CAPITOLO CXXII.

Violazione della capitolazione di Firenze; persecuzione di tutti gli amici della libertà. Regno e morte di Alessandro de' Medici: successione di Cosimo I al titolo di duca di Firenze. Siena, oppressa dagli Spagnuoli, abbraccia il partito francese: assedio ed ultima capitolazione di questa città.

1530 = 1555.

L'indipendenza dell'Italia, che aveva cominciato col XII secolo, e che era stata solennemente riconosciuta in forza delle vittorie della lega lombarda sopra Federico Barbarossa, cessò all'epoca del coronamento dell'imperatore Carlo V a Bologna, o a quella dell'occupazione di Firenze fatta da' generali imperiali in marzo o in agosto del 1530. Prima del dodicesimo secolo, l'Italia, rammentando ancora l'antica sua grandezza, sdegnavasi di essere ridotta in servitù dai vicini popoli. Credevasi meritevole di miglior sorte; ma pure ubbidiva. L'Italia faceva prima parte dell'impero de' Franchi, poi di quello della Germania. La sua sorte era regolata dalle passioni, dalla politica e dalle vittorie de' popoli d'oltremonti, dei quali essa non conosceva nemmeno il linguaggio. Tale tornò ad essere la sua situazione dal 1530 fino all'età nostra.

La libertà aveva dati all'Italia quattro secoli di grandezza e di gloria. In quei quattro secoli fece poche conquiste al di là de' naturali suoi confini; ma non pertanto assicurò a' suoi popoli il primo posto tra le nazioni dell'occidente. L'Italia mai non esercitò la sua potenza sugli stati limitrofi in modo di porre in pericolo la loro indipendenza; divisa in molti piccoli stati, le era assolutamente interdetta quest'ambiziosa carriera; ma quella stessa divisione, che gli toglieva ogni esterno dominio, aveva moltiplicati i suoi mezzi e sviluppato lo spirito ed il carattere in tutte le sue piccole capitali. In allora gl'Italiani non avevano d'uopo di conquiste per farsi conoscere come grande nazione. I Tedeschi, i Francesi, gl'Inglesi, gli Spagnuoli avevano e privilegj municipali, e feudatarj, e monarchi da difendere: soltanto gl'Italiani avevano una patria, e lo sentivano. Essi avevano rialzata l'umana natura degenerata, e dando a tutti gli uomini i diritti che all'uomo si convengono, e non privilegj, avevano essi i primi studiate le teorie de' governi, e dati agli altri popoli modelli di liberali instituzioni. Gl'Italiani avevano ridonate al mondo la filosofia, l'eloquenza, la storia, la poesia, l'architettura, la scultura, la pittura, la musica, ed avevano fatti far rapidi progressi al commercio, all'agricoltura, alla nautica, alle arti meccaniche; in una parola erano stati i precettori dell'Europa. Appena si potrebbe nominare una scienza, un'arte, una nozione qualunque, di cui non abbiano insegnati i principj ai popoli che dopo gli hanno superati[92]. Questa universalità di cognizioni aveva sviluppato il loro ingegno, il loro gusto, le loro maniere, e per lungo tempo conservarono quella civiltà anche dopo perduti tutti gli altri vantaggi; l'eleganza e la gentilezza sopravvissero all'antica dignità: ma questa n'era stato il fondamento, e durò quanto la libertà italiana. Tale fu la grandezza della nazione ne' tempi della sua gloria; e certo questa grandezza non aveva bisogno di vittorie per sostenersi.

Avanti il XII secolo alcuni piccoli principi italiani si credevano indipendenti, alcuni popoli poco numerosi si credevano liberi, e forse erano tali. Pure pei soli duchi di Spoleto o di Benevento, e per le repubbliche di Amalfi o di Napoli, non abbiamo creduto di dover cominciare la storia dell'Italia dalla caduta dell'impero romano in occidente; e parimenti non crediamo doverla continuare dopo la caduta di Firenze, pei duchi di Toscana o di Parma, e per le repubbliche di Venezia o di Genova.

In tutto il tempo che gl'Italiani furono veramente nazione, abbiamo cercato di raccogliere con iscrupolosa esattezza tutti i fatti che potevano dipingere il loro carattere, spiegarne la politica, far conoscere i motivi delle loro leggi, e risvegliare ne' loro discendenti istruttive memorie, o servire di specchio agli altri popoli liberi. Non abbiamo temuto di scendere a troppo minute particolarità; cotali particolarità non sono inutili, quando giovano a dipingere gli uomini. Non abbiamo inoltre temuto di mescolare alla nostra narrazione i principali avvenimenti degli altri paesi d'Europa; perciocchè l'influenza dell'Italia facevasi sentire sopra tutti, e non poteva intendersi la politica de' suoi stati senza volgere di quando in quando lo sguardo sulla Grecia, la Spagna, l'Ungheria, la Francia, la Turchia e la Germania. Abbiamo in appresso veduto l'abbassamento di quest'influenza italiana sopra le straniere contrade. Abbiamo veduta l'Italia, vittima a vicenda della falsa politica dei suoi capi, della mala fede degli oltremontani, della ferocia de' soldati mercenarj; guastata dalle armate, dalla peste e dalla fame pel corso di trentasette anni di quasi continue guerre; l'abbiamo veduta nell'estremo esaurimento. Siamo finalmente giunti all'epoca in cui cessò di esistere. Abbiamo osservato per l'ultima volta un imperatore di Germania venire in una chiesa italiana per ricevervi la corona d'oro dalle mani del papa; e questa cerimonia, diventata futile, più non si rinnovò dopo Carlo V. Nel 1530 egli aveva cominciato a regnare pel solo diritto della spada; egli più non aveva bisogno, per assumere il titolo d'imperatore, che un rappresentante dell'Italia sanzionasse la sua inaugurazione con un'autorità religiosa.

Da quest'epoca fino all'età nostra, otto in dieci principi continuarono in Italia a credersi sovrani, ma senza godere di veruna indipendenza, senza mai difendersi colle proprie forze, senza giammai esercitare sopra gli stranieri quell'influenza che gli stranieri esercitavano continuamente sopra di loro. Tre e se vogliamo ancora quattro repubbliche, comprendendovi San Marino, continuarono a respingere dal loro seno il potere di un solo, ma senza mantenere la loro libertà, senza conservare verun'ombra nè della sovranità del popolo, nè della guarenzia de' diritti e della sicurezza de' cittadini. D'allora in poi l'Italia altro non fu che un vasto museo, nel quale trovansi deposti sotto gli occhi de' curiosi i monumenti della morte. Più non si ebbe occasione di chiedere una sola volta a Vienna, a Madrid, a Parigi, a Londra cosa vorrebbero, cosa farebbero i principi ed i popoli d'Italia. I popoli avevano cessato di avere o di esprimere una volontà; ed i principi, distruggendo lo spirito vitale de' loro sudditi, si erano distrutti essi medesimi. L'Italia snervata più non parlava che alla memoria; e che l'interpellava intorno a ciò che aveva fatto in altri tempi, era certo ch'ella non si rianimerebbe mai più.

Non perciò abbandoneremo questi popoli, co' quali abbiamo, per così dire, vissuto tanto tempo, senza gettare un'ultima rapida occhiata sulla sorte che loro era riservata nella nuova organizzazione. Siccome ne' sei primi capitoli di quest'opera abbiamo corso lo spazio di sei secoli, e ci siamo appagati di fissare nella nostra memoria alcune date ed alcuni principali tratti, così speriamo che il nostro lettore indulgente ci vorrà permettere di concedere ancora pochi capitoli ai tre ultimi secoli, affinchè la nostra storia comprenda, sebbene in differentissime proporzioni, la prima fanciullezza, la virilità e la decrepitezza della nazione italiana.

La Toscana, che per così lungo tempo era stata la patria della libertà, a sè richiama i primi nostri sguardi. La storia di Firenze non sembra totalmente terminata colla capitolazione di questa città; finchè i cittadini, che si erano veduti animati da così ardente patriottismo, erano ancora vivi, finchè continuavano a lottare contro l'assoluto potere, la repubblica fiorentina esisteva tuttavia, almeno nella loro memoria, e noi dobbiamo ammirare i loro estremi sforzi. Essi seppero associare la loro causa a quella della libertà di Siena, e la caduta di quest'ultima repubblica merita altresì dal canto nostro qualche attenzione.

La repubblica fiorentina venne distrutta (1530) con forme repubblicane. Per creare una balìa si convocò un parlamento, e venne consultata una pretesa assemblea di tutto il popolo fiorentino. Si era chiesto a questo popolo di conferire la totalità del suo potere ai commissarj che dovevano riordinare la tirannide. Ciò era un riconoscere la sovranità del popolo, nell'istante medesimo in cui il popolo rinunciava per sempre a tale sovranità. Ma il parlamento fiorentino che creò la balìa del 1530 doveva essere l'ultimo; ed infatti fu in appresso ordinato di spezzare la campana che serviva ad adunarlo, onde più servire non potesse dinnanzi a tale uso[93].

Firenze fu per parecchj mesi governata in proprio nome dalla sola balìa, e non già a nome del papa o de' Medici. Ma era Clemente VII che aveva così voluto, affinchè i suoi commissarj, che in ogni cosa operavano soltanto dietro i suoi ordini e che aspettavano da Roma la decisione di tutti gli affari, non si credessero legati dalla capitolazione sottoscritta a nome suo da Bartolomeo Valori. Il papa e l'imperatore avevano promesso a Firenze libertà ed amnistia; ma Clemente pretendeva che se la repubblica voleva ella medesima mutare le sue leggi, e castigare i suoi cittadini, non poteva esserne impedita dalla capitolazione. Ed affinchè la balìa sembrasse ancora meglio rappresentare la repubblica, il papa volle che fosse formata da un corpo più numeroso, depositario della sovranità; perciò nel mese di ottobre fu eletta una seconda balìa di cento cinquanta individui, tra i quali trovavansi tutti i capi di quella parte dell'aristocrazia che si era mostrata affezionata a' Medici[94].

Allora cominciarono le vendette del papa e de' suoi partigiani. I più riputati membri dell'antico governo vennero assoggettati ad una rigorosa tortura; indi furono condannati a perdere la testa il Carducci, per lo addietro gonfaloniere, Bernardo di Castiglione, ed altri quattro di que' venerandi magistrati[95]. L'altro gonfaloniere, Raffaele Girolami, ottenne grazia della vita per l'intercessione di Ferdinando Gonzaga, ma venne chiuso nella cittadella di Pisa, ove poco dopo morì di veleno[96]. Il predicatore Benedetto da Fojano fu dato nelle mani del papa, e tradotto a Roma. Clemente, nell'atto di farlo imprigionare in castel sant'Angelo, ordinò che ogni giorno gli si diminuisse la razione di acqua e di pane, e con tal mezzo lo fece lentamente morire di fame. Frate Zaccaria, ch'era egualmente cercato, trovò modo di fuggire travestito da contadino. Riparossi a Ferrara, poi a Venezia, ed all'ultimo morì a Perugia, dov'erasi recato per gittarsi ai piedi di Clemente VII ed implorare perdono[97]. Una ventina di coloro che si credevano più compromessi si sottrassero al supplicio colla fuga. Infatti furono condannati a morte in contumacia, e confiscati vennero i loro beni. Cento cinquanta cittadini all'incirca furono relegati per tre anni in determinati luoghi, e d'ordinario a grandissima distanza dalla loro patria e dai loro affari; ma il nuovo governo, che invece di colpire tutti ad un tratto i suoi nemici diventava più severo di mano in mano che si andava rassodando nella sua autorità, desiderò bentosto un'occasione di condannare quei medesimi esiliati come ribelli, e di confiscarne i beni. Poichè que' miseri si furono conformati alla loro condanna con gravissimo dispendio, la balìa, passati i tre anni, li relegò in un altro esilio più incomodo del primo, e costrinse in tal guisa la maggior parte di loro a disubbidire[98].

Pareva che la repubblica esistesse ancora; un corpo aristocratico assai numeroso sembrava investito della sovranità; il papa, che non aveva voluto mandare a Firenze niuno della sua famiglia, e che fingeva di non esercitarvi la più assoluta autorità, onde non essere risponsabile de' supplicj che ordinava, lasciava agire Bartolomeo Valori, lo storico Francesco Guicciardini, Francesco Vettori e Roberto Acciajuoli. Questi parevano i capi della repubblica, e questi versarono il sangue e confiscarono le sostanze de' più virtuosi cittadini; questi condannarono a perpetuo esilio coloro che mostravano di risparmiare; questi con arbitrarie tasse ruinarono tutti coloro ch'eransi fatti conoscere affezionati alla libertà; questi fecero restituire senza verun compenso tutti i beni patrimoniali o ecclesiastici venduti d'ordine della giustizia; questi fecero disarmare il popolo, promulgando le più severe pene contro qualunque ritenesse armi, e questi finalmente furono coloro che per conservare la propria autorità col terrore, assoldarono due mila de' Landsknecht che avevano assediata Firenze[99].

