CAPITOLO III.
La chiesa e la repubblica romana nella prima metà de' mezzi tempi — Dissensioni tra i papi e gl'imperatori. — Regni di Enrico III, Enrico IV, ed Enrico V, dal 1039 al 1122. — Pace di Wormazia.
Tre principi della casa di Franconia, il figlio, il nipote ed il pronipote di Corrado il Salico, occuparono la sede imperiale dopo la morte di questo sovrano fino ai tempi in cui le repubbliche, che formano l'argomento di quest'opera, ebbero conseguita l'indipendenza; epoca in cui noi cominceremo a tener dietro alle particolarità della loro storia. Ma prima di descrivere compendiosamente i regni dei tre Enrichi di Franconia, convien rimontare alquanto a dietro, e far conoscere ai miei lettori qual fosse, al principio de' mezzi tempi, lo stato della Chiesa romana, che protetta dai tre primi Enrichi perseguitò gli ultimi due; quale lo stato della città di Roma, di cui gl'imperatori contrastarono ai papi la sovranità; mentre fino dal principio dell'età di mezzo si andava in silenzio formando una nuova repubblica romana, che talvolta tenne nella sua dipendenza i pontefici dominatori della cristianità.
Non è facil cosa il render ragione dei motivi che dissuasero i Lombardi dall'occupar Roma quando Alboino conquistò il rimanente dell'Italia. Le città marittime potevan essere agevolmente soccorse dai Greci di Costantinopoli; Ravenna, Venezia e Comacchio erano difese dalle paludi che le circondavano; Napoli, Gaeta, Amalfi, e le città della Calabria, dalle montagne; ma Roma era posta in un paese affatto aperto. I Lombardi, padroni dei ducati di Toscana, Spoleti e Benevento, chiudevano tra i loro dominj l'antica capitale del mondo, che, difesa dalla lunga muraglia che Aureliano aveva innalzata per comprendere nella città il campo Marzio, presentava un circondario immenso, che la popolazione di Roma, estenuata da continue disgrazie, non era in grado di difendere. Gl'imperatori greci, o per debolezza o per timore di cimentare l'onore delle loro armi, non vi tenevano più guernigione. Affidavano il governo della città ad un prefetto, di poi chiamato duca, che dipendeva dall'esarca di Ravenna, onde gli storici greci, vergognandosi forse di confessare che i loro sovrani lasciavano l'Italia abbandonata, s'astennero dal parlare di Roma pel corso di due secoli, dal principio fino alla fine della dominazione lombarda[118].
Ad ogni modo Roma non fu giammai occupata dai Lombardi, ed i fuorusciti delle altre province d'Italia, venuti a cercare asilo in questa città, ne accrebbero poi la popolazione, e la resero capace di opporsi colle proprie forze agli attacchi de' successori d'Alboino. I papi incoraggiavano i Romani a difendere la loro patria, ed a mantenersi fedeli ai sovrani di Costantinopoli[119]. Erano i papi nominati dal clero, dal senato e dal popolo romano; ma non potevano essere consacrati senza il formale consentimento dell'imperatore d'Oriente[120]. Essi mantenevano sempre due apocrisiarj, o nunzj alla corte di Costantinopoli, ed a quella dell'esarca di Ravenna, per assicurare il sovrano della loro dipendenza, per provvedere di comun accordo alla difesa di Roma, e per la regolare amministrazione della Chiesa.
I Romani, vedendosi trascurati dagl'imperatori, s'andavano sempre più affezionando ai papi, che di questi tempi erano anch'essi quasi sempre romani, e per le loro virtù rispettabilissimi. Risguardavasi la difesa di Roma come una guerra religiosa, perchè i Lombardi erano tutti o arriani, o ancora pagani; ed i papi per proteggere le chiese ed i conventi contro la profanazione de' barbari, impiegavano le ricchezze della chiesa di cui erano amministratori, e le elemosine che ricevevano dalla carità de' fedeli occidentali: di maniera che il crescente potere del papi sulla città di Roma aveva per fondamento due titoli troppo rispettabili, le virtù ed i beneficj.
Poche storie sono così oscure come quella di Roma e delle province che i Greci possedettero in Italia fino al regno di Carlo Magno, perchè nè i Romani nè i Greci ebbero di que' tempi alcuno scrittore delle cose loro. Le vite dei papi sono opera del secolo nono, e più tosto fatte per edificazione de' fedeli, che per istruire gli storici[121].
Con tutto ciò in tal periodo di tempi si consumò una rivoluzione ch'ebbe la più durevole influenza non solo sulla sorte di Roma, ma su quella di tutto l'Occidente. La riforma, e se così amiamo chiamarla, l'eresia degl'Iconoclasti alienò l'animo de' sudditi latini dai loro sovrani, impegnò i papi a distruggere l'autorità che gl'imperatori avevano in Roma, e fu la principal causa dell'indipendenza della città e della sovranità della Chiesa.
La pura e filosofica religione di Gesù Cristo aveva fino dai primi secoli della sua esistenza sofferte grandissime alterazioni, e per il degradamento del popolo che la professava, e per la perdita d'ogni virtù pubblica, e per la corruzione dello spirito e del gusto. Le sottigliezze de' filosofi e l'ignoranza de' plebei avevano pure ugualmente contribuito ad alterarne la semplicità, facendo rientrare il paganesimo tutto intero in quella religione che sembrava averlo distrutto[122].
Il più notabile cambiamento che soffrì il cristianesimo ebbe origine dalla pretesa scoperta di un'imagine di Gesù Cristo, poscia della Vergine, che si attribuirono a celeste artefice, da che non vi aveva avuta parte la mano di alcun uomo. Tali imagini ch'ebbero il loro nome da questa circostanza[123], dopo essere state l'opera del miracolo, non tardarono a farne ancor esse. Vittorie riportate sui nemici dello stato e della religione; i Persiani respinti dalle mura di Edessa; infermità risanate, e tutto ciò che può essere soltanto attribuito alla divinità, fu l'opera loro. Ben tosto si attribuì la stessa possanza ad altre imagini, comechè non ne fosse contestata, come delle prime, la celeste origine: e la religione cristiana, che per più titoli poteva essere incolpata d'avere retrogradato verso il politeismo, trovossi per quest'ultimo passo cambiata in vera idolatria[124]. Si riguardarono le statue e le imagini come aventi nella materia di cui erano formate qualche cosa di divino; ed ebbero forse più onori per sè medesime che presso i pagani, indipendentemente dall'oggetto rappresentato[125].
Intanto quasi nella medesima epoca un popolo barbaro ricevette da un ambizioso conquistatore un nuovo sistema di teismo. L'islamismo più d'ogni altra religione appoggiavasi sulla dottrina dell'umanità, e della spiritualità di Dio; onde i Musulmani manifestarono sempre un eguale orrore per l'associazione della creatura al culto dovuto soltanto al creatore, e per la rappresentazione sotto forme materiali dell'Essere, che i sensi non possono concepire, che lo spirito non può misurare. I Musulmani rimproverarono i Cristiani d'idolatria, rivolsero contro di loro gli argomenti ed il ridicolo, di cui gli antichi apologisti cristiani eransi utilmente serviti contro i pagani; e questa controversia diventava tanto più umiliante per gli Ortodossi, in quanto che la loro professione di fede trovavasi in aperta contraddizione colla pratica, e che l'odio del nome d'idolatra era ancor vivo nel loro cuore quando essi medesimi meritavano di più il nome d'idolatri[126].
I Musulmani fecero ancor di più per disingannare i Cristiani, li vinsero. Il Labano miracoloso dovette fuggire innanzi a loro, ed Edessa fu presa a dispetto della sua trionfante imagine. Essi distrussero i quadri e le reliquie coll'altare che le portava, dimostrando l'impotenza dei pretesi agenti della divinità, dei santi, degli angeli, dei semidei de' cattolici e delle loro imagini[127].
Queste disfatte avevano già da qualche tempo scossa alquanto la credenza del popolo, allorchè una razza di montanari, che nell'Asia minore conservava la sua indipendenza[128], l'amore delle armi, ed una religione più vicina all'antico cristianesimo, ottenne di porre sul trono di Costantinopoli uno de' suoi capi. Fu questi Leone l'Isaurico, o l'iconoclasta, il quale segnalò il suo regno coi più violenti attacchi contro le recenti superstizioni, il culto cioè delle imagini, ed i progressi del monachismo. Quantunque provasse ancora in Oriente una resistenza che pose il suo trono in pericolo, è certo che una assai ragguardevole porzione del popolo professava le opinioni di Leone, il quale aggiungeva al vigore del suo carattere una grande abilità[129]. L'Occidente era in pari tempo più addetto al culto delle imagini, e più indipendente dall'imperatore. I Romani rifiutaronsi assolutamente di sottomettersi agli editti di Leone, ed il papa d'allora, Gregorio II, dopo avere tentato invano di richiamare gl'iconoclasti alla credenza della Chiesa, autorizzò i Romani a rifiutare all'imperatore i consueti tributi[130][131]. Intanto Ravenna e tutte le città dell'Esarcato aprivano le porte a Luitprando re de' Lombardi, di modo che non restavano più dell'Italia, sotto il dominio dell'impero orientale, fuorchè le città marittime della magna Grecia.
Gregorio II erasi in varie circostanze fatto conoscere il protettore della sua greggia, l'aveva difesa contro le invasioni de' Lombardi, parte coll'opinione di santità che gli dava grandissimo favore presso Luitprando, parte coi tesori della Chiesa ch'egli seppe utilmente impiegare nell'assoldar truppe. Sottraendosi all'ubbidienza di Leone l'Isaurico, Gregorio accusò Marino duca di Roma, e Paolo esarca di Ravenna d'aver tentato per ordine del loro principe di farlo assassinare[132]; e senza scacciarli da Roma li privò d'ogni autorità. E per tal modo mediante la sua influenza, e col consenso del re de' Lombardi, si stabilì in Roma verso l'anno 726 un simulacro di repubblica, che sussistette oscuramente dopo il regno di Leone Isaurico fino alla distruzione del regno lombardo, ed all'incoronazione di Carlo Magno.
Fu specialmente durante il pontificato di Gregorio III dal 731 al 741 che la repubblica romana sotto l'influenza del papa si governò come stato indipendente. Allora si videro i nobili, i consoli ed il popolo associarsi ad un concilio che condannava gl'iconoclasti: allora i Romani rialzarono le loro mura, fortificarono Civitavecchia, fecero alleanza coi duchi di Benevento e di Spoleti contro Luitprando re dei Lombardi, e finalmente stipularono con quest'ultimo un trattato in nome del ducato romano[133].
Si domanderà forse qual era il governo di questa repubblica o ducato; ma ciò non è facile a sapersi, perchè i Romani ed il papa cercavano di evitare ogni dimostrazione o positiva dichiarazione, onde non alienare assolutamente l'imperatore, cui pure prestarono ajuto per ricuperare l'Esarcato di Ravenna; e dopo di aver rimandato in Sicilia il patrizio destinato a governarli, ricevettero nuovamente in diverse occasioni gli ufficiali della corte di Costantinopoli, reclamarono la loro protezione contro i Lombardi, e chiesero, quantunque inutilmente, truppe a Costantino Copronimo per difendersi. Dal suo canto l'imperatore pareva disposto a contentarsi di un'ombra di potere, ed a scaricarsi senza strepito della difesa di una città, per la sua posizione difficile a difendersi. Il papa come capo della Chiesa, come padre dei fedeli, godeva di un altissimo credito e presso i cittadini, e presso i nemici dello stato. Veniva spesso accordato alla santità del suo carattere quello che sarebbesi rifiutato alle prerogative del suo rango. Finalmente i nobili romani avevano imparato dai Lombardi loro vicini a far rispettare la loro indipendenza, ed avevano terminato col non ubbidire nè all'imperatore, nè al papa, nè al proprio senato. Come padroni de' castelli possedevano essi tutto il territorio del ducato di Roma, e quando dimoravano nella capitale si risguardavano quali principi superiori alle leggi; ed il loro potere era proporzionato al numero de' loro vassalli e satelliti. Di mezzo a tale conflitto di giurisdizione, il papa capo del clero, patriarca di tutto l'Occidente, depositario dei tesori del cielo, che facilmente cambiava con quelli della terra, il papa si mostrava il solo difensore del popolo, il solo pacificatore delle discordie de' grandi. I progressi dell'ignoranza avevano accresciuta la sua potenza; egli era diventato quasi un semidio in terra specialmente pei barbari di fresco convertiti, e lontani dalla sua persona; formava centro di tutta la Chiesa, e solo egli poteva far in modo che nazioni lontane, il di cui popolo ne conosceva appena il nome, dessero prova del loro cristianesimo colla carità verso i Romani. La condotta de' pontefici ispirava rispetto, siccome i loro beneficj meritavano la riconoscenza. Forse eran essi superstiziosi, ma questa debolezza si trasforma in virtù in faccia ai popoli ugualmente superstiziosi: di costumi puri e severi, nè il lusso, nè la possanza gli avevano ancora corrotti.
