sintomo di malsania sociale. Noi però non lamentiamo, come molti patrioti francesi, che la stirpe gallica non mostri più la medesima fecondità, che nel secolo decimosettimo o tuttora oggigiorno al Canadà: l'accrescimento più lento della popolazione, del pari che il difficoltarsi dei matrimoni, si accompagna di regola lato a lato con la grande elevazione della cultura. Solo che, se riflettiamo che la Francia, grazie alla sua libertà di convivenza e non ostante il celibato obbligatorio dei suoi soldati e dei suoi 45.000 ecclesiastici secolari, conta meno celibi che non forse qualunque altro paese d'Europa, il ristagno della popolazione ci appare in una luce assai torbida. La persistente diminuzione dei figli, dei quali nascevano in media da un matrimonio 4,1 sotto il primo imperatore e ne nascono 3,14 sotto il secondo, non si spiega minimamente, considerata in grande, con la cautela della prudenza. Dipende o dalla devastazione morale del vizio o dalla debolezza corporea; ed effettivamente il celibato dell'esercito e la rinnovata distruzione di 200.000 uomini vigorosi inghiottiti dalle guerre del secondo impero, hanno sostanzialmente agevolato il matrimonio agli storpi e agli scriati. Anche il divieto della ricerca della paternità, indetto dal crudo spirito lanzichenecco del primo Napoleone, ha certamente attenuato il numero delle nascite illegittime, e ha perciò riscosso sovente il plauso della scuola di Manchester; ma oggi uomini più seri si pongono la domanda, se quella legge draconiana non ha esacerbato i traviamenti che riescono incomparabilmente più perniciosi alla sanità del corpo e alla morale.
La nazione francese non era più in grado di atteggiarsi a prima potenza incontestata del continente; bene o male doveva conformarsi alle condizioni di un equilibrio europeo seriamente inteso. Se il fatto dell'incivilimento pacifico del mondo può, protratto in lungo, tornare solamente in bene, tanto più un'altra conseguenza dell'arresto della popolazione in Francia move a tristezza ogni pensatore. La storia europea esordisce con l'aristocrazia popolare dei cittadini ellenici, e allora toccherà il culmine, quando l'aristocrazia popolare della razza bianca dominerà le terre di là dagli oceani. Nella grandiosa lotta mondiale, che sorge per tali questioni pregne di destini, la sorte più propizia è toccata alla stirpe anglosassone. Anche il tedesco deve guardare con balda fiducia a questo grande avvenire. Perciò si è già da tempo avuto cura, che la solerzia tedesca e l'operosità tedesca abbiano degni rappresentanti nel Mississipì e nel Yang-tse-Kiang, nel Cile come nel Giappone; e fin dal giorno di Königgrätz noi possiamo anche sperare, che nei paesi transatlantici la nazionalità e la lingua della Germania dureranno. Invece il francese avrà in questa gara una parte molto subordinata. La Francia non conosce emigrazione. Significano poco i 200.000 abitanti che abbandonano il paese nello spazio di dieci anni; significano quasi nulla, se poniamo mente, che le buone intelligenze delle classi medie fanno ressa quasi tutte per gl'impieghi, e che la Francia non manda negli uffici degli scali transatlantici le energie della sana gioventù, come la Germania o l'Inghilterra, ma gente per la più parte bacata o corrotta. Chi sa apprezzare pienamente la multiforme ricchezza della civiltà europea, lamenta con dolore, che questo inaridimento di forze del popolo francese minacci di aprire una lacuna irreparabile nella cultura del mondo. Ma il dado è gettato, e se tutti i segni non ingannano, la Francia dovrà rimanere una potenza europea in quel prodigioso avvenire, in cui sarà fatta la storia universale, in cui tedeschi e russi, inglesi e nordamericani troveranno nuove vie al commercio mondiale e nuove forme all'ascensione umana.
Il vezzo dei lavoratori delle città, che minacciava così gravemente l'equilibrio delle forze economiche, aveva almeno procurato all'impero il fedele attaccamento dei figliuoli prediletti? La sollevazione della Comune di Parigi dà una risposta schiacciante. I vantaggi, che l'impero accordò agli operai, non sono minimamente da paragonarsi con l'affrancamento da un'oppressione indicibile, concesso un tempo dai Cesari di Roma agli abitanti delle provincie. L'operaio teneva in faccia al bonapartismo un atteggiamento meno ostile che in faccia ai borghesi e ai legittimisti; il suo antico odio contro i transporteurs del sistema parlamentare non era ancora dissipato interamente. Lo stesso intento, così esaltato dai radicali, del dominio diretto del popolo, trovava pochi partigiani: in generale in questo mondo di business non vi era più posto per le teorie e gl'ideali. Una parte degli operai capì effettivamente ciò che i bonapartisti inculcavano loro senza tregua, che, cioè, «solo un governo forte e saldo può recar loro i miglioramenti, che gli arruffapopoli promettono a vuoto». Ma era vano cercare un vestigio di gratitudine sincera verso l'imperial benefattore. Se i potenti dell'impero piaggiavano le mani callose, se il poeta bonapartista Méry cantava agli operai della Tipografia centrale delle Ferrovie:
sachez bien que le jour viendra où de vos mains jaillira la lumière;
il quarto stato ne tirava la teoria, che esso governava l'impero e che la corte lo temeva. In verità, era assai breve la via che correva tra queste lusingherie e l'atroce canzone, che dopo la rivoluzione di febbraio sgargagliavano per tutti i canti della capitale:
un jour viendra que le riche éclairé donn'ra sa fille au forçat libéré!
