CAPITOLO VIII.
Federico Barbarossa imperatore. — Sua prima spedizione contro le città libere d'Italia.
1152 = 1155.
Corrado III, che regnò quattordici anni in Germania, s'intitolava pure re d'Italia senza aver avuta mai la più leggiera influenza sopra questo paese. La guerra che faceva ai principi guelfi Enrico il superbo, e Guelfo VI, duchi di Baviera e di Sassonia, lo tennero molti anni in Germania. Del 1147 cesse, siccome Luigi VII di Francia, alle eloquenti esortazioni di s. Bernardo, e passò in Oriente con una potente armata di crociati; e di ritorno ne' suoi stati, dopo tre anni di sgraziata guerra, fu sorpreso dalla morte il 15 febbrajo del 1152 mentre disponevasi a discendere in Italia per ricevere la corona imperiale[51].
Quantunque lasciasse un figliuolo in tenera età, la dieta del regno riunitasi in Francoforte, seguendo i consigli di Corrado medesimo, dava la corona a suo nipote Federico Barbarossa, duca di Svevia, allora nel fiore della gioventù. Potevano i principi lusingarsi che il nuovo monarca farebbe cessare le sanguinose divisioni delle due più potenti famiglie dell'Impero, i Ghibellini, ossia la casa di Svevia in Franconia, ed i Guelfi, ossia la casa di Baviera in Sassonia. Federico era l'erede della casa ghibellina, siccome nipote di una sorella di Enrico V; e d'altra parte era alleato della famiglia guelfa per essere figliuolo d'una figlia di Enrico il nero, duca di Baviera: di modo che, dal lato della madre, veniva ad essere nipote di Guelfo VI, duca di Baviera, e cugino d'Enrico il Leone, duca di Sassonia, i due capi della casa guelfa[52].
Le speranze dell'Allemagna non andarono deluse; e, quasi durante tutto il lungo regno di Federico, le dissensioni di queste due famiglie che avevano cagionati tanti travagli ai suoi predecessori, rimasero sopite. Le forze de' Tedeschi rese maggiori dall'abitudine delle guerre civili, si riunirono sotto le bandiere di Federico. Vero è che questa concordia ebbe fine colla sua vita; quando le due famiglie, separandosi nuovamente sotto il regno del suo successore, comunicarono il loro odio ai popoli, i quali confondendo le contese di queste famiglie con quelle del sacerdozio e dell'Impero, fecero nascere in Italia le troppo famose parti de' Guelfi e de' Ghibellini, che, siccome vedremo, furono cagione che essi spargessero torrenti di sangue per più secoli.
Lo stesso giorno dell'incoronazione, il nuovo sovrano lasciò travedere il severo ed inflessibile carattere che portava sul trono. Uno de' suoi cortigiani, che avendo avuto la disgrazia di spiacergli, era stato per suo ordine allontanato dalla corte, credette che in questo giorno d'allegrezza gli sarebbe stato facile d'ottenere il perdono. In tempo della cerimonia si gittò ai piedi del nuovo re; e gli chiese grazia. Le guardie che udirono le sue preghiere, benchè non sapessero quale fosse il suo delitto, aggiunsero alle sue le loro suppliche, e tutta la moltitudine, commossa a tale spettacolo, chiamò grazia per il supplicante. Federico impose a tutti silenzio, e nell'istante in cui andava a ricevere la sacra unzione, dichiarò con alta e severa voce, che la giustizia, e non l'odio aveva dettato il suo giudizio, e che niuna cosa al mondo potrebbe farglielo rivocare[53]. Tal era l'uomo che si preparava ad armare la Germania contro la libertà italiana.
Federico era stato eletto nella dieta di Francoforte dai soli principi tedeschi; onde l'Italia veniva, siccome una provincia soggetta, data ad un nuovo sovrano dall'altrui suffragio. Vero è però che alcuni pochi gentiluomini toscani, lombardi e genovesi avevano assistito alla dieta, ma ciò fu per caso, e senza missione[54]. Essi non pretesero di conferire coi loro suffragi le due corone italiche; ma i loro concittadini, contenti, se non della dominazione allemanna, almeno del modo con cui la loro patria veniva amministrata, e della libertà di cui godevano sotto stranieri sovrani, invece di opporsi, applaudirono all'elezione di Federico.
Fu nella dieta convocata il mese d'ottobre in Wurtzburgo, che i deputati mandati da Federico in Italia resero conto della loro missione, ritornando accompagnati dai delegati di papa Eugenio III per affrettare i soccorsi del nuovo monarca contro i Romani diretti sempre da Arnaldo da Brescia. Roberto principe di Capua, quello stesso che con tanto coraggio aveva sussidiati i Napoletani nella guerra che loro tolse la libertà, si presentò alla stessa dieta, implorando insieme ad altri baroni della Puglia esigliati anch'essi, dal re e dalla nazione tedesca di restituir loro il perduto patrimonio e di metter fine alle usurpazioni del re di Sicilia ugualmente nemico suo, come dell'Impero[55].