Ma Clemente VII che riponeva ogni fiducia nello zelo de' capi di partito per vendicarsi, non ignorava che non sarebbero poi egualmente proclivi ad eseguire i suoi ulteriori progetti, ed a mutare la costituzione della loro patria, per farne un'assoluta sovranità a favore di uno de' suoi nipoti. Aveva perciò mandato Alessandro de' Medici in Germania ed in Fiandra alla corte di Carlo V, per sollecitare l'imperatore a regolare il governo di Firenze a norma delle facoltà conferitegli dalla capitolazione. Sebbene l'imperatore avesse promessa ad Alessandro la sua figlia naturale, era ben lontano dal corrispondere all'impazienza del papa. Aveva non solo lasciati decorrere i quattro mesi fissati dalla capitolazione, ma quasi un anno intero, prima di rimandare a Firenze Alessandro dei Medici, che di già portava il titolo di duca di Cività di Penna. Questo giovane signore fece il suo ingresso soltanto il 5 di luglio del 1531; e nel susseguente giorno Giovan Antonio Mussetola, ambasciatore di Carlo V, comunicò alla signoria ed alla balìa il decreto sottoscritto dall'imperatore in Augusta il 21 ottobre del precedente anno, col quale rimetteva i Fiorentini nel possedimento degli antichi loro privilegj, a condizione che riconoscerebbero per capo della repubblica Alessandro de' Medici, e dopo di lui i suoi figliuoli, ed in loro mancanza il più attempato degli altri Medici, e ciò a perpetuità, e per ordine di primogenitura[100].

Sembrava che il decreto d'Augusta non sovvertisse interamente lo stato; perciocchè apparentemente esso conservava tuttavia la libertà e la riforma repubblicana. Il decreto imperiale non accordava alla casa de' Medici che le prerogative di cui godeva avanti il 1527, trasmutandole in diritti, ed assicurava al duca Alessandro ventimila fiorini d'oro di pensione, invece di lasciare in di lui arbitrio tutte le entrate dello stato. Ma Clemente VII non si accontentava di questa limitata autorità, e non erano del tutto tranquilli coloro che lo avevano servito nelle sue vendette. Sapevano costoro di essere l'oggetto dell'odio, non già di una fazione, ma di tutti i proprj concittadini, e temevano di essere di bel nuovo cacciati da Firenze alla morte del papa, o quando accadesse la prima rivoluzione d'Italia. Il Guicciardini, interpellato da Clemente VII, rispose non essere possibile che il governo acquistasse veruna popolarità; che altro mezzo non gli rimaneva per minorare l'odio pubblico che quello di darsi dei compagni; che doveva meno pensare a formarsi de' partigiani fra gli uomini ricchi e versati negli affari, che a comprometterli con tutto il popolo, affinchè, come il governo medesimo, e come quelli che avevano tenute le di lui stesse direzioni, costoro ancora si persuadessero non esservi per loro salvezza che nel mantenimento della casa de' Medici. Dietro questi principj si apparecchiò una nuova rivoluzione[101].

Il papa, disponendo ed ordinando ogni cosa, volle ancora che i cittadini fiorentini che di que' tempi governavano, si addossassero soli la responsabilità del nuovo cambiamento. Mandò il suo piano bello e fatto da Roma, ma ne commise l'esecuzione a Bartolomeo Valori, al Guicciardini, a Francesco Vettori, a Filippo de' Nerli ed a Filippo Strozzi. Non ignorando quest'ultimo di essere l'oggetto della diffidenza e del segreto odio di Clemente VII, cercava di ricuperare la di lui grazia, eseguendo i di lui voleri con maggiore zelo che tutti gli altri[102].

Questi confidenti del papa forzarono in certo qual modo la balìa ad ordinare, il 4 aprile del 1532, la creazione di un comitato di dodici cittadini incaricati della riformagione del governo dello stato e della città di Firenze; dello stato e della città dissero, conciossiachè d'allora in poi si cessò di pronunciare il nome di repubblica. Fu accordato loro il termine di un mese per terminare questo lavoro; ma perchè tutto era stato preventivamente apparecchiato dal papa, questi commissarj furono a portata di pubblicarlo ancora più presto[103].

La nuova costituzione venne pubblicata il 27 di aprile del 1532. Questa sopprimeva il gonfaloniere di giustizia e la signoria, e vietava per sempre il ristabilimento di tale magistratura, ch'erasi con tanta gloria mantenuta dugento cinquant'anni. Dichiarava Alessandro dei Medici capo e principe dello stato, col titolo di doge, ossia duca della repubblica fiorentina, trasmissibile a perpetuità ai suoi discendenti per ordine di primogenitura, e stabiliva due consiglj vitalizj per dividere con lui le cure del governo. Uno, chiamato i dugento, comprendeva tutti gli attuali membri della grande balìa e quasi un centinajo d'altre persone, delle quali Alessandro si era riservata la nomina; l'altro, detto il senato, doveva essere composto di quarantotto membri scelti fra i dugento dell'altro consiglio, che avessero oltrepassati i trentasei anni. Quattro consiglieri eletti ogni tre mesi, ogni volta da un quarto del senato, dovevano tener luogo della signoria nelle onorifiche sue funzioni; il gonfaloniere o per meglio dire tutta la repubblica dovea venire rappresentata dal doge o dal suo luogotenente. Il doge solo od il suo luogotenente, potevano proporre progetti alla deliberazione dei consiglj, e niun progetto poteva avere forza di legge senza il loro formale assentimento; i nuovi consiglj non diedero un solo esempio di una proposizione del principe, che non fosse con servile sollecitudine sanzionata[104].

Alessandro de' Medici fu tale quale doveva essere un principe posto sul trono da straniere armate, contro il voto di tutti i suoi concittadini, dopo una guerra che aveva affatto ruinata ed umiliata la sua patria. Diffidando di tutti, e sforzandosi di ottenere col terrore ciò che sperare non poteva dall'amore, si circondò di stranieri soldati, capitano dei quali creò Alessandro Vitelli di Città di Castello, perchè lo conosceva irritato contro i Fiorentini e lo stato popolare, che aveva fatto morire il di lui padre Paolo Vitelli. Afforzò in riva all'Arno un bastione che poteva servirgli di rifugio in caso d'insurrezione popolare; ma non credendosi con ciò abbastanza sicuro, il 1.º giugno del 1534, fece porre i fondamenti di una fortezza nel luogo in cui trovavasi la porta di Faenza, e vi fece lavorare con tanta attività che prima che terminasse l'anno fu messa in istato di difesa. Alessandro assecondò vigorosamente la disposizione data dai commissarj per disarmare i cittadini, e pronunciava la pena di morte e la confisca dei beni contro coloro nelle di cui case si trovavano armi: nello stesso tempo aveva formata una milizia di sudditi della repubblica, armandola ed accordandole privilegj, onde tenere in dovere gli antichi sovrani col timore de' loro antichi vassalli[105].

I soldati d'Alessandro tutto credevano permesso al loro libertinaggio ed all'avarizia loro; e non eravi oltraggio, pel quale i cittadini chiedessero giustizia, che venisse mai punito in verun militare, nè in veruno ufficiale o servitore della casa del duca. Pareva che questi mirasse continuamente ad umiliare i suoi compatriotti, paragonandoli sempre agli stranieri. Aveva successivamente offesi quasi tutti coloro che gli si erano mostrati più affezionati; i capi di quelle grandi famiglie che avevano diretta la fazione de' Medici, e che in tempo dell'assedio avevano portate le armi contro la loro patria, di bel nuovo abbandonata avevano quella patria, dove più non potevano vivere sotto il tiranno ch'essi medesimi le avevano dato. Francesco Guicciardini, che Clemente VII aveva nominato governatore di Bologna, non provava ancora il dolore di ubbidire dove aveva comandato; ma Bartolomeo Valori, sebbene governatore della Romagna a nome del papa, non si poteva dar pace della parte avuta nella rivoluzione, e della schiavitù in cui egli medesimo erasi ridotto. Filippo Strozzi, malgrado tutti i suoi sforzi per guadagnarsi la benevolenza del duca, lo sapeva geloso delle smoderate sue ricchezze, e sempre apparecchiato ad offenderlo; perciò in occasione del matrimonio di Catarina dei Medici col duca d'Orleans, nel 1533, recossi alla corte di Francia, e nel susseguente anno vi chiamò pure la sua numerosa famiglia. Tutti i cardinali fiorentini, che in allora erano quattro, si erano uniti ai nemici di Alessandro; ma di tutti il più caldo era Ippolito de' Medici, di lui cugino, il quale risguardandosi come più onoratamente nato di Alessandro, e di età maggiore, non sapeva darsi pace che si fossero concesse ad un bastardo d'incerto padre e di madre infame quelle prerogative di cui aveva egli stesso goduto alcun tempo, ed alle quali sapevasi pure chiamato dall'amore de' suoi concittadini[106].

Infatti la stessa madre di Alessandro non sapeva se fosse figliuolo di Lorenzo duca d'Urbino, di Clemente VII, o di un mulattiere. Nel primo caso sarebbe stato fratello germano di Catarina dei Medici, unica figliuola di Lorenzo e di Maddalena della Torre d'Alvergna, cui Clemente VII aveva procurato un collocamento al di là delle sue speranze. Clemente, incerto nella sua politica ed instabile nelle sue alleanze, si era ravvicinato alla Francia; era stato a Nizza per abboccarsi con Francesco I; era di là passato a Marsiglia; ed all'ultimo aveva maritata Catarina, il 27 ottobre del 1533, con Enrico d'Orleans, secondogenito di Francesco I, cui quest'Enrico successe nel trono di Francia[107]. La pace durava tuttavia tra Francesco e Carlo V; e Clemente VII, alleandosi colla Francia, non si era perciò dichiarato contro l'imperatore, dal quale conoscevasi dipendente: il matrimonio del suo prediletto Alessandro colla figlia naturale di Carlo V, sebbene da gran tempo convenuto, non si eseguiva ancora a motivo della tenera età di Margarita d'Austria, ed il papa non voleva esporsi a farlo rompere: sapeva che Alessandro non troverebbe verun appoggio in Catarina, che lo detestava come tutti i suoi parenti; ma più Alessandro aveva nemici e più Clemente VII gli si affezionava: rallegravasi vedendo questo giovane esercitare le proprie vendette, lo dirigeva, approvava tutti gli atti del governo di lui, e lo copriva col manto di una protezione che sapeva dovergli in breve mancare, perciocchè in giugno del 1534 Clemente VII era stato sorpreso da lenta febbre, della quale morì il 25 di settembre dello stesso anno, lasciando il suo protetto esposto agli attacchi de' molti nemici che s'era procacciati[108].

Da principio Clemente VII aveva avuto intenzione di far continuare ogni sei mesi le liste di proscrizione in occasione che si rinnovava il tribunale degli otto di balìa, e ne fu soltanto impedito dalle grida che contro di lui s'innalzarono in tutta l'Europa[109]. Pure infinito era di già il numero degli esiliati e degli emigrati fiorentini; e quando Clemente intimò al duca di Ferrara di cacciarli da' suoi stati, eransene trovati in quella sola provincia più di trecento[110]. Il loro partito si fece ancora più formidabile dopo la morte del papa. Paolo III, della casa Farnese, che gli successe, favoreggiava tutti i nemici di Clemente e della memoria di lui; e con ciò aveva incoraggiati i cardinali fiorentini a dichiararsi più scopertamente.

Il cardinale Ippolito de' Medici aspirava alla gloria di restituire la libertà alla sua patria. Gli Strozzi, ch'erano i più ricchi privati d'Europa, i Valori, i Ridolfi, i Salviati, che nell'ultima guerra si erano dichiarati tutti per la fazione dei Medici, eransi adunati in Roma per trovare i mezzi di rovesciare il tiranno. Tutti gli altri fuorusciti, avendoli raggiunti, vennero formando fra di loro una specie di governo, e spedirono in Ispagna all'imperatore tre de' principali cittadini di Firenze, per impetrare che privasse della sua protezione un principe, la di cui crudeltà, dissolutezza e perfidia non potevano paragonarsi che a quelle di un Falaride o di quei pochi altri famosi mostri dell'antichità, e per riclamare l'osservanza della capitolazione di Firenze[111].

