a e i o u

Ebbene?!

Ma non basta il vederle.

Sentiamone ora il suono.

A—L'espressione della sincerità, della schiettezza, d'una sorpresa lieve ma dolce.

E—La gentilezza, la tenerezza espressa tutta in un suono.

I—Che gioia! Che gioia viva e profonda!

O—Che sorpresa! che meraviglia! ma che sorpresa grata! Che schiettezza rozza, ma maschia in quella lettera!

Sentite ora l'U. Pronunciatelo. Traetelo fuori dai precordii più profondi, ma pronunciatelo bene: U! uh!! uhh!!! uhhh!!!!

Non rabbrividite? non tremate a questo suono? Non vi sentite il ruggito della fiera, il lamento che emette il dolore, tutte le voci della natura soffrente e agitata? Non comprendete che vi è qualche cosa d'infernale, di profondo, di tenebroso in quel suono?

Dio! che lettera terribile! che vocale spaventosa!!

Vi voglio raccontare la mia vita.

Voglio che sappiate in che modo questa lettera mi ha trascinato ad una colpa, e ad una pena ignominiosa e immeritata.

Io nacqui predestinato. Una terribile condanna pesava sopra di me fino dal primo giorno della mia esistenza: il mio nome conteneva un U. Da ciò tutte le sventure della mia vita.

A sette anni fui avviato alle scuole.

Un istinto, di cui ignorava ancora le cause, mi impediva di apprendere quella lettera, di scriverla: ogni volta che mi si facevano leggere le vocali mi arrestava, mio malgrado, d'innanzi all'U; mi veniva meno la voce, un panico indescrivibile s'impossessava di me—io non poteva pronunciare quella vocale!

Scriverla? era peggio! La mia mano sicura nel vergare le altre, diventava convulsa e tremante allorchè mi accingeva a scrivere questa. Ora le aste erano troppo convergenti, ora troppo divergenti; ora formavano un ∨ diritto, ora un ∧ capovolto; non poteva tracciare in nessun modo la curva, e spesso non riusciva che a formare una linea serpeggiante e confusa.

Il maestro mi dava del quadrello sulle dita—io m'inacerbiva e piangeva.

Aveva dodici anni, allorchè un giorno vidi scritto sulla lavagna un U colossale, così: