CAPITOLO XVI.
Continuazione del regno di Federico II. — Guerra della Lega lombarda contro questo imperatore. — Viene deposto dal papa nel concilio di Lione.
1234 = 1245.
Non erano appena passati sessant'anni dopo il trattato convenuto in Venezia tra le repubbliche lombarde e l'imperatore Federico Barbarossa, che una nuova guerra si riaccese nella stessa contrada fra la medesima lega lombarda e Federico II, nipote del Barbarossa. Apparentemente sembrava provocata dagli stessi motivi che avevano dato luogo alla precedente guerra; e se da un lato pretestavansi le antiche prerogative dell'Impero, facevansi risonare dall'altra banda i diritti de' cittadini e la riconosciuta indipendenza delle città. Nel tredicesimo secolo, siccome nel dodicesimo, la Chiesa non tardò a dichiararsi la protettrice delle repubbliche ed a ferire più gravemente l'imperatore colle armi spirituali. Si confondono facilmente i due Federici, le due leghe lombarde, le due lunghe contese tra l'autorità reale e la libertà.
Queste due guerre sono per altro distinte da due importantissime differenze. Era la prima necessaria; perchè, rispetto alle città, trovavansi compromessi i loro più preziosi diritti, il loro onore, la stessa loro esistenza. La seconda poteva facilmente risparmiarsi, se l'insidiosa politica della corte romana non avesse accesa e tenuta viva la discordia, e se ai Lombardi non avessero ispirata troppa fidanza le loro ricchezze, e troppo orgoglio il sentimento della propria forza. E siccome i motivi della guerra furono meno puri, n'ebbero altresì meno onorevoli risultamenti. Spiegando lo stesso coraggio e la stessa costanza del precedente secolo, ed adoperando maggiori forze, gran parte delle repubbliche d'Italia non respinsero l'autorità imperiale, che per cadere sotto il giogo della tirannia. L'illimitato potere dei capi di parte, fatti sovrani, subentrò in molte città al legittimo e moderato potere del monarca costituzionale.
Gregorio IX che appena fatto papa aveva date così luminose prove del suo violento carattere e della sua parzialità, scomunicando Federico, erasi posto relativamente a questo principe nella più difficile situazione. L'imperatore regnava senza rivali in Germania, e poteva al bisogno levare in queste contrade formidabili armate; ma preferendo all'aspro clima della Germania i suoi regni della Puglia e della Sicilia, vi faceva l'ordinaria sua residenza; e per tal modo trovavasi, per così dire, alle porte di Roma; inoltre egli si era assoggettati que' baroni che colla loro indipendenza avevano resa debole l'autorità de' suoi predecessori: e ciò che più ancora doveva intimidire il papa, aveva dato prove di tanta intelligenza nell'amministrazione de' suoi stati (come ne fanno indubitata prova le sue leggi) che potè riempire il suo tesoro, ed accrescere le sue armate senza angariare i suoi popoli[1]. In distanza di tre in quattro marcie da Roma aveva stabilite due colonie di soldati saraceni de' quali si era guadagnato l'amore, e ne' quali assai confidava perchè stranieri al timore delle censure e delle scomuniche papali. S'aggiungevano a tutti questi vantaggi la sua profonda conoscenza della politica romana, perchè, cresciuto da fanciullo in mezzo agl'intrighi, aveva appreso a schermirsene; e, nelle sue frequenti controversie colla Chiesa, egli era divenuto così poco scrupoloso che adoperava qualunque mezzo, purchè creduto utile ai suoi progetti. Nato italiano, aveva in Italia più partigiani che mai ne avesse avuto alcun altro imperatore; e per la debolezza de' grandi feudatarj, la sua influenza era cresciuta a dismisura ne' ducati di Toscana, di Spoleti e di Romagna. Nè mancava di partigiani nella stessa Roma, la quale, come le altre città che formavano in allora lo stato della chiesa, cercava di rendersi libera col tener viva la rivalità fra i due capi del cristianesimo; onde, lungi dal favorire gl'interessi del papa, questi non poteva restarvi sempre con sicurezza. Per tali motivi Gregorio IX occupavasi incessantemente di alzare una potenza in Italia che potesse difenderlo; e risguardava la propria esistenza come dipendente da quella della lega lombarda. Erasene perciò dichiarato il protettore; ma mentre cercava col mezzo de' suoi emissarj di accrescerne il coraggio, non voleva romperla così presto con Federico, o perchè la lega acquistasse maggiore consistenza, o perchè non si vedesse dalla medesima costretto ad abbandonare egli stesso la neutralità.
(1234) Da molti storici si dà colpa a Gregorio IX d'avere suscitato contro Federico un rivale nella sua propria famiglia[2]. Del 1234 si seppe in Italia che il giovane Enrico primogenito dell'imperatore, e già da lui nominato re di Germania, disponevasi colà alla ribellione; e seppesi poco dopo che teneva intelligenza coi deputati della lega lombarda, e che i Milanesi avevangli promesso di mettergli in capo la corona d'Italia che custodivasi in Monza, costantemente rifiutata a suo padre. Intanto il papa non poteva prender parte in questa ribellione senza rendersi doppiamente colpevole; poichè non solo avrebbe messe in mano d'un figlio le armi contro al proprio padre, ma l'avrebbe fatto in tempo che riceveva dal padre un servigio di grande importanza. Di fatti, in questo stesso anno, essendo Gregorio costretto a fuggire da Roma, fu visitato a Rieti da Federico che offerse sè ed i suoi soldati in ajuto della Chiesa, e continuò tre mesi la guerra contro i rivoltosi romani[3]. Vero è che non sarebbe questi stato il primo figlio che Gregorio avrebbe armato contro il proprio padre. Il Rainaldi ci conservò negli Annali ecclesiastici una bolla diretta dallo stesso papa l'anno 1231 ai due signori da Romano, ordinando loro di dare essi medesimi il loro padre Ezelino II in mano del tribunale dell'inquisizione, se non rinunciava all'eresia[4].
(1235) Ad ogni modo qualunque siano state le segrete pratiche di Gregorio per determinare Enrico alla ribellione, quando in sul cominciare del susseguente anno Federico partì per recarsi in Germania onde ricondurre suo figlio al dovere, il papa assecondò gli sforzi dell'imperatore, scrivendo ai prelati della Germania per esortarli a non favorire il ribelle[5]. Federico attraversò l'Adriatico da Rimini ad Aquilea, ed entrò senz'armata in Germania, assicurato da tutti i principi dell'Impero della loro fedeltà[6]. Lo stesso Enrico si vide costretto a domandar grazia, e venuto a Worms a gettarsi al piedi del padre, il quale lo mandò prigioniero in Puglia dopo di averlo dichiarato decaduto dalla corona di Germania. Questo giovane principe, la di cui istoria è coperta d'impenetrabili oscurità, non sortì più di prigione, ove morì pochi anni dopo. Attestano alcuni ch'egli si meritò questa perpetua prigionia con nuovi attentati; altri danno colpa a Federico d'aver trattato il figliuolo con eccessivo rigore[7].
Non era supponibile che l'imperatore perdonasse ai Milanesi il delitto del figliuolo, ed i pericoli cui era stato esposto; e quand'anche avess'egli potuto dimenticare la loro offesa, Ezelino III da Romano prendevasi cura di ricordargliela, e di eccitarlo alla vendetta. In un altro capitolo abbiamo avuto opportunità di parlare della famiglia da Romano e della rivalità d'Ezelino II col marchese d'Este. Ezelino III, cui il suo secolo diede il soprannome di feroce, fisserà più lungo tempo i nostri sguardi. Una lunga vita, talenti straordinarj, sommo coraggio, furono da costui impiegati a stabilire una tirannide, quale l'Italia e forse il mondo non avevano ancora veduta. L'arte con cui seppe usurpare la sovranità in mezzo a' repubblicani gelosi della loro libertà, i delitti commessi per conservarla, la sua grandezza, la sua caduta, meritano d'essere studiate dagli uomini nemici della crudeltà e della tirannide, potendo ricavarne importanti ammaestramenti.
Ezelino II dopo avere lungo tempo diretta la parte ghibellina nella Marca Trivigiana, dopo avere ottenuti sorprendenti successi, ed avere estesi i dominj di sua famiglia su quasi tutto il territorio posto alle falde dei monti Euganei, erasi dato alla divozione, ed, abbandonato il mondo, aveva divise le sue sostanze tra i suoi figliuoli. Siccome dava voce d'essersi assoggettato a penitenze monastiche, venne chiamato Ezelino il monaco[8], quantunque effettivamente avesse abbracciate le opinioni dei Paterini o Pauliciani, che alcun tempo dopo provocarono contro di lui le censure della Chiesa. Egli aveva due figli; Ezelino III cui aveva dato i castelli posti tra Verona e Padova, ed Alberico, investito dei feudi del contado trivigiano. Fino del 1232 aveva Federico accordato ai due fratelli un diploma che li dichiarava sotto la speciale sua protezione, ed a dir vero niun altro signore lombardo aveva maggiori diritti al favore dell'imperatore[9].