Pochi mesi dopo che Jules Favre aveva pomposamente assicurato, che non esisteva plebe a Parigi, le petroliere della Comune apparecchiavano l'orrenda festa dei morti! Gli atti del Congresso del Lavoro di Ginevra del 1866 porsero un quadro istruttivo del cambiamento di animo di queste classi. Non un discorso sulle fantasticherie comunistiche dei tempi andati. Si disputò commercialmente, con talento pratico e con minacciosa serietà: gli operai intendevano di diventare capitalisti, consideravano la povertà e il salario come un'infamia e desideravano quanto meno la riduzione della giornata a otto ore, laddove al tempo della rivoluzione di febbraio le moltitudini si tenevano a dieci ore. Più tardi, al Congresso del Lavoro di Bruxelles, si domandò il pareggiamento della cultura, di égaliser les intelligences, se il mondo voleva effettivamente ottenere la vera eguaglianza. Quando il demi-monde ritornava dalle corse di Vincennes all'elegante quartiere di Notre Dame de Lorette, ed era uno splendido rimescolio di cabs, di broughams, di chaises, di snelli cavalli inglesi e di gravi percherons, di lacchè rossi e di postiglioni verdi, la folla domenicale che si allineava sui vasti boulevards gettava occhiate in cagnesco e insulti sulla sfilata, e accadeva sovente, che uomini in camiciotto rompessero le file per strappare dalla sua carrozza una bella dama ingioiellata. Chi ha assistito a una tale scena dev'essere ben fanciullone per credere, che la coscienza del popolo si elevi al cospetto del vizio scialante. Era l'antico immortale livore contro la ricchezza, e nemmeno il fasto della corte sfuggiva a una siffatta invidia. «Io voglio lavorare con le vostre mani e voi dovete digerire col mio stomaco»; così dice, secondo il Propos de Labiénus, il patto fondamentale conchiuso da Napoleone III col suo popolo; e mille e mille seguivano l'opinione di Rogeard. L'atteggiamento politico di cotesta turba ignorante e insolente, che nemmeno l'emigrazione dei senza mestiere determinato sarebbe riuscita ad espurgare, non si poteva assolutamente calcolare. Anche la battaglia di giugno del 1848 aveva abbattuto solo pel momento la furia di saccheggio dei comunisti. L'iscrizione a una società segreta era, come per l'innanzi, il congruente dovere di onore di ogni operaio che sapeva leggere e scrivere; la lega dell'Internazionale, i cui inizi rimontano probabilmente ai giorni della rivoluzione di febbraio, coscriveva segretamente numerosi affiliati. Il nuovo diritto di sciopero fu abusato fino ai più rozzi e insensati scioperamenti. Una volta, prima delle elezioni comunali a Marsiglia, i giornali ufficiosi minacciarono, che se le elezioni fossero riuscite contrarie al governo, si sarebbero sospese le costruzioni pubbliche della città, che occupavano circa 50.000 operai: ma fu una minaccia che poi naturalmente non si ebbe il coraggio di effettuare. Ciò non ostante, gli operai votarono per l'opposizione, e non già perché amassero i retori del partito in parlamento, ma perché il governo, per quanto avesse fatto per loro, non aveva mai fatto abbastanza. A farla breve, nemmeno alle arti magiche del socialismo monarchico era riuscito di riconciliare il lavoro col capitale.
A tutta prima, la preferenza data ai lavoratori delle città sulle popolazioni delle campagne sembra enimmatica, perché l'imperatore ai ceti agricoli doveva il trono. Sovente egli si qualificava, con orgoglio imperatore contadino; e assicurava spesso che, più giusto della monarchia di luglio, intendeva di compiere l'elevazione dell'agricoltura prima della riforma della politica commerciale. Dichiarò il miglioramento dell'agricoltura più importante della trasformazione edilizia delle città, ed esigé dai prefetti, che alla coltura delle terre «rifacessero il debito posto tra i grandi interessi del paese»; per cui i ministri, poiché notoriamente ogni ordine imperiale veniva eseguito, affidarono che gl'illuminati intendimenti di Sua Maestà erano da tempo effettuati, e che l'agronomia non era mai stata tanto popolare e stimata come al presente. Il duca di Persigny curava con zelo particolare coteste inclinazioni bucoliche dell'imperatore; faceva la sua regolare apparizione in tutte le festività agricole del suo paese, nel contado di Forez; per esaltare di contro all'irrequietudine e all'odio di classe delle città l'innocenza, la fedeltà, la temperanza dei contadini. Anche i prefetti impararono presto a melodiare sui trilli di questo Teocrito bonapartista. Ad onta di ciò, perché mai l'agricoltura rimase la figliastra dell'impero? Dai tempi dei bagaudi galloromani l'agricoltore francese effettivamente non era mai stato fortunato: ma perché questa antica triste legge della storia francese non si mutò sotto l'imperatore contadino? I contadini costituivano il sostegno più sicuro dell'impero; il loro sentimento bonapartistico era talmente appassionato, che in caso di bisogno sarebbe stato agevole rievocare appunto nelle contrade più rozze, dell'impero una jacquerie per l'imperatore. Ma precisamente per questo tornava meglio trascurare i contadini anziché gli operai, di cui era immediato il pericolo che minacciavano. Inoltre la modestia e la lentezza dei lavori agricoli offriva poco spazio a quei magnifici spettacoli di parata, di cui la tirannide aveva bisogno. L'agricoltura è la più libera delle professioni e non può fiorire durevolmente senza una certa indipendenza dei comuni campagnuoli; ragione per cui subisce l'opposizione istintiva della burocrazia. Inoltre gl'impiegati, del tutto educati e conformati cittadinamente, si ritrovano nuovi, in completa incompetenza, davanti alla coltura della terra. Da tempo immemorabile non esisteva un prefetto, che fosse egli stesso un attivo agronomo: quel vincolo tra gli uffici amministrativi e le grandi proprietà fondiarie che in modo così prezioso è stabilito nei consigli provinciali prussiani, non era concepibile nelle condizioni sociali della Francia. Fin dalla rivoluzione di luglio la grande proprietà fondiaria era sospettata di sentimenti legittimisti: la monarchia borghese dimostrò al Congresso centrale degli Agricoltori, presieduto dall'antico ministro borbonico Decazes, un malvolere dichiarato, che da allora si perpetuò nella burocrazia. Siccome, per giunta, a ogni grande possedimento fondiario è collegato un casato aristocratico, e siccome i progressi tecnici notevoli dell'agricoltura non possono di regola venire che da questi aristocratici campagnuoli, anche la stampa nel suo zelo di eguaglianza porse un gramo appoggio agli sforzi per le riforme dell'agricoltura.