Federico, giovane valoroso ed avido di gloria, vedeva quanto la riunione delle fazioni allemanne accresceva le sue forze, ed era impaziente di usarne. L'Italia era la sola provincia in cui potesse far conoscere la sua attività ed i suoi talenti militari, e dove avrebbe dovuto essere incoronato imperatore e re; ma sapeva pure che in Italia non avrebbe trovato nè ubbidienza, nè sudditi, nè tesori, nè armate; ed egli risguardava l'indipendenza d'Italia come uno stato di rivolta, i privilegi, come ingiuste usurpazioni. Promise perciò soccorso a Roberto ed ai baroni pugliesi, e segnò un trattato d'alleanza col papa, nel quale Eugenio prometteva la corona imperiale, e Federico di ristabilire in Roma l'autorità papale. In sul finire della dieta intimò a tutti i vassalli del regno germanico di disporsi ad accompagnarlo in Italia entro due anni al più tardi; e tutti i signori che assistettero alle deliberazioni della dieta, giurarono di seguirlo in tale impresa[56].
In marzo del 1153 tenendo Federico un'altra dieta a Costanza, due Lodigiani portando delle croci in mano, attraversarono la folla de' principi, e gittandosi ai piedi dell'imperatore, domandarono colle lagrime la libertà della loro patria, che i Milanesi avevano ridotta nella più dura servitù. Erano omai quarant'anni da che la repubblica di Lodi era stata sottomessa ed incorporata al territorio milanese; e la generazione che aveva potuto aver parte in un governo libero, ed esercitare nelle pubbliche adunanze i diritti della popolare sovranità, era forse tutta discesa nel sepolcro: ma la dolce ad un tempo e trista memoria della perduta indipendenza è una eredità che i repubblicani lasciano ai loro figliuoli coll'obbligo di trasmetterla d'una in altra generazione, per farla rivivere qualunque volta ne avranno la forza. I cittadini lodigiani, senz'esserne autorizzati dai loro compatriotti, condotti dal caso a Costanza, trovarono nel proprio cuore le parole che potevano destare la compassione di persone che non intendevano il loro idioma. I loro singhiozzi e le lagrime della rimembranza d'una patria che più non avevano, si fecero strada al cuore di Federico, il quale fece subito dal suo cancelliere spedire un ordine ai Milanesi di ristabilire i Lodigiani negli antichi privilegi, e di rinunciare alla giurisdizione che si erano usurpata. Sicherio suo ufficiale di corte fu incaricato di portare all'istante quest'ordine ai consoli del popolo di Milano[57].
Da prima recossi Sicherio a Lodi, ove partecipò ai magistrati delle borgate, tristi avanzi della distrutta città, la missione di cui era incaricato. Erano i Lodigiani troppo persuasi che una semplice lettera non farebbe loro rendere la perduta libertà, e tremarono in vista del pericolo cui gli esponeva l'inconsiderata procedura de' loro concittadini. La loro città era stata distrutta dal fuoco, ed essi ridotti ad abitare in villaggi aperti da ogni banda. Sapevano che la possente cittadinanza milanese poteva, provocata dalla risentita lettera di Federico, distruggere in poche ore le loro case, ed i loro raccolti, quando i soccorsi di Germania tarderebbero almeno un anno. Federico li proteggeva come usano i grandi di fare: essi credono d'aver tutto fatto pei loro clienti, quando si prendono la cura di vendicarli. Invano i magistrati di Lodi rappresentarono a Sicherio i loro pericoli; che non ottennero di sopprimere la lettera imperiale, o di differirne la consegna fino all'epoca in cui Federico entrasse in Italia.
I consoli milanesi ricevettero Sicherio in presenza dell'assemblea del popolo, che ascoltò la lettura del dispaccio. L'indignazione eccitata da una lettera così imperiosa fu universale; fu strappata di mano all'araldo, e posta sotto i piedi; mentre tutti giuravano ad alta voce di difendersi, e caricavano d'imprecazioni il despota. Sicherio si sottrasse a stento alla moltitudine furibonda[58].
