IV. LA BATTAGLIA DELLE ZANNE.
La lupa aveva, prima delle altre bestie, udito il suono delle voci umane e gli abbaiamenti affannosi dei cani, attaccati alle slitte. Per prima essa era fuggita lontano dall’uomo rannicchiato nel cerchio di fiamme semispente. Gli altri lupi non riuscivano a rassegnarsi alla rinunzia di quella preda ormai ridotta alle loro brame, e, per qualche minuto rimasero ancora sul posto, ascoltando i rumori sospetti che s’avvicinavano. Finalmente, anch’essi ebbero paura e si lanciarono sulla traccia lasciata dalla lupa.
Un gran lupo grigio, uno dei capi soliti della torma, correva avanti e mugolava per avvertire i più giovani di non rompere la fila, distribuendo loro, quand’era necessario, dei colpi di zanna, quando essi tentavano di oltrepassarlo. Accelerò l’andatura per regolarsi sulla lupa che, ora, trotterellava tranquillamente sulla neve, e non tardò a raggiungerla.
Essa stessa gli si pose allato, come se quella fosse la sua posizione solita, e tutt’e due guidarono l’orda. Il gran lupo grigio, non brontolava nè ringhiava, quando, d’un balzo, essa si divertiva a oltrepassarlo un po’: sembrava, anzi, darle prova d’una benevolenza talmente viva, che tendeva ad accostarsi sempre più a lei, che però, brontolava e mostrava i denti. Talvolta si spingeva sino a mordergli duramente la spalla, ed egli non protestava: si limitava a fare un salto di lato, e, tenendosi discosto dall’irascibile compagna, seguitava a condurre la torma, con aria rigida e imbronciata, come un innamorato respinto.
Così scortata sul fianco destro, la lupa aveva dall’altro lato un vecchio lupo grigiastro e spelato, tutto segnato da cicatrici, ch’erano le stigmate di parecchie battaglie.
Esso possedeva un occhio solo, l’occhio destro, perciò aveva scelto il lato sinistro della lupa. Anch’egli metteva un’ostinazione continua nello stringerla da presso, nello sfiorarla col muso sfregiato, con le spalle e col collo. Ella lo teneva a distanza, come faceva con l’altro corteggiatore; talvolta i due rivali la incalzavano contemporaneamente, spingendola ruvidamente, e, per liberarsi, ella raddoppiava, a destra e a sinistra, i suoi morsi acuti.
Mentre galoppavano a ciascun lato di lei, i due lupi si minacciavano l’un l’altro, con i loro denti lucenti; soltanto la fame, più imperiosa dell’amore, impediva loro di combattersi.
Il vecchio lupo losco, aveva presso, dalla parte esposta alla lupa, un lupacchiotto di tre anni, giunto al termine dello sviluppo, che sembrava uno dei più vigorosi della torma. Le due bestie, quand’erano stanche, s’appoggiavano l’una sull’altra con la spalla e con la testa; ma a un tratto il lupo giovane, con aria ingenua, si lasciava oltrepassare dal vecchio compagno, e senza essere visto s’insinuava tra lui e la lupa, la quale, strofinata da questo terzo innamorato, si metteva a ringhiare e si voltava: il vecchio faceva altrettanto, ed anche il gran lupo grigio, ch’era a destra. Davanti a questa triplice fila di denti, formidabile, il lupacchiotto si fermava bruscamente, e s’acculava, dritto sulle zampe anteriori, digrignando i denti a sua volta, e arruffando il pelo del dorso. Ne veniva una confusione generale, fra gli altri lupi, chè quelli che chiudevano la fila, premevano quelli davanti, che, finalmente, se la prendevano col lupacchiotto, cui davano delle buone zannate. Egli sopportava i maltrattamenti senza protestare, con quella fede senza limiti che è propria della gioventù, ripetendo di tanto in tanto il suo maneggio, quantunque non ne cavasse alcunchè di buono.