Talché in tale campo i saggi felicitatori dell'imperatore ebbero esito scarso, sebbene Napoleone III abbia indiscutibilmente procacciato, per l'agricoltura mille volte più della monarchia di luglio. Furono fondate una folla di società agricole, e fatte innumerevoli esposizioni, in cui il prefetto appuntava al solerte agricoltore il distintivo d'onore dal nastro azzurro, e anche, nei momenti solenni di virile commozione, imprimeva un casto bacio sulle labbra di una esemplare vergine vaccaia. Grandiosi istituti di credito dovevano riparare alla scarsezza di capitale dei contadini, e fin dal 1859 esisteva, messa su riccamente, una società di assicurazione per la gente di campagna. Nelle scuole elementari fu resa di rigore la diffusione delle cognizioni agricole, e nel 1866 fu disposta con gran fragore un'inchiesta di stato su tutte le escogitabili condizioni dell'agricoltura. Lo stato ha con dispendi enormi dissodato le landes deserte del Mezzogiorno occidentale e le ha ripartite a piccoli proprietari, in modo che oggigiorno la Guascogna comprende tuttora soltanto 9.500 ettari di terre incolte contro 283.000 che erano nel 1857. Nelle regioni più abbandonate della Sologna e del Berry l'imperatore fondò anche poderi modello, i cui successi tecnici, strappati a forza di spese fuori di ogni convenienza, non offrivano certo alcun modello al povero contadino. Tuttavia il maggior merito, che l'imperatore si fece rispetto all'agricoltura, era fondato nella sua politica commerciale. Quando Napoleone III tra l'esosa resistenza dei proprietari di terre ridusse prima il dazio sulle telerie e il bestiame e poi soppresse i dazi protettori agricoli e abolì interamente la scala mobile, egli menò a termine una riforma salutare, che sarà riconosciuta un giorno da una generazione imparziale.
Purtroppo, i propositi illuminati del monarca erano però attraversati di continuo dalla saccenteria burocratica. Le società agricole erano sottoposte alla sorveglianza dei prefetti, e perciò non prosperavano. La loro unificazione a un centro era tenuta pericolosa; perfino negli ultimi tempi più liberali dell'impero fu proibito un congresso di vinicoltori. I commercianti eleggevano bensì le camere di commercio, ma il prefetto nominava il conseil, che nelle questioni agricole gli dava i pareri tecnici. In tal modo accadeva, che nei consigli non prendeva parte nemmeno uno solo dei grandi proprietari di terre. Il prefetto aveva la presidenza e nominava il segretario. L'onnisapienza burocratica non si teneva non di rado dal vietare la raccolta, se il grano secondo l'opinione del prefetto non era ancora maturo, e vietava la sarchiatura della paglia, perché la tirannide socialistica doveva aver cura degli spigolatori; e quante altre cose meglio sono degne del paese degli Abderiti, il signor di Esterno le ha descritte nella sua unilaterale ma istruttiva monografia Les privilégiés de l'ancien régime et les privilégiés du nouveau. Se il sistema delle strade vicinali, ad onta di tutti i richiami dell'imperatore, non si potè sviluppare, e alcune regioni della Francia centrale ricordavano le Gallie romane perché magnifiche strade imperiali attraversavano un paese impraticabile, la colpa era ora e sempre dell'amministrazione burocratica. Solo i comuni autonomi costruiscono le vie vicinali; e, parimente, solo i comuni autonomi assicurano i rimedi all'inconveniente, che i ragazzi dei contadini non imparino mai a conoscere le idee elementari della teoria del loro mestiere.
Gl'istituti di credito posti in iscena con tanta pompa, aggranfiati dal furibondo spirito affarista del tempo, non profittarono quasi in niente al mestiere senza pretese del contadino. La società del Crédit foncier impiegò in 13 anni, dal 1852 al 1865, 714 milioni, di cui la metà nella trasformazione edilizia di Parigi, e per la campagna non più che la somma risibilmente meschina di 57 milioni. Anche le cités ouvrières doverono presto rinunziare all'assistenza di quella società, giacché i dividendi alti, che lo speculatore agognava, non potevano certo uscire da un'impresa veramente di pubblica utilità. Altrettanto sterile per l'agricoltura si dimostrò il così detto Crédit agricole. C'è di più: gli esattori delle imposte, agenti ufficiali del Crédit foncier, ricevendo il premio per ogni somma che versavano alla società, si davano da fare per attirare a Parigi i risparmi dei contadini, invece di far affluire sull'agricoltura il danaro della capitale. Importanti società agricole per assicurazione dalle alluvioni e simili furono costituite invano; il gioco di borsa o l'alto dividendo delle banche di credito di Parigi sembravano più attraenti. E come inciampò nella speculazione, il contadino si disaffezionò dal suo modesto mestiere. In questo modo l'agricoltore ebbe a soffrire sotto il socialismo monarchico per due ragioni: i capitali della campagna affluirono alla metropoli, e in pari tempo salì il salario pei lavori campestri, perché i lavori edilizi delle città richiamavano i giornalieri.
