CAPITOLO V. LA FATICA DEL TIRO E DEL CAMMINO.
Trenta giorni dopo aver lasciato Dawson, il Corriere dell’Acqua Salata, con Buck e compagni di tiro, arrivò a Skaguay. Essi erano in uno stato deplorevole, stanchi e mal ridotti. Il peso di Buck era sceso da centoquaranta libbre a centoquindici. Gli altri suoi compagni, benchè cani meno pesanti, avevano perduto relativamente più peso di lui. Pike, il finto ammalato, il quale, durante la sua vita d’inganni, era riuscito spesso a simulare con buon successo una zampa malata, zoppicava ora sul serio. Anche Sol-leks zoppicava, e Dub soffriva per un’orribile piaga alle spalle.
Avevano tutti le zampe terribilmente rovinate. Non potevano più nè lanciarsi nè saltare. Le loro zampe battevano il sentiero pesantemente, agitando penosamente i corpi e raddoppiando la fatica d’ogni giorno di viaggio. I cani non erano malati, ma mortalmente stanchi, non della stanchezza mortale che consegue a uno sforzo eccessivo ma breve, dalla quale ci si rimette dopo poche ore; ma di quella stanchezza mortale che succede a un lento e prolungato esaurimento di forze, per fatiche durate mesi. Non vi era più alcuna possibilità di riprendersi, nè riserva di forza a cui ricorrere. Era stata tutta consumata sino all’ultima particella. Non v’era muscolo, fibra, cellula, che non fosse stanca, stanca morta. E c’era bene il motivo. In meno di cinque mesi avevano percorso duemila cinquecento miglia; e durante le ultime mille e ottocento miglia non avevano avuto che cinque giorni di riposo. Quando arrivarono a Skaguay, essi potevano appena reggersi in piedi. Era molto se riuscivano a tener tesi i tiranti. Nelle discesa potevano appena tenersi fuori dal percorso della slitta.
— Coraggio, avanti, povere zampe malate! — l’incoraggiava il conducente, mentre percorrevano barcollando la strada principale di Skaguay. — Questo è l’ultimo sforzo. Poi avremo un lungo riposo. Eh? Certo! Un incredibile lungo riposo.
I conducenti s’attendevano fiduciosi una lunga fermata. Essi stessi avevano percorso mille duecento miglia, con soli due giorni di riposo, e nel campo della ragione e della comune giustizia, essi meritavano un periodo completo di riposo. Ma erano tanti gli uomini corsi nel Klondike, e tante le fidanzate, le mogli e i parenti rimasti indietro, che l’importanza del congestionato corriere assumeva delle proporzioni enormi; inoltre, vi erano degli ordini ufficiali. Nuove consegne di cani dovevano aver luogo alla Baia di Hudson per sostituire i cani non più utili per il tiro. I conducenti dovevano liberarsi di quelli che non erano più buoni a nulla, e, poichè i cani valgono ben poco al confronto dei dollari, dovevano venderli.
Passarono tre giorni, durante i quali Buck e i suoi compagni si resero conto di tutta la loro stanchezza e debolezza. Poi, la mattina del quarto giorno, giunsero due uomini dagli Stati Uniti e comprarono cani e finimenti, per una canzone. I due uomini si chiamavano tra loro «Rico» e «Carlo». Carlo era un omino di mezza età, biancastro di carnagione, con degli occhi deboli e acquosi e baffi vigorosamente e terribilmente rivolti in sù, nascondendo le labbra cadenti e floscie. Rico era giovane, tra i diciannove e i vent’anni, e aveva alla cintura, ben carica di cartucce, una grossa rivoltella «Colt» e un coltello da caccia. Quella cintura era la cosa che più risaltava in quel giovane, di cui rivelava subito la durezza, una durezza estrema e indicibile. Entrambi erano evidentemente fuori di posto, e il fatto che gente come loro s’avventurasse nelle regioni nordiche fa parte del mistero incomprensibile delle cose di questo mondo.
Buck udì mercanteggiare, vide il denaro passare dalle mani dell’uomo nelle mani dell’agente del Governo, e comprese che il conducente mezzo-scozzese e quelli del corriere scomparivano dalla sua vita, dietro le calcagna di Perrault e di François e di quelli che erano scomparsi prima di loro. Allorchè fu condotto con i suoi compagni all’accampamento dei nuovi padroni, Buck vide un gran disordine e una grande trascuratezza: la tenda mezza tesa, piatti sporchi, tutto sottosopra; vide pure una donna. Gli uomini la chiamavano Mercede. Era la moglie di Carlo e la sorella di Rico: nell’assieme, formavano una bella famiglia.
