NOTE

[190]. Parad. XVI, 121.

[191]. Vedi Il R. Arcispedale di S. Maria Nuova. I suoi benefattori. Sue antiche memorie. XXIII giugno MDCCCLXXXVIII secentesimo anniversario della fondazione. Firenze, 1888, pag. 7-8.

[192]. Marchionne di Coppo Stefani, Istoria fiorentina; III, CLVIII.

[193]. Vedi nel mio Commento alla Cronica di Dino; I, XX, 14.

[194]. Da me integralmente pubblicata fra i Documenti all'Esilio di Dante; Firenze, Succ. Le Monnier, 1881. Vedi a pag. 138, «de domo de Portinariis», e poco appresso «Dante Alleghierii», fra i proscritti «de Sextu Porte Sancti Petri.»

[195]. Vedi il cap. V del mio libro Da Bonifazio VIII ad Arrigo VII. Pagine di storia fiorentina per la vita di Dante. Milano, Hoepli, 1899.

[196]. Parad. XVI, 94-99.

[197]. Questi e altri personaggi di quelli anni, puoi vedere ritratti, come ho saputo meglio, in più d'una delle citate Pagine di storia fiorentina per la vita di Dante.

[198]. Dell'antico linguaggio nuziale fiorentino, vedi illustrazione d'alquanti esempî in alcune pagine (I, 1103-1107) dell'altro mio libro Dino Compagni e la sua Cronica.

[199]. § XXV, secondo la comune divisione primamente introdotta da A. Torri. Le edizioni del Witte (1876) e del Casini (1885, 1891) l'hanno in alcune parti modificata.

[200]. § cit.

[201]. Vedasi Vita Nuova § V, e l'illustrazione di A. D'Ancona (edizione pisana del 1884) a quel §. Vedi anche M. Scherillo, Alcune fonti provenzali della Vita Nuova di Dante; Napoli, 1889: e l'VIII e il X de' suoi Capitoli della biografia di Dante; Torino, Loescher, 1896.

[202]. Vita Nuova, § IV.

[203]. Vedi le illustrazioni del D'Ancona al § VI della Vita Nuova.

[204]. Per questa frase del tempo, vedi il cit. mio libro su Dino Compagni, I, 420 e 337.

[205]. Purg. xxx.

[206]. Di questa sovrapposizione dell'ideale al reale, nella poesia amorosa de' nostri antichi, è cenno — cenno, com'egli suole, di largo gesto comprensivo — in una bella pagina di Gino Capponi (Scritti editi ed inediti; Firenze, Barbèra, 1877; I, 141-142); e l'addurla qui, non dissonante da' concetti miei, mi è sommamente caro e prezioso: «.... la Giovanna di Guido Cavalcanti, o la Beatrice di Dante, o la Selvaggia di Cino, o la Laura del Petrarca. Intorno ad esse noi disputiamo lite impossibile a risolvere, fatti incapaci come noi siamo a insieme congiungere e comprendere in un pensiero solo la forma terrena e una ideale bellezza, e ad innalzare l'affetto senza attenuarlo, svanito fuori d'ogni realtà, sì ch'esso divenga concetto sterile della mente. Collocò Dante la Beatrice sua ne' più alti seggi del Paradiso, accanto alle donne che sono a noi più venerande; dunque era donna la sua Beatrice: ma ell'era insieme viva immagine di quell'idea per cui la vista dell'alta bellezza diviene affetto pei sommi veri, idea che non ha quaggiù riflesso di sè più degno che in un bel volto a cui s'affacci una pura anima di fanciulla. Nel sommo cerchio del Paradiso un seggio vuoto era per Arrigo, perchè dall'uomo in cui sperava, Dante saliva a quell'idea che nell'ordine politico era la cima de' suoi concetti. Questo continuo trapassare che facean gli animi più elevati dalle sensibili alle astratte e di qui alle divine cose, fu la poesia di quell'età».

[207]. § II.

[208]. Vita di Dante, § III.

[209]. § II.

[210]. § III.

[211]. Vita di Dante, § III.

[212]. Comento sopra la Commedia, lez. I.

[213]. §§ II, III.

[214]. §§ II, V, VII, XIV, XXII.

[215]. Questo pensiero di Iacopo Burckardt fu svolto da Rodolfo Renier nel suo Studio critico, La Vita Nuova e la Fiammetta; Torino, Loescher, 1879.

[216]. Vedi a pag. 161-162 del mio libro Dante ne' tempi di Dante; Bologna, Zanichelli, 1888.