Intanto i Lodigiani trovavansi in preda a mortali terrori: essi mandavano le mogli ed i figli coi più preziosi effetti a Cremona ed a Pavia; e gli uomini restavano di giorno nelle proprie abitazioni, che abbandonavano la notte, disperdendosi ne' borghi e nelle campagne, per timore d'essere ad ogni istante sorpresi dall'armata milanese, che volesse punirli d'aver osato desiderare la libertà. Ma il popolo milanese, prevenuto dell'imminente arrivo dell'imperatore, non volle, attaccando i Lodigiani, che aveva presi a proteggere, provocare maggiormente il suo sdegno; che anzi unitamente agli altri Lombardi mandarono a Federico i regali che le città avevano costume di spedire al nuovo sovrano. I deputati di Pavia e di Cremona portarono in tale occasione al trono imperiale le loro lagnanze contro la crescente ambizione dei Milanesi i quali conobbero ben tosto l'aggravio loro fatto dalle vicine città, ed alla nuova stagione tentarono di vendicarsene con alcune scorrerie sui territorj di Pavia e di Cremona[59].
La Lombardia era ancora in armi nell'ottobre del 1154 in cui v'entrò l'imperatore. Scendeva egli le Alpi per la vallata di Trento, e marciava alla testa di tutti i suoi vassalli, e di un'armata maggiore assai di quante ne avevano i suoi predecessori condotte in Italia. Fermossi alcun tempo in riva al lago di Garda per aspettarvi i suoi feudatarj; poi s'avanzò fino a Roncaglia in vicinanza di Piacenza; segnò il suo campo sulla pianura in riva del Po, e, secondo l'antica costumanza, vi aperse i comizj del regno d'Italia[60].
Il primo atto de' comizj fu quello di privare de' loro feudi coloro che non erano intervenuti; poi l'imperatore si dichiarò disposto a giudicare le cause de' suoi sudditi italiani, ed a soddisfare alle loro lagnanze. Il primo che domandasse giustizia fu Guglielmo, marchese di Monferrato, il quale accusò la città d'Asti ed il borgo di Chieri. Questi due popoli eransi costituiti in governi liberi, e non avendo potuto ridurre il marchese a porsi sotto la loro protezione, facevano la guerra ai suoi vassalli. Il vescovo d'Asti s'unì al marchese contro la sua greggia. Tutte le nascenti repubbliche eccitavano la diffidenza o la collera di Federico, onde prometteva al prelato ed al marchese di castigare esemplarmente i popoli che gli avevano offesi.
Presentaronsi in appresso i consoli lodigiani e comaschi, rinnovando le lagnanze che i Lodigiani avevano già fatte a Costanza contro i Milanesi. I consoli di Milano trovavansi presenti e preparati a rispondere, onde si discussero le rispettive ragioni innanzi all'imperatore, e tutte le città manifestarono le loro inclinazioni. Si conobbero amici dei Milanesi i Cremaschi, i Bresciani, i Piacentini, gli Astigiani, i Tortonesi; dei Pavesi soltanto le città di Cremona e di Novara, poichè quelle di Como e di Lodi erano soggette a Milano. Il partito pavese era dunque evidentemente il più debole: per cui Federico chiamato a favorire una delle due leghe, si dichiarò per quella che in appresso potrebbe sempre facilmente opprimere; mentre quando avesse appoggiati i Milanesi, questi non avrebbero in breve più avuto bisogno del suo favore[61].
Ordinava intanto alle due parti di deporre le armi, e faceva che i Milanesi lasciassero liberi i prigionieri pavesi: in appresso avendo manifestata la sua intenzione di avvicinarsi a Novara prima di nulla decidere intorno alle lagnanze di Como e di Lodi, chiese ai consoli di Milano di condurlo essi medesimi a traverso al loro territorio.
La strada che naturalmente doveva tenere l'armata, fu quella che i consoli di Milano avevano indicata, la quale attraversava, in linea quasi retta per lo spazio di circa cinquanta miglia, Landriano, Rosate e Trecate, ov'era il ponte sul Ticino. Ma su questa medesima linea appunto eransi pochi mesi prima battuti in più riprese i Milanesi ed i Pavesi; di modo che la campagna era stata rovinata: e perchè i Tedeschi prendevano, senza pagare, non solo gli oggetti di cui abbisognavano, ma gli animali ed i mobili, i paesani fuggivano innanzi a loro, e lasciavano deserti i paesi per cui l'armata doveva passare. La prima notte l'esercito di Federico s'accampò innanzi a Landriano, ove trovò appena di che nutrirsi. Arrivò il susseguente giorno a Rosate, e perchè le dirotte piogge ne rendevano difficile la marcia, fece alto quarantott'ore presso a quel castello. I Milanesi non avevano calcolato tale ritardo, e le provvisioni colà preparate essendosi consumate il primo giorno, l'armata trovossi senza viveri. Lo stesso Ottone di Frisinga osserva che il principe ed i soldati, travagliati dalle non interrotte piogge, erano insofferenti e di cattivo umore, ed incolpavano perciò i Milanesi dell'avversa stagione[62]. La sera del secondo giorno Federico ordinò ai loro consoli d'allontanarsi dal campo e di sottrarsi alla reale indignazione; soggiungendo di far subito evacuare il castello di Rosate, ove trovavansi cinquecento soldati, onde la sua truppa potesse valersi dei viveri della guarnigione. I consoli ubbidirono: nè la guarnigione solamente, ma ancora tutti gli abitanti uscirono dal castello conducendo di notte già innoltrata, e sotto una pioggia freddissima e continuata, le loro mogli e figli; lo che rendeva quest'esecuzione militare più odiosa e crudele. Presero la strada di Milano da cui erano lontani dodici miglia, lasciando, com'era loro stato ordinato, tutti gli effetti nel castello. V'entrò in sul far del giorno l'armata tedesca, e, dopo averlo saccheggiato, lo spianò da cima in fondo[63].