Alberico conservò lungo tempo la più alta influenza sulla repubblica di Treviso; ma siccome egli aveva strascinata questa città a dividere il suo odio contro i signori da Camino, i più potenti gentiluomini guelfi del territorio, questi si posero sotto la protezione della città di Padova, una delle principali della lega lombarda, dichiarandosi suoi cittadini; e col suo appoggio forzarono finalmente i Trevigiani a rinunciare alla parte ghibellina per unirsi alla guelfa[10]. Ezelino ebbe più costante il favore della sorte: la città di Verona era governata da un senato composto di ottanta consiglieri scelti tra la nobiltà che si rinnovavano ogni anno; e l'elezione del 1225 fu in modo favorevole ai signori da Romano, che i Montecchi (che così chiamavansi i loro partigiani) ne approfittarono per eccitare una sedizione, col favore della quale cacciarono di città Riccardo, conte di san Bonifacio, capo del partito guelfo. Il senato, dominato dal partito ghibellino, affidò ad Ezelino i poteri di podestà col nuovo titolo di capitano del popolo[11]. Dopo tale epoca la repubblica si governò sotto l'influenza del signore da Romano, quantunque per lungo tempo ancora Ezelino fosse abbastanza avveduto per non cambiare le forme della sua amministrazione. Soltanto del 1236 egli persuase i Veronesi a ricevere nella loro città guarnigione imperiale sotto pretesto di rendere più sicuro il partito ghibellino. Queste truppe, poste da Federico sotto gli ordini d'Ezelino, giovarono maravigliosamente a consolidarne il potere[12].
Le città di Cremona, Parma, Modena e Reggio eransi da lungo tempo già dichiarate per la parte ghibellina, avevano abbracciata l'alleanza di Ezelino, e con lui formavano una federazione opposta alla lega lombarda; per cui trovavasi questa divisa in tre parti senza sicura comunicazione: cioè da una parte Milano, Brescia, Piacenza e le meno importanti città del Piemonte; dall'altra Bologna colle città della Romagna, e finalmente nella Marca, Padova, Treviso e Vicenza. Se le due comuni di Mantova e Ferrara, la prima delle quali era influenzata dal conte di san Bonifacio, l'altra dal marchese d'Este, si mantenevano fedeli alla lega, avrebbero assicurata la comunicazione tra le sparse membra, che tanto importava di riunire; ma la costituzione delle repubbliche della Marca e di qualunque altra, ove un capo di parte poteva acquistare molta influenza, non era propria a guarentire la stabilità dei consigli, o la costanza dei cittadini.
Niun altro governo offre la storia, che abbia più delle aristocrazie ben costituite dato prove di maraviglioso coraggio e d'irremovibile costanza. Il senato di Sparta, quelli di Roma e di Venezia sostennero sempre l'avversa fortuna con più nobilità che non fecero mai le assemblee popolari di Atene o di Firenze. Un governo aristocratico, forse con pregiudizio del resto della nazione, giugne ad innalzare l'anima d'una classe privilegiata: ma ciò non si ottiene che assicurando a questa classe dominante tutti i vantaggi della libertà, e tutti ancora quegli affatto illusorj dell'eguaglianza, che più degli altri abbagliano l'immaginazione. Uomini che, senza regnare, possono vantare non esservi nell'umana razza un solo uomo loro superiore; uomini che al di sopra di sè medesimi non vedono che l'Essere degli Esseri, e la regola delle leggi immutabili e astratte al pari di esso; questi uomini sentono più di tutt'altri il sentimento dell'umana fierezza, e sono capaci di forza straordinaria, di grandi sagrificj, di grandi virtù. L'emulazione tra gli eguali innalza il loro spirito; nè l'obbedienza che li rende degni del comando, nè il comando che li prepara all'ubbidienza, gli avvilisce giammai.
Ma quanto possono essere grandi i nobili, tutti fra di loro eguali, d'una ben costituita aristocrazia, altrettanto piccoli sono d'ordinario i nobili della seconda classe in uno stato oligarchico. La nascita può bene dar loro un titolo al disprezzo dei loro inferiori, ma non ad essere superbi della propria indipendenza, perchè anch'essi soggetti ad altri. Piccoli tiranni ne' proprj castelli, e vili cortigiani presso i nobili di primo ordine, hanno tutti i vizj dei despoti, e la viltà degli schiavi; e non riconoscono le distinzioni della nascita che per abbassare sè ed i loro subalterni al di sotto dell'umana dignità.
Da una tale oligarchia erano in allora governate le repubbliche della Marca Trivigiana: la loro costituzione ammetteva la nobiltà, ma non era fatta per la nobiltà; perciocchè la possanza di alcuni nobili non era proporzionata nè con quella degli altri, nè con quella del rimanente dello stato. Nondimeno i potenti cercarono sempre di conciliare l'onore colla subordinazione; si studiarono di nascondere la vergogna attaccata alla condizione di loro soggetti; e per traviare l'opinione, fecero credere che l'intero abbandono di sè medesimi al servigio altrui avesse in sè qualche cosa di veramente cavalleresco. I nobili nelle monarchie, i gentiluomini di second'ordine nelle oligarchie mal conformate, riputarono perciò sempre gloriosa cosa il sagrificarsi per il padrone, quasi che il solo nome di padrone non fosse un obbrobrio per colui che ubbidisce. Ogni città della Marca aveva tra i suoi cittadini qualche signore feudale potente quasi al paro della stessa città; tutti gli altri gentiluomini poi, deboli isolatamente in faccia alla nazione, che per altro disprezzavano, brigavano il favore di questo nobile più potente, siccome cosa di loro gloria[13]. Di qui aveva origine la debolezza di tutti i consigli, l'incertezza delle parti, ed il costante sacrificio del pubblico al privato interesse.
Federico II, cedendo alle istanze di Ezelino da Romano entrò in Italia per la valle Trentina, e giunse in Verona il 16 agosto del 1286 con tre mila cavalli tedeschi. Dopo avere ingrossata la sua armata col partito de' Montecchi diretto da Ezelino, s'innoltrò al di là del Mincio. Le truppe di Cremona, Pavia, Modena e Reggio lo stavano colà aspettando. Con sì ragguardevole ajuto entrò ne' distretti di Mantova e di Brescia, che pose a fuoco ed a sangue.
La città di Padova, la più potente delle tre repubbliche guelfe della Marca Trivigiana, ed a cui era appoggiata in questo lato la sorte della lega, governavasi in allora da un monaco don Giordano, priore di san Benedetto, risguardato qual santo, e che sapeva, colle sue prediche, riscaldare il coraggio de' cittadini[14]: il podestà era Ramberto Ghisilieri di Bologna; come lo era di Vicenza il marchese d'Este. I due comuni formarono di concerto l'ardito progetto d'attaccare il distretto di Verona mentre Ezelino si trovava coll'imperatore: ma avvertito Federico dell'avvicinarsi della loro armata, si portò sopra Vicenza con tanta speditezza, che giunse inaspettato fino alle porte della città prima che il marchese d'Este ed i Padovani potessero darle soccorso[15]. I Vicentini atterriti, e trovandosi privi de' più bravi loro soldati ch'erano all'armata, posero una debole resistenza: le loro porte furono atterrate, la città saccheggiata, i cittadini incatenati senza distinzione; e lo stesso storico Gerardo Maurisio, quantunque venduto ad Ezelino ed ai Ghibellini, fu tre giorni strascinato quasi nudo per le strade dai Tedeschi che gli avevano saccheggiata la casa. Perdette allora tutti i suoi beni, e perfino i suoi libri, che non potè in seguito riavere che coi soccorsi ottenuti dagli amici.
(1237) Dopo questa conquista, Federico riprese la strada dell'Allemagna ov'era chiamato dalla guerra che aveva importantissima con Federico, duca d'Austria; affidando le truppe, che lasciava in Italia, ad Ezelino, il quale seppe destramente approfittare dei successi ottenuti dal monarca. Padova, spaventata dalla sciagura di Vicenza, abbandonava le redini del governo a sedici de' suoi principali gentiluomini[16]; ed in pari tempo in una radunanza generale nel palazzo nazionale, Azzone VII, marchese d'Este, riceveva dalle mani del podestà lo stendardo del comune, ponendo in suo arbitrio la difesa della Marca. Ma la maggior parte de' sedici gentiluomini pur dianzi eletti erano segretamente addetti alle parti ghibelline; e mentre il marchese tornava ad Este per provvedere alla sicurezza delle proprie terre, il podestà non tardò ad avvedersi che i suoi consiglieri erano entrati in negoziati coi nemici della loro patria. Questo bravo magistrato non si scoraggiò in così difficile circostanza, ed avendo chiamati i sedici consiglieri, chiese loro, secondo il costume d'allora, di giurare ubbidienza a' suoi ordini. Da ciò appare, che nelle più difficili circostanze di pericolo della patria, veniva affidata al primo magistrato una quasi dittatoria autorità. I consiglieri prestarono il chiesto giuramento in mano allo storico Rolandino, a quel tempo guardasigilli del comune; ma quando Ghisilieri ordinò loro di recarsi all'indomani mattina a Venezia e di presentarsi a quel doge, col di cui mezzo conoscerebbero i nuovi ordini del comune, un solo ubbidì, e tutti gli altri si ripararono nelle loro fortezze, che fecero ribellare al partito guelfo.