Carlo V, maravigliato delle orribili ingiustizie, delle atroci crudeltà, degli assassinj, degl'imprigionamenti infiniti che udiva imputarsi ad Alessandro, promise di esaminare la di lui condotta, quand'egli stesso tornerebbe dalla sua spedizione di Tunisi. Infatti, mentre riposavasi in Napoli dalle fatiche sostenute in quell'impresa, gli emigrati fiorentini gli deputarono il cardinale Ippolito dei Medici per terminare d'illuminarlo intorno alla condotta di Alessandro; ma Alessandro aveva prese le opportune misure per disfarsi del suo antagonista. Il cardinale giunto ad Itri, in sulla strada da Roma a Napoli, fu avvelenato il giorno 10 d'agosto dal suo coppiere, e morì dopo tredici ore di atroci tormenti. Morirono all'indomani, vittime dello stesso veleno, Dante di Castiglione e Berlinghiero Berlinghieri che lo accompagnavano: ma il duca non riuscì a fare assassinare Filippo Strozzi, sebbene lo avesse più volte tentato, e furono egualmente scoperte le insidie che tendeva agli altri suoi nemici[112].

La morte d'Ippolito, liberando Alessandro dal suo più formidabile nemico, aggiugneva non pertanto una nuova macchia alla sua riputazione. Infami erano i suoi costumi, viziose tutte le sue abitudini; e perchè aveva riempita tutta l'Europa dei suoi nemici, i suoi delitti venivano dovunque predicati. Gli era stata promessa la figlia dell'imperatore; ma essa non gli era per anco stata data, e dacchè il suo parentado non era più un'arra dell'alleanza della Chiesa, poteva temere che Carlo V non cogliesse con piacere un plausibile pretesto di rompere i progettati sponsali, e per disporre del suo stato a favore di un altro. Ma Carlo nudriva un inveterato odio contro le repubbliche, e contro le pretese dei popoli alla libertà; diffidava principalmente dei Fiorentini che sapeva da tanto tempo attaccati alla Francia, colla quale stava per ricominciare la guerra; ed Alessandro, fidato a questa parzialità, passò a Napoli, per perorare personalmente la sua causa alla corte dell'imperatore[113].

Il duca aveva saputo riguadagnare al suo partito Bartolomeo Valori, che seco condusse a Napoli, come pure Francesco Guicciardini, Roberto Acciajuoli e Matteo Strozzi. Anche gli emigrati si erano nello stesso tempo recati a Napoli, e tra gli altri vi si trovavano Filippo Strozzi co' suoi figliuoli, i cardinali Salviati e Ridolfi, ed i loro fratelli, tutti prossimi parenti di coloro che tenevano le parti del duca. La città e la corte erano pieni di Fiorentini de' due partiti, e quelli che stavano per la libertà della loro patria sembravano favorevolmente accolti dai ministri dell'imperatore. Furono invitati a presentare in iscritto le loro accuse, e Filippo Parenti, e dopo di lui lo storico Jacopo Nardi, lo fecero con molta forza, dando circostanziate prove de' varj delitti di Alessandro, e delle spaventose estorsioni colle quali ruinava la Toscana. Francesco Guicciardini prese a confutare queste scritture articolo per articolo, ed accrebbe in tal guisa verso di sè medesimo l'odio popolare, cui di già si lagnava di vedersi esposto. Finalmente l'imperatore pronunciò in febbrajo del 1536 la sentenza che gli veniva chiesta. Tutti gli esiliati ed emigrati fiorentini dovevano, secondo il suo rescritto, essere richiamati in patria, rimessi nel possedimento de' loro beni, e guarentiti nelle persone; ma non si dava verun provvedimento intorno alla costituzione dello stato, nè si accordava al popolo verun privilegio[114].

In allora tutti gli emigrati fiorentini, sebbene molti sentissero di già il peso per sua guarenzia della miseria, si riunirono per ricusare un compromesso che tendeva soltanto a salvare le loro persone, e sagrificava la patria loro. La loro risposta, una delle più nobili che si conservino negli archivj della diplomazia, cominciava con queste parole: «Non siamo qui venuti per chiedere alla imperiale maestà sotto quali condizioni dobbiamo servire il duca Alessandro, nè per ottenere il di lui perdono, dopo avere volontariamente, con giustizia, e secondo il dover nostro, lavorato per mantenere o ricuperare la libertà della nostra patria. Non l'abbiamo invocata per ritornare schiavi in una città, dalla quale siamo usciti poc'anzi liberi, nè per riavere i nostri beni. Ma siamo ricorsi all'imperiale maestà, affidati alla di lei bontà e giustizia, affinchè si degnasse di restituirci quell'intera e verace libertà, che gli agenti e ministri di lei si obbligarono a conservarci nel trattato del 1530.... Altra cosa non sappiamo dunque rispondere al decreto che ci fu rimesso per parte di sua maestà, se non che siamo tutti determinati di vivere e di morire liberi, quali siamo nati, e che nuovamente supplichiamo sua maestà di sottrarre questa sventurata città al giogo crudele che l'opprime....[115]

Francesco Sforza, duca di Milano, era morto il 24 ottobre del 1535. Suo fratello naturale, Giovanni Paolo Sforza, marchese di Caravaggio, che aveva qualche pretesa alla successione, perchè nelle investiture vi era stato chiamato in mancanza della linea legittima, fu avvelenato mentre passava per Firenze in poste, onde recarsi alla corte dell'imperatore; la di lui morte risolse a favore della casa d'Austria una lite assai difficile. Stava per ricominciare tra l'Austria e la Francia una furiosa guerra: il duca Alessandro prometteva danaro, e non era dubbiosa la di lui fedeltà, mentre la repubblica fiorentina, se fosse stata ripristinata, non avrebbe tardato ad ascoltare l'antica sua inclinazione verso la Francia. Carlo V non fu più incerto tra le due parti: il 28 di febbraio maritò sua figlia naturale, Margarita d'Austria, al duca Alessandro, ed in contraccambio ricevette da lui una ragguardevole somma di danaro; e rimandandolo più potente, che prima non era, ne' suoi stati. Il matrimonio d'Alessandro, fu per la seconda volta festeggiato in Firenze il 13 giugno del 1536[116].

Erano pochi mesi passati dopo la celebrazione di questo matrimonio, ed Alessandro era vissuto nelle abituali sue dissolutezze, portando alternativamente il libertinaggio ed il disonore ne' conventi e nelle più nobili case di Firenze, quando fu assassinato il 6 di gennajo del 1537, da un uomo che aveva saputo guadagnarsi la sua confidenza. Era costui Lorenzino de' Medici, suo cugino, primogenito del ramo cadetto di questa casa, e quegli stesso che il rescritto imperiale chiamava successore di Alessandro, qualora questi mancasse senza figli. Lorenzino, assai più stimato pel suo raro ingegno e pel suo gusto pelle lettere che pei suoi costumi o pel suo carattere, era vissuto ne' piaceri, ed aveva servito da vile adulatore il duca Alessandro ne' di lui impudici amori. Lo aveva ajutato a sedurre parecchie nobili donne, e spesso prestava la propria casa attigua a quella del duca, in Via larga, pel loro abboccamento. Gli promise di condurgli la consorte stessa di Lionardo Ginori, sorella di sua propria madre, ma di questa assai più giovane. La bellezza della dama aveva già da lungo tempo ferito il duca, fin allora respinto dalle di lei virtù. Dopo cena lo stesso giorno dell'Epifania, in cui comincia il carnovale, Lorenzino avvisò il duca, che, se voleva trovarsi in sua casa affatto solo, e mantenendo il più profondo segreto, vi troverebbe sua zia Catarina Ginori. Alessandro accettò l'abboccamento, allontanò tutte le sue guardie, si tolse di vista a tutti coloro che potevano osservarlo, ed entrò senza che veruno lo vedesse nella casa di Lorenzino. Trovavasi affaticato, e voleva riposare; ma prima di gettarsi sul letto, si discinse la spada, e Lorenzino prendendola dalle sue mani per attaccarla alla spalliera del letto, fece passare il cinturone intorno all'elsa in maniera che non fosse facile il poterla sguainare. Uscì in appresso, dicendogli di riposarsi intanto ch'egli andava in cerca della zia, e lo chiuse sotto chiave. Tornò un istante dopo con un sicario, chiamato per soprannome Scoronconcolo, ch'egli aveva preventivamente appostato, dicendogli di volersi servire di lui per disfarsi di un ragguardevole personaggio di corte, che non nominò; conciossiachè Lorenzino era giunto fino all'estremo momento dell'esecuzione senza manifestare a veruno il proprio segreto.

Entrando pel primo nella camera, Lorenzino disse al duca: Signore, dormite? e nello stesso tempo lo passò da banda a banda con una spada corta che teneva in mano. Alessandro, quantunque mortalmente ferito, tentò di lottare contro il suo uccisore; ma Lorenzino, per impedirgli di gridare, nell'atto di dirgli, signore, non abbiate paura, gli cacciò due dita in bocca. Alessandro lo morse con quanto aveva di forza, rotolandosi sul letto con Lorenzino, che teneva strettamente abbracciato. Scoronconcolo, non potendo ferire l'uno senza pericolo di ferire anche l'altro, cercava di giugnere Alessandro tra le gambe di Lorenzino, mentre si dibattevano; ma tutti i suoi colpi si perdevano ne' materassi. All'ultimo si ricordò di avere un coltello in tasca, e cacciandolo nella gola del duca, lo uccise[117].

Lorenzino era ben sicuro che per quanto si gridasse nel suo appartamento, niuno si accosterebbe a chiederne la cagione, essendo i suoi servitori a ciò accostumati. Niuno sapeva il suo segreto; egli aveva più ore di vantaggio, nelle quali non sarebbe da chicchessia fatta inchiesta del duca, nè avvertita la di lui mancanza; ora d'altro più non si trattava che di raccogliere i frutti della congiura da lui condotta a fine con tanta destrezza e così segretamente. Ma Lorenzino colla precedente sua vita aveva eccitata la diffidenza di tutte le persone dabbene; non aveva amici cui chiedere consiglio o assistenza; non aveva partigiani; non aveva mai dato indizio di quello zelo di libertà che affettò in appresso, e che forse non era che un mascherato eroismo. Sebbene fosse il primo de' Medici nella linea della successione, niuno a lui pensava, o perchè non dubitavasi che Alessandro, giovane vigoroso e di fresco ammogliato, non dovesse aver prole, o perchè non risguardavasi lo stato monarchico come abbastanza solidamente stabilito per supporre che la successione fosse per passare in un ramo lontano. Egli era agitato dall'azione commessa, dal timore di Scoronconcolo suo complice, e forse ancora dal dolore cagionatogli dalla sua mano violentemente morsicata da Alessandro. Altronde egli suppose distrutto il presente governo dalla morte del tiranno, il quale non aveva figliuoli, nè fratelli pronti a succedergli; egli stesso era il più prossimo erede, e non poteva nemmeno prevedere a qual persona il partito de' Medici potesse deferire l'autorità monarchica. Ad altro adunque più non pensò che a porsi egli stesso in salvo pei primi momenti di effervescenza, ed a riunire gli emigrati che dovevano raccogliere il frutto del suo ardire. Chiuse la porta della sua camera, e ne portò seco la chiave; poi, facendosi dare un ordine perchè gli si aprissero le porte della città e gli si somministrassero cavalli di posta, sotto pretesto che aveva avuto avviso della malattia di suo fratello in villa, partì subito alla volta di Bologna, e di là per Venezia con Scoronconcolo[118].

Lorenzino raccontò a Salvestro Aldobrandini a Bologna, ed a Filippo Strozzi a Venezia, d'avere dato morte al tiranno. Il primo non volle credergli, l'altro rimase lungamente incerto, ed all'ultimo, dandogli fede, lo chiamò il Bruto di Firenze, e gli promise che i due suoi figliuoli sposerebbero le due sorelle di Lorenzino. Ad ogni modo la dissimulazione del nuovo Bruto, che venne in allora celebrato dai poeti e dagli oratori di tutta l'Italia, non ebbe i felici risultamenti di quella del primo. Il senato, ch'era stato creato per secondare Alessandro, non aveva verun motivo di essere contento del governo del duca; ma quanto più violenta e crudele era stata la rivoluzione che lo aveva stabilito, tanto più coloro che vi avevano contribuito temevano il ritorno e le vendette degli emigrati. Il cardinale Cibo, principale ministro d'Alessandro, fu il primo ad essere informato che il duca non si trovava nel suo appartamento, che quella notte non si era veduto tornare, e che non sapevasi dove si trovasse. La subita partenza di Lorenzino, della quale ebbe poco dopo notizia, gli fece sospettare l'accaduto; ma sebbene il popolo fosse disarmato e spaventato dalla fortezza eretta dal duca, nutriva tanto odio verso i Medici e verso tutti i loto agenti, che si doveva temere una sollevazione nell'istante che sarebbe pubblicata la morte del duca. Il cardinale Cibo fece dire a tutti i cortigiani che venivano a palazzo, che il duca riposava ancora, perchè aveva vegliato tutta la notte. Nello stesso tempo mandò un corriere ad Alessandro Vitelli, comandante della guardia, per affrettarlo a tornare all'istante con tutti i soldati che potrebbe adunare, perciocchè Lorenzino aveva scelta per l'esecuzione del suo progetto la circostanza in cui il Vitelli erasi recato a città di Castello. Il Cibo fece pure avvisare tutti i comandanti di piazza, tutti i capitani d'ordinanza, di tenersi pronti; e non fu che nella notte del 7 all'8 gennajo, ch'egli ebbe coraggio di far aprire col più profondo segreto l'appartamento di Lorenzino, ove trovò il duca giacente nel proprio sangue[119].