Gregorio III fu il primo che invocò la protezione de' Francesi a favore della Chiesa e della repubblica romana; egli chiese a Carlo Marcello, maestro del palazzo, soccorso contro Luitprando[134]. Quest'esempio fu seguito dagli altri papi qualunque volta i Lombardi minacciavano l'indipendenza di Roma. Oltre le lettere dei papi, ne esiste una dello stesso Apostolo s. Pietro, che papa Stefano II indirizzò a Pipino, Carlo e Carlomanno, ed a tutta l'universalità de' Francesi per riporre la Chiesa di Dio ed il popolo sotto la speciale loro protezione[135].
In compenso di tale protezione i papi accordarono alcune grazie ai re di Francia. Zaccaria approvò la traslazione della corona di Francia da Childerico a Pipino[136], e Stefano II incoronò quest'ultimo a Parigi l'anno 764[137]. In appresso il medesimo papa elevò al rango di patrizj romani Pipino, ed i suoi due figliuoli; ed a nome della Chiesa, de' duchi, conti, tribuni, popolo ed armata di Roma, gli scrisse per impegnarlo a difendere contro Astolfo una città di cui erano creati magistrati[138].
I papi avevano lo stesso diritto di nominare un patrizio romano, come di trasferire da una ad un'altra famiglia la corona di Francia. Il patrizio era un ufficiale nominato dagl'imperatori greci: uno risiedeva in Sicilia, ed un altro d'ordinario in Roma, ov'erano capi del governo. Ma forse Pipino aveva un miglior titolo alla dignità reale nell'elezione del popolo francese, che al patriziato in quella del popolo romano; ma nella pericolosa situazione in cui trovavasi il popolo di Roma, poteva il papa scusarsi se a qualunque prezzo gli assicurava un protettore. Intanto queste trattative corruppero i pontefici, i quali dando ai Carlovingi diritti ch'essi medesimi non avevano, ricevevano in compenso terre e ricchezze delle quali i Carlovingi non avevano diritto di disporre. Pipino costrinse Astolfo, re de' Lombardi, a restituire l'Esarcato e la Pentapoli non già all'imperatore di Costantinopoli cui appartenevano, e che faceva riclamare dai suoi ministri, ma bensì a s. Pietro, alla Chiesa romana rappresentata dai suoi pontefici, ed alla repubblica. Pare che lo storico di Stefano II adoperasse quest'ultimo vocabolo per indicare il governo di Roma e delle province, che dopo essersi staccate dall'impero greco rimanevano indipendenti; imperciocchè lo storico termina l'elogio di questo pontefice con tali parole: «il quale coll'ajuto di Dio dilatò le frontiere della repubblica e del popolo sovrano, che formava la greggia confidata alle sue cure[139].»
L'atto della donazione di Pipino non si è conservato, di maniera che non conosciamo con esattezza le condizioni di così fatta concessione, in forza della quale la Chiesa acquistò per la prima volta una dominazione temporale[140][141]. Ma la storia ne istruisce che tale donazione non ebbe mai effetto. Astolfo permise bensì che l'atto di donazione, e le chiavi delle città donate si deponessero sull'altare di s. Pietro; e varj ostaggi giunsero pure a Roma coll'inviato di Pipino; ma la Chiesa non ebbe il godimento della sovranità di queste province, ed abbiamo molte lettere dei papi nelle quali si lagnano che nè Astolfo, nè Desiderio suo successore non avevano ancora dato alla Chiesa ed alla repubblica romana il possesso delle città promesse[142], o pure che avendone accordata taluna, se l'erano all'istante ripresa. E quando in appresso, dietro le istanze della Chiesa, Desiderio lasciò queste città in libertà, invece d'essere governate dal papa, passarono sotto l'arcivescovo di Ravenna come rappresentante degli esarchi[143]: e finalmente allorchè, chiamato da Adriano, Carlomagno conquistò l'anno 774 il regno dei Lombardi, confermò la carta di donazione di suo padre senza però darle esecuzione; onde Adriano l'andava avvisando di dar esecuzione a quanto, per la salvezza dell'anima sua, aveva promesso di fare in favore della Chiesa e della repubblica de' Romani[144].
Ma se le donazioni delle sovranità fatte da Pipino, Carlomagno e Luigi il buono, si ridussero a semplici atti d'ostentazione, che que' principi non ebbero mai intenzione d'eseguire, essi però arricchirono la Chiesa con più utili beneficenze, dandole l'utile dominio di una parte dell'Esarcato e della Pentapoli, cioè i frutti e le rendite delle terre, mentre la sovranità delle stesse province era riservata alla repubblica romana, al patrizio, e per ultimo all'imperator d'Occidente. Altronde all'utile dominio veniva pure annessa l'ubbidienza di moltissimi vassalli, talchè il papa, che già da gran tempo veniva risguardato come il primo cittadino di Roma, diventò pure il primo e più potente barone[145].
Le dignità che danno potere e ricchezze diventano l'oggetto dei desiderj degli ambiziosi, e ben tosto loro preda. Dopo le prime donazioni di Pipino si videro aspirare alla cattedra dì s. Pietro persone affatto diverse da quegli austeri sacerdoti che l'avevano fino a quei tempi occupata, e gli annali della Chiesa incominciarono a macchiarsi dei delitti del capo dei Cristiani. Due fratelli Stefano II, e Paolo I, ch'ebbero successivamente il papato dal 762 al 766, vengono accusati dagli storici della chiesa di Ravenna d'ingiustizia, di rapina, di crudeltà[146]. Dopo la morte di Paolo, un antipapa s'impadronì colle armi della sede pontificia; il legittimo papa Stefano III ebbe parte all'assassinio di alcuni de' principali dignitarj della sua chiesa[147]; e tutto il clero adottò le abitudini ed i feroci costumi dei gentiluomini del suo secolo.
Ne' tempi della barbarie, mentre l'ignoranza rende la fede più costante, le passioni indomabili e feroci distruggono affatto la morale. Le stragi, i tradimenti, gli spergiuri sono avvenimenti comuni nella storia di quegli uomini cui il nono ed il decimo secolo accordarono il nome di Grande. Ma dopo così enormi delitti, una magnifica penitenza attestava la religione ed il pentimento del colpevole. L'ambizione del clero mostrò ai grandi delinquenti una ignota strada per espiare i loro delitti, e far dimenticare i loro furori; e questa fu quella delle donazioni alla chiesa per la salvezza dell'anima del donatore[148]. Pipino e Carlo Magno avevano con somiglianti liberalità gittati i fondamenti della potenza papale: comecchè essi non avessero soltanto arricchita la santa sede, ma ancora l'arcivescovo di Ravenna in maniera di poter gareggiare col papa, e poco meno anche l'arcivescovo di Milano, e molti monasteri. Tutti i loro successori ne imitarono l'esempio, ed i principali baroni, seguendo la pratica de' loro sovrani, fecero pagare ai loro eredi i misfatti che avevano commessi: per lo che avanti il dodicesimo secolo abbiamo più atti di donazioni fatte alle chiese, che di contratti di qualunque altro genere presi cumulativamente. Di modo che quando Ottone il grande entrò in Italia, le più ricche città, le province più popolate venivano possedute dal clero; mentre i grandi feudi laici erano spenti o divisi. Di quest'epoca i principali e più potenti sovrani ecclesiastici erano il patriarca di Aquilea, gli arcivescovi di Milano e di Ravenna, i vescovi di Piacenza, di Lodi, d'Asti, di Bergamo, di Novara, di Torino, l'abbate di monte Cassino, il più potente signore del ducato di Benevento, che fino all'età nostra conservò il titolo di primo barone del regno di Napoli, e l'abbate di Farfa nella Sabina[149]. Inoltre la maggior parte de' vescovi avevano acquistato, in forza di un atto di qualche re o gran signore, la giurisdizione della città in cui risiedevano, e non eravi un solo vescovo, un solo monastero dell'un sesso o dell'altro, che in alcun territorio o villaggio non possedesse diritti feudali.
Alla podestà temporale erano uniti quei doveri che allontanarono affatto gli ecclesiastici dalle primitive loro funzioni. Quando un vescovo, un abbate era conte d'una città, sotto questo titolo riuniva la prerogativa di giudice e di generale; essendo incaricato del governo civile del contado in tempo di pace, e della sua difesa in tempo di guerra. Come castellani, gli ecclesiastici credevansi permesso di sostenere un assedio assai prima che ardissero di porsi in campo alla testa di un'armata. Ma nel secolo nono avevano già appreso a marciare contro il nemico. L'imperatore Luigi II lo ordinò loro nel decreto che pubblicò per l'impresa di Benevento l'anno 866[150]: e lo stesso papa Giovanni X guidò l'anno 915 le truppe della lega ch'egli aveva riunite contro i Saraceni.
I tre Carlovingi, spinti da quello spirito religioso che gli aveva indotti ad arricchire il clero, credettero di santificare l'amministrazione de' loro stati, fidandola agli ecclesiastici. Il cancelliere, il principale ufficiale della corona, era quasi sempre un prelato[151], ed i vescovi e gli abbati intervenivano al consiglio del re ed agli stati della nazione. Durante il regno di Pipino, e parte di quello di Lotario, Adelardo abbate di Corbia ed il monaco Wala suo fratello furono i veri sovrani d'Italia. Dopo costoro altri ecclesiastici occuparono in consiglio il loro luogo; e fu osservato, che non rifiutaronsi di dirigere le guerre snaturate che i figli di Luigi il buono fecero al padre. Il favore del sovrano, il potere, le ricchezze corruppero in ogni tempo coloro che le possedevano, e non era da supporsi che il clero sarebbesi conservato incorrotto, quando si fosse riflettuto che a quell'epoca lo spirito della religione cristiana era guasto affatto dalla più grossolana superstizione; che i di lei ministri, scelti tra i secolari, dovevano essere partecipi dei vizj del secolo; che i grandi signori erano solleciti di collocare tra il clero alcuno de' loro figli, perchè la fortuna farebbe che in tale stato servisse loro d'appoggio; che invece di far ammaestrare nelle lettere ecclesiastiche questi nuovi canditati della Chiesa, venivano, come giovani cavalieri, addestrati al maneggio delle armi e dei cavalli; che l'avidità con cui si spogliavano le chiese dei loro beni, uguagliava la profusione con cui erano state arricchite; che il re Ugo non era stato il primo a provvedere a forza di beneficj ecclesiastici i suoi sicarj ed i suoi bastardi; e finalmente molti sovrani deposti, molti grandi signori ch'erano incorsi nella disgrazia de' loro superiori, venivano forzati a ricevere la tonsura; onde il corpo del clero composto di così fatta gente non poteva possedere le virtù proprie del suo stato. A torto si è voluto opporre alla santità della religione la disordinata vita del clero del nono e decimo secolo, quando appena sarebbe bastato un miracolo per santificare gl'impuri elementi di cui era di que' tempi composto il clero.
Abbiamo un'assai circostanziata storia de' papi contemporanei degl'imperatori Carlovingi. Tale storia scritta da un bibliotecario della corte romana, è generalmente parziale per i papi[152]. Lo scandalo cominciò soltanto in sul declinare del secolo nono. Ma prima di osservare la Chiesa lordata dalla dissolutezza di alcuni giovinastri, vuole la giustizia che ci fermiamo all'epoca più onorevole del pontificato di Leone IV.
Poco dopo la morte di Carlo Magno non tardarono i Saraceni ad accorgersi della debolezza della sua immensa monarchia, e cominciarono a saccheggiare le province marittime dell'Italia. Papa Gregorio IV era stato costretto l'anno 833 a fortificare contro di loro la città d'Ostia[153]; che pure non impedì loro di rovinare le città littorali, per lo che gli abitanti di Civitavecchia dovettero salvarsi nelle foreste; e l'audacia de' Saraceni crebbe a segno, che nell'847 osarono di tentar l'assedio della stessa Roma, saccheggiando le basiliche di s. Pietro in Vaticano e di s. Paolo, poste fuori delle mura. Nella stessa epoca morì papa Sergio II, onde i Romani, per non trovarsi senza capo, in così difficili circostanze, elessero papa Leone IV prete romano, uomo di somma riputazione, e lo consacrarono senza aspettare l'approvazione dell'imperatore[154]. Quantunque i Saraceni si fossero già allontanati da Roma, Leone, volendo assicurarsi da ogni insulto, fece rifabbricare le muraglie della città, ed accrescerne le fortificazioni. Il monte Vaticano, che fin allora era fuori del circondario di Roma, fu cinto di mura, e dal suo nome chiamato la città Leonina[155]. Rifece Civitavecchia rovinata dai Saraceni[156], e coll'ajuto delle repubbliche di Napoli, di Amalfi e di Gaeta, che sotto la protezione greca eransi rese libere, attaccò una nuova flotta saracena, obbligandola a ritirarsi con grave perdita. A queste gloriose azioni i suoi biografi aggiungono il racconto di alcuni miracoli, uno de' quali rese la memoria di Leone IV più illustre, che la fondazione della città cui diede il proprio nome. Il borgo dei Sassoni che prolungavasi tra la città Leonina ed il quartiere di Transtevere fu in parte consumato da un terribile incendio arrestato dalle preghiere di Leone[157]: argomento della egregia opera di Raffaello conosciuta sotto il nome dell'incendio di Borgo, che vedesi nella quarta stanza del Vaticano.