La fuga de' principali nobili accrebbe lo scoraggiamento del popolo, il quale andava ripetendo nelle pubbliche piazze che una città abbandonata dai più ragguardevoli cittadini dev'essere come una nave in balìa dei venti; che in tal modo non governavasi Venezia, la sola delle città italiane in cui i nobili ed il popolo non avessero separati interessi. Per dare soddisfacimento ai gentiluomini e riavvicinare i due partiti, l'assemblea del popolo destituì il podestà Ghisilieri nominando in sua vece Marino, dell'illustre famiglia de' Badoeri di Venezia; ma mentre i Padovani ondeggiavano irresoluti, il marchese d'Este fece separata pace coll'imperatore e con Ezelino, per cui duecento soldati padovani che custodivano varie rocche, furono fatti prigionieri. Invano Marino Badoero alla testa delle milizie della città rispingeva il 23 febbrajo Ezelino e gl'imperiali che volevano far l'assedio di Padova, che anche questo nuovo podestà fu forzato di ritirarsi[17]. I gentiluomini ghibellini, poi ch'ebbero ripigliata l'amministrazione del comune, s'affrettarono di mandare deputati ad Ezelino, offrendogli di riceverlo in città, che dichiaravano sottomessa all'imperatore, a condizione che le fosse guarentito il godimento della sua libertà, e liberati senza taglia tutti i prigionieri. Ezelino non curavasi delle condizioni, purchè in qualunque modo ottenesse d'entrare in Padova, già destinata capitale de' suoi nuovi dominj. Si notò che quando ne prese il possesso alla testa delle truppe imperiali, curvatosi sul suo palafreno, e gettato indietro il caschetto di ferro, baciò le porte della città: nè questo era certo il pegno della sua riconciliazione cogli uomini che allora si erano a lui sottomessi.
Credevasi dai più che Ezelino avrebbe accettata la carica di podestà; ma convien dire che incominciasse a risguardarla come al di sotto delle nuove sue pretensioni. Incaricato da un consiglio, affatto ligio al suo volere, di scegliere questo magistrato, ricusò da prima, con finta modestia, di farlo a nome di tutto il popolo[18]; poi cedendo alle comuni istanze, indicò il conte di Teatino, napoletano, uomo a lui subordinato. Fece in appresso ordinare dalle tre repubbliche di Padova, Vicenza e Verona, che, per la sicurezza del partito ghibellino, prenderebbero al loro soldo delle truppe dell'imperatore, cioè cento Tedeschi e trecento Saraceni. In tal guisa egli s'assicurò d'una gran guardia sempre armata, e che solo dipendeva da lui.
Intanto molti Guelfi eransi chiusi nel castello di Montagnana, ch'essi avevano afforzato; i quali pretendevano di essere i legittimi rappresentanti del comune di Padova, perchè erano i soli rimasti indipendenti dal tiranno. Attaccati da Ezelino, lo respinsero gagliardamente, quantunque combattessero sotto i suoi ordini molti soldati tedeschi e saraceni: ma egli seppe giovarsi di questa resistenza per assodare il suo potere in Padova. Il podestà chiese ostaggi alle famiglie de' gentiluomini e de' cittadini che sapevansi favorevoli al partito guelfo; in appresso adunò, senza distinzione di partito, le più potenti persone della città, e quelle che potevano avere maggiore influenza sui loro concittadini, e pregò tutti a dare una prova del loro amore per la pace, e della loro sommissione all'imperatore, allontanandosi soltanto per pochi giorni dalla città; assicurandoli in pari tempo essere questa l'unica via di smentire le calunniose voci che s'andavano spargendo sul conto loro, alle quali voci per altro egli non dava alcuna fede. In fatti circa venti de' più illustri cittadini di Padova ritiraronsi a Fontaniva, a Carturio, a Cittadella ed in altri castelli loro indicati da Ezelino, e tutti vicini alle sue terre. Pochi giorni dopo, senza che nulla se ne sapesse in Padova, li fece tutti sostenere e chiudere nelle proprie fortezze o in quelle del regno di Napoli[19]. Quando si seppe la cosa in Padova, molti cittadini risolsero di sottrarsi colla fuga alla crescente tirannia; ma ogni volta ch'Ezelino veniva avvisato della fuga di una famiglia, ne faceva abbattere le torri e smantellare le case. Scrive Rolandino, che in sul finire del dominio di questo tiranno più della metà de' palazzi di Padova altro non erano che un mucchio di rovine.
Ezelino teneva gli occhi aperti per impedire ogni tumulto popolare, che in poche ore avrebbe potuto annientare la sua potenza. Egli non si conteneva dall'aggravare il giogo, avendo solamente riguardo di non farlo in modo che, eccitando tutto ad un tratto lo sdegno del popolo, non gli si porgesse occasione di prendere le armi.
Il priore di san Benedetto, don Giordano, che da quel pulpito, su cui predicava ai cristiani, aveva lungo tempo governata la repubblica, trovavasi in città e poteva ad ogni istante illuminare il popolo sulle pratiche di Ezelino. Il tiranno non trascurava in ogni occasione di mostrare il più profondo rispetto per questo ecclesiastico. Un giorno gli mandò alcuni suoi cavalieri, pregandolo da sua parte a venire a palazzo per consigliarlo intorno ad un affare di somma importanza. Il priore li seguì, e montato sopra un cavallo che lo aspettava alla porta, venne condotto al castello d'Ezelino, ove rimase lungo tempo prigione[20]. Intanto tutti i più valorosi cittadini padovani dovettero ascriversi alla sua milizia; ed in tal modo le loro braccia ed il loro coraggio servirono di sostegno a quella tirannia ch'essi avrebbero potuto rovesciare[21].
Mentre una delle più potenti città dell'Italia settentrionale, una città costantemente attaccata al partito della libertà, cadeva sotto al giogo di un tiranno, quelle del centro della Lombardia preparavansi a far fronte all'invasione di Federico II. Questo monarca rientrò in Italia in agosto del 1237, alla testa di due mila uomini di cavalleria tedesca, e fu incontrato nelle vicinanze di Verona da dieci mila Saraceni, che aveva fatti venire dalla Puglia. Nel distretto di Mantova ingrossava la sua armata coll'unione di tutti i Ghibellini lombardi; e Mantova ed il conte di san Bonifacio, spaventati da tanto apparecchio di forze, gli si sottomisero[22].
L'imperatore entrò in seguito nel distretto di Brescia, e dopo quindici giorni d'assedio prese Montechiari ed alcuni altri castelli di minore importanza; poi s'avanzò al mezzogiorno di Brescia in quella parte del suo territorio che l'Oglio divide dal distretto di Cremona. I Milanesi cogli ausiliari di Vercelli, d'Alessandria e di Novara eransi accampati presso Manerbio, ov'erano coperti da un piccolo fiume e da una palude; perchè vedendo l'imperatore di non poterli vantaggiosamente attaccare in tale posizione, nè obbligarli ad abbandonarla, marciò lungo l'Oglio fino a Pontevico, ove passò il fiume, dando voce che andava a prendere i quartieri d'inverno a Cremona, e che colà licenzierebbe le sue truppe fino all'aprirsi della nuova stagione.
I Milanesi credettero terminata la campagna ingannati dalle notizie sparse ad arte dal nemico e corroborate dall'avvicinamento dell'inverno: onde passarono l'Oglio anch'essi per ritornare a Milano, attraversando il paese di Crema; ma quando giunsero a Corte nova si videro con estremo stupore prevenuti dall'armata imperiale. Rinvenuti però ben tosto dalla loro sorpresa, sostennero coraggiosamente l'impeto dei Saraceni e de' Tedeschi; e quantunque dopo una lunga resistenza il rimanente dell'armata fosse affatto sbaragliato, la compagnia detta de' forti, cui era affidata la custodia del Carroccio, restò immobile nella sua posizione finchè venne la notte a separare i combattenti.
Nulladimeno questa compagnia, solo avanzo d'un'armata distrutta, non poteva sperare di sostenere una seconda battaglia all'indomani, che Federico non avrebbe mancato di dare. La strada di Milano che attraversa il Cremasco, era già presa dalle truppe imperiali; conveniva dunque rimontare l'Oglio fino al distretto di Bergamo, che l'armata aveva prima attraversato per entrare nello stato di Brescia. Riflettendo che in così avanzata stagione il terreno reso molle dalle piogge avrebbe ritardata la marcia del Carroccio, i bravi Milanesi risolsero di spogliarlo essi medesimi di tutti i suoi ornamenti, ed in tale stato abbandonatolo tra i carri del bagaglio, si misero in cammino nel cuore della notte. Federico, fatto giorno, non tentò pure d'inseguirli, ma scoperto il Carroccio tra i carri abbandonati, lo fece trionfalmente condurre a Cremona come nobile testimonio della sua vittoria; e poco dopo lo mandò al senato ed al popolo romano con sue lettere che ci sono state conservate, nelle quali egli magnifica questo glorioso avvenimento[23]. Il Carroccio venne collocato in un ricinto del Campidoglio, ove fino al 1727 veniva indicato da un monumento in marmo[24].