Il dirizzone burocratico impedì anche a questo regime del moto perpetuo di metter mano a correggere le antiche leggi difettose che opprimevano l'agricoltore. Il Code rural, al quale dal 1808 lavorarono cinque sistemi, non fu mai ultimato. Il principio salutare della libera divisibilità delle terre sortisce effetti palesemente rovinosi, se non viene alleviato l'aggravio delle preselle. Ma l'elevata tassazione delle permute, che i Borboni avevano abolito sull'esempio della Prussia e dell'Inghilterra, reintegrata poi dagli Orléans, continuò tuttora sotto l'impero, in guisa che le contribuzioni degli appezzamenti ampiamente scompartiti avanzavano appena. Le tasse sulla vendita dei fondi e annesse spese legali ammontavano al 10 per cento del valore: nel 1862 furono venduti per 2 miliardi di fondi con un dispendio di 214 milioni tra spese e tasse. Non meno oneroso riusciva con le sue spese e formalità afflittive l'ordinamento ipotecario tuttora immutato. Ma ciò che opprimeva i contadini non erano le imposte dirette, come affermavano gli oratori di opposizione; e nemmeno le tasse irragionevoli sulle porte e le finestre, poiché gli abituri senza finestre, che tanto ripugnano all'occhio dell'uomo del Nord, non sono affatto incomportabili con le abitudini di vita degli uomini del Sud. Ciò che pesava duramente sull'agricoltore era la mancanza di credito, aggravata da una legislazione agraria introdotta sotto il dominio delle classi medie urbane e dalla febbre della speculazione dell'impero. Nel 1850 di 7,846 milioni di proprietà fondiarie 3 milioni erano esentate per insolvibilità. L'assoggettamento della campagna al capitale cittadino, cotesto antico malanno dell'Italia, cominciò a propagarsi anche in Francia: assai di frequente il piccolo proprietario rustico nelle regioni molto appezzate del canale veniva incettato affatto dai fabbricanti di Rouen e di Elbeuf. Perfino la sicurezza delle persone e della proprietà non era abbastanza tutelata in campagna. Tale ineguaglianza era gravemente sentita da un popolo, che aveva rotto con tutti i privilegi.
Questa terra meravigliosamente ricca, i cui immensi rinfranchi non possono apprezzarsi facilmente, superò senza troppi lamenti, sugli esordi dell'impero, tre cattive raccolte l'una dietro l'altra, il colera, varie guerre e inondazioni. L'agricoltura cavò, come è giusto, qualche vantaggio dal nuovo risveglio dell'ardore economico. Menzioniamo soltanto l'allevamento dei cavalli, il cui numero e valore, non ostante le ferrovie, salì notevolmente. L'esportazione dei percherons crebbe di anno in anno, e i corridori francesi batterono ripetutamente nelle corse di Baden e di Parigi i cavalli inglesi e tedeschi. Noi inoltre non siamo affatto dell'avviso di molti politici conservatori, che sia necessario all'agricoltura francese il passaggio al sistema inglese dell'affitto. Qui si tratta di costumi e idee tenaci della nazione, che sono più potenti delle dottrine di partito. Ammesso pure che il fittaiuolo inglese raggiunga risultati tecnicamente più splendidi, nulladimeno la Francia nei suoi milioni di liberi contadini possiede un tesoro morale, il cui valore politico aprirebbe facilmente gli occhi agli scettici nell'evento di una guerra europea. Ma i monti d'oro, che l'impero prometteva agli agricoltori, sono tuttora un sogno. Il piccolo agricoltore, ignorante e senza capitale, sa tuttora usare assai poco i concimi, e non sa quasi affatto d'irrigazione e di bonificamento; e tuttora risuona l'antico lamento degli agronomi, che l'agricoltura si volga unicamente ai cereali e trascuri l'allevamento del bestiame e gli erbaggi. Insomma anche sotto l'imperatore contadino l'agricoltura rimase il mestiere più umile, incomparabilmente meno onorato e lucrativo della burocrazia e del foro, dell'industria e della borsa.