Dalla deposizione dell'ultimo monarca Carlovingio fino al regno d'Ottone il grande, l'autorità dei principi che portarono momentaneamente il titolo d'imperatore, fu sempre vacillante e controversa. Frattanto Roma non facendo parte del regno d'Italia, ed essendo dipendente soltanto dall'impero, allorchè vacava l'impero ricuperava la sua indipendenza, o a dir meglio ricadeva sotto il giogo dell'oligarchia inquieta de' suoi nobili. Tra costoro quello che poteva occupare il trono pontificio, otteneva col favore delle ricchezze della Chiesa una grandissima preponderanza su tutti gli altri, ed era risguardato come capo della repubblica. Vero è che l'elezione doveva farsi coi suffragi riuniti del clero e del popolo[158]; ma il clero era quasi tutto militare, e si presumeva che la voce dei grandi dovesse rappresentare quella della nazione; era perciò a supporsi che i voti della nobiltà si riunirebbero a favore del più valoroso del loro corpo, del più accorto, e fors'anco del più elegante dei giovani ambiziosi che aspiravano alla tiara, piuttosto che a qualche prete commendevole per la sua santità, ma incapace d'intrighi[159]. In mezzo all'universale degradamento le dame romane non avevano perduto l'avvenenza ed i talenti delle antiche matrone, ed erano perciò assai potenti. Anzi non ebbero mai le donne tanto credito presso alcun governo, quanto n'ebbero le romane nel decimo secolo. Sarebbesi detto che la bellezza erasi usurpati tutti i diritti dell'impero.
Due celebri patrizie, Teodora e sua figliuola Marozia, furono sessant'anni assolute arbitre di quella tiara, che poc'anni dopo, tre Enrichi alla testa delle armate tedesche non hanno potuto togliere ai loro nemici.
Teodora, nata da illustre famiglia, possedeva immense ricchezze e varie rocche: gli archi trionfali ed i solidissimi sepolcri degli antichi Romani ridotti in fortezze dai gentiluomini erano custoditi dai suoi soldati; ed in oltre disponeva a sua voglia degli amanti ch'ella aveva non pochi tra i nobili romani. Il lodevol uso ch'essa fece di questa specie d'impero, fu quello di far cessare la scandalosa guerra che tenevano viva in Roma due opposte fazioni. Erasi veduto Stefano VI, succeduto l'anno 896 a papa Formoso, far diseppellire il cadavere del suo predecessore, sottomettere innanzi ad un concilio il morto corpo ad un ridicolo interrogatorio, condannarlo, farlo mutilare, indi gettarlo nel Tevere[160]. Dopo tal epoca i susseguenti pontefici ora dell'uno ora dell'altro partito avevano a vicenda annullati gli atti de' loro predecessori. La stessa Teodora era della fazione nemica di Formoso, e sua figliuola Marozia, l'amante di Sergio III, uno de' di lui persecutori. Ma poichè Teodora ebbe cogli artificj e colla galanteria sottomessi i grandi ed il clero, i costumi della corte di Roma diventarono se non più puri, almeno più dolci.
Teodora innamoratasi d'un giovane ecclesiastico, chiamato Giovanni, gli ottenne da prima il vescovado di Bologna, poi l'arcivescovado di Ravenna; e finalmente disperata per averlo, elevandolo a tale dignità, allontanato da se, s'adoperò in modo presso i gentiluomini ed il clero, che il fortunato amico fu col nome di Giovanni X innalzato sul trono pontificio[161]. L'amore o la riconoscenza di questo papa verso la sua benefattrice scandalizzarono il cardinal Baronio autore degli annali della Chiesa; pure Giovanni X non viene accusato nè di veleni, nè d'assassinj, nè di tradimenti; delitti enormi, che nella successiva età macchiarono più volte il trono papale. Giovanni X amministrò gli affari della chiesa con fermezza e con giustizia; seppe, per il comune vantaggio de' suoi concittadini, pacificare i principi rivali che dividevansi l'Italia, e gli stessi imperatori d'Oriente e d'Occidente; egli stesso condusse le armate contro i Saraceni accampati al Garigliano, ed in questa impresa acquistò la gloria di valoroso guerriero, professione più confacente al suo carattere, che quella di padre dei fedeli[162].
Quando Teodora strinse domestichezza con Giovanni, non era omai più nel fiore dell'età. Prima d'esserne amante, aveva maritata sua figliuola Marozia con Alberico marchese di Camerino, che dava alla famiglia della sua sposa un nuovo lustro per la proprietà d'un gran feudo vicino a Roma.
Intanto la storia non parla più di Teodora; per la di cui morte Giovanni X aveva forse ottenuta l'indipendenza del suo dominio. Alberico primo sposo di Marozia, che uno storico quasi contemporaneo dice console de' Romani[163], fu ucciso in una sedizione, e la vedova Marozia del 925 esercitava sopra i baroni di Roma quell'impero, ch'ebbe prima di lei Teodora. Solamente il papa, dopo essere stato l'amante della madre, non poteva sentir amore per la figliuola, la quale dal canto suo aveva estrema avversione per Giovanni X. Essa s'era impadronita per sorpresa della mole Adriana, oggi detta castel s. Angelo, torre massiccia, la più solida di tutti i monumenti dell'antica Roma, ch'era stata molto prima trasformata in fortezza. Posta sull'altra riva del Tevere all'estremità del ponte Elio, domina il passaggio tra il Vaticano ed il campo di Marte, il corso superiore del fiume, gl'ingressi in città dalla banda della Toscana, e di tutta l'Italia settentrionale: tal che questo castello ne' tempi di mezzo, siccome ne' tempi presenti, viene risguardato come la chiave di Roma. Quando si fu ben fortificata nella mole Adriana, Marozia offrì la sua mano a Guido duca di Toscana; di modo che colle loro forze riunite i due sposi, trovandosi quasi sovrani di Roma, fecero ammazzare un fratello di Giovanni X, ch'era nella sua più intima confidenza, rinchiusero lo stesso papa in una prigione, in cui cessò ben tosto di vivere, e fecero successivamente eleggere a quell'eminente dignità due loro creature[164].
Del 931 Marozia, rimasta vedova la seconda volta, fu non pertanto in Roma abbastanza potente per riporre sulla santa sede Giovanni XI suo secondo figliuolo, nella fresca età di ventun'anni, cui la maldicenza diceva figliuolo di papa Sergio. Questo papa fu assai maltrattato dall'annalista ecclesiastico[165], benchè in un regno di cinque anni non potesse rendersi colpevole di verun delitto o mancanza; perchè ridotto alle sole funzioni ecclesiastiche, non esercitò un solo istante il potere allora annesso alla sua sede.
La stessa Marozia erasene resa padrona; onde Ugo re di Provenza, che di que' tempi bramava di consolidare il suo nuovo dominio di Lombardia, non isdegnò di ricercare l'alleanza d'una femmina che doveva soltanto alla galanteria la sua potenza. Di fatti Marozia sposò Ugo in terze nozze, quantunque fratello uterino di Guido suo secondo marito: ma questa unione non corrispose alle speranze concepite dagli ambiziosi sposi. Pochi giorni dopo il matrimonio, levatosi Ugo da tavola, osò dare uno schiaffo ad un figlio di Marozia del primo letto, il quale chiamavasi Alberico come il padre, perchè, presentandogli la brocca, gli aveva con mal garbo versata l'acqua sulle mani. Sdegnato Alberico per tanta ingiuria, chiamò i suoi concittadini a prendere le armi, ed a scuotere il giogo d'un barbaro. Ugo, costretto di salvarsi colla fuga, non potè mai più rientrare in Roma, e Marozia terminò i suoi giorni in un monastero[166].
E per tal modo i Romani, scosso ad un tempo il giogo dei papi, delle femmine e dei re, lusingaronsi d'aver ricuperata la libertà dell'antica Roma; e richiamarono il nome di repubblica, poichè videro un console alla loro testa, prendendo Alberico indifferentemente il titolo di console o di patrizio. Alberico intanto era un padrone che, avendo saputo attaccare i Romani alla propria causa, li teneva in armi per l'indipendenza della patria; e forse, nello stato in cui li trovò, la sua amministrazione era la più confacente alla loro gloria. Conservò ventidue anni il favore che si era acquistato del popolo romano, e morendo lasciò quasi ereditario il principato di Roma a suo figlio Ottavio in età di soli diciassett'anni. Nominò fin che visse successivamente diversi papi, che tenne sempre sotto l'assoluta sua dipendenza; e quando morì l'ultimo di questi, che gli era sopravvissuto due anni, Ottaviano, ch'era prete, suppose di assicurare la propria autorità aggiungendovi la potenza spirituale, e si fece consacrare pontefice col nome di Giovanni XII: e dalle sue mani Ottone il grande ricevette la corona imperiale.
Sembrerà cosa strana, senza dubbio, che nel decimo secolo, secolo dell'ignoranza e della superstizione, il poter dei papi rovinasse così subitamente; e non si vorrà credere che l'epoca, e la cagione principale dell'abbassamento del potere sacerdotale fosse appunto la donazione fatta da Carlo Magno alla santa sede. I papi, diventati in forza di tale donazione sovrani, o per lo meno grandi feudatarj, dovevano soggiacere alle stesse cagioni di deperimento, che sordamente attentano alla potenza di tutti i monarchi e grandi signori. Non erasi ancora ritrovata l'arte non ignota agli antichi d'esercitare un assoluto potere sopra città lontane, di modo che tutte le città rendevansi indipendenti. Scorgesi qualche traccia della protezione che i papi accordavano talvolta alle città della Pentapoli e dell'Emilia, di cui avevano ottenuta la restituzione alla repubblica; ma non trovasi verun documento che dimostri che il papa le governasse. Convien dunque dire che non le città, ma le possessioni territoriali, i feudi ed i dominj formavano le ricchezze del papa, ed il pregio delle donazioni de' Carlovingi.
Frattanto i papi per trarre profitto da questi possessi territoriali, gli avevano infeudati sotto un canone militare. Una nobiltà armata rimpiazzò gli antichi vassalli plebei, che coltivavano i medesimi dominj, ma che non avrebbero saputo difenderli: nè si previde allora ciò che il governo de' preti doveva temere dallo spirito altiero, indipendente, bellicoso dei gentiluomini.
In sul finire del nono secolo, i papi erano al colmo di quella specie di potere ch'essi eransi acquistato colle loro proprietà; la nuova milizia che avevano di fresco formata ne' loro dominj, aveva ancora presenti i ricevuti beneficj, e sforzavasi d'accrescere il credito de' suoi benefattori. Al suo valore, all'illimitato suo attaccamento, dovettero i papi la preponderanza ottenuta nella repubblica romana nell'epoca appunto in cui erano i più potenti baroni del ducato. Ma le rivalità di Sergio e di Formoso divisero questa nobiltà in due fazioni; i gentiluomini rimasero attaccati a quella delle due emule case da cui avevano ricevuti i beneficj; e quando la fazione di Sergio trionfò, la dignità pontificia fu resa quasi ereditaria nella famiglia di Teodora, di Marozia, di Alberico; ed i cavalieri consacrarono la loro riconoscenza a questa famiglia che gli aveva beneficati, tosto che si credettero sciolti da ogni legame verso gli sconosciuti, che potevano in appresso occupare la cattedra di S. Pietro.
Intanto la città di Roma, poi ch'ebbe scosso il giogo dell'impero d'Oriente, conservò sempre le forme, se non lo spirito d'una repubblica. Il papa non aveva entro Roma altro potere che quello che nasceva dal rispetto religioso dovuto al suo carattere, e dal timore delle censure della Chiesa. Sotto l'amministrazione d'Alberico i diritti del popolo venivano rispettati, e mantenute le assemblee periodiche. Vero è che l'uomo, che assicurava alla nazione l'indipendenza, era troppo potente per lasciarla libera; ma quand'egli morì, suo figlio Ottaviano ereditò bensì le sue possessioni ed i suoi diritti, ma non l'illimitato potere, che la sola riconoscenza accordava a suo padre.
Nello stesso tempo che il popolo innalzò Ottaviano, ossia Giovanni XII, alla dignità papale, affidò le incumbenze amministrative ad un prefetto della città, cui diede per colleghi e consiglieri i consoli annali, incaricando della tutela dei propri interessi dodici tribuni o decurioni, i quali rappresentavano i rispettivi quartieri di Roma[167]. Allora si operò sul carattere nazionale una più importante rivoluzione, che quella che aveva variate le magistrature. Alla morte del gran console si vide rinascere lo spirito pubblico, ed il popolo manifestò il desiderio di circoscrivere l'autorità arbitraria e di metter fine alle sue usurpazioni. Questo spirito impegnò i Romani in un'ardita, ma disuguale lotta cogl'imperatori ed i papi; lotta che si protrasse quasi per tutto lo spazio che abbraccia la presente storia.