I lupi percorsero, quel giorno, un gran numero di miglia, senza spezzare in quegli incidenti, le file. Dietro, zoppicavano i più deboli, i più giovani, come i più vecchi: i più robusti andavano innanzi, e tutti quanti parevano un’esercito di scheletri, ma forniti di muscoli d’acciaio a tutta prova, instancabili. Movimenti e contrazioni si succedevano senza tregua, senza fine previdibile, e senz’alcun sforzo apparente nè stanchezza. La notte e il giorno che seguirono, essi continuarono la loro corsa: correvano solitarii per regioni deserte, dove vivevano soli, cercando un’altra vita da divorare per perpetuare la loro.
Attraversarono pianure basse e oltrepassarono fiumicelli gelati, prima di trovare ciò che cercavano: incontrarono finalmente degli alci, preceduti da un grosso maschio. Finalmente! ecco la preda, della carne e la vita, non difese da fuochi misteriosi e da fiamme che volavano in aria: degli zoccoli, è vero, dei pugnali di corna, ma tutta roba ch’essi conoscevano già. Immediatamente, buttando al vento la solita prudenza e pazienza, essi attaccarono battaglia, la quale fu breve e feroce. Il grande alce fu assalito da tutti i lati; invano, rotolandosi nella neve, egli assestava ai lupi rudi colpi di zoccolo, o li colpiva con le ampie corna, sforzandosi di spaccar loro il cranio o di aprir loro il ventre: la lotta era disperata. Egli cadde al suolo, con la lupa appesa alla gola, e, sotto innumerevoli zanne, addentato in ogni parte del corpo, fu divorato vivo, mentre continuava a lottare, difendendosi sino all’ultimo.
I lupi ne ricavarono un vitto abbondante: l’alce pesava più di ottocento libbre, di modo che alle quaranta gole della torma toccò una buona ventina di libbre ciascuna. Ma se lo stomaco dei lupi poteva resistere a prodigiosi digiuni, era anche vero che il potere d’assimilare non era meno prodigioso. Poche ossa sparse, in poche ore, furono gli unici resti del meraviglioso animale che aveva tenuto testa con tanta bravura all’orda dei nemici.
Poi venne il riposo, e il sonno; poi i giovani maschi cominciarono a quistionare fra di loro. La carestia era terminata, i lupi erano arrivati alla Terra Promessa: essi continuarono durante alcuni giorni, a cacciare in compagnia il branco di alci di cui avevano seguite le traccie; ma ora, usavano delle precauzioni, attaccandosi, di preferenza, alle femmine, più pesanti nei loro movimenti, o ai vecchi maschi. Finalmente la torma dei lupi si divise in due schiere, ciascuna delle quali seguì una direzione diversa.
La lupa, il gran lupo grigio, il vecchio lupo orbo e il lupacchiotto di tre anni guidarono una delle schiere in direzione di est, verso il fiume Makenzie, e la regione dei laghi. La torma si diradava di giorno in giorno, i lupi s’allontanavano a coppie, maschio e femmina insieme. Talvolta un maschio, senza femmina con la quale accoppiarsi, era scacciato a colpi di zanne, dagli altri maschi. Cosicchè, in fine, rimase la lupa col terzetto dei suoi spasimanti. Tutti e tre portavano le tracce sanguinose delle sue morsicature, mostrandosi essa inesorabile con ciascun di loro: ma essi seguitavano a non difendersi dalle sue zanne, e si limitavano, per calmarne lo sdegno, a voltarsi dimenando la coda e danzando davanti a lei a piccoli passi. Ma per quanto dolci si mostravano verso di lei, altrettanto erano feroci l’un verso l’altro. Il lupo di tre anni sentiva crescere la sua audacia: afferrata alla sprovvista l’orecchia del vecchia lupo, dalla parte dell’occhio cieco, la lacerò e ridusse a brandelli. Il vecchio lupo, che, pure, era meno vigoroso e meno agile del giovane rivale, ma gli era superiore per esperienza e accortezza, — e l’occhio perduto e il muso sfregiato erano appunto un segno della sua esperienza della vita e della lotta, — avrebbe certamente trovato il modo, a suo tempo, di rivalersi. Infatti al momento propizio, fu un combattimento magnifico e tragico insieme: il vecchio lupo orbo e il gran lupo grigio si unirono per assaltare insieme il lupo di tre anni, e distruggerlo. Essi l’attaccarono implacabilmente, ciascuno a un fianco, dimenticando i giorni di caccia comune, i giochi fatti assieme e la fame sopportata a lato a lato. Queste erano tutte cose del passato: il presente, implacabile e crudele più d’ogni altra cosa, era l’amore. La lupa, oggetto della contesa, acculata, guardava da spettatrice pacifica, pacifica e contenta, perchè sapeva ch’era venuto il suo giorno. Infatti quei peli si arruffavano e le zanne colpivano le zanne, e la carne lacerata fremeva per lei, per possederla.