Mentre l'agricoltura non sapeva risollevarsi dalla sua malsania inveterata, per contro il commercio e l'industria venivano iniziati alle fortune di un'età novella da un atto dell'imperatore, che, già mezzo dimenticato dagl'ingrati contemporanei, basta da solo ad assicurare al nome di Napoleone III una fama imperitura. Per assicurare la libertà del commercio, l'imperatore dové romperla con alcuni dommi della religione napoleonica, con le abitudini burocratiche e coi pregiudizi nazionali; anzi, di più, addirittura con la tradizione storica del suo stato. Un tempo egli aveva rispettato fidamente le idee protezioniste dello zio; poi era stato testimone oculare dell'ardita conversione di Roberto Peel, e più tardi apprese da Cavour, da Michele Chevalier e dai conservatori progressisti della monarchia di luglio, Morny e Girardin, quanto le loro aspirazioni liberoscambiste avessero esacerbato la borghesia. Ma lo stesso Girardin si aspettava solo per un lontano avvenire l'abiura, da parte del governo, dell'antichissima consuetudine del sistema proibitivo. Frattanto l'imperatore aveva capito le mutate condizioni del commercio mondiale; e che egli abbia osato gettarsi nell'alta marea della moderna vita commerciale, che sia stato capace di comprendere la nuova età sullo sboccio, che abbia opposto una volta all'egoismo delle classi un atto monarchico di giustizia distributiva, ecco, in ciò appunto consiste la più bella gloria del suo governo. Egli previde, che la riforma delle insostenibili tariffe della Francia e dell'Inghilterra s'imponeva, e che questa riforma, senza un'intesa reciproca, minacciava di sconvolgere gl'interessi industriali dei due paesi. Ed egli profittò del momento favorevole, quando la riputazione dell'impero dopo le vittorie in Italia toccava il culmine, per cercare, con l'opera di specialisti dei due stati, principalmente di Cobden e di Chevalier, un accomodamento delle reciproche pretese, per altro estremamente difficile, tanto era grande la differenza delle due tariffe. Finalmente il 23 gennaio 1860 il trattato di commercio fu concluso. Subito dopo la statua di Richard Cobden fu rizzata a buon diritto nel castello di Versailles in mezzo ai grandi della Francia. Quando la somma di tutto il commercio di esportazione e d'importazione, che nel 1850 ascendeva a non più che 2500 milioni, ammontò nel 1865 a 7614 milioni; quando l'esportazione, singolarmente degli articles de Paris e degli oggetti anche più fini in cui s'invaloriscono il senso squisito della bellezza e il gusto dei francesi, crebbe affatto smisuratamente; allora siffatti numeri doverono ben provare a ogni persona imparziale i benefizi del libero traffico, ad onta della riconosciuta abilità della statistica imperiale, che dimostrava continuamente ciò che voleva dimostrare.
Considerazioni politiche ed economiche costrinsero, l'imperatore a spingere la libertà del commercio sulla via dei dazi differenziali e dei trattati commerciali. Si trattava di cattivare il consenso del corpo legislativo, del quale, dato il cambiamento legale generale delle tariffe, era impossibile far di meno. Si trattava inoltre d'indurre, col timore di perdere il mercato francese, gli stati vicini sul cammino del libero traffico e, nello stesso tempo, assicurare qualche compenso all'industria francese. E soprattutto l'eletto del popolo aveva a cuore di apparire al mondo come l'apportatore di pace e il precursore di un progresso europeo. Volle sentirsi in diritto di dire alla camera di commercio di Lione: «la Francia in Europa dà l'impulso a tutte le idee grandi e magnanime»; e conciliare in tal modo molti interessi di classe danneggiati, appagando la vanità nazionale. Si susseguirono rapidamente l'uno all'altro i trattati di commercio col Belgio, con l'Italia, con la Germania. La diplomazia, conformandosi al sogno d'oro dell'apostolo della pace, parve immergersi completamente nella politica commerciale; e nacque allora quella nuova forma umanissima dei trattati di commercio, la quale non mira più ad assicurare prerogative alle parti contraenti, ma vuole soltanto impedire, che rimanga adito al privilegio dei terzi. Mercé questa catena di trattati commerciali, mercé il trattato di passaporto con l'Inghilterra e via dicendo, fu fondato il mercato libero dell'Europa occidentale, e fu effettuato in senso equo e ragionevole quel sistema federativo europeo, a cui invano si era sforzato di pervenire lo zio con astuta cupidigia di dominio. L'imperatore poté annunziare con soddisfazione: «è compiuta finalmente la terribile invasione da tanto tempo predetta sul suolo inglese», e invitare la sua nazione a «inaugurare baldamente una nuova êra di pace».
Cotesta ascensione dei popoli promossa dal dispotismo non ispira certo un appagamento così sereno, quale fu dato un tempo da quel rinfrancante spettacolo di rischiaramento degli spiriti nella libera disputa, che precede in Inghilterra l'abolizione delle leggi sul grano. I liberoscambisti di Francia un tempo lamentavano, che fosse loro rifiutata la diffusione delle proprie idee con la libertà di parola; ma accettarono ora con allegrezza il coup d'autorité, anzi lo accettarono con orgoglio. Il che è certamente un triste argomento per l'inefficacia dell'educazione politica. Bisogna pur dire la cruda parola: senza l'imposizione imperiale, la Francia ancora per decenni sarebbe rimasta priva del benefizio del libero scambio. La spaventosa insipienza e l'egoismo della maggior parte dei membri del corpo legislativo, inviluppati in mille affari d'industria e di accanita speculazione, non lasciavano dubbio, che una riforma parlamentare della politica commerciale fosse impossibile. La volontà del monarca in questo caso speciale aveva non soltanto migliorato la legge, ma anche sollecitato l'educazione della nazione alla libertà, almeno per quanto la libertà era compatibile in questo paese. Il momento politico favorevole della riforma fu, sotto l'aspetto economico, scelto assai infelicemente. Il paese soffriva della cattiva raccolta del 1861, il commercio del cotone della guerra americana; e alcuni rami dell'industria effettivamente non erano ancora abbastanza maturi per reggere alla concorrenza inglese. Nulladimeno la disposizione liberoscambista del Mezzogiorno e dell'Occidente prese a poco a poco il sopravvento sulle perplessità protezioniste del Settentrione. Se in Francia si sono consumate nel passato decennio non più che 10 libbre di caffé e 3 libbre di zucchero a testa, e nell'Unione doganale, incomparabilmente meno favorita dalla natura, 10, 50 libbre di caffé e 4 di zucchero, bisogna sempre a ogni modo tener conto delle differenti abitudini di consumo dei settentrionali e dei meridionali; tuttavia anche da queste e consimili cifre risulta chiaro, che l'economia del privilegiato paese non dava ancora ciò che poteva. Principalmente nella stampa si fece sempre più viva la persuasione, che solo l'affrancamento delle forze economiche avrebbe potuto mettere interamente in valore la potenzialità del paese: se la pace durava, pareva impossibile una ricaduta nel sistema proibitivo inteso secondo i dettami della scuola pratica degli ultimi anni. La libertà del commercio dà all'uomo moderno la piena coscienza della sua energia personale. E assai di rado la prima ampia breccia nel sistema della tutela burocratica è stata aperta da un atto dispotico del governo burocratico.