Ottone il grande depose successivamente Giovanni XII e Benedetto V, onde il popolo romano adontato da tali atti di potere arbitrario, si dichiarò due volte a favore dei papi, e sostenne colle armi, benchè con infelice successo, la legittimità del loro titolo ed il suo diritto d'elezione. Giovanni XII, dopo aver chiamato Ottone in Italia, non tardò ad accorgersi d'essersi preparato un giogo sotto cui avrebbe dovuto piegare il capo. Si collegò con Berengario contro l'imperatore, ma troppo tardi: dopo essersi alcun tempo difeso nel forte S. Leo, il monarca italiano fu fatto prigioniere. Ottone s'avanzò contro Roma, ed il papa fuggì a Capoa con Adalberto figliuolo di Berengario[168]. Allora Ottone adunò un concilio in Roma per giudicare Giovanni XII, o piuttosto, diceva egli, per correggerlo de' traviamenti giovanili. Ma questo concilio rese affatto pubblica la spaventosa corruttela della santa sede. Pietro cardinale prete si alzò, ed innanzi a tutta l'assemblea passò in revista i vizj ed i delitti dei papi[169]; e l'imperatore senza voler ammettere o rigettare quest'accusa, scrisse la seguente lettera a Giovanni XII per invitarlo a giustificarsi personalmente.
«Al sovrano pontefice e papa universale il signor Giovanni, Ottone, per la clemenza di Dio, imperatore augusto, e gli arcivescovi della Liguria, della Toscana, della Sassonia e della Francia, in nome del Signore, salute.
«Arrivati a Roma per il servigio di Dio, quando abbiamo interrogato i vostri figli, i Romani, i cardinali, i preti, i diaconi e tutto il popolo, intorno ai motivi della vostra lontananza, ed a quelli che v'impedivano di venire a trovar noi difensori della vostra chiesa, e di voi medesimo, ci raccontarono tali cose di voi, e tanto vergognose, che se fossero dette degl'istrioni, ancora li farebbero arrossire. E perchè tutto non rimanga ignoto alla grandezza vostra, ne riferiremo brevemente alcune, perchè un giorno non basterebbe a farne di tutte circostanziato racconto. Sappiate adunque, che voi siete accusato, non già da pochi, ma da tutti, ecclesiastici e secolari, d'esservi reso colpevole d'omicidio, di spergiuro, di sacrilegio e d'incesto con due vostre prossime parenti. Aggiungono ciò che fa orrore ad udirsi, che a tavola beveste alla salute del diavolo, che invocaste, giocando, Giove, Venere ed altri demonj. Noi supplichiamo dunque caldamente vostra paternità di venire, e non frapporre ritardo, a giustificarvi da queste imputazioni. E se mai temeste la violenza della moltitudine temeraria, noi ci obblighiamo con giuramento, che niente sarà fatto contro i regolamenti dei sacri canoni. Dell'8 degli Idi di novembre 963»[170].
Giovanni nella sua risposta rifiutò di riconoscere l'autorità del concilio, e minacciò di scomunicare coloro che osassero procedere all'elezione di un nuovo pontefice. Avendolo inutilmente citato la seconda volta, il concilio lo dichiarò decaduto dalla sua dignità, e nominò suo successore Leone che fu consacrato sotto nome di Leone VIII.
Intanto i gentiluomini ben affetti alla famiglia d'Alberico, i cittadini che volevano salvo il diritto del popolo romano di nominare il suo vescovo, ed i partigiani dell'indipendenza della Chiesa, si riunirono per dichiarare illegittima la deposizione di Giovanni, e l'elezione di Leone. L'imperatore prima di partire, fu costretto di reprimere una sommossa manifestatasi contro il suo papa; e quando fu lontano, Giovanni XII rientrò in Roma, scacciò Leone, e fece crudelmente mutilare due cardinali suoi nemici, e si preparò a difendersi. Un impensato accidente pose fine a tutti i suoi progetti. Sorpreso di notte con una donna maritata, morì pochi giorni dopo, percosso dal demonio, dice il vescovo di Cremona, o più tosto dal marito geloso[171][172].
Non lasciaronsi i Romani sconcertare dalla morte di Giovanni XII, e gli sostituirono all'istante un cardinale diacono, che prese il nome di Benedetto V; e resistettero alcun tempo coraggiosamente all'armata di Ottone, che intraprese l'assedio di Roma: ma in fine dovettero arrendersi alla fame più che ai replicati attacchi de' soldati nemici. Ottone ritornò in Roma seco conducendo il suo antipapa Leone VIII. Papa Benedetto V, che la Chiesa ritiene come solo legittimo[173], comparve pontificalmente vestito avanti al suo competitore e ad una numerosa adunanza di vescovi nella chiesa di s. Giovanni Laterano; ove confessò genuflesso e piangente d'aver usurpata la cattedra di s. Pietro; e spogliatosi del suo manto consegnò il suo pastorale all'antipapa Leone, il quale lo spezzò in presenza dell'assemblea. Dopo ciò il legittimo pontefice fu mandato in esiglio in fondo della Germania[174].
Dopo la morte di Benedetto e di Leone, quando un nuovo papa, Giovanni XIII vescovo di Narni, fu designato dall'imperatore, e che le due podestà trovaronsi unite contro la libertà di Roma, non però i Romani si ritrassero dalle difese. Ottone trovavasi in Germania; ed i magistrati di Roma essendo scontenti del papa, gli ordinarono d'abbandonare la città. Giovanni dovette ubbidire, e rimanere dieci mesi in esiglio in un castello della Campania.
Di là il papa supplicava l'imperatore di accorrere in suo soccorso, il quale di fatti scendeva in Italia colla sua armata, e prima ancora del suo arrivo Giovanni era richiamato in Roma. La sommissione degli abitanti non bastò ad addolcire l'anima vendicativa del papa, il quale, poichè le truppe dell'imperatore occuparono la città, fece levare dal sepolcro e spargere al vento le ceneri di Roffreddo prefetto di Roma, che gli aveva intimato l'esiglio. Il nuovo prefetto colla testa inviluppata in un otre, e condotto per la città sopra un asino, fu esposto allo scherno del pubblico: i consoli furono esiliati in fondo alla Germania, ed i dodici tribuni del popolo perdettero la vita sul palco[175]. La gloria di Ottone non fu meno macchiata di quella del papa da così odiose esecuzioni. «Noi volevamo accoglierti con bontà e magnificenza, disse il greco imperatore Niceforo Foca allo storico Luitprando ambasciatore di Ottone, ma l'empietà del tuo padrone non lo ha permesso; egli occupò Roma come nemico, e fece perire molti Romani colla spada, altri sotto la scure del carnefice, a non pochi fece cavare gli occhi, ed alcuni cacciò in esiglio»[176].
In verun'altra epoca la storia dei pontefici fu forse macchiata da più delitti, che sotto il regno dei tre Ottoni di Sassonia; ma, fortunatamente per la memoria dei papi, le cronache che parlano di tali delitti, non hanno circostanziato il racconto in modo da imprimersi tenacemente nella nostra memoria.
Poco avanti la morte d'Ottone I, Benedetto VI, nato romano, succedette a Giovanni XIII. Bonifacio Francone, figliuolo di Ferruccio, e cardinale diacono, arrestò ben tosto il nuovo papa, e chiusolo in una prigione di Castel sant'Angelo, lo fece strozzare, o com'altri vogliono, morir di fame. Asceso egli stesso sulla cattedra pontificia, spogliò in quaranta giorni le chiese e le basiliche dei loro tesori, e di quanto avevano di prezioso; e perchè i Romani, mossi da suoi delitti, avevano prese le armi per iscacciarlo da Roma, fuggì a (984) Costantinopoli colla sua preda, di dove tornò a Roma dopo dieci anni per brigar di nuovo la tiara[177].
La fazione imperiale fece consacrare l'anno 975 Benedetto VII, nipote del gran console Alberico, la cui famiglia possedeva il contado di Tusculano[178]. I conti di Tusculo s'obbligarono di sostenere in Roma il partito imperiale, e coll'appoggio della casa di Sassonia, dominarono le elezioni, onde poi i feudatarj, l'imperatore ed il papa uniti, fecero causa comune contro la libertà.
Del 983 morì Benedetto VII, cui i Romani sostituirono Giovanni XIV vescovo di Pavia; ma otto mesi dopo, Bonifacio VII, tornato da Costantinopoli a Roma, s'impadronì colle armi del suo rivale, e rinchiusolo in una prigione di Castel sant'Angelo, ve lo lasciò perir di fame, mentr'egli stesso occupava per la seconda volta la santa sede, e governava la chiesa undici mesi.
Tanti delitti stancarono la pazienza de' Romani, ispirando loro così fatta avversione e disprezzo per il potere sacerdotale, che molti secoli e memorie poterono a stento renderlo ancora rispettabile. Mentre i papi erano risguardati quai feroci ad un tempo, e pusillanimi tiranni, e troppo indegno il loro giogo, un uomo ancora caldo la mente dell'antica gloria di Roma, e che ardentemente bramava di rinnovare i bei giorni della repubblica, Crescenzio, cominciava a farsi conoscere, ed acquistava il favore del popolo coll'eloquenza e col coraggio. Rianimò il nobile orgoglio de' Romani, che sotto di lui si credettero ancora degni discendenti dei padroni del mondo; li mosse a scuotere l'autorità de' papi appoggiata soltanto alla confidenza dei popoli nella santità d'un ministero apostolico, e che perdeva ogni titolo all'ubbidienza, da che i pontefici avevano rinunciato alla virtù. Crescenzio incominciò ad esercitare in Roma qualche potere col titolo di console l'anno 980, press'a poco all'epoca in cui Ottone II entrò per la prima volta in Italia: ma quest'imperatore, occupato dalla guerra che faceva ai Greci nel ducato di Benevento, non pensò a cambiare l'amministrazione di Roma. Se Crescenzio non potè prevenire i delitti di Bonifacio VII, è però probabile che prendesse parte al suo castigo[179]. E perchè Crescenzio procurava di allontanare interamente i papi da quel governo di cui avevano sì lungo tempo abusato, gli storici pontificj si lagnano delle sue persecuzioni[180]. Anche Giovanni XV, eletto l'anno 985, e vissuto fino al 996, fu dal console esiliato; ma da che riconobbe l'autorità del popolo, fu richiamato a Roma, e visse in buona intelligenza con Crescenzio[181]. Questo papa morì allora quando, stanco di rimanere nei limiti della podestà ecclesiastica, aveva spedito un'ambasceria ad Ottone III, che sortiva allora dalla minorità, per indurlo a passare in Italia.
(996) L'imperatore arrivava a Ravenna quando seppe la morte del papa; e gli destinò successore un signor tedesco, suo parente, chiamato Bruno, il quale sostenuto dai conti di Tusculo e dall'armata imperiale che avanzavasi verso Roma, fu posto sulla cattedra di s. Pietro col nome di Gregorio V.
All'avvicinarsi delle truppe tedesche Crescenzio erasi ritirato nella mole d'Adriano; onde Gregorio che non voleva incominciare il papato con atti di rigore, s'interpose per fare la pace tra l'imperatore ed il console. Ottone partì ben tosto per tornare in Germania, ed il nuovo pontefice, orgoglioso di una dignità più assai rispettata nella sua patria che a Roma, degl'illustri suoi natali e del favore d'Ottone, di cui risguardavasi come il luogotenente, volle farsi superiore alle leggi ed ai privilegi del popolo. Conobbe Crescenzio a' quali pericoli sarebbe esposta la libertà romana se gl'imperatori, non contenti di visitare la città colle armate tedesche, s'avvezzavano a lasciarvi pontefici della propria famiglia, ed interamente attaccati a' loro interessi. Gl'imperatori greci, più per debolezza, che per un sentimento di dovere, avevano maggior rispetto per i privilegi dei popoli. Le repubbliche di Venezia[182], di Napoli, d'Amalfi fiorivano sotto la loro protezione. Questi sovrani nè mai viaggiavano, nè mai cercavano d'innovare l'amministrazione delle province lontane; ed invece di favorire le usurpazioni del sacerdozio, non avrebbero verisimilmente permesso ai papi di arrogarsi maggiori poteri, che non ne accordavano ai patriarchi di Costantinopoli. Perciò credette Crescenzio che, sottomettendo nuovamente Roma all'impero orientale, assicurerebbe alla repubblica i sussidj pecuniarj, e la libererebbe ad un tempo dalla artificiosa ambizione de' papi e dall'alterigia e dalle violenze de' monarchi sassoni. Alcuni ambasciatori greci, incaricati apparentemente di altre incumbenze, furono chiamati a Roma, ove si trattennero fin ch'ebbero con Crescenzio fissate le basi del patto solenne che doveva precedere questa grande riunione.
(997) Era in allora vescovo di Piacenza un Greco, chiamato Filagato, il quale aveva seguito in Occidente l'imperatrice Teofania quand'ella sposò Ottone secondo. Crescenzio mise gli occhi su quest'uomo, siccome il più opportuno a rimpiazzare Gregorio V[183]. Non mancavano ragioni per adonestare la deposizione d'un uomo, la di cui elezione poteva ritenersi forzata; e Crescenzio fece valere questo titolo d'illegittimità; onde cacciato Gregorio, venne innalzato alla sede pontificia il vescovo piacentino, che prese il nome di Giovanni XVI.