Il lupo di tre anni, ch’era alla sua prima partita d’amore, perdette la vita in quell’avventura. I due vincitori, quando egli fu morto, guardarono la lupa che, senza muoversi sorrideva nella neve. Ma il vecchio lupo orbo era, dei due superstiti, il più scaltrito: egli aveva imparato molto. Il gran lupo grigio, voltando il capo, incominciò a leccarsi una ferita che gli faceva sanguinar la spalla, e stava così curvato con la schiena rivolta verso il vecchio lupo, il quale, con l’unico occhio rimastogli, colse il momento opportuno, e, abbassatosi per prendere lo slancio, saltò alla gola che si offriva alle sue zanne, e l’attanagliò con la sua mascella. Lo squarcio fu così largo e profondo, da spezzare la grossa arteria: il grosso lupo grigio, con un urlo terribile, si slanciò sul nemico, che aveva rapidamente indietreggiato, ma già la vita gli sfuggiva, e il ringhio gli veniva soffocando, in una tosse precipitosa. Grondante sangue e tossendo, egli combattè ancora un po’, poi vacillò sulle zampe, gli occhi gli si offuscarono, e i sussulti divennero sempre più brevi.
Intanto, la lupa, sempre acculata, continuava a sorridere, beata: giacchè quella non era altro che la battaglia dei sessi, la lotta naturale per l’amore, la tragedia del Wild, tragica solo per quelli che morivano. Quando il gran lupo grigio rimase immobile, il vecchio orbo, «Un Occhio», (così lo chiameremo d’ora in avanti), s’avvicinò alla lupa, con un’andatura nella quale appariva, insieme con l’orgoglio della vittoria, una certa prudenza. Era pronto a sopportare un rabbuffo, cosicchè provò una piacevole sorpresa, vedendo che la lupa non gli digrignava i denti con collera, ma anzi lo accoglieva graziosamente. Ella sfregò il suo naso contro quello del maschio, e acconsenti perfino a saltare, sgambettare e giocare con lui, con modi infantili, e lui, vecchio e saggio com’era, fece il piccolo con lei e s’abbandonò a delle follìe, che superavano quelle della lupa.
Non era più questione di rivali vinti, nè di racconto d’amore scritto in rosso sulla neve: solo una volta, il vecchio lupo fu costretto a fermarsi, per leccare il sangue che colava dalle sue ferite mal chiuse, e le sue labbra fremettero in un vago ringhio, e il pelo del collo gli si eresse involontariamente. Egli si chinò sulla neve ancora rossa, come per prendere lo slancio, e ne morse la superficie, in una contrazione brusca delle mascelle, ma subito dopo egli dimenticò tutto e corse verso lo lupa, che gli sfuggì invitandolo a seguirla, e a condividere con lei il piacere della caccia, attraverso i boschi. D’allora, corsero a fianco a fianco, come buoni amici che hanno finito col comprendersi, cacciando, uccidendo e mangiando in comune.
Così trascorrevano giorni, quando la lupa cominciò a mostrarsi inquieta: pareva che cercasse qualche cosa che le mancava.
Quei ripari che formavano gli alberi caduti erano per lei pieni d’attrattiva; penetrando nelle larghe fenditure che s’aprivano nella neve, nel vuoto formato nei macigni strapiombanti, ella fiutava il luogo a lungo. «Un Occhio» pareva assolutamente estraneo a quelle ricerche, ma tuttavia seguiva con buonumore lutti i passi della lupa, e quando questa s’attardava un po’ troppo, nelle sue indagini, o il passaggio era troppo angusto per due, egli si stendeva sul suolo e aspettava placidamente il ritorno della compagna.