Speravano i fuggitivi milanesi d'essere in luogo di sicurezza tostochè giugnessero nel distretto bergamasco; ma i Bergamaschi che in principio della guerra avevano domandato di starsi neutrali, si dichiararono contro i vinti quando conobbero la sorte della battaglia. Molti Milanesi furono nella loro fuga imprigionati o trucidati; altri in maggior numero sarebbero infallibilmente periti, se Pagano della Torre, signore della Valsassina, non veniva incontro ai fuggiaschi, e non li accoglieva ne' suoi feudi facendoli passare per le gole del suo dominio. Egli fece curare i feriti, e provvide ai bisogni di tutti; e quando gli parve tempo, li accompagnò egli medesimo fino nel loro territorio. Quest'atto di benificenza fu la prima cagione della grandezza della sua casa. Il popolo di Milano si mostrò lungo tempo riconoscente, e pose in compromesso la sua libertà piuttosto che parere ingrato verso di così nobile famiglia[25].
Diverse sono le opinioni degli storici intorno alla perdita sofferta dai Milanesi in questa fatale giornata. I loro scrittori la portano a due in tre mila uomini tra morti e feriti; le lettere dell'imperatore ne contano dieci mila. Pietro Tiepolo, figliuolo del doge di Venezia e podestà di Milano, cadde anch'egli in potere degl'imperiali; e Federico con una barbarie affatto impolitica, dopo averlo fatto strascinare in diverse prigioni della Puglia, lo fece morire sopra un palco. La repubblica di Venezia più non seppe perdonare all'imperatore questa crudele offesa, e dopo tale epoca si unì alla lega lombarda, cui per lo innanzi erasi rifiutata di prender parte.
(1238) Federico prese i suoi quartieri d'inverno a Cremona, ma per non rimanere ozioso tutto quell'inverno, visitò Lodi e Pavia, che, quantunque sempre fedeli al partito imperiale, non avevano fin ora osato di prendere a suo favore le armi per timore della soverchiante potenza de' Milanesi. Passò da Pavia a Vercelli, che pure ricondusse alla sua ubbidienza; e non è improbabile che in quel momento di terrore si staccassero dalla lega ed abbracciassero almeno in apparenza le parti ghibelline, anche le altre città del Piemonte, cioè Tortona, Alessandria, Novara, Asti, Torino e Susa[26]. E per tal modo la federazione lombarda trovossi ridotta a quattro sole città, Milano, Brescia, Piacenza e Bologna, le quali pure non mostravansi aliene dall'entrare in trattati coll'imperatore: ma avendo questi domandato che si sottomettessero senza condizioni all'autorità imperiale, i loro cittadini gli fecero rispondere che speravano di morire colle armi in mano, piuttosto che coprirsi di tanta infamia.
I primi chiamati a dar prove della loro costanza furono i Bresciani. Federico, così consigliato da Ezelino, il 3 agosto circondò Brescia d'assedio colle truppe che aveva raccolte in Germania, ov'erasi recato in primavera: assedio non meno notabile di quelli sostenuti contro Federico Barbarossa da Tortona, Crema, Alessandria e Milano, durante il quale per lo spazio di sessanta giorni nè gli assediati diedero minori prove di coraggio, nè gli assedianti di perseveranza e di crudeltà. L'arte della guerra aveva dopo Federico I fatti notabili progressi, e le macchine adoperate da Klamandrino, ingegnere de' Bresciani, erano assai più complicate di quelle che si videro a' tempi della prima guerra lombarda. Ma l'assedio di Brescia non fu circostanziatamente descritto che da Giacomo Malvezzi, storico bresciano, che fioriva in sul cominciare del secolo decimoquinto[27]; e nel suo racconto non troviamo quella perfetta conoscenza de' costumi e de' tempi, che rende interessanti le più minute particolarità, ed esclude ogni sospetto d'invenzione. In questo periodo di tempo i Lombardi non hanno storici coetanei, onde siamo costretti di passare rapidamente sugli avvenimenti loro, e di cercare la descrizione dei costumi e degli uomini nelle storie della Marca Trivigiana, che furono dettate da coloro ch'ebbero parte, o furono testimonj delle cose colà accadute.
In ottobre, vedendo Federico che l'assedio progrediva troppo lentamente, e che i Milanesi, trovandosi la sua armata tutta intorno a Brescia, ne approfittavano per battere a ritaglio i Ghibellini di Pavia e di Lodi, risolse di abbruciare le sue macchine e di ritirarsi a Cremona. Questa prima perdita, che si risguardò come una prova della debolezza del partito imperiale, ravvivò il coraggio delle città guelfe, e procacciò loro nuove alleanze. Il papa, dichiarossi loro protettore, e Venezia e Genova stipularono un trattato d'alleanza col papa e colle città della lega contro l'imperatore, i di cui ambasciatori dovettero partire da Genova senza ricevere il giuramento di fedeltà, che Federico chiedeva a quella repubblica.
Intanto nella Marca Trivigiana erasi riaccesa la guerra tra Ezelino ed il marchese d'Este. Il primo, spalleggiato dalle milizie delle tre più potenti città della Marca, aveva omai spogliato il marchese di tutte le sue fortezze, e forzatolo a chiudersi in Rovigo: ma per quanto si trovasse Ezelino avanzato nel favore di Federico, non ottenne però mai che questa privata contesa si risguardasse come una guerra dell'Impero. Anzi quando Federico venne a Padova, ove soggiornò gran parte dell'inverno, invitò alla sua corte il marchese, e diè segno di volerlo riconciliare con Ezelino. Fece fare solenni nozze tra Rinaldo figlio del marchese, ed Adelaide figliuola d'Alberico da Romano, com'era stato progettato da frate Giovanni da Vicenza; e parve avere divisa la sua confidenza fra i due capi dell'opposto partito. Nondimeno Ezelino faceva dalle sue spie osservare coloro che frequentavano la casa del marchese, i quali furono altrettante vittime destinate al supplicio dopo la partenza dell'imperatore.
(1239) Mentre Federico riceveva in Padova non dubbie prove della divozione di quegli abitanti, ebbe notizia che Gregorio IX lo aveva, in pieno concistoro, scomunicato. Siccome vedeva di non potere impedire che questa sentenza non venisse tra poco a notizia de' Padovani, fece egli medesimo raunare tutti i cittadini nella sala de' consigli generali, ove stava preparato il suo trono, sul quale ascese con tutto il fasto conveniente della dignità reale, mentre il suo cancelliere Pietro delle Vigne, posto al suo fianco, alzossi per arringare il popolo. Scelse per testo del sermone due versi d'Ovidio:
Leniter ex merito quidquid patiare, ferendum est;
Quæ venit indigne pœna, dolenda venit.
Perchè di que' tempi costumavasi anche nelle dicerie profane di cominciare con un testo. Pietro delle Vigne, applicando il suo all'imperatore, dichiarò in suo nome, che s'egli si fosse meritata la sentenza di scomunica, non sarebbesi rifiutato di confessare il suo fallo avanti al popolo, e di sottomettersi al giudizio della Chiesa; ma chiamando lo stesso popolo testimonio dell'ingiusto procedere del pontefice, e passando in rivista le allegazioni cui appoggiavasi la scomunica, si studiò di provarne la falsità.
Il papa, dopo aver rimproverato a Federico la sua empietà ed incredulità, entrando nei particolari, lo accusava d'avere in Roma suscitate ribellioni contro la santa sede, d'avere oppresso il clero e perseguitati gli ordini mendicanti ne' suoi dominj, d'avere spogliate le mense vescovili delle loro entrate, e finalmente d'avere occupato terre e stati, dipendenti unicamente dalla Chiesa[28].
Andava unita alla scomunica una bolla che scioglieva i sudditi dal giuramento di fedeltà, ed assoggettava all'interdetto i luoghi abitati dall'imperatore. Non ignorava Federico l'influenza di tali sentenze sul cuore dei Guelfi, onde incominciò subito ad avere sospetti i due principali signori di questo partito, il marchese d'Este ed il conte di san Bonifacio, ch'egli aveva chiamati alla sua corte. Per assicurarsi di loro, chiese al primo di dargli in mano come ostaggio suo figlio Rinaldo colla consorte Adelaide; inchiesta che gli riuscì più pregiudicievole di tutto quanto poteva temere dalla cattiva disposizione de' Guelfi; perciocchè Alberico da Romano, forse di già ingelosito dell'ingrandimento del fratello Ezelino, si chiamò oltremodo offeso, vedendo condotta in Puglia come ostaggio sua figlia che lo stesso imperatore aveva maritata con Rinaldo d'Este; ed unitosi al signore da Camino, di cui fino a tal epoca era stato nemico, si ritirò con lui a Treviso, e rivoltò la città contro Federico. In appresso mentre l'imperatore marciava coll'armata alla volta di Lombardia, avendo al suo seguito il marchese d'Este ed il conte di san Bonifacio, un amico loro che godeva la piena confidenza dell'imperatore, passandosi la mano a traverso la gola, fece loro comprendere che si volevano decapitare[29]. Trovavansi in quel punto presso ai bastioni di san Bonifacio: spronarono i cavalli, e precipitandosi in quel castello, ne fecero chiudere le porte; e per quante istanze venissero lor fatte da Pietro delle Vigne a nome di Federico, non vollero più sortire. E per tal modo gran parte della Marca si andava inimicando all'imperatore: il marchese d'Este ricuperava una dopo l'altra le terre toltegli da Ezelino, il quale, credendosi alfine talmente stabilito in Padova da poter gustare impunemente il piacere delle più atroci vendette, faceva decapitare sulla pubblica piazza i più potenti gentiluomini, e morire tra le fiamme o sopra un vergognoso palco gl'infelici cittadini che sospettava attaccati alla causa della libertà. Diciotto di questi sgraziati perirono in un solo giorno nel prato della valle di Padova[30].