Se i progetti di Crescenzio avessero potuto condursi a termine, se Filagato poteva mantenersi sulla sede romana, l'intera sorte dell'Europa e della religione potevano mutarsi. L'Italia poteva assicurarsi l'indipendenza, equilibrando le forze dei due imperi, ed accrescendo le sue relazioni coi Greci essere più presto richiamata all'antica coltura, e forse comunicar loro invece lo spirito di libertà, il coraggio e le virtù che avrebbero impedita la caduta dell'impero d'Oriente. Del resto il potere dei papi non rilevavasi mai più. Gl'Italiani non avevano più per loro l'antica considerazione; i Greci erano gelosi della loro pretensione all'universale supremazia; e le nazioni settentrionali, che ne avevano col loro rispetto stabilita la potenza, sarebbersi alienate da un papa influenzato dai Greci. Ma avanti che le truppe, che dovevano appoggiare questa rivoluzione, arrivassero da Costantinopoli, Ottone III entrò di nuovo in Roma, ed ebbe nelle sue forze Giovanni XVI. Invano san Nilo, abbate d'un monastero vicino a Gaeta, venne in età di novant'anni a gittarsi ai piedi dell'imperatore e di papa Gregorio per implorare la loro misericordia; invano rammentò loro che il vescovo gli aveva levati ambedue al fonte battesimale; invano supplicò d'accordare all'estrema sua vecchiaja lo sventurato suo concittadino: niente potè piegare il feroce animo dell'adirato pontefice. Giovanni XVI barbaramente mutilato, fu dannato a lungo supplicio, il di cui racconto fa fremere la natura[184].
Intanto Crescenzio, coi vecchi amici della libertà, erasi riparato nella mole d'Adriano, che fu poi lungo tempo chiamata la Torre di Crescenzio. Questo solido ammasso di pietre, che sopra un diametro di duecento cinquanta piedi non presenta altro vuoto od apertura, che un'angusta scala, resistette all'attacco degli uomini, come aveva resistito a quelli del tempo. Conoscendo inutile ogni sforzo, l'imperatore finse alla fine di voler entrare in trattative, e s'impegnò colla reale sua parola di rispettare la vita di Crescenzio ed i diritti de' suoi concittadini; ma quando col soccorso della data fede l'ebbe in suo dominio, fece tagliare il capo a lui ed a molti suoi seguaci[185].
Stefania, vedova di Crescenzio, nascondendo il suo profondo dolore, e non lagnandosi degli oltraggi ricevuti, faceva ogni sforzo per avvicinarsi all'imperatore, onde fare una segnalata vendetta del tradito consorte. Poichè una brutale violenza avea, a suo credere, distrutta la gloria e la purità di sua vita, stimò che la bellezza rimastale non doveva omai essere che lo stromento della sua vendetta. Ottone era tornato indisposto da un pellegrinaggio al Monte Gargano, ove l'avevano forse condotto i suoi rimorsi. Stefania trovò modo di fargli parlare della sua abilità nell'arte medica; e sotto i suoi abiti di corrotto potè ancora sedurlo colle sue bellezze; e come sua amante, o come suo medico, essendosi guadagnata la sua confidenza, gli diede un veleno che lo trasse ben tosto a dolorosa morte[186].
Gli storici tedeschi proclivi ad onorare la fresca gioventù d'un principe di ventidue anni, si sforzano d'ingrandire il carattere d'Ottone III[187]. Pure non rammentano veruna grande azione che possa meritar credenza ai loro elogi. Ultimo rampollo della casa di Sassonia morì, senza lasciar figliuoli, a Paterno presso a città Castellana l'anno 1002 detestato dai Romani che cercavano ogni anno di scuotere l'ingiusto giogo che voleva loro imporre.
In principio dell'undecimo secolo, la città di Roma fu nuovamente straziata da una contesa, quasi ignota, tra i partigiani della libertà, dell'imperatore e del papa. Un figliuolo di Crescenzio, nominato Giovanni, aveva dal padre ereditato l'amore del popolo romano, ed il suo attaccamento alla causa della libertà. Verso il 1010, aveva restituita alla repubblica l'antica sua forma, i consoli, il senato composto soltanto di dodici senatori, e le assemblee popolari. Egli stesso generalmente indicato col nome di Patrizio, era l'anima della nascente repubblica; ed un secondo Crescenzio, forse suo fratello, col titolo di prefetto di Roma amministrava la giustizia e presedeva ai tribunali[188]. Il viaggio e l'incoronazione a Roma dell'imperatore Enrico II, l'anno 1013, diminuirono la libertà della città ed accrebbero il potere di Benedetto VIII, che questo religioso sovrano proteggeva con tutto il suo credito. Il carattere de' Romani era a quest'epoca un bizzarro composto di grandezza d'animo e di debolezza, e vedremo l'inconseguenza del loro carattere manifestarsi di tratto in tratto in tutto il corso di questa storia. Un movimento generale verso le grandi cose dava luogo improvvisamente all'avvilimento; e dalla più burrascosa libertà i Romani passavano alla più umile servitù. Sarebbesi detto che le ruine ed i deserti portici della capitale del mondo tenessero i loro abitatori nel sentimento della propria impotenza, ed in mezzo ai monumenti della passata dominazione lo scoraggiamento della presente nullità. Il nome de' Romani ch'essi portavano, rianimava spesso il loro coraggio, come lo rianima ancora in questa età; ma ben tosto la vista di Roma, del foro deserto, dei sette colli restituiti nuovamente al pascolo delle mandre, i templi desolati, i monumenti dell'antica gloria caduti a terra, facevan loro sentire che non erano più i Romani d'altri tempi. Se la chiesa romana, al contrario di questo spirito vacillante, di tali alternative di coraggio e di pusillanimità, fosse allora stata quello che mostrossi in appresso, perseverante nelle sue intraprese, immutabile ne' suoi progetti, ambiziosa per ispirito di corpo, e per sentimento della propria eternità, ella avrebbe facilmente trionfato del partito repubblicano. Fortunatamente per questo le tumultuarie elezioni del popolo davano alla Chiesa per papi soltanto capi di fazione, la di cui ambizione non andava più in là della propria famiglia, i di cui vizj assorbivano tutte le ricchezze, e distruggevano ogni vantaggiosa opinione. A ciò s'aggiungevano i frequenti scismi che indebolivano ancora più la santa sede. Quando Enrico III venne la prima volta a Roma per ricevere la corona imperiale, vi trovò tre papi che si disputavano la tiara; ed il primo atto d'autorità che dovette fare in Roma, fu quello di ristabilire l'unità della Chiesa.
L'imperatore Corrado il Salico era morto in Utrech il 4 giugno del 1039. Aveva avuto da Gisla sua sposa un figlio, Enrico III detto il nero, ch'egli aveva in sua vita già fatto incoronare re de' Romani[189]. Enrico fu riconosciuto ancora dagli Italiani lo stesso anno, o il susseguente al più tardi. Eriberto, arcivescovo di Milano, passò in Germania per ultimare con lui la guerra tra la sua metropoli e Corrado. Ma, a dispetto di tale pacificazione, Enrico III ritenuto in Germania da una pericolosa guerra ch'ebbe col re di Boemia[190], tardò alcuni anni a venire a prendere possesso delle due corone di Lombardia e dell'impero. La sua assenza diede luogo in Milano a nuove turbolenze, di cui parleremo altrove; e lasciò altresì manifestarsi in Roma il più scandaloso scisma che fosse mai stato.
La famiglia de' conti di Tuscolo, che discendeva da Marozia e da Alberico, avea dato alla Chiesa tre papi l'uno dopo l'altro, Benedetto VIII l'anno 1012, Giovanni XIX, fratello di Benedetto, l'anno 1024, e Benedetto IX, nipote dei precedenti, l'anno 1033; gli ultimi due si erano fatti eleggere acquistando i suffragi del popolo con manifesta simonìa, ed avevano renduta la dignità papale quasi ereditaria nella loro famiglia[191]. Uno storico assicurava che Benedetto IX non aveva più di dieci anni quando, profondendo l'oro, gli si acquistarono i voti del popolo[192]. Questa estrema giovinezza non è altrimenti avverata; ma ciò che non è controverso, è la scandalosa condotta di questo pontefice nel corso di dodici anni, i furti, i massacri, le impudicizie che lordarono la santa sede. «Inorridisco nel ripeterlo (scriveva papa Vittore III, allora suo soggetto, e quarant'anni più tardi suo successore), quale fu la vita di Benedetto poichè fu consacrato, quanto vergognosa, corrotta, esecrabile; perciò non incomincerò il mio racconto che dai tempi in cui il Signore si rivolse di nuovo alla sua chiesa. Poichè Benedetto IX afflisse molto tempo colle sue rapine, assassinj, abbominazioni il popolo romano, più non potendo i cittadini soffrire tanta scelleratezza, riunironsi scacciandolo dalla città e dalla sede pontificia. Innalzarono in sua vece, ma a prezzo d'oro ed a dispetto de' sacri canoni, Giovanni, vescovo di Sabina, che, preso il nome di Silvestro III, occupò tre soli mesi la sede della chiesa romana. Benedetto nato dai consoli di Roma, e che veniva sostenuto da tutte le loro forze, travagliava la città co' suoi soldati; ed alla fine obbligò il vescovo di Sabina a tornare vergognosamente al suo vescovado. Allora Benedetto riprese la perduta tiara, senza mutar punto gli antichi costumi.... Ma vedendo che il clero ed il popolo sprezzavano le sue sregolatezze, e tutti erano scandalizzati dalla fama de' suoi delitti; siccome inclinato ch'egli era alle voluttà, e più desideroso di vivere da epicureo che da pontefice, trovò l'espediente di rendere, per una grossa somma di danaro, il sommo pontificato a certo Giovanni arciprete, che aveva in città opinione d'essere uno de' più costumati e religiosi chierici. Benedetto ritirossi ne' suoi castelli; e Giovanni, che si fece chiamare Gregorio VI, amministrò la Chiesa due anni ed otto mesi, finchè giunse a Roma Enrico re di Germania»[193].
Assicurano i suoi biografi che questo stesso Gregorio VI si dedicò interamente alle armi per ricuperare colla forza i possedimenti ecclesiastici ch'erano stati tolti alla santa sede; e siccome colui che non sapeva leggere, ed era estremamente ignorante, ricevette dal popolo romano un collega che unitamente a lui esercitasse il papato, occupandosi delle cose del culto mentre Gregorio combatteva[194].
Queste cessioni e divisioni fatte prima amichevolmente, non si mantennero; e quando Enrico III giunse in Italia, Benedetto IX risedeva a s. Giovanni di Laterano, Giovanni, l'aggiunto di Gregorio, a s. Maria Maggiore, e Gregorio VI a s. Pietro in Vaticano. Enrico prima d'entrare in Roma riunì a Sutri un concilio per giudicare questi papi; ma il solo Gregorio VI si presentò innanzi a quest'assemblea. Il concilio avendo giudicata illegittima la elezione di lui, siccome quelle degli altri due, fu nominato ad occupare la santa sede, rimasta vacante, Suggero, vescovo di Bamberga, proposto da Enrico III, il quale prese il nome di Clemente II[195].
L'intervento d'Enrico III all'elezione del sommo pontefice rese all'imperatore l'intero esercizio del diritto ch'ebbero già gl'imperatori greci e carlovingi di concorrere all'elezione dei papi, diritto che non vedesi esercitato da Corrado e da Enrico II. Enrico III acquistò pure a questo riguardo una maggior influenza che veruno de' suoi predecessori. Fino allora il costume della Chiesa era stato quello di lasciare ai suffragi de' Romani la scelta del pontefice, e di aspettare per consacrarlo l'approvazione dell'imperatore: ma Enrico approfittando della riconoscenza del nuovo papa, del pregiudizio che l'ultimo scisma aveva arrecato alle elezioni popolari, e dell'appoggio della sua armata, obbligò il popolo romano a rinunciare al diritto di presentazione, ed a lasciare in sua mano senza riserva l'elezione de' futuri pontefici[196].
Enrico III non abusò del potere che riduceva in così ristretti limiti le libertà della Chiesa e del popolo. Clemente II, Damaso II e Leone IX, ch'egli elesse successivamente, erano uomini religiosi, che riformarono i costumi del clero e della Chiesa. L'ultimo, cui procurò la tiara, fu Vittore II, prima vescovo (1054) d'Aichstett, che gli fu indicato dal monaco Ildebrando, in allora sottodiacono della Chiesa romana. Enrico si risolvette con difficoltà ad allontanare dal suo fianco questo prelato, ch'era uno de' suoi principali consiglieri e de' più cari amici[197]; e quando nel susseguente anno fu Enrico sorpreso dalla mortal malattia che lo condusse al sepolcro in età di trentanove anni, confidò a questo papa ed all'imperatrice Agnese l'amministrazione de' suoi stati e la tutela di suo figlio in età di soli cinque anni. Vittore sopravvisse poco tempo ad Enrico, ed i suoi successori non corrisposero alla confidenza che l'imperatore aveva riposta nella santa sede.