Buck li guardò con apprensione, mentre tiravano giù la tenda e caricavano la slitta. Facevano dei grandi sforzi, ma non avevano alcun metodo o pratica. Rotolarono la tenda così malamente, che formava un fagotto tre volte più grande di quello che avrebbe dovuto essere. I piatti di latta furono riposti senza lavarli. Mercede era sempre tra i piedi dei due uomini e continuava a ciarlare senza interruzione, ammonendo e consigliando. Quando misero un sacco di panni sul davanti della slitta, essa suggerì che il sacco dovesse andare sulla parte posteriore; e quando essi misero il sacco sulla parte posteriore della slitta e lo coprirono con un paio d’altri fagotti, essa s’accorse d’aver lasciato fuori altri oggetti che non potevano essere posti che proprio in quel sacco; ed essi dovettero scaricare nuovamente.
Tre uomini da una tenda vicina uscirono a guardare i preparativi, sghignazzando e ammiccando tra loro.
— Voi avete già un bel carico, — osservò uno di essi: — Non tocca a me a insegnarvi quello che dovete fare, ma, se fossi in voi, non porterei dietro la tenda.
— Fu mai sognata una cosa simile! — esclamò Mercede, alzando le braccia con atto di candido stupore. — Come diavolo potrei mai fare senza della tenda?
— È primavera, e non avrete più tempi freddi. — rispose l’uomo.
Elusa scrollò il capo, decisa, e Carlo e Rico misero le ultime cose su quel carico immenso.
— Credete che potrà camminare? — chiese uno degli uomini.
— Perchè no? — domandò Carlo, piuttosto brusco.
— Oh, va bene, va bene, — s’affrettò a dire l’uomo in tono sommesso. — Pensavo soltanto se poteva, ecco tutto. Mi sembrava alquanto pesante.
Carlo attaccò i cani ai tiranti, quanto meglio potè, ma non nel modo migliore.
— E, naturalmente, i cani non possono andare avanti tutto il giorno con quel peso dietro. — affermò un secondo uomo.
— Certamente — disse Rico, con gelida cortesia, afferrando la stanga di destra con una mano e agitando la frusta con l’altra.
— Avanti! — gridò. — Avanti, ehi!
I cani si lanciarono tendendo le cinghie del pettorale, fecero dei grandi sforzi per un momento, e poi si rilassarono: erano incapaci di muovere la slitta.
— Lazzaroni bruti, vi mostrerò io! — gridò egli facendo l’atto di frustarli.
Ma Mercede s’interpose, gridando: — Oh, Rico, non devi picchiarli, — e gli afferrò la frusta, e gliela strappò di mano. — Poverini! Ora tu devi promettermi che non sarai duro con loro per tutto il resto del viaggio, o io non vado un passo avanti.
— Ah! tu ne sai qualche cosa dei cani, — sghignazzò il fratello. — Vorrei che tu mi lasciassi un po’ in pace. Sono lazzaroni, ti dico, e tu devi frustarli se vuoi ottenere qualche cosa da loro. Questa è la maniera. Domandalo a chi vuoi. Domandalo ad uno di questi uomini.
Mercede guardò, come implorando, gli uomini, con indicibile espressione di ripugnanza per la sofferenza, sul suo volto grazioso.
— Sono deboli come l’acqua, se volete saperlo, — rispose uno degli uomini. — Assolutamente sfiniti. Ecco il loro male. E hanno bisogno di riposo.
— Crepi il riposo, — esclamò Rico, muovendo il suo mento imberbe, mentre Mercede emetteva un — Oh! — di pena e di dispiacere, all’esclamazione del fratello.
Ma poichè era una creatura che parteggiava ciecamente per i suoi, s’affrettò a dire, puntigliosa, in difesa del fratello:
— Non badare a quello che dice. Tu conduci i nostri cani, e devi fare quanto credi meglio.
La frusta di Rico s’abbattè nuovamente sui cani. Essi tesero nuovamente i pettorali, puntarono i piedi sulla neve battuta, s’incurvarono su di essa, e impegnarono tutta la loro forza. Ma la slitta tenne duro, come se fosse un’ancora. Dopo due di quegli sforzi, i cani si fermarono, ansanti. La frusta fischiava furiosamente, allorchè Mercede s’interpose nuovamente. Cadde in ginocchio davanti a Buck, con lagrime agli occhi, e gli pose le braccia attorno al collo.