Quando i fuorusciti di Rosate giunsero a Milano, volendo pure dar colpa della loro sventura a qualcuno esposto alla loro vendetta, ripetevano le lagnanze de' Tedeschi, rimproverando ai consoli milanesi d'aver dato motivo della collera di Federico e della sua armata. Que' magistrati avevano torto in faccia a quegli abitanti dell'aver condotta l'armata presso al loro castello. Il popolo milanese era incapace di resistere all'affascinamento d'un grande spettacolo; le lagrime delle donne di Rosate, la miseria de' fanciulli che portavano in collo lordi di fango ed assiderati da una pioggia gelata, lo scoraggiamento dei capi di casa che avevano tutto perduto, facevano sui Milanesi un'impressione assai più profonda che non la ferma e misurata eloquenza dei consoli, Oberto dall'Orto, e di Gherardo Negro, che rendevano ragione della propria condotta. La plebe tumultuante si portò contro la casa dell'ultimo, e la demolì interamente. Pure questo magistrato dimenticò l'ingratitudine del popolo, e non lasciò di servire con zelo e fedeltà la patria[64].
Altri deputati furono mandati a Federico, i quali rappresentarongli il castigo inflitto al console, siccome una luminosa soddisfazione che il popolo di Milano aveva voluto dargli: tentarono pure di calmarlo offerendogli una ragguardevole ammenda, a condizione per altro di lasciare la loro repubblica nel tranquillo possesso di Como e di Lodi. Ma il leone che aveva assaporato il sangue, rifiutava tutt'altro nutrimento. Federico si crucciò fieramente dell'offerta di un tributo, quasi si fosse cercato di corromperlo col danaro[65]; e menando i suoi soldati nelle più fertili campagne del Milanese, le lasciò a discrezione loro. S'avanzò poscia verso i due ponti fortificati che i Milanesi avevano costrutti sul Ticino per passare quando il volessero nel territorio novarese, e dopo averli attraversati egli e l'armata, li fece abbruciare. Milano possedeva pure sull'opposta riva due castelli risguardati come chiavi del Novarese, Trecate e Galliate, ne' quali teneva sempre guarnigione. Federico li prese d'assalto, e dopo averli saccheggiati li fece spianare[66].
I Milanesi osservavano attoniti le rovine fatte da questa barbara armata, che a guisa di turbine aveva attraversato il loro territorio. Essa ne era finalmente uscita, ma non potevano prevedersi i suoi ulteriori movimenti; e dopo varj inutili tentativi, si era abbandonato il progetto di calmare coi doni la cieca sua collera. Rinvenuti da quella prima sorpresa, i magistrati pensarono a porsi in sicuro contro nuovi attacchi. Introdussero in città abbondanti provvigioni, ne rinforzarono con estrema cura le fortificazioni, e misero i castelli del territorio nel migliore stato di difesa. Mandarono in pari tempo ambasciatori alle città alleate per rinnovare gli antichi patti, domandare ed offerire reciproco soccorso in caso d'attacco[67].
Nel 1154 Federico celebrò il Natale nelle vicinanze di Novara, ed al principio del susseguente anno 1155 attraversò i territori di Vercelli e di Torino[68]. Benchè queste due città si governassero a comune, ebbero la sorte di trovar quel monarca loro propenso, per cui nella guerra, ch'egli fece in seguito ai Lombardi, l'ultima fu sempre a lui attaccata. Dopo avere passato il Po, riprese, attraversando la pianura posta a diritta, la strada di Pavia. Guglielmo di Monferrato che seguiva l'armata imperiale, gli rammentò le ingiurie fattegli dagli abitanti di Chieri e d'Asti, chiedendogli il castigo di que' popoli così superbi e gelosi della loro indipendenza. Questi spaventati dall'avvicinamento di tanto formidabile armata, e non si fidando abbastanza delle loro torri e delle loro mura, eransi salvati colla fuga. L'imperatore trovò affatto deserto ed abbandonato Chieri, e la città di Asti[69]; le quali dopo il saccheggio de' soldati furono incendiate.