Fu in fatti dopo la morte d'Enrico III, che i Romani pontefici, benchè sudditi e creature degl'imperatori, si eressero in loro censori e padroni. Il successore di s. Pietro ambì apertamente un dominio universale; ambiziosi prelati si presero cura di destare il fanatismo del popolo, e per lo spazio di settant'anni d'anarchia la potenza ecclesiastica e la secolare si fecero guerra non meno colle armi, che coi delitti. Noi crediamo poterci dispensare dal raccontar di nuovo circostanziatamente la troppe volte descritta contesa del sacerdozio e dell'impero, per cagione dell'investiture; e ci limiteremo ad indicare il carattere dei personaggi che vi rappresentarono le prime parti, e quale fosse lo spirito del secolo che la vide nascere.
Fino alla prima minorità d'Enrico IV, aveva Ildebrando acquistata grandissima influenza nella Chiesa e nell'impero. Il carattere della sua anima lo chiamava a grandi cose; imperciocchè, in onta della società, non è colle virtù amabili, ma spesse volte coi difetti e coi vizj che si governano gli uomini. Nel carattere d'Ildebrando trovavasi quell'energia di volontà che è figlia di smisurata ambizione, tutta la rusticità di un essere ch'erasi reso nel chiostro straniero all'umana natura, e non aveva mai amato un suo simile. Siccome questo monaco aveva imparato a reprimere ogni affetto, le potenze dell'imperiosa sua anima eransi tutte dirette al conseguimento de' suoi desiderj. Ciò che aveva progettato una volta, diventava lo scopo delle mire di tutta la sua vita; egli chiamavalo giusto, vero, ed arrivava a persuader sè medesimo prima di persuaderlo agli altri, che la sua ambizione era un suo dovere. Egli aveva veduta la Chiesa dipendente dall'impero, e sostenne che l'impero era soggetto alla Chiesa; chiamò usurpazioni criminose, ribellioni sediziose, i tentativi dei laici pel mantenimento d'incontrastabili diritti; comunicò al clero il suo entusiasmo e la sua convinzione, dandogli un impulso che si prolungò lungo tempo ancora dopo la sua morte, e che innalzò i pontefici sopra i re dell'Europa[198].
Prima di montare egli stesso sulla santa sede, Ildebrando diresse per lo spazio di vent'anni le elezioni del papi. Vivente ancora Enrico III, era stato fatto depositario di tutta l'autorità del senato e del popolo romano, e fu allora che fece alla corte imperiale eleggere Vittore: fu l'anima della corte di Roma ne' pontificati di Stefano IX, Nicolò II ed Alessandro II; di modo che può far maraviglia come ad ogni vacanza del trono pontificio, non vi foss'egli elevato prima del 1073, epoca della sua elezione; e convien credere che il suo duro ed imperioso carattere gli alienasse i suffragi del popolo.
Ildebrando per mezzo de' suoi predecessori, de' quali era l'unico consigliere, fece tentare la riforma del clero. Egli sentiva vivamente che per renderlo onnipossente conveniva accrescere per lui il rispetto del popolo, ed attaccarlo più strettamente al suo capo. Molti parrochi, e probabilmente alcuni vescovi erano solennemente ammogliati; i regolamenti ecclesiastici non ne avevano loro assolutamente tolta la facoltà[199]; ma il popolo da molto tempo non accordava la sua ammirazione che alle virtù monacali, e risguardava come degni di maggior rispetto gli ecclesiastici celibi. Questi ultimi, rinunciando agli affetti di famiglia, consacravano tutto intero il loro cuore alla Chiesa; quindi erano più ligi ai papi, più zelanti e più potenti. Ildebrando risolse di non soffrire uomini ammogliati tra i ministri dell'altare, e mosso da' suoi suggerimenti, Stefano IX l'anno 1058 dichiarò il matrimonio incompatibile col sacerdozio, che tutte le mogli dei preti erano concubine, e che tutti coloro che non le abbandonavano, erano sul fatto scomunicati. Una tanto grave ingiuria fatta ad uomini rispettabili, e ch'eransi uniformati alle leggi del loro stato, non fu pazientemente tollerata: il clero di Milano si tenne più offeso degli altri, perchè allegava l'espressa permissione del matrimonio accordata da s. Ambrogio a quella diocesi, e l'esempio di due arcivescovi ammogliati[200]. Riclamò con vigore, resistette, ed oppose a quella del papa la decisione d'un concilio: ma Ildebrando sprezzò la sua resistenza, ed i parrochi refrattarj furono denunciati come infetti d'eresia, quando altro non facevano che difendere le antiche loro costumanze. Questi nuovi eretici furono chiamati Nicolaiti[201].
Un colpo assai più ardito fu scagliato l'anno 1059 da papa Nicolò II nel concilio lateranese contro la podestà secolare. Tutti gli ecclesiastici erano anticamente nominati dal popolo della loro parrochia; ma i signori ed i re, avendo arricchita la Chiesa, eransi quasi tutti riservati il diritto di presentazione ai beneficj, ch'essi o i loro antenati avevano istituiti; vale a dire, il diritto di scegliere il prete che ne sarebbe rivestito. Indipendentemente da un contratto tra il donatore e la parrochia, quando una Chiesa possedeva un feudo, il nuovo prelato, in forza delle leggi dello stato, non poteva prenderne il possesso senza esserne investito dal signore che aveva l'alto dominio del feudo. Questa era la legge feudale, la legge universale, che non ammetteva eccezioni in favore degli ecclesiastici. Con tali diritti di presentazione e d'investitura era stata tolta alla greggia, e data alla corona la facoltà d'eleggere la maggior parte dei pastori; ed è verisimile che alla corte degl'imperatori, come praticavasi prima nelle assemblee della parrochia, e si usò dopo alla corte de' papi, si acquistassero i ricchi benefici a prezzo d'oro. Ildebrando denunciò quest'abuso quale scandalo infame, quale vergognoso mercato dei doni dello Spirito Santo, cui diede il nome di Simonia. I Simoniaci furono dichiarati eretici e scomunicati, e per preservare le Chiese da tale corruzione si proibì ai preti di ricevere alcun beneficio ecclesiastico dalle mani d'un laico, anche gratis[202]. La Chiesa si arrogò d'un sol colpo la prerogativa di rinnovare i suoi proprj membri, mentre i re ed i grandi vennero spogliati del diritto di distribuire i beneficj, de' quali i loro antenati avevangli lasciata la libera disposizione; di un diritto, che il primitivo contratto loro riservava come una proprietà ch'essi avevano posseduto molti secoli, e che tutta la cristianità aveva riconosciuto legittimo.
Il canone che proscriveva le investiture non fu da prima applicato all'elezione dei papi; non avendosi un solo esempio che alcuno imperatore vendesse questa suprema dignità; e le concessioni fatte dalla Chiesa ad Enrico III erano troppo fresche per poterle adesso distruggere; onde il concilio lateranese si limitò a modificarle. Le future elezioni dei papi, invece di lasciarle, secondo l'antica consuetudine, al popolo romano, si attribuirono ai cardinali, i quali non ne avevano per altro l'assoluta esclusiva. Essi dovevano riunirsi prima degli altri, ond'essere, giusta il decreto, le guide praeduces dell'elezione; il rimanente del clero, ed il popolo dovevano accontentarsi di seguirli, e doveva l'operazione aver compimento «salvo l'onore ed il rispetto dovuto al re Enrico futuro imperatore, e coll'intervento del suo nunzio il cancelliere di Lombardia, cui la sede apostolica accordò il privilegio personale di prender parte all'elezione colla propria adesione»[203]. Le vaghe espressioni del canone del concilio lateranese furono poi il fondamento del diritto esclusivo, che i cardinali si appropriarono, di nominare i capi della Chiesa. La riserva, benchè assai più chiara, del diritto monarchico, non impedì che alla prima vacanza accaduta due anni dopo, non si elegesse Alessandro II, senza neppur chiedere l'assenso d'Enrico, o dell'imperatrice reggente[204]. Di modo che la corte irritata nominò in Allemagna un altro papa Cadolao vescovo di Parma, lo che diede motivo a nuovo scisma.
Nello stesso concilio di Laterano venne espressamente ammesso come dottrina cattolica il domma della presenza reale nell'Eucaristia. Certo Berengario, diacono d'Augers, aveva scritta un'opera contro i propagatori di tale credenza; sosteneva nel suo libro, che la Chiesa non aveva mai veduto nel Sacramento che una memoria, un simbolo del sacrificio di Gesù Cristo. La sua professione di fede, che fino a que' tempi era stata quella della cristianità, fu condannata come un'eresia, di cui fu forzato a fare l'abjura[205][206].
Durante la minorità d'Enrico IV, i suoi ministri, senza pregiudicarne i diritti, seppero evitare un'aperta rottura colla santa sede. La fazione degl'Italiani, che volevano difendere contro il papa la libertà della Chiesa, formava già un sufficiente contrappeso all'ambizione dei pontefici. Questo partito era quasi sempre dominante a Milano ed in Lombardia; ed era potente anche in Roma, ove un uomo assai ricco ne aveva presa la difesa. Questo capo era Pietro Leone, il quale, quantunque giudeo d'origine, erasi acquistato un immenso credito nella capitale del cristianesimo[207]. Egli ottenne di far entrare in Roma l'antipapa Cadolao, che prese il nome d'Onorio II. Cadolao riportò una vittoria sulle truppe del legittimo papa, e si stabilì nel vaticano; ma ne fu presto scacciato dalle forze del duca di Toscana[208].
Quando Ildebrando, che prese il nome di Gregorio VII, fu l'anno 1073 elevato sulla cattedra di s. Pietro, terminava appunto la minorità d'Enrico. Questo principe, giunto oltre i vent'anni, aveva un'anima troppo altiera, ed era troppo valoroso per piegarsi sotto vergognose condizioni; onde posto da banda ogni riguardo per i pontefici che lo esacerbavano con reiterati insulti e soverchierie, prese fin d'allora la risoluzione di esporsi alle usurpazioni colla forza. Facevano alquanto torto al nobile e generoso suo carattere l'essersi senza alcun ritegno abbandonato alle giovanili passioni, ed il disprezzo per tutte le cose religiose che gli aveva inspirato l'ambiziosa furberia del clero. I papi ed i loro partigiani approfittarono di tali difetti per rappresentarlo come un empio; pure vedremo, non già Enrico, ma papa Gregorio deturpare la propria causa colla più ributtante durezza.
La superstizione suole ingrandire i lontani oggetti. Il cieco attaccamento dei fedeli verso la Chiesa romana era in ragione contraria della loro lontananza da Roma: i fulmini del Vaticano facevano tremare i Tedeschi, ai quali pareva meritevole d'eterna censura qualunque veniva condannato dal papa[209]: ed era precisamente tra la nazione dell'imperatore, ed in seno alla sua famiglia, che i preti ottenevano facilmente di abbatter il potere imperiale. Ma mentre i papi trovavano nella corte imperiale ambiziosi seguaci e creduli fanatici, gl'Italiani, mal sofferendo di vedere il capo dello stato sottoposto a vergognoso giogo, abbracciavano le sue parti con tanto ardore, che lo avrebbero fatto trionfare de' suoi rivali, se fossero loro mancati gli ajuti della contessa Matilde, eroina de' mezzi tempi, che alla cieca superstizione del suo sesso univa il coraggio, il vigore e la costanza del nostro; ed appunto allora aggiungeva all'immensa eredità de' marchesi di Toscana quella della famiglia di Canossa. Goffredo di Lorena marchese di Toscana moriva del 1070, e sei anni dopo lo seguiva la consorte Beatrice, che lasciava questa sola figlia del primo letto signora del più vasto e potente feudo, che fino a tale epoca esistesse in Italia[210].
Unico scopo di tutte le azioni di Matilde fu l'elevazione della santa sede, cui consacrò tutte le sue forze finchè visse, e lasciò morendo tutto quanto possedeva. Ebbe due mariti, il giovane Goffredo di Lorena, e Guelfo di Baviera; ma l'ambizione, o il fanatismo occupando interamente il suo cuore, abbandonò due sposi che non credeva abbastanza attaccati alla santa sede, e si consacrò interamente alla difesa dei papi[211].