— Poverino, poverino, poverino — piagnucolò con simpatia, — perchè non tiri forte?... Non saresti frustato.
A Buck non piaceva quella donna, ma si sentiva troppo infelice per resisterle; egli sopportò quelle carezze come una parte del miserevole lavoro di quella giornata.
Uno degli spettatori, che aveva tenuti i denti stretti per reprimere parole violenti, disse alla fine:
— Non perchè m’importi nulla di quanto può succedervi, ma solo per amore dei poveri cani, voglio dirvi che potete aiutarli molto smuovendo la slitta. Gli striscii sono trattenuti dal ghiaccio. Gettatevi con tutto il vostro peso sul timone, a destra e a sinistra, e liberate gli striscii dal ghiaccio.
Fu fatto un terzo tentativo, ma questa volta, seguendo il consiglio, Rico ruppe la neve che si era ghiacciata intorno agli striscii, e la troppo carica e male accomodata slitta scivolò, mentre Buck e i suoi compagni tiravano disperatamente sotto la pioggia delle frustate. Cento metri innanzi, il sentiero voltava e scendeva ripido lungo la strada principale. Sarebbe occorso un uomo esperto per mantenere ritta la slitta con quei carico; ma Rico non era un uomo esperto. Voltando velocemente l’angolo, la slitta si capovolse, e metà del carico cadde tra le corregge allentate. I cani non si fermarono. La slitta, alleggerita, sobbalzava dietro di loro, piegata su un fianco. I cani erano furiosi per il cattivo trattamento e per il carico eccessivo. Buck era idrofobo: si diede a correre e gli altri del tiro seguirono il suo esempio. Rico gridò: — Oho! Oho!, — ma quelli non gli badarono. Egli inciampò e cadde per terra; e la capovolta slitta gli passò sopra, e i cani volarono su per la strada, aumentando il divertimento di Skaguay con lo spargere il resto del carico lungo la via principale della città.
Dei cittadini di buon cuore fermarono i cani e raccolsero gli sparsi indumenti. Essi diedero pure qualche consiglio. Era necessario ridurre il carico di metà e aumentare del doppio i cani, se volevano proprio arrivare a Dawson; fu detto. Rico, sua sorella e suo cognato ascoltarono mal volentieri, ripiantarono la tenda e riesaminarono il loro equipaggiamento. Tirarono fuori delle scatole di carne conservata che fece ridere i presenti; essendo la carne conservata, sul Long Trail, una cosa neppure da sognarsi. — Coperte per albergo, — disse uno degli uomini ridendo ed aiutando. — La metà di queste coperte è già di troppo; liberatevene. Gettate via quella tenda, e tutti quei piatti. Chi li laverebbe, poi? Dio buono, credete di viaggiare in un treno di lusso?
E così seguì l’inesorabile eliminazione del superfluo. Mercede si mise a piangere quando i sacchi d’indumenti furono vuotati per terra, e furono scartati i suoi oggetti, uno dopo l’altro. Piangeva, e specialmente su ogni cosa scartata. Piegata in due, con le mani ai ginocchi, si dondolava avanti e indietro col cuore affranto. Affermava che non sarebbe andata avanti di un passo, neppure per una dozzina di Carli. S’appellava a tutti e a tutto, e, alla fine, s’asciugò gli occhi e incominciò a gettar via persino oggetti di vestiario ch’erano indispensabili. E così indurita, quando finì di gettar via le proprie cose, incominciò a prendersela con le cose dei suoi uomini, che fece volare tutte come sotto un uragano.