S'avvicinò quindi a Tortona, città alleata di Milano, che l'aveva soccorsa nella guerra contro Pavia. Gli fece il re intimare che rinunciasse all'alleanza de' Milanesi, e si unisse ai Pavesi: e perchè il Governo di Tortona rispose non essere sua costumanza di abbandonare gli amici quand'erano nella sventura, fu la città posta al bando dell'Impero con solenne decreto; ed il giorno 13 febbrajo il re ne intraprese l'assedio[70].
È posta Tortona sopra un monticello che domina le pianure alla destra del Po, a non molta distanza dalle falde delle Alpi liguri. Terre basse e profonde la circondano da ogni banda, dividendola pure da Novi che trovasi ove comincia la catena delle Alpi. La collina di Tortona non si riunisce a questa catena che per mezzo di alcune alture che prolungansi a levante. Su questa dirupata collina è fabbricata la fortezza, e più abbasso un sobborgo, che, quantunque circondato di mura, non è capace di lunga resistenza; onde il re non tardò ad impadronirsi del sobborgo, o della bassa città, che gli abitanti avevano abbandonato, ritirandosi con tutti i loro effetti nella città superiore.
Quando i Milanesi conobbero il pericolo dei loro amici, spedirono loro all'istante duecento de' loro più valorosi soldati, e persuasero molti gentiluomini delle montagne liguri, i quali eransi posti sotto la protezione della repubblica milanese, e tra questi Obizzo Malaspina, a ridursi nella città assediata[71].
Aveva Federico fissato il suo quartiere all'occidente della città verso il Tanaro; il duca Enrico di Sassonia occupava a mezzogiorno il sobborgo, e le milizie pavesi eransi accampate dalla banda della loro città. Gli assedianti aprirono tra questi diversi quartieri una fossa che toglieva ogni comunicazione fra Tortona e la campagna. Si fabbricarono macchine d'ogni sorta, altre per nettare i merli gettando pietre contro i soldati, altre per rompere le mura. E tali erano i progressi ch'eransi fatti dagl'ingegneri in quest'arte, che raccontasi avere un gran macigno, gettato da una balista avanti al portico della cattedrale, ucciso, spezzandosi, tre de' principali cittadini che stavano colà deliberando intorno al modo di difendere la città. Per ordine di Federico erano state innalzate alcune forche in faccia alle mura, per appendervi coloro che si facessero prigionieri, siccome colpevoli di ribellione.
Intanto i Tortonesi venivano resi forti, per così dire, dalla disperazione, ed insultavano gli assedianti con frequenti sortite, e specialmente il campo de' Pavesi, perchè tra i posti avanzati di questi ed i loro era situata la sola fonte cui gli assediati potessero attinger acqua; ma il re rinforzò questo quartiere mandandovi colle sue truppe il marchese di Monferrato. Cercò pure di abbattere la torre, chiamata Rubea, la sola che non fosse fondata sulla rupe; ma i minatori reali furono scontrati dagli assediati che scavavano delle contromine, e li fecero perire soffocati nelle loro gallerie[72].
Non potendo i Pavesi allontanare affatto dalla fonte affidata alla loro custodia gli assediati, vi gettarono cadaveri d'uomini, e d'animali per corrompere le acque; ma la sete vincendo ogni ribrezzo, non lasciavano per questo di beverne con avidità. Giunsero in fine a renderla affatto inservibile gittandovi solfo infiammato e pece. Tale assedio si protrasse fino alle feste di Pasqua; per celebrare le quali Federico accordò alla sua armata una tregua di quattro giorni; tregua di cui pochissimo approfittarono gli assediati travagliati dalla fame e dalla sete.
Il clero di Tortona sortì processionalmente per chiedere al re la grazia di non accomunarlo al gastigo di una città colpevole ch'egli abbandonava alla sua collera; ma Federico non ascoltò le vili preghiere d'una corporazione che abbandonava i suoi fratelli in tanta calamità, ed avendo costretto quegli ecclesiastici a rientrare in città, fece ricominciare l'attacco[73].
Intanto la sete rendevasi ai Tortonesi insopportabile, i quali avendo esauriti tutti i soccorsi della pazienza e del coraggio, dopo sessantadue giorni di trincea aperta, non potendo ottenere migliori condizioni, si arresero a patto di sortire dalla città portando sulle spalle gli effetti di cui potrebbero caricarsi una sola volta, lasciando tutto il restante all'armata vittoriosa. Così sortirono in fatto da Tortona, ma dimagrati e sfiniti in modo, che più gloriosa rendevasi la lunga resistenza. Presero la strada di Milano, e mentre si scostavano dalla loro patria, vedevano innalzarsi le fiamme che la distruggevano[74].