Senza fissarsi di preferenza in alcun luogo, essi vagabondavano per parecchie regioni, poi ritornavano verso il Makenzie, seguivano il fiume, scostandosi soltanto per risalire, sulle tracce di qualche selvaggina, uno dei piccoli affluenti. S’imbattevano talvolta in altri lupi, che camminavano, come loro, a coppie, di solito, ma non c’erano nè dall’una nè dall’altra parte, segni di scambievole amicizia, di piacere di rivedersi, nè desiderio di riunirsi in branco. Altre volte incontravano dei lupi solitarii, ch’erano sempre dei maschi e facevano atto, con insistenza, di volersi unire alla lupa e al compagno, ma tutti e due, a spalla a spalla, col pelo eretto e i denti minacciosi, facevano così brutta accoglienza, che gl’inopportuni pretendenti, voltavano la schiena in breve e riprendevano la loro corsa solitaria.
I due correvano in una calma notte di plenilunio, per le foreste, allorchè «Un Occhio» si fermò di botto: egli drizzò il muso, dimenò la coda, alzò una zampa, come un cane che si ferma, e con le narici dilatate annusò l’aria. E poichè quel sentore non gli parve soddisfacente, egli ricominciò a fiutare di bel nuovo, ostinatamente, cercando di comprendere quell’impalpabile messaggio che gli recava il vento. Una specie di russare leggero era bastato a far capire alla lupa, la quale trotterellò avanti per rassicurare il compagno. Questi la seguì ancora irrequieto e, a un tratto, non potè fare a meno di fermarsi, per annusare l’atmosfera.
Giunsero a un’ampia radura, aperta nella foresta; strisciando con prudenza, la lupa s’avanzò sino al margine dello spazio libero; e il vecchio lupo, dopo aver esitato un po’, con tutti i sensi desti e vigili, col pelame che irradiava sospetto e diffidenza, la raggiunse. Rimasero a fianco a fianco, vigili, aspirando l’aria sospetta dalle narici.
Un rumore di cani che questionavano e si battevano giungeva sino ai loro orecchi, e, con esso, gridi di uomini dal suono gutturale e voci più acute di femmine, stridule e nervose. Udirono persino il frignare lamentoso di un bambino, ma tranne le masse enormi formate dalle pelli delle tende, non riusciva loro di distinguere altro che le fiamme di un fuoco davanti al quale dei corpi andavano e venivano, e il fumo che saliva delicatamente verso il cielo, nell’aria tranquilla. Ma i mille sentori di Un accampamento di indiani giungevano ora alle narici delle due bestie; e quei sentori esprimevano un mucchio di cose che il vecchio lupo non poteva capire e che alla lupa erano ignote.
Essa appariva stranamente agitata, e soffiava, soffiava, aspirando l’aria con voluttà crescente; «Un Occhio» invece, rimaneva sospettoso, e non nascondeva la sua noia nè il desiderio impaziente di andarsene subito. Allora la lupa si voltava verso di lui, gli sfregava il naso sul naso per rassicurarlo e tornava a guardare verso l’accampamento; era evidente, in lei, una voglia imperiosa diversa da quella della fame. Una forza misteriosa, che la faceva sussultare, la spingeva a inoltrarsi, ad accostarsi a quel fuoco, a quella fiamma, a unirsi alla compagnia dei cani, fra le gambe degli uomini. «Un Occhio» finalmente, riuscì a condurla via agitandosi tanto da comunicare la sua irrequietezza alla lupa, la quale si ricordò, a sua volta, di quell’altra cosa che cercava così ostinatamente e che per lei era assolutamente necessario trovare. Essa fece un voltafaccia e trotterellò indietro, nella foresta, con gran sollievo del vecchio lupo, che la precedeva, e che non fu rassicurato se non quando l’accampamento non si vide più.
Così scivolando a fianco a fianco, senza rumore al chiaro della luna, essi incontrarono un sentiero e, i loro due nasi si abbassarono dove apparivano sulla neve delle tracce segnate di recente. «Un Occhio» corse avanti, seguito dalla lupa, e con tutte le precauzioni necessarie. I cuscinetti naturali ch’essi avevano sotto alle piante dei piedi s’imprimevano sulla neve, silenziosi, come capitoni di velluto.