Ciò fatto, l’equipaggiamento, benchè ridotto della metà, formava ancora un cumulo formidabile. Carlo e Rico uscirono, la sera, e comprarono sei cani esterni. Questi, aggiunti ai sei del tiro originale, e con Teck e Koona, huskies ottenuti al Rink Rapids, nel viaggio record, formarono un tiro di quattordici cani. Ma i cani esterni, benchè allenati al lavoro, quasi dal momento del loro sbarco, non valevano molto. Tre erano bracchi dal pelo corto; uno era un terranova, e gli altri due erano bastardi di razza indeterminata. Sembrava che non sapessero nulla, questi nuovi venuti. Buck e i suoi compagni li guardarono con disgusto; ma Buck sebbene insegnasse loro rapidamente i loro posti e quanto non dovevano fare, non poteva insegnar loro tutto ciò che dovevano fare. Non s’adattavano volentieri al tiro e al cammino. Tranne i due bastardi, essi erano storditi e avviliti dal selvaggio ambiente in cui si trovavano, e per il cattivo trattamento ricevuto. I due bastardi non avevano punto spirito; tutta la loro sensibilità si riduceva alle ossa
Con i nuovi venuti incapaci e smarriti, e il vecchio tiro esausto per duemila e cinquecento miglia d’ininterrotto cammino, le previsioni erano tutt’altro che liete. I due uomini, tuttavia erano allegrissimi, e orgogliosi per giunta; perchè facevano le cose da gran signori, con quei quattordici cani. Avevano visto altre slitte partire oltre il Pass, per Dawson, o arrivare da Dawson, ma mai una slitta che avesse tanti cani, quattordici cani! Per la natura dei viaggi artici, vi era una buona ragione perchè quattordici cani non dovessero tirare una slitta: cioè, perchè una slitta non può portare il cibo per quattordici cani. Ma Carlo e Rico non lo sapevano. Essi avevano preparato il viaggio, facendo i calcoli a matita: tanto per un cane, tanti cani, tanti giorni, Q. E. D. Mercede guardava dietro le loro spalle, e approvava col capo: era così semplice!
Sul tardi, la mattina dopo, Buck condusse il lungo tiro lungo la strada. Non presentava nulla di vivace, quel tiro; e nè lui nè i suoi compagni mostravano entusiasmo con impeti e strappi. Essi incominciavano il viaggio già mortalmente stanchi. Egli aveva percorsa quattro volte la distanza tra Salt Water e Dawson, e ora, avvilito e stanco com’era, affrontare lo stesso cammino ancora una volta, provava un senso di amarezza. Nè il suo cuore nè quello degli altri cani partecipavano al lavoro.
Gli esterni erano timidi e spaventati, gli interni non avevano fiducia nei loro padroni.
Buck sentiva vagamente che non c’era da fare affidamento su quei due uomini e su quella donna. Non solo non sapevano fare nulla, ma col passare dei giorni apparve chiaro che non potevano neanche imparare: erano manchevoli in tutto, senz’ordine e senza disciplina. Impiegarono metà della notte per preparare un accampamento disordinato, e metà del mattino per togliere l’accampamento e per caricare la slitta così male, che per il resto della giornata dovevano fermarsi e riassettare il carico. Alcuni giorni, non percorsero neppure dieci miglia. Altri giorni non riuscirono neppure a mettersi in cammino. E in nessun giorno riuscirono a percorrere più della metà del cammino ordinario, quale si computava per stabilire il quantitativo del cibo necessario pei cani.
Così era inevitabile che dovessero trovarsi in breve a corto di cibo per i cani. Per giunta, essi affrettarono quel fatto col sovralimentarli, avvicinando così il giorno in cui avrebbero dovuto, per necessità, ridurre, sino all’insufficienza, il cibo per le bestie. I cani esterni, la cui digestione non era stata allenata, da cronica fame, a trarre il massimo alimento dal minimo cibo, avevano un appetito vorace. E quando, per giunta, gli sfiniti huskies tirarono fiaccamente, Rico decise di aumentare la razione normale, ch’egli considerava scarsa. Come se non bastasse tutto ciò, Mercede che, pur con lagrime nei suoi occhi graziosi e un tremito nella voce, era riuscita ad ottenere una maggiore razione pei cani, rubò, dai sacchi, del pesce, e li nutrì di nascosto. Ma Buck e gli huskies avevano bisogno, soprattutto, di riposo. Benchè procedessero molto lentamente, il pesante carico ch’essi trascinavano logorava grandemente le loro forze.
Poi venne la nutrizione insufficiente. Rico, un bel giorno, sì dovette convincere della realtà del fatto che il cibo per i cani era per metà consumato, mentre avevano percorso solo un quarto della distanza; e, che, nè per amore nè per danaro, era possibile ottenere altro cibo per i cani. Così, egli ridusse anche la razione normale e cercò di affrettare il viaggio d’ogni giorno. Sua sorella e suo cognato l’assecondavano; ma erano sforzi vani, a causa del loro pesante equipaggiamento e della incompetenza dei conducenti. Sì, era cosa semplice, dare minor cibo ai cani; ma impossibile farli viaggiare più rapidamente, mentre la incapacità dei conducenti a mettersi in viaggio più presto, il mattino, accorciava le ore del viaggio. Non soltanto essi non sapevano come trattare i cani, ma non sapevano come trattare se stessi.