Qual che si fosse l'infelice fine dell'assedio di Tortona, i repubblicani lombardi prendevano buon augurio dal vedere che una sola, ed una delle meno popolose e potenti loro città, avesse fermata due mesi la marcia della più formidabile armata che il re tedesco potesse condurre contro di loro, e gli fosse costata più sangue e sudore che ad Ottone la conquista di tutta l'Italia. Un grandissimo esempio di costanza e di coraggio era stato dato per la libertà; i Tortonesi ne erano i martiri, e furono posti sotto la protezione delle repubbliche per la di cui causa avevano tanto sofferto. Furono ripartiti tra le famiglie milanesi con cui avevano formati legami di ospitalità, ed i consoli promisero di rialzare le mura di Tortona tosto che partirebbe l'armata tedesca.
Mentre questi valorosi fuorusciti colle loro mogli e figli, portando i miseri avanzi di loro fortune, entravano in Milano tra le acclamazioni del popolo ammiratore della loro virtù, Federico entrava trionfalmente in Pavia, ove facevasi coronare nella chiesa di S. Michele presso all'antico palazzo dei re lombardi[75].
Impaziente di associare a quello di re il titolo d'imperatore s'incamminava ben tosto alla volta di Roma, passando in vicinanza di Piacenza e di Bologna, ed attraversando la Toscana senza provocare, nè provare ostacoli.
Papa Eugenio III era morto del 1153; Anastasio IV suo successore non aveva regnato più di un anno; e quando Federico s'avvicinava a Roma era salito sulla cattedra di S. Pietro Adriano IV. In questa città viveva da più anni in pace Arnaldo da Brescia, protetto dal senato, ed applaudito dal popolo, cui denunciava le ambiziose usurpazioni del clero. In principio dell'anno, Adriano IV aveva fulminato l'interdetto contro di Roma[76], che fino al presente non soggiacque mai a così fatto castigo spirituale; e siccome il popolo incominciava a lagnarsi d'essere, all'avvicinarsi della Pasqua, privo delle sacre cose, il senato, consigliandosi colla prudenza, non volle compromettere la pubblica tranquillità, ponendola in urto colle usanze religiose, e persuase Arnaldo ad allontanarsi da Roma, condizione richiesta dal papa per riconciliarsi colla città. Arnaldo si rifugiò presso un gentiluomo della Campania, aspettando le determinazioni che prenderebbe Federico.
I due partiti forzavansi ugualmente di guadagnarsi il favore del monarca. Aveva Adriano mandati a riceverlo a S. Quirico tre cardinali, i quali ottenevano in compenso della promessa della corona imperiale, che Federico lo ajuterebbe a soggiogare i Romani. Il re per dargli una caparra della sua protezione fece arrestare il conte Campano che aveva dato asilo ad Arnaldo, e non lo rilasciò finchè non ebbe consegnato quell'eloquente nemico de' papi al Prefetto di Roma, magistrato eletto da Adriano, ed a lui devoto. Il popolo atterrito ugualmente dai fulmini della Chiesa e dalle minacce dell'esercito Allemanno, non si mosse a favore dell'apostolo della libertà, dichiarato eretico da un concilio; ed avanti che i Romani avessero tempo di rinvenire da questa prima sorpresa, la vendetta papale era compiuta. Il Prefetto teneva il prigioniero nella sua abitazione in castel s. Angelo; di dove in sul far del giorno lo fece tradurre alla piazza del Popolo, destinata alle esecuzioni de' delinquenti. Dal rogo, su cui si fece salire per abbruciarlo, Arnaldo potè vedere a perdita di vista le tre lunghissime strade che facevan capo innanzi al patibolo, e che formano quasi la metà di Roma. Colà, ignorando l'estremo pericolo del loro legislatore, giacevano ancora immersi nel sonno quegli uomini, che tante volte aveva chiamati alla libertà. Il fracasso dell'esecuzione, e le fiamme del rogo risvegliarono i Romani, che si armarono ed accorsero, ma troppo tardi, per salvarlo. Le coorti del papa rispinsero colle loro lance coloro che desideravano di raccogliere come preziose reliquie le ceneri d'Arnaldo[77].
Dopo tale esecuzione, Adriano accompagnato da' suoi cardinali s'avanzò fino a Viterbo all'incontro di Federico. Qualunque fosse il bisogno ch'egli aveva di lui, voleva, in sull'esempio de' suoi predecessori, ridurre l'imperatore ad umiliarsi innanzi al capo della Chiesa prima d'essere da lui esaltato. Federico, vedendolo avvicinarsi, non si mosse per tenergli la staffa ed ajutarlo a discendere dal mulo: tanto bastò perchè il papa si rifiutasse di dargli e di ricevere il bacio di pace finchè l'orgoglioso monarca, alle persuasioni de' suoi cortigiani che avevano veduto Lotario nella medesima circostanza, si piegò a così umiliante ceremoniale. Si ebbe le destrezza d'assicurarlo che tale condiscendenza non comprometteva in verun modo la sua dignità, giacche non al papa, ma all'apostolo da questi rappresentato, riferivasi tale omaggio[78].