Lorenzino de' Medici aveva bensì fatto dare notizia della morte del duca ad alcuni patriotti fiorentini; ma o questi non l'avevano creduta, o non avevano osato promulgare un così pericoloso segreto. Quando finalmente cominciava questo segreto a divulgarsi tra il popolo, si vide giugnere in poste Alessandro Vitelli, il lunedì mattina, 8 di gennajo, e tutti i luoghi forti della città, ed i capi strada principali, munirsi di soldati e di artiglieria. La difficoltà di tirare vantaggio da un avvenimento di cui tutti si rallegravano, ma di cui veruno non osava per anco tenersi sicuro, andava di mano in mano crescendo. Frattanto i quarantotto senatori si adunarono nel palazzo de' Medici sotto la presidenza del cardinale Cibo. Uno di loro, Domenico Canigiani, propose di deferire la dignità a Giulio, figlio naturale, ancora nell'infanzia, di Alessandro; Francesco Guicciardini propose per capo della repubblica Cosimo, figlio di Giovanni, l'illustre capitano delle bande nere. Questo giovinetto, ignorando ciò che accadeva, trovavasi in allora nella sua villa di Trebbio in Mugello, lontana quindici miglia da Firenze. Ma Palla Rucellai si oppose sdegnosamente a queste due proposizioni. Poichè la provvidenza, disse egli, ci ha liberati da un odioso tiranno, consolidiamo questa libertà che il cielo ci accorda, e rendiamo alla repubblica l'antica sua costituzione: soprattutto non adottiamo veruna risoluzione, mentre tanti nobili cittadini esiliati o emigrati, i quali hanno i medesimi diritti di noi alla sorte della patria comune, si trovano lontani[120].

La maggior parte de' senatori stavano per l'opinione del Rucellai, ma tremavano tuttavia innanzi ai quattro uomini che avevano avuta la maggiore influenza nell'ultimo governo; e questi, cioè Francesco Vettori, il Guicciardini, Roberto Acciajuoli e Matteo Strozzi, credevano di non potersi con altro mezzo salvare dall'odio dei loro concittadini, che innalzando un nuovo principe in luogo di quello ch'era perito. Rappresentarono ai senatori tuttociò che l'oligarchia aveva a temere dall'indignazione del popolo, e dalle vendette degli emigrati; e non potendo condurli ad una più precisa risoluzione, li persuasero almeno a deferire per tre giorni piena autorità al cardinale Cibo, il quale, essendo figliuolo di una sorella di Leon X, poteva essere risguardato quale rappresentante della casa de' Medici, sebbene non fosse fiorentino[121].

Ma questa risoluzione non bastava a contentare il Guicciardini ed i suoi compagni: sapevano essi che la fazione repubblicana teneva dal canto suo segrete adunanze, pensavano che una più lunga irrisoluzione poteva ruinare la loro fazione, e tennero di notte un segreto comitato, cui furono presenti, oltre i quattro capi del partito, il cardinale Cibo, Alessandro Vitelli, comandante della guardia, ed il giovane Cosimo de' Medici, che sollecitamente era giunto da Trebbio per cogliere l'occasione che gli veniva dalla fortuna offerta. Convennero di adunare nuovamente all'indomani mattina il senato, e di persuaderlo ad eleggere Cosimo de' Medici non in qualità di duca, ma come capo e governatore della repubblica fiorentina, con limitati poteri, adoperando, ove il bisogno lo richiedesse, la forza per affrettare la risoluzione de' senatori. Infatti, mentre questi, il martedì 9 di gennajo del 1537, tenevansi ancora titubanti di accettare e sanzionare le condizioni che Francesco Guicciardini aveva scritte, Alessandro Vitelli, che aveva fatta empire tutta la strada di soldati, fece risuonare le grida di viva il duca ed i Medici! e avvisò i senatori di affrettarsi, perchè più non si potevano contenere i soldati. In tal guisa si risolse in senato l'elezione di Cosimo I con grande maggiorità di voti[122].

Cosimo de' Medici, figliuolo di Giovanni, che era egli medesimo pronipote di Lorenzo, fratello del vecchio Cosimo, aveva concetto di lentezza e di timidità. Il Guicciardini, che aveva avuta la principale parte nell'elezione di lui, tenevasi sicuro di governare questo giovane privo di esperienza, e che supponeva non avere inclinazione che per la caccia e per la pesca. Aveva fatto ristringere a dodici mila scudi il trattamento annuale del duca, mentre credevasi diventato egli stesso il vero sovrano di Firenze. Ma niun giovane più di Cosimo de' Medici seppe ingannare l'universale aspettazione: sotto il suo contegno taciturno e riservato nascondeva la più sospettosa gelosia del potere, la più smisurata ambizione, la più profonda dissimulazione; colui che tutti speravano di governare, non ebbe confidenti, e non volle ricevere consiglj da veruno[123].

I tre cardinali fiorentini, Salviati, Ridolfi e Gaddi, quand'ebbero avviso di quest'elezione, partirono subito da Roma alla volta di Firenze con due mila uomini di truppe levate a loro spese. Bartolomeo Valori, che aveva abbandonato il duca Alessandro nel suo ritorno da Napoli, e che dopo tale epoca erasi associato agli emigrati, accompagnò i cardinali con moltissimi fuorusciti. Dal canto suo Filippo Strozzi erasi da Venezia recato a Bologna, e vi assoldava truppe. Il più piccolo attacco poteva bastare a rovesciare il nuovo governo; ma perchè i figliuoli dello Strozzi avevano preso servizio in Francia, e perchè gli emigrati speravano di già ajuti da questa corona, i generali dell'imperatore si affrettarono di dare assistenza a Cosimo, facendo passare in Toscana due mila Spagnuoli in allora sbarcati a Lerici. Frattanto il duca di Firenze aveva dirette ai cardinali le più rispettose proteste coll'invito di rientrare senz'armi nella loro patria, accertandoli del suo desiderio di uniformarsi in ogni cosa alle loro volontà. Il cardinale Salviati, riconosciuto dagli altri prelati e da tutti gli emigrati per loro capo, era fratello della madre di Cosimo; e questa stretta parentela pareva che dovesse agevolare le negoziazioni. Gli emigrati acconsentirono a licenziare le loro truppe; entrarono in Firenze con doppio salvacondotto di Cosimo de' Medici e di Alessandro Vitelli; ma non tardarono ad accorgersi di essere stati ingannati, perciocchè le truppe spagnuole, che, secondo le promesse di Cosimo, dovevano essere rimandate nello stesso tempo che le loro, si andavano invece sempre più avvicinando a Firenze, che la cittadella era stata occupata per sorpresa da Alessandro Vitelli ed era guardata a nome dell'imperatore, che non si accordavano loro le condizioni che si erano fatte loro sperare, finalmente che il Vitelli cominciava a farli minacciare da' suoi soldati: perciò tutti si ritirarono di bel nuovo precipitosamente il 1.º di febbrajo dopo la breve dimora in Firenze di nove giorni. E perchè il cardinale Salviati, credendo di non avere che temere da suo nipote, era rimasto in città dopo di loro, Alessandro Vitelli fece circondare la di lui casa da' suoi soldati, e minacciandolo di farlo tagliare a pezzi, lo costrinse a fuggire[124].

L'imprudenza ed i replicati falli di coloro che gli emigrati avevano riconosciuti per loro capi, perchè erano i soli del partito che fossero abbastanza ricchi per fare la guerra col loro privato peculio, contribuivano a consolidare il governo di Cosimo I. Cotale governo acquistò maggiore stabilità per la venuta di Ferdinando di Silva, conte di Sifonte, ambasciatore dell'imperatore, il quale in un'adunanza del senato del 21 giugno produsse una bolla imperiale del 28 di febbrajo, colla quale Cosimo de' Medici veniva dichiarato legittimo successore di Alessandro nel principato di Firenze, mentre che Lorenzino, il fratello di lui, e tutti i discendenti di Pier Francesco, venivano per sempre privati del loro diritto all'eredità a motivo dell'uccisione dell'ultimo principe. Vero è che questa sentenza attaccava crudelmente l'indipendenza dello stato fiorentino, ed era inoltre accompagnata da condizioni ancora più contrarie agli antichi diritti della repubblica. Le fortezze di Firenze e di Livorno ricevettero guarnigione imperiale, e non furono restituite al sovrano della Toscana che nel 1543[125].

Non però per questo gli emigrati avevano deposta la speranza di rovesciare colla forza il governo di Cosimo I. Dopo essere rimasti perdenti colle truppe assoldate a loro spese, ricorsero all'assistenza della Francia. Era scoppiata la guerra tra Carlo V e Francesco I, senza che le armate dell'ultimo avessero potuto penetrare al di qua del Piemonte. Ma il conte della Mirandola si era conservato sotto la protezione della Francia; aveva aperta ai Francesi la sua fortezza, e questi tentavano tuttavia di ricuperare presso gli stati d'Italia quell'opinione di cui avevano goduto nell'ultima guerra. Perciò alla Mirandola col danaro di Francesco I e con quello di Filippo Strozzi gli emigrati assoldarono in principio di luglio quattro mila fanti e trecento cavalli sotto gli ordini di Pietro Strozzi, primogenito di Filippo, di Bernardo Salviati, priore di Roma e di Capino di Mantova[126].

Tutta la provincia di Pistoja era in aperta insurrezione; le antiche fazioni de' Panciatichi e de' Cancellieri avevano ricominciato ad attaccarsi con furore. Uno de' capi de' Panciatichi, Niccolò Bracciolini, offrì a Filippo Strozzi di dargli in mano Pistoja, che dipendeva quasi totalmente da lui; egli lo tradiva ed era fin allora d'accordo con Alessandro Vitelli; pure riuscì ad ispirare tanta confidenza agli emigrati, che Filippo Strozzi, che fino a tale punto aveva dato prove di singolare prudenza, Bartolomeo Valori e quasi tutti gli altri capi della fazione, risolsero di entrare in Toscana in sul finire di luglio del 1537, sotto la protezione di alcune compagnie di cavalleria; essi s'innoltrarono fino a Montemurlo, castello posto in vantaggiosa posizione, alle falde degli Appennini, tra Pistoja e Prato, mentre che Capino ed il Salviati venivano più lentamente dalla Mirandola per raggiugnerli[127].

Tutti gli emigrati fiorentini avevano raggiunta l'armata di Pietro Strozzi e del priore di Roma, e tutti gli scolari fiorentini delle università di Padova e di Bologna eransi fatto un dovere di venire a combattere per la libertà. Dal canto suo Cosimo de' Medici aveva al suo servigio un grosso corpo di veterani spagnuoli e tedeschi, che l'imperatore gli aveva dati per mantenere la di lui autorità, ma più ancora per assicurarsi della di lui ubbidienza. Aveva inoltre sufficienti truppe italiane per farsi rispettare; pure affettò la più viva inquietudine, richiamò in città tutte le sue truppe spagnuole, e non prese che misure difensive. Con questo simulato terrore ingannò tanto bene gli emigrati, che Filippo Strozzi, Bartolomeo Valori e gli altri ch'erano meno accostumati alle fatiche della guerra, andarono ad alloggiarsi come in piena pace nella casa dei Nerli a Montemurlo, che in addietro aveva servito di rocca, ma che ora non ne conservava che il nome; mentre che Pietro Strozzi con poche centinaja d'uomini stava a piè del colle, e che l'armata, trattenuta da dirotte piogge, trovavasi tuttavia distante quattro miglia[128].

Cosimo de' Medici approfittò accortamente della confidenza che aveva saputo ispirare a' suoi nemici: nella notte del 31 di luglio fece uscire tutta la sua armata sotto gli ordini di Alessandro Vitelli, e la mandò senza far alto a Montemurlo. Pietro Strozzi aveva divisa la piccola sua truppa per tendere un'imboscata ad un debole corpo di cavalleria, col quale si era battuto nel precedente giorno. Sandrino Filicaja, che aveva il comando de' soldati appiattati, sorpreso di vedersi passare innanzi un'intera armata invece di uno squadrone, non uscì d'aguato, e non potè prevenire Pietro Strozzi; questi fu sorpreso nel suo quartiere, la sua truppa sgominata, ed egli medesimo fatto prigioniere, ma senz'essere conosciuto; onde trovò in appresso il modo di fuggire, attraversando a nuoto un piccolo fiume[129].