Il primo ad andarsene fu Dub. Quel povero ladro incapace com’era, sempre scoperto e punito, era stato tuttavia un fedele lavoratore. La sua penosa piaga alle spalle, non curata e sempre tormentata, peggiorò tanto, che alla fine Rico uccise il cane con un colpo della sua grossa rivoltella «Colt». E poichè è noto, in quei paesi, che un cane esterno muore di fame se alimentato con la semplice razione di un husky, i sei cani esterni alle dipendenze di Buck non potevano non morire con mezza razione di quella assegnata di solito a un husky. Il terranova se ne andò per primo, seguito dai tre bracchi dal pelo corto: i due bastardi rimasero più a lungo afferrati alla vita, ma anch’essi furono spacciati, alla fine. Giunti a questo punto, tutte le amenità e le belle maniere della terra del Sud scomparvero dalle persone dei tre conducenti. Svestito dal suo fascino romantico, il viaggio artico divenne una realtà troppo dura per il loro vigore e il coraggio maschile e femminile. Mercede cessò di piangere per i cani, troppo occupata a piangere su se stessa e a disputare col marito e col fratello. Quella di altercare, era l’unica cosa di cui non fossero mai stanchi. La loro irritabilità fu causata dalla miseria, e s’accrebbe con essa, raddoppiò e divenne di gran lunga superiore ad essa. La meravigliosa pazienza che viene agli uomini dagli stenti e dai travagli sofferti pel cammino della slitta, e che li fa diventare buoni e gentili di parola, non venne a quei due uomini e a quella donna, i quali non sospettavano neppure che tale pazienza esistesse. Erano duri, perchè soffrivano; avevano male nei muscoli, male nelle ossa, e male negli stessi cuori; e per ciò s’abbandonavano facilmente alle parole irose; e parole dure erano sulle loro labbra al mattino, e parole dure terminavano la loro sera.
Carlo e Rico questionavano ogni volta che Mercede ne offriva l’occasione. Ciascuno di loro era convinto di fare più della propria parte di lavoro, e ciascuno non lasciava l’occasione per esprimere questa convinzione. Talvolta, Mercede prendeva le parti di suo marito, e talvolta del fratello. Il risultato era una magnifica e interminabile disputa familiare. Incominciando con una discussione su chi toccasse rompere un po’ di legna per il fuoco (discussione che riguardava soltanto Carlo e Rico) finivano poi col trascinare in essa il resto della famiglia: padri, madri, zii, cugini, gente lontana migliaia di miglia, e alcuni anche morti. Come il giudizio sull’arte di Rico o sulle commedie moderne, che scriveva il fratello di sua madre, avessero a che fare con la necessità di procurarsi un po’ di legna, non è comprensibile; eppure, la disputa si sviava sino a quel punto, o in altra direzione, toccando i pregiudizî politici di Carlo. Che poi la pettegola lingua della sorella di Carlo dovesse influire circa il fuoco da accendere in Yukon, era cosa che pareva ragionevole soltanto a Mercede, che si sfogava copiosamente riuscendo a ficcare sempre, incidentalmente, alcuni particolari spiacevoli riguardanti la famiglia di suo marito. Frattanto, il fuoco non era acceso, l’accampamento rimaneva a metà, e i cani restavano senza cibo.
Mercede cullava una speciale afflizione, un risentimento di donna. Graziosa e delicata, ella era stata trattata cavallerescamente, durante tutta la sua vita; ma ora, il trattamento del marito e del fratello era tutt’altro che cavalleresco. Poichè era avvezza ad avere aiuto in tutte le cose, essi se ne lagnavano. E per queste accuse rivolte contro le più essenziali prerogative del suo sesso, essa rendeva le loro vite insopportabili. Ella non aveva più alcun riguardo per i cani, e siccome era stanca e indolenzita, insisteva per voler viaggiare sulla slitta. Era graziosa e delicata, sì, ma pesava cinquanta chili, che costituivano un troppo gravoso colpo per il carico tirato da animali deboli e affamati. Ella si fece portare per dei giorni interi, finchè i cani caddero sfiniti e la slitta si fermò. Carlo e Rico la pregarono di scendere e di camminare, la supplicarono, la minacciarono, mentr’essa piangeva e disturbava il Cielo enumerando le loro brutalità.
A un punto, furono costretti a toglierla dalla slitta a viva forza. Ma non lo fecero più. Essa si mise a zoppicare come un bambino viziato e si sedette sulle tracce lasciate dalla slitta, rimanendo così, senza muoversi, mentre essi proseguivano il cammino. Percorse tre miglia, i due furono costretti a scaricare la slitta, a ritornare indietro, a prenderla, e a metterla sulla slitta a viva forza.