Venti miglia più lontano tra Nepi e Sutri presentaronsi a Federico i deputati del senato romano. Ottone di Frisinga ci conservò per intero il discorso che diressero all'imperatore[79]. Rammentarono l'antica gloria di Roma, che era debito dell'imperatore di ripristinare; parlarono del dominio che la loro città ebbe lungo tempo di tutto il mondo; dominio cui poteva ancora aspirare dopo avere scosso l'ingiusto giogo de' preti; richiedevano da Federico che, prima d'entrare nella loro città, giurasse di rispettare le costumanze e le antiche leggi di Roma riconfermate coi loro diplomi da tutti gl'imperatori; finalmente di assicurare i cittadini dalla licenza dei Barbari, e di pagare cinque mila libbre d'argento agli ufficiali che, in nome del popolo romano, dovevano coronarlo in Campidoglio.
Quantunque l'orgoglio di Federico fosse rimasto ferito dall'altero carattere d'Adriano, aveva sagrificato alla dignità della religione, ed all'età del pontefice l'amor proprio, ma nulla aveva potuto prevenirlo per l'alterezza del senato romano. Que' sentimenti repubblicani che combattuti aveva in Lombardia, non gl'ispiravano punto di stima e di rispetto; onde rispose in tal modo da despota: non essere egli fatto per ricevere condizioni, ma per darle al popolo: che quando fa il bene de' suoi sudditi, non segue che gl'impulsi del proprio cuore senz'esservi obbligato da veruna legge o giuramento. Dopo ciò rimbrottando ai deputati romani la degenerazione loro dagli antenati, e la debolezza attuale in confronto dell'antico valore, li rimandò con disprezzo. Mentre i deputati si ritiravano, li fece inseguire da un corpo di mille cavalieri che occuparono la città Leonina. È questa una parte di Roma posta sul monte Vaticano al di là del Tevere intorno alla basilica di s. Pietro. Era stata fortificata dell'848 da Papa Leone IV, dopo che i Saraceni avevano spogliata quella basilica, e perciò portava il suo nome[80]. La città Leonina non comunica colla città principale che per mezzo di un ponte fabbricato a lato di Castel sant'Angelo[81], il quale fu preso dai Tedeschi, e barricato. Dopo tali precauzioni Federico ed Adriano poterono all'indomani entrare senza pericolo e senza incontrar resistenza in quelle deserte strade, e celebrare la ceremonia dell'incoronazione in onta de' Romani che, ritenuti al di là delle barricate, fremevano di sdegno, vedendo che il nuovo imperatore credeva di non abbisognare dei loro suffragi. Poichè Federico ricevette dalle mani di Adriano IV nella basilica di S. Pietro la corona d'oro, si ritirò co' suoi soldati nel campo formato fuori delle mura[82].
Tosto che i Romani videro levarsi le guardie che difendevano il ponte sul Tevere, si precipitarono entro la città Leonina, e massacrarono tutti coloro del seguito dell'imperatore che rimasti erano presso al Vaticano. All'avviso di questa sommossa popolare, riunì all'istante Federico i suoi soldati, e si portò nella città Leonina contro gli ammutinati. La battaglia s'impegnò innanzi a castel sant'Angelo alla testa del ponte, e tra il Gianicolo ed il fiume presso ad una fonte di cui ora non rimane verun avanzo: nel primo luogo combattevano gli abitanti della città, nell'altro i transteverini. Tale era già l'effetto della disciplina repubblicana, che i Romani sostennero tutto il giorno lo sforzo dell'armata imperiale benchè composta delle migliori truppe tedesche. Furono però alla fine respinti, lasciando sul campo di battaglia mille morti e duecento prigionieri. All'indomani l'imperatore, che incominciava a mancar di viveri, s'allontanò da Roma col papa e s'accampò presso Tivoli. Colà celebrò la festa di S. Pietro e Paolo, nella quale il papa, dopo la messa, assolse tutti i soldati che avevano massacrate le sue pecore, dichiarando, non essere delitto il versare il sangue umano per sostenere il potere de' principi, e vendicare i diritti dell'impero[83].