Trattanto l'imperatore aveva condotta la sua armata nel territorio di Bologna, ove consumò parecchi mesi nell'assedio di alcune rocche: di dove si volse contro i Milanesi senza ottenere verun decisivo vantaggio. L'infelice esito dell'assedio di Brescia non era la sola causa dello scoraggiamento di Federico, e della guerra debolmente tratta in Lombardia. Questo principe dava fede alle predizioni degli indovini ed ai calcoli dell'astrologia giudiziaria, non movendo mai la sua armata se prima un astrologo non aveva determinato il preciso istante della partenza dietro accurata osservazione delle stelle. Allorchè, avvisato della ribellione di Treviso, disponevasi alla marcia per sottometterla, un eclissi del sole lo rimosse dall'impresa[31]. Forse un egual motivo lo consigliò ad abbandonare la Lombardia per isvernare in Toscana; e forse credette a ragione che gli si convenisse di avvicinarsi ai suoi stati delle due Sicilie, ed alla corte di Roma.
Egli fissò il suo soggiorno in Pisa, città che godendo d'una intera libertà sotto la protezione imperiale, abbracciava caldamente tutti gl'interessi della casa di Svevia. Nuovi semi di discordia incominciavano a dividere quegli abitanti, che all'imperatore importava troppo di spegnere in sul loro nascere, perchè aveva bisogno di opporre le flotte pisane a quelle delle repubbliche di Genova e di Venezia sue nuove nemiche. Il possesso della Sardegna era la cagione principale delle fresche discordie.
Nel primo capitolo di questa storia abbiamo osservato che l'isola di Sardegna, dominata dai Mori, era stata conquistata dai Pisani, e che le sue province furono divise tra i gentiluomini di Pisa, i Gherardeschi, i Sardi, i Cajetani, i Sismondi ed i Visconti. Dopo tale epoca le cronache di Pisa sono inesatte ed oscure, e niun lume ci somministrano le sarde. I gentiluomini pisani stabiliti nell'isola rinunciarono presso che tutti al nome del loro casato per prendere quello della propria giudicatura; lo che rende assai difficile il distinguere gli uni dagli altri. Solo alcuni genealogisti avrebbero potuto avere interesse a rischiarare queste tenebre, ma le accrebbero invece colle favole e colle supposizioni; di modo che l'amministrazione di quelle signorie, e la successione dei loro sovrani, feudatari dei Pisani, forma forse la più oscura parte della storia italiana de' secoli di mezzo. I papi accordarono a vicenda protezione ai più deboli di questi signori; e perchè la loro protezione non era gratuita, si arrogarono a poco a poco un diritto di supremo dominio su tutta l'isola. Tosto che questa pretensione ebbe qualche apparente fondamento, Innocenzo III, l'anno 1206, pretese che i Pisani rinunciassero ai diritti ed ai titoli che avevano sopra la Sardegna, e fece sposare l'erede di Gallura ad uno de' suoi cugini[32].
Tra i cittadini che si opposero con maggior fermezza alla domanda del papa, si notarono i Visconti, nobile famiglia pisana, che nulla aveva di comune con quella di Milano. Morto Innocenzo, due fratelli di questa famiglia, Lamberto ed Ubaldo[33], armarono a proprie spese alcune galere, e sprezzando le scomuniche della Chiesa, mossero guerra ai piccoli signori ch'eransi dichiarati feudatari della santa sede, e ricuperarono così varie signorie che pretendevano di loro pertinenza. In tempo di questa guerra, che si prolungò almeno diciotto anni, Lamberto morì, ed Ubaldo, rimasto solo, chiese in isposa Adelaide marchesana di Massa, ed erede delle giudicature di Gallura e delle Torri, ch'egli riclamava come dominj di sua pertinenza, e che omai aveva quasi interamente riconquistate. Gregorio IX, ch'era parente d'Innocenzo III, e perciò ancora della erede di Gallura, approvò questo maritaggio che rendeva la pace alla Sardegna, ed assodava le pretensioni della Chiesa sopra quest'isola. Ubaldo fu assolto dalle censure; ed in contraccambio egli riconobbe la sovranità del papa sulla Sardegna, ed abiurò quella di Pisa[34].
Poichè si ebbe a Pisa sentore di questo trattato tanto pregiudicievole alla repubblica, l'indignazione fu universale. I conti della Gherardesca furono i primi a protestare contro la defezione di Ubaldo; e tutto il casato de' Visconti si credette obbligato a sostenere il suo capo: e perchè questo capo aveva contratta alleanza col papa, abbracciò in corpo le parti della Chiesa, mentre i Gherardeschi si strinsero sempre più a quelle dell'Impero. L'opposizione fra il titolo di Conti e il nome di Visconti, che distingueva le due famiglie rivali, passò alle due fazioni. Quindi in Pisa chiamaronsi i Ghibellini la parte dei Conti, ed i Guelfi quella dei Visconti. L'un partito e l'altro presero le armi e si fecero un'accanita guerra finchè la presenza di Federico ristabilì la pace.
In questo frattempo essendo morto Ubaldo Visconti, Federico fece sposare la sua vedova ad Enrico o Enzio[35], uno de' suoi figli naturali, dandogli il titolo di re di Sardegna, senza pregiudizio però dei diritti che aveva sull'isola la repubblica di Pisa, e per quanto sembra, senza che Enzio visitasse mai il suo regno[36]. Invece di spedirlo in Sardegna, lo creò vicario imperiale in Lombardia, affidandogli il comando delle truppe allemanne e saracene per rinnovare la guerra contro i Milanesi[37].
Federico che aveva approfittato dell'inverno per rappacificare Pisa, per formare una nuova armata, e ravvivare lo zelo de' suoi partigiani, tostochè la stagione permise di trar fuori le truppe, invase il dominio della Chiesa, e si avvicinò a Roma. Molte città dell'Umbria, tra le quali Foligno e Viterbo, si dichiararono per il partito dell'imperatore; ed in seguito gli aprirono le porte, Orta, Città Castellana, Sutri e Montefiascone. Gli stessi Romani sembravano proclivi ad abbracciare la causa di Federico; quando Gregorio, avvisato del vicino suo pericolo dalle grida del popolo, facendosi precedere dal legno della vera croce e dalle teste degli apostoli Pietro e Paolo, sortì in processione dal suo palazzo, accompagnato da tutti i cardinali, e trasportò queste reliquie alla basilica vaticana, benedicendo la gente che si affollava sul suo passaggio, ed invitandola a prendere le armi per difendere la Chiesa. Così imponente processione attraversò Roma in tutta la sua lunghezza[38], sedando dovunque recavasi i movimenti de' Ghibellini, e riscaldando l'entusiasmo del popolo. Intanto i frati di san Domenico e di san Francesco spargevansi in tutte le chiese e predicavano la crociata contro Federico, pubblicando le stesse indulgenze che prima non erano accordate che ai crociati di Terra santa. I preti, ottenutane la dispensa dal papa, si crociarono e presero le armi prima degli altri, ed in un sol giorno Gregorio adunò sotto i suoi ordini un'armata abbastanza formidabile per non aver più timore di tutta la potenza di Federico. Questi, perduta ogni speranza di occupar Roma, si ritirò nella Puglia; ma adontato in modo nel vedere inalberata la croce contro di lui, che condannò alla morte tutti coloro che avevano indosso questo segno di odio contro la sua persona, o di ubbidienza alla Chiesa.
I nemici di Federico non predicavano la crociata per la sola difesa di Roma. In Lombardia un'armata guelfa e crociata, condotta da un legato, assediò Ferrara, ov'erasi chiuso Salinguerra, capo in questa città del partito ghibellino. Questo vecchio ottuagenario che aveva lungo tempo difesa la sua patria, venne imprigionato a tradimento in una conferenza, e mandato a Venezia, ove morì cinque anni dopo in carcere[39]. La città di Ferrara che da molti anni sacrificava la sua libertà allo spirito di partito, dopo aver ubbidito al capo dei Ghibellini Salinguerra, più come a principe che come a cittadino, accordò lo stesso potere al marchese d'Este capo della parte guelfa. Vent'anni più tardi i nobili di Ferrara trasmisero la sovranità al figlio del marchese con questa strana formola, «che sottomettevano alla sua volontà la decisione del giusto e dell'ingiusto.» Dopo tale epoca Ferrara più non deve risguardarsi come una repubblica. È bensì vero che per istabilire una simile tirannia si dovettero esiliare quasi mille cinquecento famiglie, e dividerne i beni tra i loro nemici, onde attaccarli alla difesa del nuovo governo.