Era tanta la loro miseria, che divenivano noncuranti delle sofferenze dei loro animali. La teoria di Rico, ch’egli applicava agli altri, era che si doveva essere duri. L’aveva incominciata a predicare alla sorella e al cognato; ma non riuscendo con loro, finì con applicare la teoria, a colpi di mazza, ai cani. Alle Cinque Dita, si trovarono senza cibo per i cani. Allora una sdentata vecchia indiana acconsentì a cedere qualche libbra di pelle di cavallo gelata in cambio della rivoltella «Colt» che Rico teneva, col coltello da caccia, nella cintura.
Un misero surrogato al cibo era quella pelle, così, com’era stata tolta ai poveri cavalli morti di fame, dal mandriano, sei mesi prima. Così gelata, pareva fatta di striscie di ferro galvanizzato: e formava nello stomaco dei cani, che la mangiavano a stento, come dei sottili spaghi coriacei privi di nutrimento, o masse di corti crini, irritanti e indigesti.
Attraverso questo inferno, Buck andava avanti, barcollando, alla testa del tiro, come in un penoso incubo. Tirava quando poteva: quando non ne poteva più, cadeva e rimaneva a terra, finchè i colpi di frusta o di mazza non lo rimettevano in piedi. Tutta la compatta lucentezza del suo magnifico pelo era scomparsa; esso pendeva dal corpo: ora floscio e sporco, o appiccicato di sangue, dove la mazza di Rico aveva ammaccato e ferito la pelle. I suoi muscoli erano deperiti al punto che parevano cordoni a nodi, e i cuscinetti di carne erano scomparsi; sicchè ciascuna costa ed osso del suo corpo appariva chiaramente attraverso la pelle cadente e rugosa. Era in uno stato da spezzare il cuore; ma quello di Buck era infrangibile. L’uomo dalla maglia rossa l’aveva provato.
Come Buck erano i suoi compagni: simili a scheletri in movimento. Erano, ora, in sette, compreso Buck. Nella loro grande miseria erano diventati insensibili ai morsi della frusta e alle ammaccature prodotte dalla mazza. La pena delle bastonature era oscura e lontana, come le cose che i loro occhi vedevano e i loro orecchi udivano. Essi non erano mezzi vivi, nè un quarto vivi: ma ridotti a sacchi di ossa in cui palpitavano debolmente dei bagliori di vita. Ad ogni sosta, essi cadevano sulla traccia del cammino come cani morti, e il bagliore di vita s’affievoliva e pareva spegnersi. E quando la frusta o la mazza cadeva su loro, il bagliore si ravvivava debolmente, e si rimettevano traballanti in piedi e andavano avanti barcollando.
Un giorno, Billee, l’allegro, cadde e non potè più rialzarsi. Rico invece della rivoltella venduta, prese l’ascia e colpì Billee sulla testa mentre giaceva ancora tra i tiranti, poi tagliò la carcassa fuori dai finimenti e la trascinò da un lato. Buck e i suoi compagni videro, e capirono che lo stesso sarebbe accaduto, fra non molto anche a loro. Il giorno dopo, fu la volta di Koona; cosicchè rimasero cinque cani: Joe, troppo malandato per essere ancora maligno; Pike zoppo e storpio, soltanto mezzo conscio e non conscio abbastanza per fingersi ammalato; Sol-leks, quello da un occhio solo, ancora fedele alla fatica del cammino e del tiro, e malinconico perchè aveva poca forza per tirare; Teek, che non aveva viaggiato tanto quell’inverno, e veniva bastonato più degli altri, perchè era più fresco; e Buck, ch’era ancora alla testa del tiro, ma non costringeva più gli altri alla disciplina nè si sforzava di ottenerla; quasi cieco per la debolezza, cosicchè seguiva il cammino intravedendolo come una incerta penombra, e procedeva ancora, sostenuto da quel poco di vigore rimasto alle sue zampe.