(1076) Enrico IV irritato dalla durezza di Gregorio VII tentò di deporlo nella dieta di Worms, mentre Gregorio deponeva Enrico nel concilio di Roma: ma questi, abbandonato da suoi vassalli di Germania, che volevano dare la sua corona a Rodolfo di Svevia, e che gli facevano un'arrabbiata guerra[212], fu costretto di venire in Italia a chiedere perdono a quello stesso orgoglioso pontefice che aveva di fresco offeso. La sentenza di scomunica restava sospesa sul di lui capo fino alla seconda festa di quaresima del 1077, prima della quale eragli ingiunto di recarsi a Roma. Nel cuore dell'inverno traversò Enrico le pericolose foci delle Alpi le meno praticate, perchè le strade più agevoli erano occupate dai suoi nemici; e giunto in Italia, era costretto d'implorare presso il pontefice il favore di Matilde. Trovavasi allora Gregorio con questa principessa nel forte castello di Canossa, posto in vicinanza di Reggio, di dove preparavasi a passare in Germania. Oltre quello della principessa Matilde, erasi l'imperatore procurato l'appoggio del marchese d'Este, dell'abbate di Clugnì, e de' più principali signori e prelati d'Italia. «Il papa resistette lungo tempo, dice Lamberto d'Aschaffemburgo storico contemporaneo, ma vinto alfine dalle importunità e dal rango di coloro che gliene facevano istanza: E bene, diss'egli, se veramente è pentito di quanto ha fatto, deponga nelle mie mani la sua corona, e le insegne della dignità reale, onde darmi così una prova del suo vero pentimento; e dichiari poi, che in conseguenza della contumacia di cui si è reso colpevole, si conosce indegno della dignità e del titolo di re. I deputati trovando tali condizioni troppo dure, insistevano presso al papa perchè le addolcisse, e non spezzasse la canna. Cedeva a stento Gregorio alle loro istanze, acconsentendo che Enrico s'avvicinasse a lui, e facesse penitenza per riparazione dell'affronto fatto alla santa sede col disubbidire ai suoi decreti. Venne Enrico, secondo gli era dal papa ordinato, e come il castello era circondato da triplici mura, fu ammesso nel secondo recinto, rimanendo tutto il suo seguito fuori del primo. Enrico, deposti gli abiti reali, non aveva più nulla che lo mostrasse principe, verun indizio del consueto fasto: colà rimanevasi coi piedi ignudi, e senza cibo dal mattino fino a sera, aspettando invano la sentenza del pontefice. Così fece il secondo ed il terzo giorno, e finalmente fu introdotto il quarto in presenza di tutti, e dopo lunghe discussioni fu assoluto dalla scomunica a condizione per altro di presentarsi ad ogni richiesta del papa innanzi ad un'assemblea dei principi di Germania per giustificarsi intorno alle accuse fattegli: che il papa sarebbe giudice, per lasciare ad Enrico il regno, ove provasse la sua innocenza, o per ispogliarnelo in caso contrario, e punirlo secondo il rigore delle leggi ecclesiastiche..... Che fino a tale epoca non gli erano vietate l'insegne della reale dignità e l'amministrazione de' pubblici affari[213].»
Per tal modo con un insigne tradimento, dopo averlo assoggettato ad una durissima penitenza, solo, mezzo ignudo, esposto all'eccessivo freddo sopra un terreno coperto di nevi nel cuore dell'inverno[214]; invece di assolverlo dopo così umiliante sommissione, lo sottoponeva ad un altro tribunale, di cui Enrico non aveva ammessa la competenza, onde venisse rigorosamente giudicato.
I popoli lombardi ed i vescovi italiani, quasi tutti in guerra col papa, non dissimularono il concepito sdegno sia per l'inumano proceder di Gregorio, sia per la vile sommissione d'Enrico. Ma questi, uscito appena di Canossa, si disponeva con tutti i mezzi a vendicare l'avvilito onor suo. La sorte delle armi si dichiarò a suo favore. Tornato in Germania attaccò Rodolfo di Svevia, e lo sconfisse più volte. Perdeva questi la vita in una battaglia datagli nel 1080[215], nel giorno medesimo in cui i Lombardi che stavano per Enrico, trionfano della contessa Matilde alla Volta nel Mantovano.
Gregorio aveva formato il piano del dispotismo ecclesiastico, e ne aveva proclamati i principj. Gli annali ecclesiastici conservarono la raccolta di queste massime intitolata dictatus papae. Fa sorpresa il vedere con quale audacia la tirannia teocratica ardisce levarsi la maschera. «Non v'ha al mondo che un solo nome, quello del papa; egli solo può impiegare gli ornamenti imperiali, e tutti i principi devono baciare i suoi piedi; egli solo ha l'autorità di nominare e deporre i vescovi, convocare, presedere, e sciogliere i concilj. Non v'è chi possa giudicarlo; la sola elezione lo costituisce santo. Egli non ha errato mai, ne può errare in avvenire. Egli può a sua voglia deporre i principi, e sciogliere i sudditi del giuramento di fedeltà, ec.[216]»
Gregorio non visse abbastanza per vedere maturati i suoi ambiziosi progetti. Enrico tornato in Italia del 1081 opponeva a Gregorio l'antipapa Guiberto arcivescovo di Ravenna, che facevasi chiamare Clemente III. Nell'anno 1084, dopo averla più volte assediata, Enrico si rese padrone di Roma, e vi fece consacrare il suo papa, da cui riceveva poscia la corona imperiale. Mentre Gregorio si stava nella mole Adriana, ed i romani eransi collegati con Enrico per assediare il loro papa, Roberto Guiscardo capo di que' Normanni, di cui parleremo nel susseguente capitolo, avanzandosi alla volta di Roma con una considerabile armata, dopo aver costretto l'imperatore a ritirarsi, bruciò la città da s. Giovanni Laterano fino al Coliseo, e fece schiavi un infinito numero di cittadini. Dopo questo saccheggio, l'antica città rimase quasi affatto deserta, essendosi la popolazione concentrata al di là del campidoglio in quella parte che altra volta formava il campo di Marte[217]. Roma fu in preda a tutti i mali che un nemico barbaro suol cagionare ad una città presa d'assalto, e Guiscardo condusse seco, partendo, il papa, il quale morì prigioniero in Salerno in maggio del 1085, dopo avere ripetuti i suoi anatemi, e le sue imprecazioni contro Enrico contro l'antipapa Guiberto e contro i loro principali aderenti[218]; ma dopo avere altresì colla sua alterigia e durezza di carattere disgustati quasi tutti i vescovi d'Italia; obbligati gli stessi romani, che gli erano lungo tempo rimasti fedeli, a prender l'armi contro di lui; e finalmente dopo essere stato principalissima cagione della rovina di quella maravigliosa città, di cui era pastore e quasi sovrano.
Vittore III, Urbano, Pasquale e Gelasio II, succeduti nel papato a Gregorio VII, avevano adottate le sue massime. Matilde dal canto suo dispiegava una tal quale grandezza d'animo, ch'era figlia della cieca sua superstizione. Del 1092, Enrico cogli ajuti dell'antipapa rovinava nel Modonese i possedimenti di Matilde, e ne andava indebolendo il partito in modo, che i teologi della duchessa, avviliti da tante disgrazie, la consigliavano nella dieta di Carpineto di prendere consiglio dalle circostanze presenti, e di riconciliarsi coll'imperatore: perchè Matilde ordinando loro di tacere, io morirò, disse, anzi che trattare di pace con un eretico[219].
(1093) Nel susseguente anno riuscì ad Urbano II di far ribellare ad Enrico il maggior figliuolo Corrado, e la Chiesa[220] applaudì con feroce piacere alla ribellione ed alle infami calunnie che Corrado, per giustificare la propria condotta, andava pubblicando in pregiudizio della gloria paterna[221]. Corrado fu riconosciuto dal papa re d'Italia; ed in Monza ricevette la corona di Lombardia. Dopo otto anni di guerre civili morì Corrado disprezzato da que' medesimi che lo avevano istigato alla ribellione, ed avevano saputo approfittarne. È però vero che la ribellione di Corrado giovò a stabilire l'equilibrio tra le due nemiche fazioni.
Nella stessa epoca il fanatismo religioso eccitava un assai più grande incendio. Urbano II (1095), quello stesso pontefice che protesse un figlio ribelle, predicò la crociata nei Concilj di Piacenza e di Clermont; e scosse in modo tutta l'Europa, che le popolazioni occidentali attraversavano a guisa di torrenti l'Italia per recarsi in Oriente[222]. I crocesegnati, risguardandosi come soldati della Chiesa, non potevano soffrire che venisse opposta veruna resistenza al papa; onde ristabilirono sulle rovine della potenza imperiale quella della santa sede. Enrico non si trovò abbastanza forte per resistere a questo torrente, e del 1097 si ritirò in Germania.
Dopo tal epoca, ad altro omai non pensò Enrico che a rendere la pace alla Chiesa ed all'impero. Benchè inseguito dalle scomuniche papali, mostrò di non curarsi delle ingiurie de' pontefici; anzi pareva inclinato a spogliarsi della corona in favore del figliuolo Enrico V, sperando che più facilmente potessero trattar d'accordo due antagonisti non ancora esacerbati da lunga discordia[223]. L'inesecuzione di tale progetto offese l'ambizione del giovane principe, il quale riscaldato dagli emissarj di Pasquale II, che, valendosi dell'ardente suo desiderio di regno, seppero rappresentargli la fellonìa che stava per commettere, come un'azione santa e gloriosa, si fece ribelle. Narrando questi tragici avvenimenti mi atterrò all'autorità del Sigonio istorico affezionato alla santa sede[224].
(1106) Doveva il giorno di Natale del 1106 riunirsi in Magonza la dieta, la quale, per esservisi condotti tutti i fautori del giovane Enrico, fu più numerosa assai delle precedenti. Il giovane Enrico consigliò il re suo padre a non porsi in balìa di persone di dubbia fede; onde l'imperatore che sinceri credeva i consigli dello sleale figliuolo, si ritirò nel castello d'Ingelheim. Colà gli si presentarono un giorno gli arcivescovi di Magonza, di Colonia e di Worms, intimandogli, a nome della dieta, di mandare le decorazioni imperiali, la corona, l'anello ed il manto di porpora, onde rivestirne il di lui figliuolo. E perchè l'imperatore chiedeva il motivo della sua deposizione, gli rispondevano aspramente essere ciò accaduto per avere tanti anni travagliata la Chiesa con una odiosa contesa, perchè vendette i vescovadi, le abbazie e tutte le dignità ecclesiastiche; perchè non ubbidì alle leggi nell'elezione de' vescovi. Ecco, soggiungevano, i motivi che determinarono il sommo pontefice ed i principi di Germania non solo a privarvi della comunione dei fedeli, ma ancora del trono.
«Ma voi, replicò l'imperatore, voi arcivescovi di Magonza e di Colonia, che mi accusate d'avere vendute le dignità ecclesiastiche, dite almeno quanto esigessi da voi allorchè vi diedi quelle chiese, le più ricche e potenti del mio impero: e perchè, se forzati siete di confessare ch'io nulla vi chiesi, perchè v'associate ai miei accusatori, quasi non sapeste che in ciò che vi risguarda ho esattamente eseguito il mio dovere? Perchè v'unite voi pure a coloro che hanno mancato alla data fede ed ai giuramenti fatti al loro principe? perchè vi fate loro capi? Pazientate ancora pochi giorni, che l'età ed i sofferti affanni mi mostrano non lontano il naturale termine di mia vita; o se pure volete ad ogni modo togliermi il regno, fissate un giorno in cui mi toglierò di mia mano la corona di capo per porla su quello di mio figliuolo.»
Gli arcivescovi gli fecero comprendere di essere disposti a dare anche colla forza esecuzione agli ordini della dieta, onde Enrico ritirossi; e consigliatosi coi pochi amici che gli rimanevano ancora, vedendosi circondato da gente armata cui non avrebbe potuto resistere, si fece recare le insegne reali ed il manto; indi, salito sul trono, fece chiamare gli arcivescovi.
«Eccole, disse loro, quelle insegne della real dignità, che la bontà del re dei secoli, ed i pieni suffragi dei principi dello stato mi accordarono. Non farò uso della forza per difenderle, che non previdi un domestico tradimento, nè pensai a prevenirlo. Il cielo mi diede grazia di non supporre tanto furore ne' miei amici, nè tanta scelleratezza nei miei figliuoli. Pure, con l'ajuto di Dio, il vostro pudore difenderà forse la mia corona, o se pure non vi tocca il timore di quel Dio che difende i re, ne vi cale della perdita dell'onor vostro, soffrirò dalle vostre mani una violenza da cui non posso difendermi.»
Ai deputati, resi incerti da tale discorso, perchè mai esitate, gridò il vescovo di Magonza, non è di nostra spettanza il consacrare i re e vestirli della porpora? Perchè non sarà da noi spogliato quello che per una «pessima scelta fu da noi vestito?» A tali parole, avventandosi contro Enrico, i deputati gli tolsero la corona di capo, e forzandolo a scendere dal trono, lo spogliarono della porpora, e degli ornamenti reali. Intanto Enrico gridò ad alta voce: «Sia Iddio testimonio del vostro procedere. Egli mi castiga per i peccati della mia gioventù, facendomi soffrire un'ignominia che altro re non sofferse giammai. Ma voi che osaste portar le mani sul vostro sovrano, voi che violaste il giuramento che vi voleva a me fedeli, voi pure non isfuggirete alla sua collera: Iddio vi punirà come ha punito l'Apostolo che tradì il suo maestro.»
Ma gli arcivescovi, disprezzando le sue minacce, si recarono presso il giovine Enrico per consacrarlo; mentre l'imperatore chiudevasi in Lovanio, ove s'affollavano intorno a lui gli antichi amici, promettendogli il loro soccorso. Formarono infatti una potente armata, e ben tosto si trovarono a fronte in aperta campagna il padre ed il figlio, e nel primo fatto rimase questi perdente, e costretto a fuggire. Non tardò per altro a riunire le sue truppe e condurle a nuova battaglia, nella quale il padre compiutamente battuto, rimase prigioniero de' suoi nemici che lo caricarono d'oltraggi[225].