Il detto di Napoleone III: «un popolo è tanto più ricco e felice quanta più ricchezza e felicità contribuisce ad arrecare agli altri», era a poco a poco divenuto in Francia un luogo comune. Era a sperare, che cotesta verità fondamentale umana della moderna arte di governo sarebbe appresa anche nei rapporti delle classi e sarebbe applicata nella politica estera. Ma in questo, come in tutti gli altri campi della vita pubblica, la guerra germanica e la terza repubblica hanno apportato una rude reazione: la follia della politica commerciale del grande cittadino Thiers doveva di nuovo dimostrare al mondo, che la médiocrité méconnue di Luigi Napoleone ad onta di tutti i suoi falli era stata più prudente e più liberale che non sarebbe mai un uomo di stato dell'ultima generazione francese.
Il famoso aforismo: «la Francia è abbastanza ricca per pagare la sua gloria», non manca di fondamento: la prodigiosa potenza del lavoro e del risparmio nell'economia moderna supera ogni previsione. La terraferma non aveva mai visto forse una produzione economica così gigantesca, come nei due massimi momenti della speculazione sotto l'impero, cioè dopo il colpo di stato e dopo la guerra di Crimea. Era il tempo che Girardin disse: il n'y à plus rien à faire aujourd'hui que de se faire millionaire. Perfino cotesto instancabile regime imperiale non poté tener dietro ai colossali progressi del traffico. La riforma delle poste e l'estensione delle linee telegrafiche, che destarono tanta meraviglia dopo il colpo di stato, a breve andare non bastarono più: presto la posta francese rimase alla coda rispetto ai paesi vicini. All'antica rete ferroviaria delle sei grandi compagnie se ne aggiunse una seconda e più recentemente anche una terza: talché, mentre nel 1857 si avevano 1330 chilometri di ferrovie, nove anni dopo si era a 21.050 chilometri in esercizio o in costruzione, e ogni giorno sorgevano nuovi progetti. Le opere dell'impero nel campo della politica economica posero affatto in ombra i provvedimenti dei Borboni e degli Orléans; solo che risentivano morbosamente dei due difetti, che rimontano ai mali politici fondamentali del sistema. L'esagerato accentramento gravava anche sul traffico: il monopolio della banca era sempre in vigore, ed effettivamente la Banca di Francia non era in realtà che la banca di Parigi, e il suo credito andava in preponderanza tutto a favore della capitale. E lo spirito di speculazione vertiginosa e vanagloriosa, che era nell'essenza della tirannide democratica, raggiunse appunto nella vita industriale un'altezza spaventevole: una pioggia d'oro doveva consolare la borghesia defraudata dei suoi beni ideali. Certo, il gioco di borsa è inveterato sul suolo di Parigi, era già in vigore in tempi di economia tuttora bambina, nei giorni di Law, quando evidentemente tornava più rovinoso di ora, che una parte degli speculatori di borsa esercitano come una seria incombenza l'ufficio di pionieri. Ma i 9998 milioni di prestiti esteri che furono negoziati alla borsa di Parigi nei dieci anni dopo il 1855, e nel solo anno 1863 1205 milioni, indicano in verità uno stato di febbre; e tanto più, perché i prestiti più vertiginosi degli stati più discreditati, quali l'Austria e il Messico, l'Italia e la Spagna, la Russia e la Turchia, godevano del particolare favore dei pezzi grossi della borsa di Parigi. Quando gl'ipocondrici eruditi hanno ravvicinato gli epuloni del secondo impero a Roma antica, l'obiezione da fare era semplice: la ricchezza moderna è ammassata col lavoro, quella dei Romani era un ammassamento di rapine. Tuttavia innanzi alle ditte Mirès e Solar, Pereire e Co., e tante altre scandalose fortune nate di fresco, anche quest'ultima consolazione sembra di dubbia efficacia.
Il governo stesso risentiva penosamente di cotesta strapotenza artificialmente abbottata della borsa, e si vide costretto nei suoi disegni politici a trarre un partito supremamente indecoroso dal ribasso; e raccolse così non altro che i frutti del suo operato. Il potere statale del bonapartismo si credé in dovere di additare la via anche al capitale della nazione. Indusse i possidenti a collocare miliardi in Italia, nel Messico, in Austria; e a tutti è noto quanto favore partigiano accordò lo stato ai nuovi istituti di credito, e con quanta spudoratezza la Società del Credito mobiliare ebbe agio di sfruttare i più importanti interessi commerciali del paese alla locupletazione della ditta. L'idea di una società di credito che deve servire soltanto allo scopo di trovare nuovi collocamenti al capitale e di provocare nuove imprese per azioni, risponde chiaramente al carattere di uno stato burocratico dove ognuno è abituato a seguire la spinta venuta dall'alto; ragion per cui non ha mai trovato il buon terreno di attecchimento nei paesi dell'attività industriale indipendente, in Inghilterra e nell'America del Nord. La società condusse alcuni anni di abbagliante splendore, che sedussero alla lode anticipata anche l'economista londinese; in seguito, in quel tempo di sfiducia che fin dal 1864 gravò sul traffico, risultò palese, che l'unione in una sola mano di una così ponderosa e multiforme congerie d'imprese superava oltre ogni misura la potenza intellettuale di un uomo. La splendida intrapresa volse al tramonto: anche in questo caso il sistema seppe svegliare energie, ma non seppe menarle avanti e conservarle. Riflettendo su tali esperienze, noi intendiamo bene il perché uno dei nostri principali commercianti tedeschi, un autentico rappresentante della vecchia borghesia, soleva dire mestamente: «tempi come quelli di Luigi Filippo, noi non li rivedremo più!». L'estensione degli affari era smisuratamente aumentata fin dai giorni della monarchia borghese; ma l'arrabattarsi febbrile dello stato socialistico, la grossolana foia di godimento del tempo facevano apparire anche l'attività economica come un'avventura, come un giocar d'audacia. Inoltre la formazione del capitale sempre dal nuovo fu turbata dal fasto della corte e dalle guerre, dall'inaudita spensieratezza dell'amministrazione finanziaria.