Quando si raccontò a Filippo Strozzi che suo figliuolo era stato ucciso o fatto prigioniere, egli si smarrì, e sebbene fosse ancora in tempo di salvarsi, aspettò di essere attaccato da Alessandro Vitelli. Questi, giunto sotto l'antica rocca di Montemurlo, che gli emigrati avevano barricata alla meglio, la fece attaccare ed appiccare il fuoco alla porta. Dopo una sanguinosa pugna, che durò più di due ore, gli assalitori penetrarono da ogni banda nella fortezza, e gli emigrati si diedero prigionieri ai soldati, italiani o spagnuoli, ch'erano i primi ad arrestarli. Per tal modo Filippo Strozzi, che fin allora era stato creduto il più felice privato cittadino d'Italia, siccom'era ancora il più ricco, si arrese allo stesso Vitelli. Avendo questi avviso che l'armata di Capino e del priore Salviati avvicinavasi, ed era di già arrivata a Fabbrica, poco distante da Montemurlo, egli non volle aspettarla ed esporre all'incertezza d'una nuova pugna i molti prigionieri che aveva fatti. Rientrò in Firenze il primo giorno d'agosto colla sua vittoriosa truppa, conducendo prigionieri nella loro patria per lo meno un individuo di ognuna delle illustri famiglie dell'antica repubblica; mentre che l'armata degli emigrati, informata della sventura de' suoi capi, si ritirava a precipizio oltre gli Appennini[130].

Era Cosimo persuaso che non sarebbe mai sicuro del suo potere finchè non avesse distrutti tutti coloro che amavano la loro patria, e che vi avevano qualche considerazione. Ma sebbene tutti i suoi nemici fossero prigionieri della sua armata, non poteva ancora disporre della loro sorte; perciocchè, essendosi essi arresi in una battaglia ai soldati come prigionieri di guerra, erano diventati proprietà di coloro che gli avevano presi. Cosimo incaricò il supremo tribunale di balìa di entrare in trattato coi soldati per acquistare da loro i proscritti, e di sorpassare le taglie che le loro famiglie sarebbero disposte a dare. Il dispotismo avvilisce talmente coloro cui confida le sue dignità, che i giudici e i magistrati accettarono questa vergognosa incumbenza. La più parte de' soldati spagnuoli ricusarono di trattare con loro; ma gl'Italiani furono meno delicati, ed appunto tra le loro mani si trovavano i più illustri prigionieri[131].

Cosimo I aveva voluto vedere tutti i prigionieri nello stesso giorno in cui erano entrati in Firenze, ed aveva seco loro parlato con apparente moderazione; pure all'indomani il tribunale degli otto, avendone riscattati alcuni dai soldati, li fece porre alla tortura, ed in appresso decapitare sulla piazza della signoria. Nello spazio di quattro giorni ne perirono in tal modo quattro al giorno, ed era il duca intenzionato di continuare lungamente; ma, intimidito dai clamori del popolo, egli spedì gli altri, tra i quali trovavasi Niccolò Macchiavelli, figliuolo dello storico, nelle carceri di Pisa, di Livorno, di Volterra, ove perirono in breve. I prigionieri più illustri, cioè Bartolomeo Valori, Filippo suo figlio, ed un altro Filippo suo nipote, Anton Francesco Albizzi ed Alessandro Rondinelli, vennero riservati a morire il 20 d'agosto, anniversario del giorno in cui lo stesso Valori aveva, sett'anni prima, adunato il parlamento, violata la capitolazione di Firenze, ed assoggettata la sua patria alla tirannia di quegli stessi Medici, che lo ricompensavano a quel modo che i tiranni sogliono ricompensare chi li serve. Prima del supplicio vennero tutti cinque posti alla tortura, ed il duca, per seminare sospetti in tutto il partito degli emigrati, si fece carico di pubblicare che le loro deposizioni svelavano una privata ambizione e personali progetti, che ognuno di loro nascondeva sotto la maschera del patriottismo e dell'amore di libertà[132].

Filippo Strozzi era tuttavia prigioniero di Alessandro Vitelli; e questo generale aveva avuta l'antiveggenza di chiuderlo nella fortezza di cui era padrone, trattandolo colà con molti riguardi. Ricusava di consegnarlo a Cosimo, prometteva d'interporsi presso l'imperatore per la liberazione di lui, e con tali mezzi riusciva ad estorcere dal suo prigioniere ragguardevoli somme. Filippo Strozzi, sposo di Clarice de' Medici, nipote del magnifico Lorenzo, aveva contribuito al ritorno dei Medici nel 1530; aveva prestato danaro al duca Alessandro per fabbricare quella stessa rocca, ove si trovava chiuso, e non aveva abbandonato il partito di lui, che dopo avere provato come ogni grandezza, ogni vantaggiosa opinione, ogni indipendenza di fortuna, riuscivano sospette ad un assoluto padrone. L'immensa sua ricchezza non era la sola circostanza che richiamava sopra di lui gli sguardi dell'Europa; egli era rinomato pel suo sapere, pel suo gusto in fatto di arti e di letteratura, pel suo cortese contegno, per la generosità del suo carattere. Aveva date prove di quest'ultima coll'accoglimento che aveva fatto a tutta la famiglia di Lorenzino de' Medici, scacciata da Firenze e spogliata d'ogni avere. Aveva ricevuti la madre ed il fratello in propria casa, ed aveva maritate le due sorelle ai due suoi figliuoli, senz'altra dote che quella di appartenere al Bruto fiorentino[133].

Per qualche tempo Carlo V difese Filippo Strozzi contro la vendetta di Cosimo; all'ultimo, vinto dalle reiterate istanze del duca, acconsentì nel 1538, che questo illustre cittadino fosse posto alla tortura, ed in appresso mandato al supplicio; ma nello stesso giorno in cui giugneva a Firenze l'assenso dell'imperatore, ne fu dato avviso a Filippo Strozzi, il quale, temendo che il dolore lo riducesse ad accusare i suoi amici, si tagliò egli stesso la gola, dopo avere scritto sul muro della sua prigione quel verso di Virgilio: Exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor! cui parve conformarsi l'intera vita di suo figlio Pietro, in appresso maresciallo di Francia[134].

Lorenzino de' Medici non si trovava cogli emigrati che s'innoltrarono fino a Montemurlo contro Cosimo: egli non ignorava d'essere nello stesso tempo perseguitato dal duca di Firenze e dall'imperatore, e che la sua vita era dovunque in pericolo. Perciò da Venezia, dove si era da principio riparato, passò in Turchia; di là tornò in Francia, ma non facendosi conoscere, e stando sempre in guardia contro le insidie; poi ritornò a Venezia, ove all'ultimo fu assassinato, nel 1547 col suo zio Soderini, per ordine di Cosimo[135].

Il nuovo duca di Firenze non si era per anco liberato che dai suoi nemici; ma non erano costoro ch'egli più temesse o più odiasse. Sapeva che mentre una repubblica non ha ragioni di temere coloro che l'hanno istituita o salvata, un tiranno può compensare i servigj, ma perdonare i beneficj non mai. Andrea Doria poteva tutto ripromettersi dall'amore e dalla riconoscenza de' Genovesi, ma Cosimo doveva sempre paventare coloro che avevano contribuito a collocarlo sul trono. E siccome questi non potevano essere persuasi d'avere fatta una buona azione, così non potevano in sè medesimi trovare la costanza di mantenerla. Cosimo colla battaglia di Montemurlo e col patibolo erasi di già liberato dalla maggior parte di coloro che nel 1530 avevano chiamata la casa de' Medici alla sovranità di Firenze; ma egli temeva inoltre coloro che direttamente gli avevano trasmessa l'eredità di Alessandro, e che credevano con tale segnalato beneficio d'avere acquistati diritti alla sua gratitudine; questa rivoluzione era stata l'opera del cardinale Cibo, di Alessandro Vitelli e di quattro Fiorentini, Francesco Guicciardini, Francesco Vettori, Roberto Acciajuoli e Matteo Strozzi; onde egli pensò a disfarsi a poco a poco ancora di questa gente.

Il cardinale Cibo si era presa la cura di educare i figli naturali di Alessandro. Scoprì, o credette di scoprire, che uno speziale, chiamato Biagio, era stato sedotto dai ministri del duca per avvelenare Giulio, il maggiore di que' fanciulli, e quello stesso ch'era stato a bella prima proposto per successore ad Alessandro. Egli ne fece lagnanza, e Cosimo si dolse ancora più altamente col cardinale di un'accusa, com'egli diceva, affatto calunniosa, tanto lo minacciò che lo costrinse a ritirarsi a Massa di Carrara presso la marchesa sua cognata[136].

Alessandro Vitelli aveva forzato il senato ad eleggere Cosimo col terrore de' suoi soldati, ed aveva in appresso consolidato il di lui trono colle vittorie. Vero è che se n'era fatto ampiamente pagare; che aveva ammassati grandissimi tesori in occasione delle rivoluzioni di Firenze; e che, quantunque bastardo della sua casa, era più ricco che i capi della linea legittima. Si era inoltre impadronito per sorpresa della fortezza di Firenze, e ne aveva dato il possesso all'imperatore piuttosto che a Cosimo. Questi si adoperò molto tempo invano per iscreditare il Vitelli presso l'imperatore; finalmente ottenne nel 1538 che gli fosse dato per successore don Giovanni de Luna nel comando della fortezza di Firenze, e ch'egli fosse allontanato da questa città[137].

I quattro senatori fiorentini che avevano innalzato Cosimo sul trono, sentivansi ad un tempo esposti al disprezzo ed all'odio dei loro compatriotti, ed alla gelosa diffidenza del tiranno, che li teneva lontani da tutti gli affari: costoro, abbandonati ai loro rimorsi, non tardarono a cadere vittime del loro pentimento. Francesco Vettori più non uscì dalla sua casa dopo la morte di Filippo Strozzi, con cui aveva avuta la più stretta famigliarità, per essere portato al sepolcro. Il Guicciardini ritirossi colmo di dolore nella sua villa, ove morì nel 1540 non senza sospetto di veleno. Roberto Acciajuoli e Matteo Strozzi lo seguirono in breve. Maria Salviati, madre di Cosimo, morì nel 1543. Francesco Campana, intimo di lui segretario, che aveva avuta grandissima parte nella di lui elezione, morì pure disgraziato; ed in allora Cosimo sentì finalmente che non aveva più amici e che cominciava a regnare[138].

Le scintille di libertà, che rimanevano tuttavia disperse in Italia, si andavano n poco a poco spegnendo. Negli stati del papa Ancona aveva conservata un'amministrazione repubblicana ed indipendente fino al mese d'agosto del 1532: essa godeva senza strepito di questa libertà, quando Clemente VII fece avvisati i magistrati di questa piccola città, che una flotta di Solimano, entrata nell'Adriatico, apparecchiavasi ad attaccarla; ed in pari tempo gli offrì l'ajuto di una piccola armata sotto gli ordini di Luigi Gonzaga. Gli Anconitani accolsero senza diffidenza le truppe del papa; ma queste, avendo occupati le porte, arrestarono tutti i magistrati, tagliarono la testa a sei di loro, disarmarono tutti i cittadini, fabbricarono una rocca sul monte San Ciriaco, e privarono la città di tutti gli antichi suoi privilegj[139].

La repubblica d'Arezzo, che era risorta in tempo dell'assedio di Firenze, non aveva durato lungamente. Dopo avere nudrita l'armata imperiale per tutto il tempo che Firenze si difese, dopo avere fatti i più grandi sagrificj, questa città fu ancor essa attaccata dai suoi vittoriosi alleati, ed il 10 ottobre del 1530 venne forzata a ritornare sotto il dominio dei Fiorentini[140]. Il conte Rosso di Bevignano, che aveva avuta tanta parte nella sollevazione d'Arezzo contro la repubblica fiorentina, e che così vigorosamente aveva assistiti Clemente VII ed i Medici, venne arrestato nello stato pontificio, dato nelle mani del duca Alessandro ed appiccato[141]. Cosimo I fece rifabbricare una rocca in Arezzo nel 1538, ed un'altra in Pistoja; fece disarmare gli abitanti delle due città, e si assicurò in tale maniera della loro sommissione[142].

La repubblica di Lucca tentava l'ambizione del nuovo duca di Firenze; egli la costrinse ad uscire dalla sua oscurità, approfittando di tutte le occasioni di offendere il di lei governo per trarla in una guerra che sperava di potere terminare colla conquista di quel piccolo stato. Si esercitarono più volte degli atti ostili tra i villani dei due dominj; e la gelosia e l'odio di vicinato scoppiarono tra di loro con un carattere che mai non avevano avuto fin ch'era durata la repubblica fiorentina. Ma i Lucchesi, conoscendo la loro debolezza, avevano riposta ogni speranza nella protezione dell'imperatore. Comperavano con ragguardevoli somme di danaro difensori nel di lui consiglio, ed in tal guisa evitarono un attacco cui probabilmente avrebbero dovuto soggiacere[143].