Il lupo scoprì una piccola macchia bianca, che, lievemente, si muoveva sul suolo bianco, e accelerò l’andatura, già rapida. Davanti a lui, quella piccola macchia bianca balzava.
Il sentiero dov’egli correva era stretto e fiancheggiato, da ciascun lato, da masse di giovani abeti. Egli puntò verso la piccola macchia bianca, e a piccoli balzi la raggiunse, poi, con un altro balzo le fu addosso, e stava già per affondare i denti, quando a un tratto ecco la piccola macchia innalzarsi in aria di sulla testa del lupo, il quale riconobbe un coniglio di neve che, sospeso, nel vuoto, a un giovane abete, balzava, saltava, faceva capriole, in una specie di danza fantastica. A tale spettacolo «Un Occhio» indietreggiò, spaventato, poi si appiattò sulla neve, ringhiando minacciosamente verso quel piccolo essere misterioso e forse pericoloso. Ma la lupa, ch’era giunta, passò con destrezza davanti al vecchio lupo, e poi, rimasta tranquilla un po’, si lanciò verso il coniglio che seguitava a danzare in aria. Fece un salto in su, ma non tanto alto da raggiungere la preda bramata, così che i suoi denti si rinchiusero inutilmente nel vuoto, con uno stridore metallico.
Saltò un’altra volta, poi una terza, mentre «Un Occhio» che s’era rialzato, l’osservava. Incitato da quegli insuccessi, egli balzò in alto a sua volta, e afferrò con i denti il coniglio, tirandolo giù a terra. Ma, cosa curiosa, l’abete non aveva lasciato il coniglio: s’era curvato seguendo sino al suolo e pareva minacciare il vecchio lupo. «Un Occhio» aprì le mascelle, e, abbandonata la preda, saltò indietro per tener testa allo strano pericolo: scoprì le zanne, gonfiò la gola, in una specie d’invettiva, e drizzò tutti i peli, del corpo, per la rabbia e lo spavento, mentre il piccolo abete si raddrizzava, e il coniglio, nuovamente in aria, ricominciava a danzare nel vuoto.
La lupa s’adirò e, quasi per punirlo, affondò le sue zanne nella spalla del vecchio lupo, il quale, sempre più spaventato dal misterioso congegno, si raggrinzò e seguitò a indietreggiare, dopo aver graffiato il naso della compagna.
Allora essa, indignata dell’offesa, si gettò sul compagno, che, in fretta cercò di abbonirla, e di farsi perdonare la colpa, ma invano, perchè lei non voleva intendere ragioni e seguitava rudemente a castigarlo, sicchè egli, voltando il capo, in segno di sottomissione, e rinunziando a intenerirla, offrì da sè la spalla ai morsi della lupa.
Intanto, il coniglio, seguitava a danzare in aria sulle loro teste.
La lupa si sedette sulla neve, e il vecchio lupo che, ora, aveva più paura della compagna, che dell’abete misterioso, ricominciò a saltare verso il coniglio.
Riafferratolo, vide l’albero curvarsi, come prima, verso terra, ma, vincendo la paura, egli tenne duro, non lasciando, questa volta il coniglio. L’abete non gli fece alcun male: il lupo vedeva solo che quand’egli si muoveva anche l’albero si muoveva, e gli oscillava sul capo, ma quando rimaneva immobile, anche l’abete non si muoveva. Ne concluse ch’era prudente starsene tranquillo; intanto il sangue caldo del coniglio gli colava nella gola, e gli pareva saporito.
Fu la lupa a togliergli ogni dubbio; essa afferrò il coniglio tra le sue mascelle e senza preoccuparsi dell’abete che le oscillava sul capo e le si lanciava addosso, strappò la testa all’animale dalle lunghe orecchie. L’abete, come una molla che si distende, riprese la sua posizione naturale, verticale, e così rimase, e il corpo del coniglio rimase al suolo. Allora «Un Occhio» e la lupa si divorarono tranquillamente, la selvaggina che l’albero misterioso aveva catturato per essi.
Torno torno, c’erano altri sentieri e cammini, dove dei conigli pendevano in aria. La coppia li ispezionò tutti, e la lupa finì per insegnare al compagno che cosa fossero le trappole degli uomini, e quale metodo bisognasse seguire per impossessarsi di ciò che vi era preso.