Intanto l'avvicinamento della canicola moltiplicava nell'armata le febbri pestilenziali; onde, per evitare la fatale influenza dell'eccessivo caldo, Federico condusse le sue truppe nelle montagne del ducato di Spoleti, la di cui capitale, siccome tutte le altre città italiane, reggendosi a comune, ebbe la sventura di muover la bile dell'imperatore. Il fisco pretendeva dalla città di Spoleti un residuo pagamento di ottocento lire per diritto di fodero, e per questo titolo veniva imputata d'aver defraudati i diritti reali. Inoltre i consoli di Spoleti avevano arrestato il conte Guido Guerra, uno de' più potenti gentiluomini toscani, che, di ritorno da una legazione, voleva raggiungere l'armata. Federico adunque spinse le sue truppe contro gli Spoletini, che coraggiosamente affrontarono gli assalitori; ma attaccati dalla cavalleria tedesca, non ne sostennero l'urto, e fuggirono verso la città inseguiti dai vincitori, che, entrandovi coi fuggiaschi, la misero a fuoco prima d'averla interamente spogliata. Due giorni rimasero i Tedeschi in quelle vicinanze per dividere le spoglie degl'infelici Spoletini, sottratte alle fiamme[84].
I baroni pugliesi ch'eransi rifugiati presso l'imperatore, lo andavano esortando a portare le sue armi negli stati del re di Sicilia. Ruggeri il primo dei re normanni era morto a Palermo il 26 febbrajo del 1153 in età di 56 anni, dopo un regno glorioso, ma in sul finire infelicissimo; perciò che nell'ultimo anno di sua vita perdette i suoi due maggiori figliuoli Ruggeri ed Alfonso, le di cui virtù mostravangli degni successori degli eroi normanni. Guglielmo I, il terzo de' suoi figli, uomo pusillanime ed incapace di governare, erasi perciò abbandonato alla direzione di un oscuro cittadino di Bari, chiamato Mago, ch'era stato da lui nominato cancelliere e grande ammiraglio, per cui aveva indisposta la nobiltà, e dato occasione ad una sommossa popolare in Puglia[85]. Roberto, principe di Capoa, alla testa degli esuli era entrato nella Campania, per farla ribellare; e tutte le città gli avevano aperte le porte, tranne Napoli, Amalfi, Salerno, Troja e Melfi. Emmanuele Comneno, imperatore di Costantinopoli, faceva nello stesso tempo attaccare da una flotta Brindisi e Bari, che gli opponevano una leggiere resistenza. Tutto il regno di qua dal Faro credevasi perduto dal monarca normanno, se Federico, come ne aveva dato voce, si fosse avanzato per terminarne la conquista: ma i Tedeschi impazienti di restituirsi alla loro patria, onde rimettersi dalle fatiche e dalle malattie di così micidiale campagna, non permisero all'imperatore di prolungare la guerra. Fu dunque costretto di licenziare la sua armata in Ancona, ove molti de' signori che l'avevano seguito, s'imbarcarono per Venezia; altri, attraversando la Lombardia ed il Piemonte, valicarono le Alpi della Savoja. Federico ch'erasi conservato un considerabile corpo di truppa passando per la Romagna, il Bolognese ed il Mantovano, si ridusse nel territorio veronese[86].
Era costumanza de' Veronesi di non accordare alle truppe imperiali il passaggio per la loro città. Per non esservi obbligati usavano perciò di fabbricare fuori delle mura un ponte sull'Adige. Quando Federico entrò sul loro territorio cogli avanzi d'un'armata che aveva portato la desolazione in tutta l'Italia, e che da Asti fino a Spoleti aveva segnata la sua marcia cogl'incendj e coi massacri, lusingavansi, se riusciti fossero a dividerli, di distruggerli affatto, e vendicare essi soli la Lombardia. Il ponte di battelli costrutto al di sopra della città, era, dice Ottone di Frisinga[87], un laccio teso ai Tedeschi piuttosto che un ponte, perchè le barche che lo formavano erano legate soltanto quanto bastava per resistere alla forza della corrente; e mentre l'armata lo attraversava, enormi masse di legnami, che facevansi scendere lungo il fiume, dovevano urtarlo e romperlo. Un leggiere errore di calcolo sul tempo necessario perchè dal luogo in cui venivano posti nel fiume giungessero i legni fino al ponte, fece andar a vuoto il progetto. Gl'imperiali avendo affrettata la marcia onde sottrarsi al furore dei paesani che gl'inseguivano per vendicarsi delle loro rapine, non solo ebbero tempo di passare il ponte prima che si rompesse, ma lo avevano di già attraversato molti degl'insorgenti che tenevano lor dietro, i quali, rimasti poi separati alcuni istanti dai loro patriotti, furono tutti massacrati. Pure l'imperatore non si trovò abbastanza forte per vendicarsi di coloro che gli avevano preparata tale insidia; onde proseguendo il suo viaggio verso le montagne, rientrò in Baviera per Trento e Bolzano un anno dopo la sua partenza.