Federico tentò di far risguardare l'animosità di Gregorio IX contro di lui come una lite personale che non doveva turbare il riposo della Chiesa. Gregorio, per l'opposto, pretendeva di proscrivere Federico agli occhi del mondo cristiano. A quest'oggetto adunò un concilio a san Giovanni di Laterano per il giorno di Pasqua del susseguente anno, al quale chiamò i vescovi francesi con lettere del mese d'agosto. La sollecitudine colla quale questi prelati si apparecchiavano al viaggio di Roma, li mostrava affatto ligi al papa; onde Federico previde apertamente che avrebbero sanzionata la scomunica papale, e che i suoi partigiani, scoraggiati dall'inimicizia di tutta la Chiesa, lo avrebbero un dopo l'altro abbandonato. Determinato d'impedire ad ogni patto quest'adunanza che poteva essergli fatale, Federico scrisse a tutti i sovrani d'Europa «che non permetterebbe giammai l'unione di un concilio che dalle stesse lettere di convocazione appariva destinato non a rendere la pace alla Chiesa, ma bensì a suscitare una crudel guerra contro il capo del cristianesimo.» In pari tempo ordinò a tutti i suoi partigiani di Lombardia che si opponessero al viaggio dei prelati. Era sicuro di quasi tutta la Toscana; e perchè non rimanessero aperte le strade della Romagna, prese a fare l'assedio di Faenza, che ad istigazione dei Bolognesi erasi ascritta alla lega lombarda. La città si difese ostinatamente tutto l'inverno; ma Federico se ne rese padrone in sul cominciare di primavera.
(1241) Frattanto, a seconda degl'inviti di Gregorio, i prelati francesi eransi recati a Nizza, ove furono ricevuti da due cardinali legati del papa, il quale aveva loro fatta allestire a Genova una flotta di ventisette galere per trasportarli per mare fino alle foci del Tevere. La repubblica di Genova erasi a quest'epoca così caldamente impegnata nel partito della Chiesa, che mentre era costretta di battersi alle frontiere della Liguria col marchese Pelavicino e Martino d'Eboli, che gli avevano mossa guerra in nome dell'imperatore; mentre il suo podestà conteneva nell'interno le famiglie ghibelline dei Doria, degli Spinola e dei Volta, essa mandava a Nizza le sue galere a prendere i prelati che andavano al concilio[40]. Invano gli ambasciatori Pisani giunsero in marzo a Genova per rimuovere que' cittadini da tale spedizione: invano, ammessi in consiglio, rappresentarono, che l'alleanza contratta coll'imperatore obbligava i Pisani ad opporsi al viaggio de' prelati, e ad attaccarli ovunque li trovassero; fu loro risposto che la repubblica di Genova, essendosi dedicata ai servigi del papa, non lascerebbe per verun titolo di difendere con tutte le sue forze la libertà della Chiesa e la fede cristiana, e di proteggere i prelati cristiani, ai quali aveva promessa la sua assistenza.
In fatti non fu appena repressa una sedizione eccitata nella città dal partito ghibellino, che la flotta genovese, già di ritorno da Nizza, ripartì alla volta di Ostia sotto la condotta di Giacomo Malocello, portando a bordo molti vescovi francesi. Intanto Federico aveva fatti armare in Sicilia tutti i suoi bastimenti da guerra, i quali si unirono in Pisa alle galere della repubblica, delle quali aveva il comando il conte Ugolino Buzzacherino, cittadino pisano, della famiglia Sismondi, come le navi di Federico erano sotto gli ordini di Enzio suo figliuolo. La flotta ghibellina si pose tra la Meloria e l'isola del Giglio, ove il giorno tre di maggio si vide a fronte la flotta genovese, che, quantunque alquanto inferiore di forze, non rifiutò l'incontro. La battaglia fu lunga ed accanita, ma i Ghibellini riportarono infine la più completa vittoria. Di ventisette galere genovesi tre colarono a fondo, e diecinove furono prese, restando prigionieri quattro mila Genovesi, i due cardinali, i vescovi e deputati al consiglio: i primi furono condotti in Sicilia, gli altri a Pisa, ove vennero chiusi nel capitolo della cattedrale e caricati di catene d'argento per testificar loro anche nella cattività qualche sorta di rispetto. Immenso fu il bottino dai vincitori trasportato in città, dicendosi che il denaro si divise collo stajo tra i Pisani ed i Napoletani[41].
La disfatta della flotta guelfa si pubblicò da Federico come un manifesto giudizio della provvidenza in suo favore. Pure i Genovesi che non avevano mai avuta una così terribile rotta, e che inoltre furono subito dopo attaccati dai Ghibellini per terra e per mare, non si avvilirono punto, e furono i primi a mandare conforti al papa sull'infortunio de' prelati, scongiurandolo a sostenere coraggiosamente la libertà della Chiesa. «Dal più grande fino al minor cittadino, gli scrivevano, tutti abbiamo dedicato le nostre vite ed i nostri beni a vendicare una così crudele ingiuria, ed a difendere la fede santa di Dio, e non avremo riposo finchè non vengano liberati i vostri fratelli.... Sappia la beatitudine vostra che i cittadini di Genova risguardano come cosa di nessuna importanza il danno sofferto; e che, messo da banda ogni altro affare, lavorano indefessamente a fare nuovi vascelli e ad armarli.... Quindi colle ginocchia piegate supplichiamo vostra santità, per il sangue di Gesù Cristo che voi rappresentate in terra, di non dar troppo valore all'infortunio da noi sofferto, e di non abbandonare la nobil causa che avete fin ora sostenuta[42].»
Intanto il papa scriveva ai sovrani del cristianesimo per interessarli a suo favore, come ai prelati prigionieri per consolarli nel loro infortunio; ed in pari tempo non trascurava la difesa di Roma e del suo territorio contro un nuovo attacco di Federico, che essendosi guadagnato nel sacro collegio Giovanni Colonna, cardinale di santa Prassede, aveva col suo mezzo fatti ribellare alla santa sede i feudi di Colonna, Lagosta, Preneste, Monticello, ec., mentre occupava colle armi Tivoli, Alba e Grottaferrata. Ma il vecchio pontefice non potè sopportare tanti travagli, e morì in Roma il 21 agosto del 1241, tre mesi e mezzo dopo la fatale rotta della flotta de' suoi alleati[43].
(1242) Dopo la morte di Gregorio, la sede pontificia vacò quasi due anni; perchè appena può risguardarsi come un interrompimento dell'interregno il pontificato di Celestino IV, milanese, prima chiamato Goffredo da Castiglione, il quale non sopravvisse che dieciotto giorni all'elezione. Il sacro collegio trovavasi ridotto a pochissimi cardinali: dieci soltanto intervennero all'elezione di Celestino IV, e non più di sei o sette potevano entrare in conclave dopo la sua morte. E perchè per essere uno eletto papa deve avere in suo favore due terzi dei suffragi, bastava a Federico d'avere tre partigiani tra i cardinali per impedire ogni elezione che non fosse di suo aggradimento: talchè dopo così accanita guerra riusciva quasi impossibile agli elettori il mettersi d'accordo[44]. Del resto Federico ascrive ad altre non meno verosimili cagioni la loro irresolutezza: il loro piccol numero li avvicinava tutti in maniera al trono pontificio, che niuno di loro sapeva rinunciare alla speranza di occuparlo. Per metterli d'accordo, l'imperatore loro rimproverava nelle sue lettere il torto che facevano alla Chiesa, e queste lettere erano tali che giammai altro principe non ne aveva scritte di simili ad un conclave[45]. «A voi, diceva loro, figliuoli di Belial; a voi figliuoli d'Effrem, greggia di dispersione indirizzo queste parole; a voi, cardinali che siete colpevoli del conquasso del mondo intero; a voi che siete mallevadori dello scandalo di tutto l'universo, ec.» Questa lettera è probabilmente posteriore alle negoziazioni per un trattato di pace, che Federico intavolò senza effetto colla Chiesa. Quando conobbe di non potersi appacificare colla Chiesa, nemmeno quand'era senza capo, fece ricominciare le sospese ostilità nella campagna di Roma. Intanto più occupato del grand'affare dell'elezione del nuovo papa che della sommissione della lega lombarda, la lasciò molti anni in pace, o a dir meglio l'abbandonò alle dissensioni di cui aveva in se medesima i semi.
La potenza di alcuni gentiluomini che eransi usurpati la tirannide nella loro patria o nelle vicine città, moveva l'ambizione di tutti gli altri. Treviso era soggetto ad Alberico da Romano; Padova, Vicenza, Verona a suo fratello Ezelino; Ferrara al marchese d'Este; Mantova al conte di san Bonifacio, e Ravenna aveva lungo tempo ubbidito a Paolo Traversari. Tale era il furore delle fazioni, che all'esaltamento di una famiglia doleva assai più la caduta del partito guelfo o ghibellino, che la perdita della libertà. I nobili potenti speravano che le repubbliche che tuttavia duravano, sarebbero un giorno o l'altro loro preda; ed i nobili di second'ordine avevano la viltà di accontentarsi delle cariche che il favore de' nuovi principi lasciava loro sperare. In quella città per altro ove i nobili erano più eguali, quest'ordine procurava non già di darsi un padrone, ma di ristringere l'oligarchia e di allontanare affatto il popolo dal governo. La discordia tra i patrizj ed i plebei si manifestò in Milano l'anno 1240. Pretendevano i primi di far rivivere l'antica legge de' Lombardi, che limitava il compensamento di un omicidio ad una piccola somma di danaro, cioè a sette lire e dodici soldi di terzuoli[46]. Il popolo risguardava questa legge come fatta contro di lui, e come quella che metteva a troppo vil prezzo il capo di un plebeo. Lagnavasi inoltre, perchè ne' tempi in cui la repubblica andava soggetta a spese considerabili, i nobili si liberavano da qualunque imposta ritirandosi ne' loro castelli; e perchè, malgrado le fresche leggi che dividevano con perfetta eguaglianza tra i due ordini le magistrature dello stato, e le dignità della chiesa, i nobili soli ne usurpassero tutte le cariche. Onde per sottrarsi ad un giogo che diventava ogni giorno sempre più insopportabile, il popolo risolse di eleggere un protettore; e Pagano della Torre, signore della Valsassina, che aveva, dopo la rotta di Cortenova, salvata parte dell'armata milanese, parve l'uomo più degno di occupare questa carica[47]. E per tal modo mentre il popolo attaccava i privilegi della nobiltà, non rinunciava al vantaggio che un'illustre nascita poteva dare alla sua causa, e sceglieva un nobile per tribuno della democrazia.