[217]. § IX.

[218]. Vedi, nella edizione Hoepli di questo Studio, alcuni dei molti esempî che ne offrono gli Atti consiliari fiorentini di quelli ultimi anni del secolo XIII.

[219]. § VII.

[220]. § X.

[221]. Vedine pure gli esempî nella cit. edizione Hoepli di questo Studio

[222]. Parad. XV, 118-120.

[223]. Vedi nel mio Comento alla Cronica di Dino; I, XVI, 19.

[224]. Vedine esempî nella cit. edizione Hoepli di questo Studio.

[225]. § XIX.

[226]. La interpetrazione, diciam così, militare di quel § IX della Vita Nuova fu proposta e tenuta dal Todeschini, dal Witte, dal d'Ancona; ed io la rafforzai e determinai, anche contro le obiezioni di altro autorevole dantista Tommaso Casini, nella edizione Hoepli di questo Studio.

[227]. Vedi a pag. 172 e 164 del libro poc'anzi citato, Dante ne' tempi di Dante.

[228]. F. T. Perrens, Histoire de Florence; Paris, Hachette; II (1871), 281 e segg.

[229]. Dopo il 1288, e quasi d'anno in anno fino alla pace del 1293. Vedi Una famiglia di Guelfi pisani ec. nel cit. libro Dante ne' tempi di Dante, pag. 273-286.

[230]. Riferito da Cicerone nel De officiis (III, I) e nel De re publica (I, XVII).

[231]. Parad. XVI, 151-154, 110-111; Inf. XXXII.

[232]. «... disparve questa mia imaginazione subitamente, per la grandissima parte che mi parve che Amore mi desse di sè».

[233]. §§ V, IX, X, XII.

[234]. §§ VIII, XXII.

[235]. § XXXII.

[236]. §§ III, XXIV, XXV, XXX, XXXII.

[237]. § VI.

[238]. § XXXV.

[239]. § XL.

[240]. § XLII.

[241]. Vedi il cap. VI della Introduzione di Francesco Macrì-Leone alla sua edizione della Vita di Dante scritta da G. Boccaccio; Firenze, Sansoni, 1888.

[242]. Lezione VIII.

[243]. «... ad legendum librum qui vulgariter appellatur el Dante, in civitate Florentiae, omnibus audire volentibus.» Così nella petizione e provvisione del 1373 per la lettura pubblica della Divina Commedia: fra i Documenti (pag. 163-169) al cit. Discorso Dell'esilio di Dante.

[244]. Indicherò, poco appresso (cfr. pag. 134), la fonte, cortesemente dischiusami, di queste notizie attinenti ai Bardi. — Ciò che i biografi del Boccaccio già sapevano da documenti, era che il padre di lui, Boccaccio di Chellino, stava pei Bardi a Parigi nel 1332. Vedi V. Crescini, Contributo agli studi sul Boccaccio; Torino, Loescher, 1887; pag. 10.

[245]. Parad. VII, 14. E «monna Vanna e monna Bice» in due luoghi (uno ora dubbio: vedi a pag. 95 di questo volume, nota 10) del Canzoniere dantesco: Sonetti, «Io mi sentii...» e «Guido, vorrei...» Alla contrazione di «Beatrice» in «Bice» dovette pur conferire, che la forma del nome intero, come attestano instrumenti notarili, era anche «Biatrice» e «Bietrice».

[246]. Luigi Rocca, Del Commento di Pietro di Dante alla D. C. contenuto nel codice Ashburnham 841: nel Giornale storico della letteratura italiana; vol. VII, an. IV (1886), pag. 366-385. Vedi poi quanto sul Commento di Pietro lo stesso prof. Rocca ha scritto nel suo libro (pag. 343 e segg.), Di alcuni Commenti della D. C. composti nei primi vent'anni dopo la morte di Dante; Firenze, Sansoni, 1891.

[247]. Notizie istoriche delle Chiese fiorentine; VIII, 229-233.

[248]. § XXIX.

[249]. Vedi uno Studio di Ferdinando Gabotto: Il marito di Beatrice; Bra, 1890.

[250]. Nel Dino Compagni, dove pure detti le altre notizie intorno a messer Simone: I, 68, 194; II, 114.

[251].

Denuda, o vereconda, il casto petto;

dischiudi, o bella, il tuo più santo riso:

il pargoletto, affiso

ne la tua vista, i novi affetti impari.

O de le semplicette alme sovrana

gentile, o pia de' cuori informatrice,

la steril Beatrice

ceda a te, fior d'ogni terrena cosa.