Era un magnifico tempo primaverile, ma nè i cani nè le creature umane se ne accorgevano. Ogni giorno, il sole sorgeva più presto e tramontava più tardi: alle tre del mattino spuntava l’alba, e il crepuscolo si prolungava sino alle nove di sera. Tutta la giornata era come una gran fiamma di sole. Lo spettrale silenzio dell’inverno aveva lasciato il posto ai sussurri della primavera e al ridestarsi della vita. I sussurri salivano da tutta la terra, e recavano la gioia del vivere. Venivano dalle cose che erano vive e ritornavano a muoversi, cose che erano state come morte, in letargo, durante i lunghi mesi di gelo. La linfa saliva su per i pini. Dai salci e dalle tremule sbocciavano giovani gemme; i cespugli e le viti selvatiche si rivestivano di verde; i grilli cantavano, la notte; e esseri striscianti e rampicanti, d’ogni genere, uscivano, con infiniti fruscii, al sole. Pernici e picchi risuonavano e picchiettavano nella foresta; gli scoiattoli, cianciavano, gli uccelli cantavano, e sopra il capo s’udivano le anitre selvatiche che venivano dal Sud disposte in abili stormi a cuneo, che tagliavano l’aria.
Da ogni pendice giungeva il mormorìo d’acque correnti, la musica d’invisibili fontane. Tutte le cose sgelavano, si piegavano, s’aprivano. Il Yukon si sforzava di rompere il ghiaccio che lo teneva fermo, rodendolo di sotto; mentre il sole rodeva di sopra. Si formavano dei fori d’aria, si aprivano e s’allargavano fessure, mentre sezioni sottili di ghiaccio cadevano intere nel fiume. E in mezzo a tutto questo aprirsi, sbocciare e palpitare di vita che si risvegliava, sotto il sole fiammeggiante e al dolce sospiro delle brezze, come viandanti della morte, barcollavano i due uomini, la donna e gli huskies.
Coi cani cadenti e Mercede che piangeva sulla slitta, e Rico che bestemmiava, e gli occhi di Carlo terribilmente acquosi, essi entrarono barcollando nell’accampamento di Giovanni Thornton, alla foce del fiume Bianco. Quando si fermarono, i cani caddero come fulminati. Mercede s’asciugò gli occhi e guardò Giovanni Thornton. Carlo si sedette a riposare s’un tronco d’albero: sedette molto lentamente e dolorando, a causa del suo grande indolenzimento.
Rico parlò anche per gli altri. Giovanni Thornton stava dando gli ultimi colpi di coltello ad un manico d’ascia che aveva fatto con un pezzo di betulla. Tagliava e ascoltava, e rispondeva con monosillabi, dando, solo quando era richiesto, chiari e concisi consigli. Conosceva quella razza di gente, e dava consiglio con la sicurezza che non sarebbe stato seguito.
— Ci hanno detto lassù che il fondo avrebbe ceduto, e che la miglior cosa per noi era attendere, — disse Rico, in risposta all’ammonimento di Thornton di non tornare ad esporsi a pericoli sul cattivo ghiaccio. — Ci hanno detto che non avremmo potuto raggiungere il fiume Bianco, ed eccoci qui. — Quest’ultime parole le pronunciò in tono di dileggio trionfante.
— Vi hanno detto la verità, — rispose Giovanni Thornton, — Il fondo può cedere ad ogni momento. Soltanto dei pazzi, assistiti dalla cieca fortuna dei pazzi, possono essere giunti fin qui. Vi dico, francamente, che non rischierei la mia carcassa su quel ghiaccio, per tutto l’oro dell’Alaska.
— Forse perchè non siete un pazzo, — disse Rico. — Ciò nonostante, noi proseguiremo per Dawson. — E agitò la frusta. — Su, là, Buck! Ih! ih! Su, là! Avanti!
Thornton continuò a levigare il suo manico. Era tempo perso, lo sapeva, interporsi tra un pazzo e la sua pazzia; mentre due o tre pazzi o stupidi di più o di meno non avrebbero mutato la faccia del mondo.
Ma i cani non si alzarono al comando. Da lungo tempo ormai erano ridotti in uno stato tale, che a smuoverli e a rialzarli erano necessari dei colpi. La frusta fischiò qua e là, senza pietà. Giovanni Thornton strinse le labbra. Sol-leks fu il primo a levarsi a fatica in piedi. Segui Teek. Poi venne Joe, che ululava dalla pena. Pike fece degli sforzi penosi. Due volte cadde, quand’era già mezzo in piedi, e al terzo sforzo riuscì a levarsi. Buck non fece alcun sforzo. Giaceva tranquillo dove era caduto. La frusta lo colpì ripetutamente, ma egli nè mugolò nè si mosse. Parecchie volte Thornton fece l’atto di voler parlare, ma poi mutò idea. Mentre gli occhi gli s’inumidivano e le sferzate continuavano, egli si alzò e si mise a camminare in su e in giù, irrisoluto.