Furono più fortunati i progetti di Cosimo I sopra la repubblica di Siena. La prudenza, la dissimulazione e la costanza del duca trionfarono di una città indebolita da una lunga anarchia, e più ancora dalla contraria fortuna de' Francesi, che, strascinando la repubblica di Siena nel loro partito, la ruinarono coi medesimi loro soccorsi, come avevano già ruinati i Fiorentini abbandonandoli.

Sebbene la repubblica di Siena fosse da gran tempo attaccata alla parte imperiale, il trattato di Cambrai le aveva fatto, come a tutti gli altri stati dell'Italia, perdere la sua indipendenza. Carlo V la lasciava in preda senza rammarico a tutti gl'inconvenienti dell'anarchia, purch'ella gli desse una sufficiente guarenzia del costante suo attaccamento al partito imperiale. Altronde la corte, per via di quell'inclinazione naturale ai principi, ai cortigiani ed ai ministri, riservava all'aristocrazia sola tutti i suoi favori; e la repubblica di Siena, invece d'essere agitata, come nel precedente secolo, dalle tumultuose passioni del popolo, lo era allora dalle contese non meno sanguinose che violente delle grandi famiglie.

Il duca d'Amalfi, Alfonso Piccolomini, discendente da un nipote di Pio II, era stato prescelto mediante l'influenza dell'imperatore, in maggio del 1538, per capo della repubblica di Siena[144]. D'allora in poi era stato il principale agente di Carlo V presso di questo stato; ma perchè era egli medesimo poco capace di governare, erasi totalmente abbandonato ai consiglj di Giulio Salvi e de' sei fratelli di costui, la di cui famiglia si era sollevata ad un cotal grado di potenza e di arroganza, che sprezzava tutte le leggi ed assoggettava alla sua tirannide le sostanze, le mogli e le figlie dei cittadini. I Sienesi portarono le loro lagnanze all'imperatore, che ritornava dalla sua spedizione di Algeri; e Cosimo de' Medici diede a queste maggior peso, denunciando a Carlo V un supposto trattato, ch'egli pretendeva d'avere scoperto tra Giulio Salvi ed il signore di Montluc, in allora segretario d'ambasciata a Roma pel re di Francia. Lo scopo di questo trattato doveva essere quello di dare Porto Ercole in mano de' Francesi, di que' tempi in procinto di ricominciare la guerra contro l'imperatore, d'introdurli da quel porto in Toscana, di attaccare la repubblica di Siena alla loro alleanza, e di dar loro il mezzo in tal modo d'influire nuovamente negli affari d'Italia[145].

Infatti i Francesi cercavano avidamente l'occasione di rinnovare qualche negoziazione coll'Italia, e di ricuperarvi qualche considerazione; e l'imperatore si adoperava con egual zelo a precludere loro ogni comunicazione con que' piccoli stati. Carlo V incaricò il Granvella di riformare il governo di Siena; questi recossi in questa città colla guardia tedesca di Cosimo de' Medici; ed affidò la sovranità ad una balìa, o stretta oligarchia di quaranta membri, trentadue dei quali vennero nominati dai diversi Monti, ossia ordini de' cittadini, ed otto dallo stesso Granvella. La presidenza de' tribunali fu riservata ad un suddito dell'imperatore, da nominarsi ogni tre anni dal senato di Milano o da quello di Napoli. Tale era la libertà che Carlo V lasciava alle repubbliche sue più antiche alleate, quando acconsentiva di proteggerle[146].

Siena era scontenta assai di questa nuova costituzione, e senza le truppe che Cosimo I aveva ai confini, questa repubblica non avrebbe tardato ad iscuotere il giogo[147]. Nella guerra che si era riaccesa tra la Francia e l'impero, Pietro Strozzi e suo fratello Leone, priore di Capoa, sempre meditando di vendicare il loro padre Filippo e di rovesciare dal suo trono Cosimo I, cercavano una piazza d'armi in Toscana, ove potere unire i soldati che loro dava la Francia ai malcontenti sempre apparecchiati ad assecondarli. Lo stato di Siena sembrava loro eminentemente opportuno a ricevere i loro sbarchi; e perchè Francesco I aveva fatto contro Carlo V alleanza coll'impero turco, e che la flotta francese si univa tutti gli anni a quella del famoso Barbarossa, queste due flotte unite attaccarono più volte i porti dello stato sienese, ed all'ultimo il Barbarossa occupò nel 1544 Telamone e Port'Ercole, ed assediò pure Orbitello che gli fece resistenza. I Sienesi erano atterriti, vedendo i Turchi sbarcare sulle loro coste; pure loro riuscivano ancora più sospetti gli ajuti offerti da Cosimo I. Un tale stato di alterni sospetti e pericoli si protrasse fino al trattato di Crespi, del 18 settembre 1544, col quale per poco tempo si ristabilì la pace tra la Francia e l'impero[148].

Dopo la pace don Giovanni de Luna continuò a tenere a Siena una piccola guarnigione spagnuola sotto colore di mantenere l'ordine in città, ma infatto per mantenerla dipendente dal partito imperiale. Carlo V però mai non mandava danaro ai suoi soldati, ed in tempo di pace lasciava che vivessero a discrezione nelle province suddite o alleate, le quali perciò non soffrivano meno dalla crudele avidità degli Spagnuoli, che non un paese nemico in tempo di guerra[149]. Il malcontento cagionato dalle ruberie degli Spagnuoli era di già arrivato all'estremo, e venne accresciuto dal costante favore che don Giovanni de Luna, d'accordo con Cosimo I, mostrava all'aristocrazia. Volevano questi due che ogni potere fosse concentrato nella nobiltà e nel monte dei nove, che quasi colla nobiltà si confondeva; e mostravano agli altri ordini quel disprezzo che i borghesi soffrivano nelle monarchie. Il popolo, spinto agli ultimi estremi, sollevossi il 6 di febbrajo del 1545; furono uccisi circa trenta gentiluomini, e gli altri cercarono rifugio in palazzo presso don Giovanni de Luna. Cosimo I, che teneva le sue truppe apparecchiate ai confini per approfittare di questo tumulto, cui forse ebbe qualche parte, voleva che don Giovanni le lasciasse entrare in città; ma questi mancò di risoluzione o di antiveggenza; lasciò licenziare la propria guarnigione spagnuola, ed all'ultimo fu costretto ad uscire egli medesimo di Siena il 4 di marzo del 1545 con un centinajo di membri dell'aristocrazia; nello stesso tempo tutto il monte dei nove venne privato d'ogni partecipazione al governo[150].

Mentre che in Toscana omai più non restava orma dell'antica libertà, che tutta l'Italia aveva perduta la sua indipendenza, e che veruna potenza estera pareva in istato di soccorrerla, un gonfaloniere di Lucca formò l'audace disegno di richiamare in vita tutte quelle antiche repubbliche, di unirle con una confederazione, di scuotere il giogo dell'imperatore, in allora trattenuto in Allemagna dalla lega di Smalcalde, di schivare d'assoggettarsi a quello della Francia, e di riconquistare nello stesso tempo l'indipendenza dell'Italia, la libertà politica dei cittadini e la libertà religiosa, di cui ne aveva a Lucca inspirato il desiderio la predicazione della riforma. Francesco Burlamacchi, autore di questo progetto, era uno de' tre commissarj dell'ordinanza ossia milizia del territorio di Lucca. Aveva sotto il suo comando circa mille quattrocento uomini, e poteva portarli a due mila senza dare sospetto. Secondo l'usata pratica di ogni anno, contava di farli passare in rassegna sotto le mura di Lucca, e quando le porte della città si chiuderebbero dopo la rassegna, voleva sotto finto pretesto condurre la sua truppa, a traverso al monte di san Giuliano, a sorprendere Pisa che non aveva guarnigione, ed ove il comandante della rocca era con lui d'accordo; voleva rendere ai Pisani quella libertà per la quale avevano combattuto quarant'anni prima con tanto valore; unirli ai suoi Lucchesi per marciare insieme sopra Firenze, ed approfittare dell'universale malcontento dei popoli, e della sicurezza dei tiranni, per dilatare ovunque la rivoluzione. Un altro corpo di truppe doveva incamminarsi verso Pescia e Pistoja, ove lo spirito di fazione aveva mantenute le abitudini militari. Arezzo che di fresco aveva mostrato il suo attaccamento alle idee repubblicane, Siena che temeva il risentimento dell'imperatore, Perugia che nel 1539 aveva pure cercato di scuotere il giogo del papa[151], Bologna che lo sopportava impazientemente, dovevano entrare nella nuova lega, la quale doveva ad ogni città guarentire la rispettiva libertà e tutti i necessarj mezzi di resistenza. I due fratelli Strozzi avevano promessi trenta mila scudi in effettivo danaro, i soccorsi della Francia, e l'attiva cooperazione degli emigrati fiorentini; ma essi persuasero il Burlamacchi a differire l'esecuzione del suo disegno per aver tempo di conoscere i risultamenti della guerra incominciata dall'imperatore contro i protestanti della Germania: intanto un Lucchese, che i congiurati volevano associarsi, andò a Firenze a darne avviso al duca Cosimo I. Il Burlamacchi era in allora gonfaloniere; e sebbene la sua carica non potesse sottrarlo al gastigo meritato da una tanto ardita impresa, fatta senza l'assenso della sua patria, avrebbe ancora avuto tempo di fuggire quando seppe che il suo disegno era stato rivelato a Cosimo, se le generose cure ch'egli volle avere per alcuni emigrati sienesi che temeva di avere compromessi, e che lo denunciarono ai consiglj di Lucca, non fossero stati, trattenendolo, cagione del di lui arresto. Cosimo I persuase l'imperatore a domandare un prigioniere che aveva voluto sollevare tutta l'Italia. I Lucchesi non ebbero il coraggio di ricusarlo: e il Burlamacchi fu tradotto a Milano, posto alla tortura, poi condannato all'estremo supplicio[152].

La congiura del Burlamacchi diede all'imperatore un nuovo motivo per assicurarsi del governo di Siena. Temeva che il malcontento che ogni giorno vedeva farsi maggiore, non ispingesse questa repubblica a cercare un più leale protettore, ad aprire le sue porte ai Francesi, ed in tal modo a dar loro un'importante stazione nel centro dell'Italia: perciò, malgrado la ripugnanza dei Sienesi, risolse d'introdurre di nuovo nella loro città una guarnigione spagnuola, in sul piede di quella di don Giovanni de Luna, ch'essi avevano rimandata. Ne affidò il comando a quel don Diego Hurtado de Mendoza, che si acquistò gran nome tra i letterati colla sua Storia della guerra di Granata, le sue poesie, ed il suo romanzo di Lazarillo di Tormes, ma che in Italia si rendette detestabile colla sua alterigia, colla sua avarizia e colla sua perfidia. La guardia spagnuola entrò in Siena il 29 di settembre del 1547; ed il Mendoza, ch'era nello stesso tempo ambasciatore a Roma, e che, di là dirigendo gl'intrighi spagnuoli, era troppo contento d'avere in vicinanza e sotto i suoi ordini una piazza d'armi, recossi a Siena il 20 di ottobre, poi nel 1548 vi fece entrare altre truppe, disarmò i cittadini, e mutò il governo in maniera da renderlo affatto dipendente dal suo volere. Il 4 di novembre del 1548 vi creò una nuova balìa di quaranta membri, venti de' quali furono eletti dall'antico senato e venti da lui medesimo. La sovranità della repubblica venne conferita a questo corpo; ma dopo tale epoca vi comandava tanto dispoticamente l'imperatore, che potè offrire Siena al papa Paolo III invece di Parma e Piacenza, come se avesse pieno diritto di disporne[153].

Per essere ancora più certo dell'ubbidienza di questa repubblica, il Mendoza ottenne precisi ordini dall'imperatore di fabbricare in Siena una rocca, malgrado la costante ed unanime opposizione di tutte le classi dei cittadini. Gli Spagnuoli si comportavano con tanta insolenza, era così difficile l'ottenere giustizia dei furti, degli omicidj, degli oltraggi di ogni sorta, di cui si rendevano colpevoli, che i cittadini li vedevano con sommo terrore assicurarsi sempreppiù il possedimento della loro città. Lo storico Malavolti fu egli stesso deputato presso Carlo V, per supplicarlo di rinunciare ad un progetto che metteva nella disperazione i suoi compatriotti. Riuscirono vane le sue rappresentanze; ma il piano adottato dal Mendoza per l'erezione della rocca era così vasto, richiedeva così ragguardevoli spese, che le opere cominciate non bastarono a coprire i soldati che dovevano difenderle, quando sopraggiunse il pericolo[154].