Talamo e cuna è l'ara tua.....

Poesie di Giosuè Carducci; Bologna, 1902; a pag. 305-306, Le nozze. — Gentili versi, che in una delle scaramucce polemiche sul centenario di Beatrice corsero su pe' giornali, insieme con alcune parole del Poeta (vedile ora a pag. 402 del volume XII delle Opere, sotto il titolo Beata Beatrice), fastidito che si volesse la Beatrice simbolica «ridurla o tornarla alle proporzioncelle d'una sposina di secent'anni fa», a rischio di «peccare contro Dante, contro il medio evo, contro l'austerità toscana». E questo è sentimento di verità storica. E verità morale e d'arte è, che «i grandi poeti s'ispirano all'anima loro, alla patria, a Dio»; ed altresí, se vogliamo, che «non che le Beatrici facciano loro, son loro che fanno le Beatrici». Ma a tutto questo non ripugna, nè storicamehte nè idealmente, che si ammetta un primo affisarsi di Dante in una donna gentile, nella Beatrice, la quale egli idealizza e simbolizza a sè stesso, ma che non per questo cessa di essere donna viva e reale:

costei, cui donna il vulgo e Beatrice

chiama il poeta.....

e che è la «dolce beatrice del mio pensiero» a Francesco Petrarca; la «vera beatrice», la «mia beatrice», di poeti minori (vedi la voce «beatrice» nella V.ª edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca). Trovo poi un cinquecentista (Mattio Franzesi, in Rime burlesche, II, 127) scongiurare il Molza «per le Beatrici»: e quel plurale favorirebbe la impersonalità della ispirazione femminile poetica: ma chi sa che sorta di beatrici, quei verseggiatori di curia romana!

[252]. Vedili, con la ricordanza di madonna Nente, nell'edizione Hoepli di questo Studio.

[253]. Vedi le cit. mie Pagine di storia fiorentina per la vita di Dante, pag. 136, 148, 154.

[254]. Vedi nelle Note all'edizione Hoepli di questo Studio.

[255]. Vedi nelle cit. Note alla cit. edizione.

[256]. Cronica di messer Donato Velluti; pag. 44-45 dell'ediz. Manni.

[257]. Vedi nelle cit. Note.

[258]. Così scrivevo nel 90. Ma un terzo messer Simone, cugino del messer Simone di Geri di Ricco, venne a farsi conoscere da ulteriori ricerche sui Libri mercantili dei Bardi, per opera di D. Luigi Randi (Il marito e i figliuoli di Beatrice Portinari, Lettera al prof. Isidoro Del Lungo; nella Rivista delle Biblioteche, an. IV, 1892, num. 37-38): un messer Simone di Giuliano di Ricco, che il Randi trova marito e padre, e lo vuole marito della Portinari. Dopo l'accertamento di quest'altro messere, la mia ragionevole esclusione del Simone non messere non era più sufficiente a far marito della Bice Portinari messer Simone di Geri; bensì rimaneva sempre, a mio avviso, che il «messer Simone di Geri» era, fra il Due e il Trecento, quello a cui, chi dicesse allora «messer Simone de' Bardi», doveva pensare: e di ciò si veda, nelle Note all'edizione Hoepli di questo Studio, pag. 97-99. Se non che e all'egregio Randi e a me (ristampando nel 91 dall'Hoepli ciò che avevo dato alla Nuova Antologia nell'anno centenario 1890) sfuggì una preziosa testimonianza sul marito di Beatrice, che e il Bandi ed io potevamo aver raccolta a pag. 57 del libro da Luigi Rocca pubblicato (cfr. qui nota [246]) nel 1891 sugli Antichi Commenti al Poema; in uno dei quali si legge: «mona Biatrice figliuola che fu [di] Folco de' Portinari di Firenze, e moglie che fue di [messere Simone] di Geri de' Bardi di Firenze». E questa è testimonianza positiva, la quale come rende superflue le mie argomentazioni, così invalida quelle del mio cortese contradittore. Il Rocca stesso ha richiamato l'attenzione degli studiosi su quella testimonianza, in una sua lettera a me (Beatrice Portinari nei Bardi), pubblicata nel Giornale dantesco, fasc. di luglio-ottobre 1903. Al Randi mi professo poi grato per qualche rettificazione, della quale non ho mancato di avvantaggiare la presente ristampa.