Quella era la prima volta che Buck mancava, ragione sufficiente per far diventare furioso Rico. Egli lasciò la frusta e prese la mazza. Buck rifiutò di alzarsi anche sotto la scarica di pesanti colpi che ora s’abbattevano su lui. Come i suoi compagni, egli aveva appena la forza sufficiente per alzarsi, ma, contrariamente a loro, aveva deciso di non alzarsi. Egli aveva la vaga sensazione del destino che gli sovrastava. Questa sensazione era stata fortissima in lui dacchè era entrato nel banco, e non l’aveva più lasciato. Il ghiaccio sottile e cattivo che sentiva sotto le zampe, tutto il giorno, pareva che gli annunciasse un disastro vicino, e fuori, sul ghiaccio dove il suo padrone cercava di trascinarlo. Rifiutò di muoversi. Egli aveva talmente sofferto, ed era in così cattive condizioni, che i colpi non gli facevano ormai molto male. Mentre essi continuavano a cadere su di lui, quella scintilla di vita che gli rimaneva, vacillò e si spense. Egli era quasi finito: si sentiva stranamente intorpidito. Quei colpi gli arrivavano come da una lunga distanza. Le ultime sensazioni di pena erano scomparse. Egli non sentiva più nulla, tranne, come attutito, l’urto della mazza sul suo corpo, anzi su quello che non pareva più il suo corpo; tanto era lontano.
Ma, improvvisamente, in modo inatteso, emettendo un grido inarticolato simile al grido di un animale, Giovanni Thornton balzò sull’uomo che maneggiava la mazza, e Rico fu scaraventato indietro, come colpito dalla caduta di un albero. E mentre Mercede strillava, Carlo guardava pensosamente asciugandosi gli occhi pieni d’acqua, immoto, a causa del suo indolenzimento.
Giovanni Thornton stette davanti a Buck, facendo sforzi per dominarsi, troppo agitato dalla collera per parlare.
— Se voi colpite ancora una volta questo cane, vi uccido, — riuscì a dire alla fine, con voce rauca.
— È il mio cane, — rispose Rico, asciugandosi il sangue dalla bocca mentre ritornava sui suoi passi. — Levatevi d’innanzi, o vi accomodo io. Vado a Dawson.
Thornton stava in piedi tra lui e Buck, e non mostrava alcuna intenzione di togliersi di là. Rico tirò fuori il suo lungo coltello da caccia, mentre Mercede strillava, piangeva, rideva, in preda a una crisi d’isterismo. Thornton battè le nocche della mano di Rico col manico dell’ascia, facendo cadere il coltello a terra; e quando l’altro cercò di raccogliere l’arma, picchiò, nuovamente; poi s’abbassò, prese il coltello, e con due colpi tagliò i tiranti di Buck.
Rico non aveva più modo di lottare, ma aveva le mani, o, piuttosto, le braccia piene di sua sorella; mentre Buck era quasi finito e non poteva servire pel tiro della slitta. Alcuni minuti dopo uscirono dal banco, e scesero giù per il fiume. Buck li udì andarsene e alzò la testa a guardare.
Pike conduceva, Sol-leks era al timone, e tra loro erano Joe e Teek. Zoppicavano e barcollavano. Mercede era adagiata sul carico della slitta. Rico guidava, al timone, e Carlo veniva dietro zoppicando.
Mentre Buck li guardava, Thornton s’inginocchiava accanto al cane e con ruvide mani gentili, tastando, cercava di accertarsi se vi fosse qualche osso spezzato. Quando ebbe accertato che il solo male, erano le molte ammaccature e uno stato di terribile sfinimento per fame, la slitta era già a un quarto di miglio lontana. Il cane e l’uomo stettero a guardarla mentre strisciava sul ghiaccio.
Improvvisamente videro sprofondare l’estremità posteriore, come in un alto solco, e la stanga, con Rico che la teneva afferrata, agitarsi nell’aria, mentre giungeva ai loro orecchi uno strido di Mercede.
Videro Carlo voltarsi e fare un passo per correre indietro, ma in quel momento un’intera sezione del ghiaccio cedette, e cani e creature umane scomparvero. S’era spalancato come un baratro, sotto il ghiaccio, che aveva ceduto al peso della slitta.
Giovanni Thornton e Buck si guardarono.
— Povero diavolo! — fece Giovanni Thornton, e Buck gli leccò la mano.