Fu l'infelice monarca in così misero stato ridotto, che venne a Spira nel tempio da lui eretto alla Vergine, chiedendo al vescovo di quella città gli alimenti, soggiungendo ch'era ancora capace delle funzioni di chierico, sapendo leggere e scrivere: e perchè gli venne rifiutata così umile inchiesta, si volse alle persone presenti, dicendo loro: «Voi almeno, o miei amici, abbiate pietà di me; vedete la mano di Dio che mi castiga.» Di là a poco tempo dovette il giorno 7 degl'Idi d'agosto succumbere alla profonda afflizione che lacerava il suo cuore. Il suo cadavere rimase cinque anni insepolto nella chiesa di Liegi, perchè il papa aveva vietato di seppellirlo in luogo sacro[226].
Sentiamo una specie di compiacenza nel vedere il vecchio ed infelice Enrico vendicato da' suoi medesimi nemici. Il feroce Pasquale fu tradito e perseguitato dal medesimo principe ch'egli aveva stimolato a ribellarsi al padre; e questo figlio snaturato d'un padre che lo amava, umiliato da quella Chiesa per la quale aveva combattuto contro suo padre.
(1110) Enrico V non potè avanti il 1110 venire in Italia a ricevervi dalle mani del papa la corona imperiale. Soddisfatta la brama di occupare prima del tempo la paterna eredità, non era soddisfatta la sua ambizione se non la possedeva tutta intera. Il diritto delle investiture veniva con ragione risguardato siccome una delle principali prerogative della corona, ed Enrico non era disposto di rinunciarvi a verun patto.
Avvicinandosi a Roma, stipulò ai confini della Toscana con Pietro Leone, uno de' più potenti signori di Roma, una convenzione, che poi rinnovò a Sutri, tendente ad assicurare la pace tra la Chiesa e l'impero. Convien dire che considerabili fossero le forze d'Enrico, e che Pasquale benchè collegato coi Normanni si trovasse ancor assai debole, poichè serviva di base al trattato una larga concessione del papa a favor dell'imperatore[227]. Lo stesso Enrico ne dava parte con sua lettera ai fedeli in tale maniera:
«Il signor Pasquale voleva, senza ascoltarci, privare il regno delle investiture dei vescovi che noi possediamo, e che nel corso di quattro secoli possedettero i nostri predecessori, fino dai tempi di Carlo Magno, sotto sessantatre diversi pontefici, in virtù e coll'autorità dei privilegi. E perchè noi gli chiedevamo per mezzo dei nostri deputati qual cosa allora rimarrebbe al re, avendo i nostri predecessori donate alle chiese quasi tutte le nostre proprietà, rispondeva che gli ecclesiastici sarebbero contenti delle decime e delle offerte, e che potrebbe ripigliarsi e conservare per se e suoi successori le terre e diritti signorili donati alle chiese da Carlo, da Luigi, da Ottone, da Enrico. A ciò facevamo rispondere che non volevamo renderci colpevoli di tanta violenza e di tale sacrilegio verso le chiese; ma il papa assicurò e promise con giuramento che riprenderebbe di propria autorità tutti i beni alle chiese per rimetterceli legalmente in forza della sua piena autorità. Allora i nostri deputati dichiararono che s'egli dava esecuzione alle sue promesse, che pure non ignorava egli medesimo di non poter mantenere, noi gli avremmo accordate le investiture delle chiese.... Frattanto per dare a conoscere che di nostra spontanea volontà non arrechiamo alcun danno alle chiese del Signore, facciamo sotto gli occhi, ed all'udito di tutti, pubblicare a comune intelligenza il presente decreto.» Il giorno 12 febbrajo del 1111 il papa e l'imperatore recaronsi nella basilica Vaticana per eseguirvi l'incoronazione in presenza di tutto il popolo. «Noi, per la grazia di Dio, Enrico imperatore augusto de' Romani, doniamo a s. Pietro, a tutti i vescovi ed abbati, ed a tutte le chiese, quanto i nostri predecessori, re o imperatori concedettero, diedero, offrirono sperando un eterno premio. Quantunque peccatore mi guarderò bene, per timore del terribile giudizio, di sottrarre tali doni alle chiese.» — «Dopo aver letto e sottoscritto questo decreto invitai il signore papa a dar esecuzione, a quanto aveva promesso colla carta delle nostre convenzioni, ma mentre persistevo in tale domanda, tutti i figliuoli della Chiesa, vescovi ed abbati, tanto suoi che nostri, gli si opposero tutti con fermezza in faccia, dicendo ad alta voce, che il decreto dal papa promesso (ci si permetta di dirlo senza offesa della Chiesa) era eretico; ond'egli non osò proferirlo.»
E per tal modo, mentre Pasquale intimava ad Enrico di rinunciare al diritto d'investitura, faceva che il suo clero non gli permettesse di rilasciargli i diritti signorili posseduti dalla Chiesa. Tale contesa diede luogo ad un violento tumulto che impediva la cerimonia dell'incoronazione; perlochè Enrico adirato fece sostenere il papa e la maggior parte degli ecclesiastici che lo accompagnavano, dandogli in guardia al patriarca d'Aquilea[228]. Ma al cardinale di Tuscolo ed al vescovo d'Ostia riuscì di fuggire inosservati in mezzo al tumulto, e rientrarono travestiti in Roma, eccitando i cittadini a prendere le armi per liberare il capo della Chiesa. La mattina susseguente, appena fatto giorno, le milizie romane uscirono impetuosamente dalla città, ed assalirono i Tedeschi che occupavano la città Leonina, ossia il quartiere del Vaticano in Transtevere. Lo stesso Enrico trovossi in grave pericolo di perdere la vita, e la sua armata sarebbe stata interamente disfatta, se i Romani non avessero lasciata imperfetta la vittoria per ispogliare i fuggiaschi. Enrico approfittando di tanto errore, riunito un corpo di Tedeschi e di Lombardi, caricò le milizie romane, e le spinse parte nel Tevere, parte sforzò a salvarsi in estremo disordine entro le mura della città. Ad ogni modo non credette di cimentarsi, con un'armata troppo debole, a nuovi insulti, rimanendo in una città nemica; e si ritirò sollecitamente nell'alta Sabina, seco conducendo il papa prigioniere[229], il quale rimase due mesi rinchiuso con sei cardinali nella fortezza di Tribucco. Altri cardinali furono rinserrati in altro castello, e tutti duramente trattati, onde disporli ad accettare una convenzione che ponesse fine alla lite.
Non isperando altronde soccorso, ed oppresso dai patimenti proprj e da quelli de' compagni della sua disgrazia, Pasquale, cui veniva fatto credere che l'imperatore procederebbe tosto alle ultime estremità, e lo farebbe morire con tutti i suoi cardinali, se non s'arrendeva alle sue domande, acconsentì finalmente di fare all'imperatore espressa e formale cessione, con atto firmato da lui e da sedici fra cardinali e vescovi, dell'investitura dei vescovadi e delle abbazie del suo regno, purchè l'accordasse gratuitamente e senza simonia[230]; promettendo inoltre di non prender veruna parte in quest'oggetto. Assolse poi tutti i partigiani d'Enrico dalle scomuniche che potessero aver incorse; promise di non scomunicare in avvenire Enrico, ed accordò che le ossa d'Enrico IV fossero finalmente collocate in luogo sacro. Questo trattato solenne, munito di tutte le formalità, fu riconfermato con giuramento sull'ostia sacra divisa tra le parti che ricevevano l'eucaristia. Dopo di ciò il pontefice pose di propria mano la corona imperiale sul capo d'Enrico, ed ebbe da Enrico la libertà. Durante questa cerimonia rimasero chiuse le porte di Roma, onde impedire che i cittadini irritati non la turbassero con improvviso assalto[231].
Se il trionfo d'Enrico fu intero, non fu però di lunga durata. Il collegio dei cardinali, tosto che vide liberato Pasquale, manifestò il suo malcontento perchè il capo della Chiesa avesse ceduti i suoi più cari privilegi, per i quali Gregorio VII, ed i suoi successori eransi esposti a tanti pericoli, avevano fatto versare tanto sangue, e dannate al fuoco eterno le anime di tanti fedeli fulminati dalle scomuniche generali, o morti durante l'interdetto. Questi clamori andarono crescendo allorchè, ritiratosi Enrico colla sua armata in Allemagna, il clero si vide liberato da ogni timore. I cardinali prigionieri con Pasquale, che avevano ricevuta la libertà quando il papa col loro assenso aveva firmato l'atto delle investiture, invece d'appoggiare il di lui operato, credettero giustificarsi da ogni rimprovero con un'equivoca dichiarazione. «Noi approviamo quanto abbiamo precedentemente approvato, e condanniamo ciò che sempre abbiamo condannato[232].»
Volevano i più zelanti cattolici, che il papa annullasse il giuramento da lui emesso ed il trattato, e scomunicasse l'imperatore; ed intanto i legati della santa sede, prevenendo il giudizio della Chiesa, avevano promulgata tale sentenza ne' concilj provinciali; onde in principio del susseguente anno, Pasquale fu costretto di convocare un concilio generale nel palazzo di Laterano per decidere tale quistione. (1112) Questo concilio abolì il privilegio estorto al papa, e fulminò la scomunica contro Enrico. Pasquale nè s'oppose, nè ratificò tale sentenza. Quantunque spiegasse nella persecuzione d'Enrico IV un eccessivo fanatismo, non lasciava di essere religioso e di buona fede; avendone già dato prova quando propose ad Enrico V di cedergli le regalie, come ne diede un'altra col resistere alle importune istanze del suo clero per annullare un giuramento estorto colla violenza. (1116) Tornò Enrico in Italia del 1116, per prendere possesso dell'immensa eredità della contessa Matilde, morta il 24 luglio del precedente anno. Vero è che questa principessa aveva con testamento del 1102 lasciati tutti i suoi beni presenti e futuri alla Chiesa romana per la salvezza della propria e delle anime de' suoi parenti; ma questo testamento in cui non trattasi che delle proprietà, e non dei feudi, o de' beni signorili, non si ebbe per valido[233]. Si pretese che una donna non potesse disporre delle proprie terre, e l'eredità di Matilde fu in tutto il secolo dodicesimo un soggetto di contestazione tra gl'imperatori ed i papi.
Poichè fu riconosciuto possessore dell'eredità della contessa, Enrico s'avanzò verso Roma, chiamatovi dai principali nobili contro papa Pasquale, che loro aveva dato varj motivi di malcontento. Enrico veniva ricevuto in Roma quasi in trionfo, mentre il papa fuggiva a monte Cassino, indi a Benevento[234].
Morì Pasquale nel susseguente anno in età assai avanzata senza che potesse tornare a Roma. Mentre la maggior parte de' cardinali, uniti ai vescovi ed ai senatori di Roma, elessero a succedergli Gelasio II, la fazione imperiale gli sostituì Bordino arcivescovo di Braganza, che la Chiesa risguarda come antipapa. Gelasio che trovavasi sciolto da qualunque giuramento, nell'atto di ricevere la tiara, scomunicò l'imperatore, indi riparossi in Francia per non rimanere esposto alle vendette d'Enrico. A Gelasio, morto dopo due anni, successe Calisto II, con cui l'imperatore, stanco di trovarsi in una guerra di così incerto fine, trattò di componimento. Il suo antipapa era caduto in potere de' cattolici, e tutti i grandi di Germania lo scongiuravano a dar pace alla Chiesa ed all'impero.
(1122) L'accomodamento si fece a Worms l'anno 1122, ove Enrico aveva aperta la dieta. L'imperatore concedette alla Chiesa il diritto di dare le investiture coll'anello e col pastorale, promettendo in pari tempo di restituirle tutte le possessioni ed i beni signorili di s. Pietro, appresi da lui o da suo padre. Dall'altra parte il papa accordava ad Enrico il privilegio, che tutte l'elezioni de' vescovi e degli abbati si dovessero ne' suoi stati d'Allemagna eseguire alla sua presenza, ma senza simonia o violenza. Il candidato era obbligato a ricevere dall'imperatore l'investitura de' beni signorili spettanti alla sua chiesa per mezzo della consegna dello scettro. Furono quindi levate tutte le scomuniche, e la contesa che aveva divisa tutta la cristianità, fu terminata con un così semplice espediente, che reca a prima vista sorpresa come non siasi avvertito assai prima, poichè almeno in apparenza contentava le due parti. I diritti feudali venivano in tal modo separati da quelli della Chiesa, e le due potenze conservavano le prerogative più convenienti alla propria natura[235]. Fatto è però che le due parti avevano avvertitamente fino a tal epoca allontanato simile accordo. L'imperatore non meno che il papa cercavano di confondere i diritti spirituali e temporali; e non si deve che alla spossatezza d'una lunga guerra, ed al raffreddamento del fanatismo de' loro partigiani, l'essersi convenuti a condizioni di giustizia e di equità.