[259]. § XXIX: «Io dico che, secondo l'usanza d'Arabia, l'anima sua nobilissima si partì nella prima ora del nono giorno del mese: e secondo l'usanza di Siria, ella si partì nel nono mese dell'anno perchè il primo mese è ivi Tisrin, il quale è a noi ottobre: e secondo l'usanza nostra, ella si partì in quello anno della nostra indizione, cioè degli anni Domini, in cui il perfetto numero nove volte era compiuto in quel centinaio nel quale in questo mondo ella fu posta; ed ella fu dei cristiani del terzodecimo centinaio.» Sull'autentica lezione «Arabia», non «Italia», di quel passo, e sulla interpetrazione (aiutatami dal collega Fausto Lasinio) della dicitura concernente il giorno del mese secondo il calendario arabico, vedi nelle Note all'edizione Hoepli di questo Studio.

[260]. Di questa elaborata interpetrazione del passo dantesco mi fece dubitare il ch. dott. E. Moore (Bullettino della Società dantesca italiana, Nuova Serie, Vol. II, 1895, pag. 57-58): cioè, se dal computo arabico intendesse Dante prendere addirittura il giorno nove di quel loro mese, com'io ho affermato; o semplicemente (come il Moore crede, confrontando il testo dantesco a un capitolo dell'Astronomia d'Alfragano) che Beatrice, morta la sera dell'8 giugno nostro a un'ora di notte dovesse, secondo quel computo, considerarsi come morta il 9, perchè gli Arabi incominciano il loro giorno dal tramonto del nostro precedente. Vedi anche Paget Toynbee, Ricerche e Note dantesche; Bologna, Zanichelli, 1899: pag. 54-57. Nella interpetrazione integrale del giorno e mese consentiva meco il Casini in ambedue le pregiate sue edizioni (Sansoni, 1885 e 1891) della Vita Nuova.

[261]. Vedi sopra, a pag. 112; e più addietro, a pag. 16: e una pagina (1105) del mio libro Dino Compagni ec.: e nelle note all'edizione Hoepli (pag. 101) di questo Studio, lo stanziamento di lire duemila, fatto dal Comune per procurare matrimonî di pubblico interesse fra Tosinghi e Lamberti.

[262]. Così scrissi parecchi anni fa (cfr. anche a pag. 75), e così ora conferma Un nuovo documento concernente Gemma Donati (pubblicato da U. Dorini nel Bullettino della Società dantesca italiana, N. S., IX, 1902, pag. 181-84), dal quale, nell'assegnarsi certo credito «domine Gemme vidue, uxori olim Dantis Allagherii et filie quondam domini Manetti domini Donati», risulta che la dote maritale, a cui era inerente il detto credito, le era stata costituita il 9 di febbraio (un altro 9 dantesco, ma questo tutt'altro che mistico) del 1277 [1276 s. f.], anno undecimo di Dante, e secondo la consuetudine, massime allora, dei matrimonî, men che undicesimo certamente di lei. S'intende bene che le nozze, in siffatti casi, si protraevano fino alla maturità dei coniugi. Ma ciò non toglie che nei due personaggi del romanzo psicologico di Vita Nuova la realtà storica ci offra, secondo ogni apparenza, in Beatrice una giovine sposa il cui matrimonio ha suggellato interessi guelfi tra Bardi e Portinari; e in Dante un giovine guelfo, al quale sin da' primi anni era destinata sposa, da famiglia di «vicini» guelfi, una di quelle che, sotto tali auspicî di parte, i genitori (cfr. qui a pag. [16]) «maritavano nella culla.»

[263]. Nei sonetti «Guido, vorrei...» e «Io mi sentii...». Ma ora credo non si possa tener conto che del secondo, se nel primo, invece di «monna Bice» sia da leggere «monna Lagia»: vedi lo scritto di M. Barbi, qui cit. a pag. 95, nota [123].

[264]. Tanto che, per esempio, dicevano, come più largamente rilevai nelle note all'edizione Hoepli, «la Bice, poi monna Bice, figliuola di Bindo, fu maritata a Nolfo....»

[265]. Vedi qui a pag. 76 e 96.

[266]. Vedi, di tutta la Vita Nuova, il sommario fattone con diligenza e finezza squisita dal Casini appiè della citata sua edizione.

[267]. §§ VIII, VII, IX, XXIII, XXXII, e gli altri che sono qui indicati a pag. 128-129.

[268]. §§ I, II, XXVIII, XXII.

[269]. J. Michelet, La mer, IV, VII: «Quand la divine Béatrix inspira Dante, son père fonda l'hospice de Santa Maria Nuova».