Niuno stato d'Italia fu forse più che la repubblica di Siena ostinato, prima nell'antico partito ghibellino, poi, quando questo nome cominciava ad essere dimenticato, nel partito imperiale per opposizione a quello della Francia. Tutte le fazioni che si erano fatte la guerra e strappato di mano a vicenda il timone della repubblica, avevano professate le stesse opinioni; ma l'avarizia spagnuola e l'iniqua fede del Mendoza avevano alla fine trionfato di questo lungo attaccamento; e quando nel 1552 si rinnovò la guerra in Piemonte ed in Germania fra Carlo V ed Enrico II, i Sienesi si rivolsero alla Francia ed implorarono il di lei ajuto per sottrarsi alla dura tirannia che cominciava a pesare sul loro capo[155].

Il duca di Firenze, che teneva aperti gli occhi su questo vicino stato, scoprì la corrispondenza de' Sienesi coi Francesi; egli aveva cagione di essere scontento del Mendoza e del governo di Spagna. Invece di essere trattato qual principe indipendente, egli sentiva che si cercava di farlo scendere ogni giorno al rango di vassallo dell'imperatore; temeva lo stabilimento degli Spagnuoli in Siena quasi quanto quello dei Francesi; ma ad ogni modo il suo principale interesse era sempre quello di contenere il malcontento de' Fiorentini, e di conservare la propria signoria a dispetto dell'odio de' suoi sudditi. Perciò, a fronte delle umiliazioni che soffriva per parte dell'imperatore o dei suoi ministri, non lasciava di conservarsi loro fedele. Nella presente circostanza offrì gagliardi ajuti a don Diego Mendoza; ma questi, più geloso del duca che premunito contro il comune nemico, ricusò di ricevere le truppe di Cosimo in Siena[156].

Erasi formato un attruppamento nei contadi di Castro e di Pitigliano, sotto il comando di Niccolò Orsini, che aveva preso servigio sotto i Francesi: due emigrati sienesi, Enea Piccolomini ed Amerigo Amerighi, eransi fatti capi di un corpo d'insorgenti, che, attraversando lo stato di Siena, s'ingrossò fino al numero di circa tre mila. Il Piccolomini si presentò la sera del 26 luglio del 1552 alle porte di Siena, proclamando il nome di libertà. Il popolo, sebbene disarmato, si sollevò; non eranvi in città che quattrocento Spagnuoli, sotto gli ordini di don Giovanni Franzesi, essendo stati gli altri mandati ad Orbitello ed in varj porti delle Maremme, mentre il Mendoza trattenevasi in Roma. I Sienesi aprirono le porte al Piccolomini, e subito scacciarono gli Spagnuoli dal convento di san Domenico, dove questi si erano afforzati, e gl'inseguirono fino alla rocca, che l'avarizia del Mendoza aveva lasciata male armata, e mal provveduta di vittovaglie. Cosimo dei Medici si affrettò di mandare soccorsi agli Spagnuoli; ma in seguito, temendo di tirarsi addosso le armi della Francia, mentre Carlo V, vivamente attaccato da Maurizio di Sassonia, sembrava inabilitato a secondarlo, richiamò le sue truppe, e si fece mediatore di una capitolazione, in forza della quale la fortezza innalzata a porta di Camullia fu, il 3 agosto del 1552, data in mano ai Sienesi, che la demolirono, e la guarnigione spagnuola si ritirò a Firenze[157].

Enrico II colse avidamente l'occasione che venivagli offerta di far penetrare le sue armate nel cuore dell'Italia, e di approfittare dell'universale malcontento per invitare i popoli a scuotere il giogo della corte di Spagna. Fece passare ai Sienesi alcuni gentiluomini francesi per dirigerli, soldati per difenderli, e soccorsi d'ogni maniera. Il duca di Termini, in addietro governatore di Parma, venne l'11 di agosto a soggiornare in Siena, ed in breve fu stipulato un trattato tra la repubblica ed il re di Francia[158].

Cosimo I vedeva con estrema inquietudine lo stabilimento de' Francesi alle sue porte. Ad ogni modo non credeva le circostanze favorevoli per discacciarli a forza aperta; aveva promesso di tenersi neutrale, ed Enrico II si era obbligato a rispettare la di lui neutralità. Cosimo cercava di far sentire a Carlo V, che colla pazienza e coll'accortezza giugnerebbe a' suoi fini ugualmente che colle armi. Ma il 2 di agosto l'imperatore aveva sottoscritta la pace di religione a Passavia, e così trovandosi liberato da Maurizio di Sassonia, il suo più temuto nemico, risolse di punire i Sienesi di una rivoluzione, ch'egli risguardava per sè disonorevole, ed ordinò a don Pedro di Toledo, vicerè di Napoli, e suocero di Cosimo I, di recarsi per mare a Livorno colle forze di cui poteva disporre[159].

Il vicerè, uno de' più crudeli ed avari fra quei ministri di Carlo V, che avevano in Italia renduto odioso il nome dell'imperatore, non ebbe tempo di meritare le maledizioni dei Toscani, come aveva raccolte quelle dei Napolitani. Giunse in Firenze in sul cominciare del 1553 e vi morì nel susseguente febbrajo, dopo essere sembrato per tutto quel tempo assorto intieramente nei piaceri di un fresco matrimonio, che mal conveniva alla sua vecchiaja[160]. Cosimo I, cui Carlo V voleva affidare il comando di quest'impresa, lo ricusò: don Garzia di Toledo, figlio del vicerè, n'ebbe perciò l'incarico. Costui trovossi alla testa di un'armata di sei mila Spagnuoli e di due mila Tedeschi che aveva condotti in Toscana suo padre, e di otto mila Italiani raccolti nella provincia di Val di Chiana da Ascanio della Cornia, nipote del papa. Con tale esercito don Garzia entrò nel Sienese; prese Lucignano, Monte Fellonico e Pienza; guastò quasi tutto il territorio della repubblica, e pose l'assedio a Montalcino[161]. Ma frattanto i Francesi avevano invocata l'assistenza della flotta turca, che ogni anno veniva a saccheggiare le coste degli stati dell'imperatore in Italia, e che ogni anno rendeva inefficace la sua assistenza colla sua lentezza a trovarsi al luogo concertato, e colla sua prontezza a ritirarsi. La di lei comparsa sulle coste del regno di Napoli costrinse non pertanto don Garzia di Toledo a levare l'assedio di Montalcino, ed a ricondurre il suo esercito nell'Italia meridionale[162].

Cosimo I, abbandonato in giugno dagli Spagnuoli, trovavasi in un crudele imbarazzo; ricusando di rinunciare apertamente alla sua neutralità aveva vivamente irritato l'imperatore, aveva assai più offesi i Sienesi ed il re di Francia, poichè, sotto la maschera della neutralità, aveva dati soccorsi d'ogni genere ai loro nemici; si era fatto cedere Lucignano, una delle piazze conquistate sopra di loro, ed all'ultimo aveva, per mezzo del suo ambasciatore, ordita in Siena una cospirazione ch'era stata scoperta, ed aveva costato la vita a Giulio Salvi, che n'era capo, ed a molti di lui complici. Cosimo, vedendosi esposto al risentimento de' Francesi, de' Sienesi e degli emigrati fiorentini che erano venuti a Siena, si affrettò di trattare la pace, che si conchiuse in giugno del 1553. Lucignano fu restituito ai Sienesi con tutte le conquiste fatte nel loro territorio; e questi promisero di non ricevere nel loro stato i nemici del duca[163].

Ad ogni modo Cosimo I era ben lontano dal volere religiosamente osservare il trattato che aveva conchiuso; egli non poteva mantenersi sul trono, a dispetto dell'odio di tutti i suoi sudditi, senza essere spalleggiato da estera potenza; onde gli era impossibile di conservarsi neutrale tra la Francia e l'impero. Al servigio della Francia vedeva ricolmo di onorificenze Pietro Strozzi, figliuolo di quel Filippo ch'era perito nelle sue prigioni. Pietro, favoreggiato dalla regina Catarina de' Medici sua cugina germana, andava non pertanto assai più debitore della sua fortuna al proprio valore ed al singolare suo ingegno; era maresciallo di Francia e luogotenente del re in Italia, e non aveva altro più ardente desiderio che quello di balzare Cosimo I dall'usurpato suo trono. Cosimo non poteva dunque fare a meno di non attaccarsi al contrario partito, e di non assecondare l'imperatore; e benchè fosse stato più volte ingannato dai ministri di Carlo V; benchè fosse stato strascinato in enormi spese per la difesa di Piombino, che poi questo monarca gli aveva ritolto senza verun compenso, dopo averglielo dato; benchè si aspettasse d'avere lo stesso trattamento quando riuscisse a conquistare Siena a proprie spese; risolse nulladimeno di entrare in guerra, di sostenerne tutto il peso, e di prendere in oltre sopra di sè la vergogna di cominciarla con un tradimento[164].

I Sienesi si riposavano tranquillamente sul trattato fatto con Cosimo I, ed improvvidi ad esempio de' Francesi, loro alleati e loro ospiti, non pensavano che a godersi il presente senza apparecchiare i mezzi di difesa per l'avvenire. Intanto Cosimo faceva guardare severamente i suoi confini, onde niuno potesse dare ai Sienesi notizia de' suoi apparecchj; assoldava nuove genti, poneva in movimento le sue milizie e dava ordine ad ogni corpo della sua armata di trovarsi il 26 gennajo del 1554 a Poggibonzi, ultimo castello dello stato fiorentino sulla strada di Siena. Cosimo non prendeva giammai egli stesso il comando delle sue truppe, e nominò supremo comandante di queste Gian Giacomo Medici, o Medichino, da prima conosciuto sotto il nome di castellano di Musso, poi di marchese di Marignano, uomo intraprendente, e non pertanto cauto, perseverante, crudele, e che risguardavasi come uno de' migliori generali dell'imperatore. Nello stesso tempo, per lusingare la di lui vanità, finse Cosimo di trovare tra i Medici di Milano e quelli di Firenze un parentado che mai non aveva esistito[165].

Il 27 gennajo del 1554 il territorio sienese doveva contemporaneamente essere attaccato su tutti i punti; ma le dirotte piogge che caddero la notte sospesero tutti gli attacchi ad eccezione di quello del marchese di Marignano. Essendosi questi partito da Poggibonzi due ore prima di notte con quattro mila fanti e trecento cavaleggieri, arrivò senz'essere conosciuto fino alla porta di Siena, detta Camullia, e prese d'assalto il bastione destinato a difenderla, ch'era stato lasciato in piedi quando il popolo, scacciando gli Spagnuoli, aveva spianata la fortezza eretta da don Diego di Mendoza[166].

Il cardinale di Ferrara, don Ippolito d'Este, che risiedeva in Siena a nome del re di Francia, erasi lasciato ingannare dalle carezze e dalle adulazioni di Cosimo I, e, credendo di non dover nulla temere da lui, passava il tempo in continue feste. Trovavasi al ballo nell'istante in cui fu sorpresa porta Camullia, ed i Sienesi poterono trattenerlo a stento in città quando n'ebbe avviso. Ma siccome questi opposero una vigorosa resistenza al Marignano, e gli vietarono di penetrare in città, il cardinale di Ferrara si rassicurò, e subito dopo Pietro Strozzi, che in allora visitava Grosseto, Massa, Porto Ercole e le altre fortezze della Maremma, rientrò in Siena, e la pose in migliore stato di difesa. Il Marignano credette cosa imprudente l'aprire le sue batterie contro le mura di Siena, coperte di buona artiglieria e difese da numerosa guarnigione, e giudicò più conveniente di bloccare la città. I raccolti del precedente anno erano stati distrutti dalla guerra, e sembrava facile il distruggere altresì quelli dell'anno che cominciava. La città, sorpresa da inaspettato attacco, non aveva potuto fare grandi approvvigionamenti, ed il Marignano, prendendo successivamente i castelli che signoreggiavano tutte le strade che conducono a Siena, lusingavasi d'impedire che vi si recassero vittovaglie da esteri paesi[167].

Le truppe spagnuole e tedesche, che dall'imperatore erano state promesse a Cosimo I, arrivarono le une dopo le altre quando era già cominciata la guerra, e l'armata sotto Siena contò in breve ventiquattro mila fanti e mille cavalieri. Dall'altro canto arrivarono pure a Pietro Strozzi, o per mare, o a traverso allo stato romano truppe francesi o al soldo della Francia; ma queste erano sempre in minor numero che quelle che giugnevano al Marignano, onde questi, a seconda del suo piano di campagna, potè dare principio all'attacco de' castelli del territorio sienese. Il primo che prese fu l'Ajuola, i di cui abitanti si arresero a discrezione dopo averlo valorosamente difeso. Il Marignano li fece appiccare quasi tutti, dichiarando che riservava lo stesso trattamento a tutti coloro che aspetterebbero in una rocca da nulla il primo colpo della sua artiglieria[168]. Ma questa barbarie non ebbe altro risultamento che quello di accrescere gli orrori della guerra; i contadini sienesi con una costanza degna di miglior sorte, mostraronsi sempre irremovibili nella loro fedeltà verso la patria, qualunque si fosse il governo della medesima. Turrita, Asinalunga, la Tolfa, Scopeto e la Chiocciola opposero la medesima resistenza e provarono lo stesso trattamento. Un generale, che si piccava di bravura e di lealtà, diede ovunque in mano ai carnefici quegli uomini valorosi cui altro non poteva rimproverare che la loro fedeltà ed il loro valore[169].