Se promesse vi sono, non mantenute in seguito, sono indubbiamente quelle fatte dal pretendente di economie napoleoniche, che ritornano sempre negli scritti di Luigi Bonaparte in mezzo a vivaci attacchi contro gli sperperi del parlamentarismo. Ma il nipote non poteva, come lo zio, alleggerire il proprio stato mercé i tributi dei paesi soggiogati, né possedeva il talento finanziario, il senso militare dell'ordine che aveva l'antenato. Il motto d'ordine in voga tra i malcontenti, «libertà o bancarotta», era certo una frase, e altrettanto vuota e frivola come l'altra «libertà o guerra». Le finanze dell'impero anche nella primavera del 1870 non versavano affatto in condizioni tanto disperate, come il bilancio dell'antico regime prima della Rivoluzione; e nemmeno possiamo concedere, che ai tempi parlamentari il mantenimento dello stato si sia segnalato in fatto di ordine e di economia. Soltanto la Restaurazione ha amministrato esemplarmente le finanze, e ciò per opera di burocratici come Villèle e Louis, i quali del resto non aderivano minimamente alla dottrina costituzionale. Durante la fioritura del parlamentarismo l'indebitamento dello stato crebbe invece irrefrenabilmente, sebbene la monarchia di luglio ben poco avesse fatto pel benessere dei molti e per la potenza del regno. Anche la situazione malsincera e malsicura del bilancio è una eredità del tempo parlamentare. Fin dal 1848 Lasteyrie mosse l'accusa ben giustificata: «l'impalcatura del nostro bilancio è rinzeppata d'inganni e finzioni». L'ultimo prestito del regno di luglio, nel 1847, fu conchiuso al corso di 75 lire e 15 centesimi; ma le rendite furono subito iscritte nel Gran libro, mentre il capitale fu versato a poco a poco appena in due anni; donde sortì un corso solamente di poco più favorevole di quello, a cui poté arrivare nel 1868 l'impero, dopo provvedimenti incomparabilmente più grandi e onerosi a favore del pubblico bene. La nota lettera del duca di Joinville scritta poco prima del febbraio porge spiegazioni indubbie sulle angustie dell'economia pubblica del regime borghese.
La tirannide socialista volle fare grandi cose, e perciò non le fu lecito di spaventarsi davanti alle spese elevate e ai debiti sopra debiti: più volte ha sospeso subito o limitato l'ammortizzazione del debito; ma a ogni modo anche sotto il regno di luglio si poteva elevare il sensato dubbio: a che cotesto ammortizzamento in piena perdita, se in pari tempo sono contratti nuovi debiti più grandi? L'impero si propose di compensare le spese in necessario aumento con un progresso anche più vivo dell'economia. Un tale sistema non si condanna con l'allegazione di alcuni grandi numeri. Noi piuttosto domanderemo: il benessere del popolo è davvero cresciuto più prontamente che non il carico dello stato? e le enormi spese pubbliche sono state effettivamente produttive? Alla prima domanda bisogna assentire, alla seconda non si può rispondere che con un no reciso.
Per sé stesso il peso del debito non era esorbitante. Se la Gran Bretagna portava con facilità i suoi 19 miliardi, la Francia non poteva certo finire di esinanizione sotto il carico di 12 miliardi e 123 milioni. Anche rispetto alle imposte il ricco paese con un sistema razionale avrebbe reso di gran lunga di più che sotto Napoleone; certamente 2 miliardi e mezzo. L'affermazione del benemerito statistico Horn, che ogni francese pagava allo stato un quarto delle proprie entrate, deve essere riguardata da qualunque persona imparziale come un'esagerazione suggerita dall'odio partigiano. Ma la difettosa ripartizione del peso tributario e l'oppressione dell'agricoltore rincarata dallo stesso stato, rendevano impraticabile un inasprimento delle imposte dirette; talché a ogni nuova esigenza lo stato non vedeva altra via che le contribuzioni indirette e i prestiti. E con che furioso aumento crebbero spese e debiti! Il bilancio di emissione aveva rotto già da un pezzo il terzo miliardo, e si arguiva facilmente che non sarebbe mai più ridisceso ai due miliardi: ben a proposito Thiers aveva esclamato una volta, dopo che il bilancio aveva sormontato il primo miliardo: saluez ce milliard, vous ne le reverrez plus! L'impero divorò in media 800 milioni all'anno più del regno di luglio. L'amministrazione del debito consolidato aveva a pagare, nella primavera del 1870, 364 milioni di rendite annue; dei quali 54 milioni risalivano alla repubblica, 133 milioni erano sopraggiunti sotto l'impero. Cosicché il debito si era raddoppiato in 22 anni, e proprio in quelli in cui il suolo francese non era stato mai calcato da soldato straniero. Inoltre era stato preso a prestito tra comuni e dipartimenti un capitale di 2 miliardi; e il debito fluttuante dello stato raggiunse in fine la vertiginosa altezza di 923 milioni. L'avventatezza di una finanza siffatta è palmare. Nello stesso tempo, però, il movimento ferroviario crebbe di dodici volte, il numero delle locomotive salì da 7779 a 25.027, le miniere di carbon fossile diedero un prodotto di 11 milioni di tonnellate nel 1864, vale a dire considerevolmente più dell'intera produzione europea di carbon fossile calcolata da Villefosse pel 1808; e dopo che gli ultimi prestiti della terza repubblica, non ostante le perturbazioni guerresche tanto gravi, hanno pure condotto a un risultato così cospicuo, è lecito tuttavia affermare, che il benessere del popolo sotto Napoleone III è proceduto a ogni modo di pari passo con lo sbalzo violento del bilancio.