[270]. Una gentile cultrice del bello, la signora Carlotta Ferrari da Lodi, che presedè alle onoranze centenarie a Beatrice (vedi A Beatrice Portinari il IX giugno MDCCCXC, sesto centenario della sua morte, le donne italiane; Firenze, Succ. Le Monnier, 1890: e Commemorazione di B. P., Discorso letto a Firenze in Palazzo Vecchio il 16 giugno 1890, fasc. 9-12, an. IX, vol. XI, della Rivista La Cultura), espose le ragioni del suo dissenso da questa mia opinione in uno scritto intorno a Dante, Beatrice, Gemma Donati e la donna gentile.... e le cagioni determinatrici dei maritaggi di quel tempo; Firenze, Rassegna Nazionale, 1897. Serbai copia di ciò che io, ringraziandola, rispondevo: «... Quanto Ella adduce intorno a quella distinzione, così difficile a delinearsi, tra la Beatrice persona e la Beatrice idea, tra l'amore di uomo a donna e quello che io chiamai amore per rima, è pensato con gravità di riflessione e squisitezza di sentimento. Io credo tuttavia che amor di poeta (dissi per rima, ripigliando il linguaggio d'allora), anche scevro dalle contingenze della vita reale, potesse, per ascensione da idealità ad idealità, pervenire sino alle altezze della visione, e, quando il poeta era Dante, questa visione essere la Divina Commedia. Ciò che delle contingenze reali mi danno le storie di cotesta età, non so alterarmelo in grazia di nessuna grandezza individuale: perchè gli uomini d'allora vivevano con tale intensità, di amori di emulazioni di odî, la vita l'uno dell'altro, che, in quanto uomini, non avrebbero saputo nè voluto, nè i grandi per conscienza di sè appartarsi, nè i minori per reverenza di loro ritrarsi, dal contrasto quotidiano delle comuni energie. Ora io affermai che anche i matrimonî facevan parte di questo conserto, mi lasci dire, di cose, al quale, in altra sfera, sorvolavan le idee: nè altramente che così, l'una collocata in quel mondo reale, l'altra sovrastante in quel mondo ideale, mi riesce figurarmi storicamente la Donati e Beatrice, che Ella, signora, atteggia l'una accanto all'altra, e, inevitabilmente, in mezzo ad esse, un po' dell'una e un po' dell'altra, il Poeta: io dico invece, l'uomo dell'una e il poeta dell'altra. È più duro, ma, credo, il solo vero....»

[271]. Vedila da me illustrata a pag. 435-461 del cit. libro Dante ne' tempi di Dante.

[272]. Purg. XXIII, 115-117.

[273]. È il quarto; a pag. 450-451 del cit. mio libro: dove vedi anche a pag. 460-461.

[274]. § XXVIII.

[275]. § XXXI.

[276]. § III.

[277]. Cfr. pag. 119-120.

[278]. Dalla prima delle Canzoni della Vita Nuova «Donne ch'avete intelletto d'amore». La Pietà e l'Amore personificati agiscono anche nel Sonetto di Cino «Muoviti, Pïetate, e va' incarnata...», e nell'altro «Deh com'sarebbe dolce compagnia...».

[279]. Canzone di messer Cino da Pistoia a Dante per la morte di Beatrice. Riproduzione fototipica in CC esemplari del dono offerto a S. M. la Regina d'Italia dalle gentildonne fiorentine nella primavera del MDCCCXC sesto centenario. Testo riveduto sui manoscritti da I. Del Lungo. Illustrazioni e fregi in miniatura di N. Leoni. Firenze, fototipia Ciardelli. — Riprodussi, con nuove cure, il testo della Canzone di Cino fra i Documenti all'edizione Hoepli del presente Studio.

[280]. Petrarca, Rime, III, IX.

[281]. II, VI.

[282]. Furono da me, dopo altri, rilevate nella cit. riproduzione della Canzone di Cino.

[283]. Canzoni di Cino, Per la morte di Arrigo imperatore e Per la morte di Dante Alighieri.

[284]. Commento dell'Ottimo, II, 539-540: al Purg. XXX, 121-123.

[285]. Trionfo dell'Amore; IV, 31.

[286]. Sonetto di Cino: «Infra gli altri difetti del libello, Che mostra Dante signor d'ogni rima...».

[287]. «Perch'io non spero di tornar giammai, Ballatetta, in Toscana...»

[288]. Parad. XVII, 55-57.

[289]. Purg. XXXIII, 115. Come Virgilio «gloria de' Latini»; Purg. VII, 16.