Dal canto loro i Sienesi ebbero alcuni vantaggi che sostennero la loro costanza. In sul declinare di marzo il Marignano aveva mandato il suo generale di fanteria, Ascanio della Cornia, con Ridolfo Baglioni a Chiusi, che, secondo la promessa di alcuni traditori, doveva essergli consegnato. Ma i traditori, ch'egli credeva di avere sedotti, lo avevano ingannato; Ascanio della Cornia fu fatto prigioniero, il Baglioni fu ucciso, e la loro truppa, che ammontava a più di quattro mila uomini, fu interamente distrutta[170]. Ma Cosimo I si affrettò di somministrare altri fondi per fare nuove leve di soldati e riparare questa perdita. Poi ch'ebbe ricevuti alcuni rinforzi, il Marignano continuò l'assedio e l'incendio delle terre murate dello stato di Siena. Prese successivamente i castelli di Belcaro, Lecceto, Monistero, Vitignano, Ancajano e Mormoraja. Ogni terra gli costò ostinate pugne, ed ogni terra fu trattata con eguale barbarie; parte degli abitanti fu mandata al supplicio, tutte le messi immature distrutte, e guastate tutte le campagne[171].

Estrema era la desolazione del territorio sienese, gli ajuti della Francia tardi ed insufficienti, e la sorte della guerra che nello stesso tempo trattavasi in Fiandra era contraria ad Enrico II. Nondimeno le speranze dei Sienesi e quelle dello Strozzi venivano ravvivate dall'odio universale che i Fiorentini portavano alla casa de' Medici. Ovunque due Fiorentini si scontrassero, fuori del dominio di Cosimo, essi riconoscevansi tosto per le maledizioni che scagliavano contro il tiranno. Coloro che il commercio aveva adunati a Roma, a Lione, a Parigi, aprivano soscrizioni per mandare danaro a Pietro Strozzi, onde ajutarlo a scuotere il vergognoso giogo che opprimeva la loro patria[172].

Sapendo Pietro Strozzi che si adunavano alla Mirandola alcuni corpi di truppe francesi, egli risolse di aprire loro la strada di Siena. Uscì l'undici di giugno dalla città assediata con circa sei mila uomini[173]; passò l'Arno a Pontedera, e si avanzò, per la macchia di Cerbaia, verso lo stato di Lucca, che poi attraversò. Colà infatti ricevette i promessigli rinforzi di truppe che avevano tenuta la strada di Pontremoli; ma la flotta francese, che nello stesso tempo doveva giugnere a Viareggio, non comparve; essa fu ritardata più di quaranta giorni, ed il priore Strozzi, fratello di Pietro, che stava aspettandola con due galere, fu ucciso presso Scarlino. Due dì dopo la morte del gran priore, Biagio di Montluc, che Enrico II aveva scelto per comandare a Siena, venne a sbarcare a Scarlino con dieci compagnie francesi ed i tedeschi di Giorgio di Ruckrod, che di là passarono a Siena[174].

La spedizione del maresciallo Strozzi più avere non potendo quel successo che egli ne aveva sperato, quando aveva creduto di tener solo la campagna e di assediare Firenze coll'ajuto delle truppe che dovevano essergli condotte dalla flotta, egli ripassò l'Arno colla medesima rapidità e felicità con cui l'aveva guadato la prima volta, e ricondusse la sua armata a Casoli, nello stato di Siena[175].

Non pertanto la spedizione dello Strozzi aveva sparso il terrore in tutti i partigiani del duca in Toscana, e pareva promettere i più felici risultamenti. Il Marignano, che lo aveva seguito con tutta l'armata dell'assedio, soprappreso da panico terrore, erasi ritirato da Pescia verso Pistoja; e già stava in sul punto di abbandonare anche Pistoja come aveva fatto Pescia[176]. La fertile provincia di Val di Nievole si dichiarò pel partito dello Strozzi e della repubblica; i castelli di Monte Catini e di Monte Carlo avevano ricevuto guarnigione francese, e l'ultimo sostenne non molto dopo un assedio di più mesi; finalmente l'allontanamento delle due armate in tempo del raccolto avrebbe dato opportunità agli abitanti di Siena di fare grossi approvvigionamenti di vittovaglie, se avessero saputo approfittarne[177].

Ma quest'anno la terra era stata sterile; altronde la guerra aveva impedito ai contadini di lavorare e di seminare i campi intorno alla città, ed i Sienesi o non fecero abbastanza grandi sagrificj, o non ebbero il tempo necessario ne' quindici giorni che le loro strade furono libere, per importare da più lontane parti i loro approvvigionamenti. Di già si cominciava in città a mancare di viveri; ed i due campi dello Strozzi e del Marignano, ch'erano tornati nello stato di Siena, penuriavano egualmente di vittovaglie. Pareva che il Marignano fosse convinto della sua inferiorità: un secondo terrore panico gli fece abbandonare il suo campo, presso la porta Romana di Siena, con non minore precipizio di quello che aveva fatto Pescia poche settimane prima[178].

Pietro Strozzi, volendo coll'allontanamento delle armate lasciar respirare Siena, risolse di trasportare la guerra in Val di Chiana; il 20 di luglio occupò Marciano ed Oliveto, ed accampò la sua armata al ponte della Chiana. Il Marignano gli tenne dietro ed ottenne sopra di lui un notabile vantaggio in una scaramuccia a Marciano, nella quale quasi le due intere armate presero parte; ma questo non fu che un preludio di maggiore disastro. Lo Strozzi, che soffriva nel suo campo mancanza di acqua e di vittovaglie, volle ritirarsi; il Marignano lo seguì, e lo costrinse di venire a formale battaglia, il 2 agosto, sotto Lucignano. Il Marignano aveva due mila Spagnuoli, quattro mila Tedeschi e sei in sette mila Italiani con mille dugento cavaleggieri. Lo Strozzi aveva press'a poco un egual numero di combattenti; ma tre mila soltanto all'incirca erano Francesi, gli altri Tedeschi, Grigioni ed Italiani. La viltà della sua cavalleria, che fuggì in principio della battaglia, e la poca fermezza dei Grigioni, diedero la vittoria agl'imperiali: ma non pertanto venne lungamente contrastata dal valore e dall'abilità di Pietro Strozzi, ed il campo di battaglia rimase coperto da più di quattro mila morti[179].

Dopo la sconfitta di Lucignano, più non restava a Siena speranza di salute; pure i cittadini, incoraggiati da Montluc, che comandava la guarnigione francese, e dai vantaggi ottenuti dal signore di Brissac in Piemonte, non lasciaronsi sgomentare da veruna privazione o pericolo: essi dovevano difendersi contro il più freddamente crudele di tutti i generali imperiali, il cui carattere distintivo pareva essere la ferocia: e se il viaggiatore vede anche nell'età presente lo stato di Siena ridotto a vasto deserto, deve in gran parte darne colpa al marchese di Marignano ed a Cosimo I. Tutte le volte che i Sienesi facevano uscire dalla loro città alcune bocche inutili, il Marignano le faceva uccidere senza misericordia; qualunque volta i contadini Sienesi tentavano d'introdurre viveri in città, il Marignano li faceva appiccare; tutti coloro che ne' loro villaggi o castelli facevano qualche resistenza all'armata, venivano passati a filo di spada; tutte le provvigioni, tutti i viveri degli infelici contadini erano saccheggiati dagli Spagnuoli, e ciò che non si consumava dai soldati distruggevasi rigorosamente. Tutta la provincia di Siena provava gli orrori della fame: la popolazione della Maremma venne allora distrutta, ed in appresso non potè mai più rinnovarsi, essendo l'aria di questa fertile contrada pestilenziale. L'esperienza ha più volte dimostrato che il movimento di una numerosa popolazione migliora l'aere cattivo, mentre lo fa più pernicioso la mancanza degli abitanti. Altronde tutte le abitazioni, tutti i lavori dell'uomo erano stati distrutti dalla ferocia spagnuola; e coloro che dopo quest'epoca vennero da lontane contrade per coltivare quelle campagne, sonosi per la maggior parte trovati allo scoperto, senza veruna comodità della vita, ed esposti alle intemperie di un funesto clima[180].

Il Marignano fondava soltanto nella fame ogni speranza di prendere Siena; tentò, a dir vero, in gennajo del 1555, d'aprire alcune batterie presso porta Ovila e presso porta Ravaniano; ma quest'attacco non ebbe verun effetto, ed il Marignano vi rinunciò[181]. Erasi lo Strozzi lusingato che i vantaggi ottenuti da Brissac in Piemonte moverebbero l'imperatore a richiamare l'armata che assediava Siena, per contrapporla ai Francesi; ma Cosimo non risparmiava nè danaro, nè munizioni, nè viveri per appagare quelle truppe, la cui avidità andava sempre crescendo in ragione ch'esse sentivano diventare più importanti i loro servigj. Pure il timore di vedere richiamata l'armata del Marignano, gli fece ardentemente desiderare la pace. Scrisse al governo di Siena per accertarlo che non voleva distruggere la libertà della repubblica; che null'altro domandava se non che tornasse sotto la protezione imperiale, e ch'egli si offriva per mediatore di un trattato con Carlo V, che gli guarentirebbe tutti i suoi privilegj[182].

Infatti dopo che i Sienesi ebbero sofferti gli orrori del blocco, con una pazienza ed un coraggio a tutta prova, e al di là di tutti i calcoli che avevano fatti da prima; dopo ch'ebbero talmente consumati i loro viveri, che non avevano più nulla nel susseguente giorno, ottennero ancora da Cosimo I onorate condizioni, e press'a poco eguali a quelle che venticinque anni prima aveva ottenuto Firenze; ma desse furono altresì egualmente violate colla medesima impudenza. L'imperatore accolse sotto la sua protezione la repubblica di Siena, promise di conservarle la sua libertà ed i suoi ordinarj magistrati, di perdonare a tutti coloro che si erano adoperati contro di lui, di non fabbricarvi fortezze, di pagare egli stesso la guarnigione che terrebbe in città per la di lei sicurezza, e di permettere a tutti coloro che volessero emigrare di ritirarsi liberamente coi loro beni e famiglie in quella parte dello stato Sienese che non era sottomessa. Il trattato venne sottoscritto il 2 di aprile; ma perchè i viveri non terminarono che il 21, soltanto in questo giorno la guarnigione francese uscì di Siena, e vi entrarono gl'imperiali[183].

La riserva stipulata a favore de' Sienesi che volessero emigrare, non era una inutile precauzione. Moltissimi illustri cittadini, non pochi de' quali avevano mostrato grandissimo zelo per la libertà della loro patria, uscirono di Siena colla guarnigione francese, il 21 di aprile, e si ritirarono a Montalcino, piccola città posta sopra una montagna a poca distanza dalla strada che conduce da Siena a Roma; colà essi mantennero l'ombra della repubblica Sienese fino alla pace di Cateau-Cambresis, del 3 aprile 1559, che gli assogettò alla sorte dell'intera Toscana[184].

Rispetto alla metropoli, non venne eseguito verun articolo della capitolazione; e la violazione di questo sacro patto non fu meno impudente di quella della capitolazione di Firenze. Perciò, Cosimo I, che aveva conquistata Siena a sue spese e colle sue armi, non ne ottenne subito il possesso. Filippo II, a favore del quale Carlo V aveva abdicata la corona, voleva conservare questo stato per meglio assicurare il suo alto dominio sopra la Toscana. La guerra accesa dall'ambizione di Paolo IV e dei Caraffa, di lui nipoti, gli fece porre in disamina se dovesse loro cedere lo stato di Siena in compenso di que' paesi cui essi aspiravano. Finalmente Filippo trovò più utile di valersene per acquistare la cooperazione del duca di Firenze. Con un trattato, conchiuso in luglio del 1557, acconsentì di cedere lo stato di Siena a Cosimo I, il quale ne prese possesso il 19 di luglio, come di una provincia suddita. Ad ogni modo Filippo riservò alla monarchia spagnuola i porti di questa repubblica, cioè Orbitello, Porto Ercole, Telamone, Monte Argentaro, e Porto santo Stefano. Dopo quest'epoca quella piccola provincia formò lo stato detto de' Presidj; la separazione di questa dal rimanente della Toscana privò lo stato di Siena dell'antica sua comunicazione col mare e del suo commercio, e contribuì a perpetuare quello spaventoso stato di desolazione, cui trovasi ridotta la Maremma Sienese[185].