Dall'altra banda i gentiluomini milanesi scelsero per loro capo un uomo straordinario, Leone di Perego, frate eloquente dell'ordine de' Francescani, che di que' tempi, secondo raccontano quasi tutti gli storici, si era da sè medesimo eletto arcivescovo, valendosi della piena facoltà che gli aveva dato il capitolo di scegliere un nuovo prelato, siccome ad uomo di provata santità ed alieno da pensieri ambiziosi[48]. Frate Leone da quest'epoca in poi abbracciò i pregiudizj dell'aristocrazia con quella violenza di cui era capace la sua anima di fuoco, comunicò tutta la sua energia al proprio partito, e lo sostenne in mezzo alle disgrazie colla sola forza del suo carattere.
Indipendentemente dalle discordie civili, l'animosità delle città, le une contro le altre, bastava per tener viva la guerra in tutta la Lombardia, senza che l'imperatore vi prendesse parte. Ma i piccoli vantaggi ottenuti dai Milanesi contro i Pavesi, dai Bresciani contro i Veronesi, dai Genovesi contro i ribelli di Savona e di Albenga, d'Ezelino contro il marchese d'Este, non possono descriversi minutamente che nelle particolari storie di quelle città. Nondimeno questa piccola guerra non fu di leggier vantaggio alla parte guelfa, poichè queste contese furono cagione che si unissero alla lega lombarda i marchesi di Monferrato, del Cerreto e della Ceva, e le città di Vercelli e di Novara.
(1243) Finalmente il conclave, dopo lunghe deliberazioni[49], si accordò a collocare sulla cattedra di san Pietro Sinibaldo del Fiesco, uno de' conti di Lavagna, cardinale di san Lorenzo in Lucina, che prese il nome d'Innocenzo IV. Benchè non si sappia qual parte avesse Sinibaldo ne' pubblici affari prima di essere eletto papa, raccontano tutti gli storici ch'egli godeva dell'intima amicizia di Federico, e che fino a tale epoca la casa de' Fieschi di Genova mostrossi attaccata al partito ghibellino: ed è quindi facil cosa che andasse in parte debitore della sua elezione ai partigiani dell'imperatore, i quali almeno festeggiarono pubblicamente tale avvenimento. Parve che Federico prendesse parte alla loro allegrezza; ma egli prevedeva troppo bene gli effetti di tanta potenza sopra un cuore ambizioso, ed è noto aver detto con dolore ai suoi confidenti: «Ho perduto uno zelante amico nel collegio de' cardinali, e lo vedo trasformato in un papa che diverrà il mio più crudele nemico[50].»
Malgrado questo pronostico che non tardò a verificarsi, Federico fece ogni sforzo per pacificarsi colla Chiesa col mezzo di questo nuovo pontefice. Per felicitare Innocenzo sul di lui innalzamento al trono pontificio, e per domandare la pace, gli mandò una solenne ambasciata composta de' più illustri personaggi de' suoi stati, il suo gran-cancelliere Pietro delle Vigne, il gran maestro dell'ordine teutonico, ed Ansaldo de Mari, grande ammiraglio di Sicilia, concittadino del papa, e come lui appartenente ad una casa ghibellina. Gli fece dire d'essere disposto ad una compiuta sommissione, proponendogli ad un tempo un glorioso parentado per la famiglia del Fiesco[51], il matrimonio di una nipote del papa per Corrado suo figliuolo ed erede presuntivo. Innocenzo dal canto suo mostravasi desideroso della pace, per cui entrò volentieri a trattarne: ma egli domandava che precedentemente alle concessioni della Chiesa, Federico accordasse la libertà a tutti i suoi prigionieri, e le restituisse le terre conquistate: l'imperatore invece chiedeva che la santa sede desistesse dal proteggere i Lombardi, e richiamasse il legato che predicava tra que' popoli la crociata contro di lui: e perchè niente potè ottenere dal papa di quanto gli aveva chiesto, assediò Viterbo ch'erasi di fresco ammutinato[52].
(1244) Le negoziazioni si ripresero o continuarono nel susseguente anno, e sapendosi già ammessi tutti gli articoli più importanti, si sperò vicina la pace. L'imperatore ed il papa perdonavano reciprocamente ai partigiani della Chiesa e dell'Impero le vicendevoli offese fattesi durante la guerra. Federico accettava la mediazione del papa per terminare le precedenti sue dispute coi Lombardi; Innocenzo doveva essere rimesso nel godimento di tutte le terre che la Chiesa possedeva avanti alle prime ostilità; tutti i prigionieri dovevano essere liberati, ed annullate tutte le confiscazioni[53]. Ma probabilmente il papa non acconsentiva alle concessioni che egli faceva che per acquistar tempo, perchè conosceva quanto pericolosa fosse la sua posizione in Roma; e forse Federico disponevasi a rompere i trattati tostochè gli si presentasse vantaggiosa opportunità di farlo, imperciocchè quando ancora duravano, cercava di farsi nuovi partigiani in Roma e nel suo territorio. Egli teneva pratiche coi Frangipani perchè gli cedessero le fortificazioni che avevano innalzate nel Coliseo, ottenendo le quali diventava padrone di una fortezza entro la stessa Roma; onde il papa non vedevasi omai sicuro nella sua stessa capitale, e temeva inoltre d'essere sorpreso dai soldati dell'imperatore quando recavasi nelle città del dominio ecclesiastico, Anagni, Città castellana, o Sutri. Il giorno sette di giugno erasi portato a Città castellana, per dare l'ultima mano, come egli diceva, al trattato di pace; ma infatti perchè aveva alcun tempo prima segretamente spedito a Genova un frate francescano per procurarsi la protezione di questa repubblica sua patria. Il 27 giugno ebbe, stando a Sutri, notizia dell'arrivo di ventidue galere ben armate, che i Genovesi gli avevano mandato a Civita Vecchia; perchè in sul far della notte partì quasi solo a cavallo vestito da soldato, e camminò con tanta celerità che appena fatto giorno giugneva in riva al mare, avendo fatto in quella breve notte di estate trentaquattro miglia. Quando poc'ore dopo si sparse in Sutri la notizia della fuga del papa, i suoi partigiani andavano dicendo che Innocenzo aveva avuto avviso dell'avvicinarsi di trecento cavalli toscani, spediti per prenderlo; ed il papa, giunto a Civita Vecchia, diceva lo stesso; quantunque tale racconto mal s'accordasse coll'apparecchio d'una flotta considerabile fatto molto tempo prima per venirlo a prendere a bordo.
Innocenzo trovò sulle galere genovesi lo stesso podestà e tre conti del Fiesco suoi nipoti, venuti ad incontrario. Ogni galera aveva sessanta soldati e centoquattro marinaj d'equipaggio; e tutta la flotta era apparecchiata ad una vigorosa difesa, quando fosse attaccata: ma il podestà riponeva la sua maggior fiducia sul profondo segreto conservatosi intorno a questa spedizione, di cui non aveva avuto notizia che il consiglio di credenza. Trattavasi infatti di attraversare quello stesso mare, ove tre anni avanti erano stati fatti prigionieri i prelati francesi, che a bordo di un'altra flotta genovese andavano al concilio. Federico in questo stesso tempo soggiornava in Pisa, e nel precedente anno i Pisani con ottanta loro galere e cinquantacinque di quelle dell'imperatore erano andati ad insultar Genova. Innocenzo non si trattenne a Civita Vecchia più di ventiquattr'ore, per dar tempo ad alcuni cardinali di raggiungerlo, di dove, col favore d'un gagliardo vento favorevole, passò senza incontrare verun ostacolo tra le isole del Giglio e della Meloria tanto funeste al suo partito, ed arrivò in cinque giorni a Portovenere, e di là dopo cinque altri giorni entrò trionfante in Genova in mezzo alle acclamazioni de' suoi concittadini: le galere erano pavesate con drappi d'oro, e tutta la città partecipava della gioja d'Innocenzo vedendolo fuori di pericolo[54].