Ma in che cosa dunque furono impiegate quelle somme colossali? Sopra abbiamo visto, che dei capitali usati nei lavori pubblici una parte, e non più che una parte, può tenersi produttiva. Il politico deve considerare come produttivi anche i 1348 milioni inghiottiti dalla guerra di Crimea, e le spese della guerra d'Italia: la scuola di Manchester ci perdonerà una tale eresia. Pure, come era formidabilmente ingrossata l'inveterata dissipazione e la disonestà della burocrazia sotto la stupidità materialistica di cotesto sistema! Quanti milioni in quelle grandi imprese dello stato sdrucciolavano nelle saccocce di luridi costruttori e borsaiuoli di borsa! La corte, le camere e le supreme dignità dello stato esigevano sotto Luigi Filippo 31,5 milioni all'anno; l'impero dové offrire ai suoi fidi ben altre provvisioni, e richiese a tal fine 58,5 milioni, di cui solo per la corte 26,5 milioni, laddove il re borghese si contentava di 13,3 milioni: la metà. Perfino siffatte spese la stampa cortigiana ascrisse a gloria dell'imperatore; e impiantò come una novella scoperta scientifica la tesi, che il lusso, che è giustificato e riesce allietante solamente come un sintomo di elevato benessere popolare, crei addirittura nuovi valori: che è quell'antica teoria del «dar danaro alla gente», che una volta fu bandita in Germania da penne ligie, al tempo del polacco Augusto e dello svevo Carlo. Solo che una favola da nutrice, che cento anni fa riusciva a stento a mettere l'animo in pace alla buona gente paziente della sorgiva del Nesen e dell'Elba Superiore, avrebbe poi trovato credito durevole presso una nazione orgogliosa e tutt'altro che devota suddita?
Circa il 1860 il bonapartismo credé di aver trovato il mezzo di appagamento franco di spesa della sete di gloria nazionale: infatti le spese di spedizioni armate transoceaniche in paesi semibarbari sarebbero state coperte dal bottino e dai tributi. Già le imprese in Cina e in Cocincina avevano dato un esito finanziario dubbio; poi in fine l'inconcepibile follia della spedizione messicana gravò infruttuosamente e ingloriosamente lo stato di un altro miliardo; e d'allora in poi le spese militari, la grosse affaire du budget, salirono con una spaventosa rapidità. Rientrava semplicemente nel corso naturale della politica questa espiazione che ora faceva lo stato di vecchi peccati di omissione, e questo non voler rinunziare alla gloria di prima potenza militare. Negli ultimi anni prima della guerra germanica la Francia consumava 449 milioni annui per l'esercito e la flotta; vale a dire 100 milioni interi in più della Confederazione germanica del Nord, che ne usciva con 91 milioni e mezzo di talleri: e bisogna aggiungere i nuovi prestiti, devoluti quasi esclusivamente a scopi militari, e tra quelli, nel solo anno 1868, un prestito di 440 milioni. L'impero si trovava in cattiva coscienza davanti ai discorsi iracondi dell'opposizione, giacché soltanto la sua propria colpa, la disgraziata impresa del Messico, aveva fatto dei nuovi armamenti una necessità. E come fossero delittuosamente scialacquati i denari delle enormi spese militari, lo avrebbe rivelato la guerra tedesca. Il finanziere più capace del bonapartismo, Fould, si esaurì in esortazioni ed ammonizioni; dopo la sua morte l'impero non ebbe che due uomini, i quali godevano di una certa riputazione alla borsa, Germiny e Vuitry. I creditori dello stato, inquieti già da un pezzo, domandavano per propria sicurezza un sindacato parlamentare più severo sulle finanze. Le notevoli sottoscrizioni ai prestiti del 1868 non affidarono minimamente come una prova di un saldo credito statale, perché il ristagno del commercio versava sul mercato abbondanti capitali disoccupati, e dopo le cattive esperienze fatte lo speculatore si guardava dagli altri titoli di borsa. Il politico serio però non può contentarsi del motto di spirito del signor Thiers: «se è pericoloso, come dicono, possedere la libertà, è però molto costoso non averla»: egli anzi deve penetrare la grave contraddizione di principio in cotesta strana economia statale. Le spese statali erano state mutate fondamentalmente dal socialismo monarchico, ma il sistema delle entrate, astrazion fatta della riforma doganale, sostanzialmente non era stato trasformato: un'idea economica creatrice, che facesse piovere dall'alto le ricchezze della nazione per la politica della felicitazione del popolo, non era nata nel mondo in nessun luogo. La Francia soffriva dello sforzo impossibile di voler conservare in pari tempo tutto il lusso e la lussuria della pace e, insieme, il formidabile arnese della politica di conquista. Presto o tardi doveva scoccare l'ora, che una guerra infelice avrebbe mandato a rotoli il castello di carta di questa economia pubblica di farnetico.