Quando Federico ebbe avviso della fuga del pontefice, e seppe che a Genova non aveva voluto ascoltare il conte di Tolosa che gli aveva mandato con nuove proposte di pace, e che senza trattenersi in Italia s'avviava verso Lione, attribuì ad altra cagione la di lui fuga ed il vicendevole odio. Era stata ordita in Roma una congiura contro la vita dell'imperatore: i frati francescani eransi addossato l'incarico di corrompere i cortigiani del principe e que' signori di cui più si fidava. Benchè questi frati fossero banditi dal regno, vi si recavano travestiti per tener vive colpevoli corrispondenze; e quando furono catturati i cospiratori e condannati a morte, tutti asserirono di non aver agito che dietro gli ordini della santa sede[55]. Federico ebbe quest'anno (1244) i primi indizj della congiura; e forse era vero che aveva ordinato di fermare lo stesso papa, onde confrontarlo coi colpevoli ch'egli aveva pur dianzi scoperti, allorchè questi si sottrasse colla fuga a tale affronto.
Attraversando parte della Lombardia per recarsi da Genova a Lione, il papa ridusse al partito guelfo le città di Asti e di Alessandria, che presero parte alla lega. (1245) Giunto appena nella città che aveva scelta per sua dimora, e postosi sotto la potente protezione di san Luigi, convocò per la seguente festa di san Giovanni un concilio ecumenico in Lione, ad oggetto, diceva egli, di assicurare la Cristianità contro i Tartari, e soprattutto per sottomettere al giudizio della Chiesa la condotta di Federico[56]. Ma senza aspettare la sentenza che doveva pronunciare il concilio, rinnovò la scomunica fulminata contro l'imperatore da Gregorio IX.
Intanto i vescovi d'Inghilterra, di Francia, di Spagna, ed anche alcuni d'Italia e di Germania, adunavansi a Lione in numero di centoquaranta; ed Innocenzo aprì il concilio nel convento di san Giusto il 28 giugno del 1245. In tale occasione presentò al senato della Chiesa il prospetto dei mali cui trovavasi la Chiesa esposta: ed era pur vero che i Latini non eransi ancor trovati in più calamitosi tempi. Al nord i Tartari Mogolli avevano invasa la Russia, la Polonia e parte dell'Ungheria. L'Impero dei successori di Zengis[57] che comprendeva di già metà della China, la Persia e l'Asia minore, minacciava omai d'ingojare tutta l'Europa. Al mezzogiorno i Carismiani, cacciati dal loro paese dagli stessi Mogolli, eransi resi padroni di Gerusalemme, ed avevano passato a fil di spada la maggior parie dei Cristiani di Terra santa[58]. L'Impero latino di Costantinopoli assalito da Vatace e dai Greci riducevasi alla sola capitale, ed il sovrano di questa città mezzo deserta, per sovvenire alla propria miseria, demoliva i palazzi de' suoi predecessori per vendere il piombo ed il rame ond'erano coperti. Gli Occidentali, malgrado il pericolo che loro sovrastava, non potevano unirsi per la difesa della Cristianità, perchè la guerra tra il papa e l'imperatore non permetteva loro di pensare a più lontane spedizioni, e perchè lo zelo per le crociate d'Asia era omai spento, per essere promesse le medesime indulgenze a colui che porterebbe le armi contro il capo dell'Impero o contro i Musulmani; e perchè tutti i predicatori apostolici indicavano di preferenza questa più facile strada dell'eterna salute.
Parlando dei pericoli della Chiesa, Innocenzo non si curò di ricordare le colpe del suo capo; e per lo contrario attribuì a Federico tutte le disgrazie e tutti i delitti, accusandolo di spergiuro, d'eresia, d'empietà e di scandalosa unione coi Saraceni suoi sussidiarj, stabiliti a Nocera.
Due deputati dell'imperatore, Tadeo di Suessa e Pietro delle Vigne, eransi, d'ordine di Federico, recati al concilio per farne le difese. Per altro il secondo, che aveva in tante altre circostanze date così luminose prove della sua capacità, della sua facondia e del suo zelo, tacque nella presente; e diede col suo silenzio apparente ragione a' suoi emuli per metterlo in disgrazia del sovrano: ma Tadeo di Suessa, escludendo le accuse date a Federico, dichiarò che questo principe non altro aspettava che la sua riconciliazione colla Chiesa per portare le armi contro gl'infedeli; che offriva al concilio tutte le forze del suo Impero, della sua persona, ed i suoi tesori per difesa della fede; e quando Innocenzo gli domandò quai mallevadori potrebbe dare di così belle promesse, rispose Tadeo; i più potenti di Cristianità, i re di Francia e d'Inghilterra. Noi non ci curiamo, replicò Innocenzo, d'avere mallevadori gli amici della Chiesa, coi quali ella dovrebbe poi inimicarsi qualunque volta il vostro padrone mancasse, com'è suo costume, alle promesse[59].
Il giorno 5 di luglio si tenne la seconda sessione del concilio. Innocenzo rinnovò più circostanziatamente le sue accuse contro Federico, e Tadeo le confutò nuovamente con non minore eloquenza che coraggio; al rimprovero d'aver violati i trattati colla Chiesa, rispose esaminando ad una ad una le supposte infrazioni; nel quale esame la condotta dello stesso pontefice non andò esente da censura. Con minori risguardi trattò ancora il vescovo di Catania ed un arcivescovo spagnuolo, che avevano caldamente ridette le accuse del pontefice, dando loro a nome dell'imperatore un'aperta mentita. Finalmente fece noto al papa ed al concilio che Federico era già a Torino, disposto di venire a giustificarsi personalmente; e fece calde istanze perchè fosse accordato a questo principe un sufficiente termine per presentarsi all'assemblea. Innocenzo rifiutò l'inchiesta, ed il concilio, ciecamente ligio, approvò la risposta del suo capo. Nonpertanto mosso dalle istanze degli ambasciatori di Francia e d'Inghilterra, Innocenzo differì di dodici giorni la seguente sessione, e l'assemblea aderì alla proposta del pontefice. Informando il suo padrone dell'assoluto predominio esercitato dal papa sull'assemblea, Tadeo di Suessa probabilmente lo sconsigliò dal viaggio di Lione, onde Federico non si avanzò oltre Torino. Il 17 di luglio si tenne la terza sessione senza che l'imperatore si presentasse. Incominciando la sessione, Tadeo dichiarò a nome di Federico, che qualunque si fosse la sentenza di un concilio composto di così piccolo numero di vescovi, e senza l'intervento de' procuratari de' vescovi assenti, di un concilio al quale la maggior parte de' sovrani d'Europa non avevano mandati ambasciatori, appellava ad un altro più solenne e più numeroso concilio.
Innocenzo, dopo avere confutata la protesta e l'appello di Federico e del suo ministro, fece leggere la sentenza di scomunica ch'egli aveva preventivamente scritta. Appoggiavasi alla mancanza di fedeltà di Federico al papa, di cui era vassallo come re di Sicilia; alla rottura della pace più volte stabilita colla Chiesa, alla prigionia sacrilega dei cardinali e dei prelati che andavano al concilio di Roma; finalmente all'essersi reso colpevole d'eresia, disprezzando le scomuniche pontificie, e collegandosi coi Saraceni, de' quali aveva adottati i costumi: e chiudevasi con queste notabili parole: «Noi dunque che, quantunque indegni, rappresentiamo in terra nostro Signore Gesù Cristo; noi, ai quali nella persona di san Pietro furono dirette queste parole: tutto ciò che voi avrete legato in terra, sarà legato in cielo; noi abbiamo deliberato coi cardinali nostri fratelli, e col sacro concilio intorno a questo principe resosi indegno dell'Impero, de' suoi regni e di ogni onore e dignità. A motivo de' suoi delitti e delle sue iniquità Dio lo rifiuta, e più non soffre che sia re o imperatore. Noi lo facciamo soltanto conoscere, e lo denunziamo essere, a motivo de' suoi peccati, rigettato da Dio, privato dal Signore di qualunque onore e dignità; e frattanto noi pure ne lo priviamo colla nostra sentenza. Tutti quelli che sono a lui vincolati pel loro giuramento di fedeltà, sono da noi a perpetuità assolti e resi liberi da tale giuramento, vietando loro espressamente e strettamente colla nostra apostolica autorità di non più prestargli ubbidienza come ad imperatore o re, o in qualunque altro modo pretenda di essere ubbidito. Coloro che gli daranno soccorso o favore, come ad imperatore e re, incorrono ipso facto nella scomunica. Quelli cui spetta nell'impero l'elezione dell'imperatore, eleggano pure liberamente il successore di questo: e rispetto al regno di Sicilia sarà nostra cura di provvedervi col consiglio dei cardinali, nostri fratelli, come troveremo più conveniente[60].»
Mentre leggevasi questa carta, siccome i padri tenevano in mano una candela accesa, che in segno d'esecrazione dovevano rovesciare per ispegnerla, Tadeo di Suessa gridò, percuotendosi il petto: questo è il giorno della collera, il giorno delle calamità e della sciagura! ed uscì dall'assemblea. Allorchè Federico ebbe avviso della sua deposizione, gittò uno sguardo d'indignazione sulla folla che lo circondava: «Questo papa, disse, mi ha dunque rigettato nel suo sinodo; mi ha dunque privato della mia corona! ove sono i miei giojelli? mi si rechino subito.» E facendo aprire la cassetta che racchiudeva le sue corone, ne prese una e se la fermò in capo; indi alzandosi con occhi minacciosi: «No, disse, la mia corona non è ancora perduta; nè gli attacchi del papa, nè i decreti del sinodo hanno potuto levarmela; ed io non la perderò senza spargimento di sangue[61].»