CAPITOLO III. La gloria nel senso moderno.
Idee di Dante intorno alla gloria. — Celebrità degli Umanisti; il Petrarca. — Culto delle abitazioni. — Culto delle tombe. — Culto degli uomini celebri dell'antichità. — Letteratura della gloria locale; Padova. — Letteratura della gloria universale. — La gloria dipendente dagli scrittori. — L'amor della gloria come passione.
Allo sviluppo sin qui descritto dell'individuo corrisponde anche una nuova specie di valore estrinseco, la gloria nel senso moderno[288].
Fuori d'Italia le singole classi vivevano appartate fra loro e chiuse ciascuna nei loro diritti e privilegi portati dalle consuetudini del medio-evo. La gloria poetica dei trovatori e dei menestrelli, per esempio, non esisteva che per la classe dei cavalieri. In Italia per contrario si ha già l'uguaglianza delle classi come conseguenza della tirannide o della democrazia, e vi si scorge una società nuova in formazione, che deve il suo primo impulso all'influenza delle letterature italiana e latina, come in seguito più ampiamente sarà dimostrato; nè certo ci voleva un terreno diverso per far vivere e fruttificare questo nuovo elemento. S'aggiunga a ciò che la lettura degli autori latini, che appunto allora si cominciarono a studiare con tanto ardore, era un eccitamento continuo agli Italiani non solo per l'insaziabile sete di gloria, onde quegli antichi appajono dominati, ma per l'oggetto stesso che è il tema costante dei loro scritti, il dominio universale di Roma su tutto il mondo. Egli è naturale adunque, che da quel tempo in poi in Italia ogni uomo di forte volontà ed operoso si trovi interamente sotto l'impulso di un nuovo movente morale, che è ancora ignoto a tutti gli altri popoli d'occidente.
Anche in ciò, come in ogni altra questione importante, il primo a manifestare il proprio sentimento fu Dante. L'alloro poetico è stata la prima e la più alta sua aspirazione[289]; ma, anche come pubblicista e letterato, egli non manca di notare che le sue produzioni sono del tutto nuove, e che nella via ch'egli s'è tracciata, non solo è il primo, ma vuole anche essere riconosciuto come tale[290]. Tuttavia egli accenna altresì nei suoi scritti in prosa agli incomodi e alle molestie, che sono inseparabili dall'acquisto di una gran fama: egli sa come taluni, imparando a conoscere personalmente un uomo celebre, ne restano mal soddisfatti, e dimostra come di ciò sia da accagionare in parte l'infantile semplicità dei più, in parte l'invidia, e in parte anche le imperfezioni stesse dell'uomo ammirato[291]. E più apertamente ancora il suo poema ci attesta quanto egli fosse persuaso della nullità della gloria, benchè al tempo stesso sia facile a vedere che il suo cuore non se n'era ancora completamente staccato. Nel Paradiso la sfera di Mercurio è la dimora assegnata a quei beati[292], che sulla terra furono vaghi di gloria, e con ciò hanno offuscato in sè alquanto «i raggi del vero amore». Egli è altresì altamente caratteristico, che i miseri dannati nell'Inferno chieggono instantemente a Dante che voglia rinfrescare e tener viva sulla terra la loro memoria e la loro fama[293]; mentre gli spiriti del Purgatorio non domandano che preghiere espiatorie[294]; anzi in un passo celebre[295] l'amor della gloria — lo gran disio dell'eccellenza — è biasimato, appunto perchè la gloria che nasce dalle opere dell'ingegno, non è assoluta, ma sottoposta alle condizioni diverse dei tempi, e secondo le circostanze può venire oscurata da quella di chi sopraggiunge più tardi.
Dopo quel primo esempio, la schiera numerosa dei poeti filologi, che pullulano d'ogni parte, s'impadronisce della gloria in doppio senso: per sè, in quanto essi divengono le più rinomate celebrità d'Italia; per gli altri, in quanto, come poeti e storici, si fanno dispensatori della fama altrui. Emblema esterno e materiale di questa specie di gloria è l'incoronazione de' poeti, della quale sarà parlato altrove.
Un contemporaneo di Dante, Albertino Musatto o Mussato, incoronato a Padova quale poeta dal Vescovo e dal Rettore dell'Università, godeva già d'onori tali, che confinavano, si può dire, con l'apoteosi: ogni anno il giorno di Natale venivano dottori e scolari di ambedue i collegi dell'università in pompa solenne con trombe e, pare anche, con fiaccole accese dinanzi alla sua abitazione, per fargli augurii e regali[296]. Questa onorificenza durò sino a che egli cadde in disgrazia del Carrara allora regnante (1318).
Anche il Petrarca assaporò a pieni tratti questa nuova glorificazione destinata dapprima soltanto agli eroi ed ai santi, benchè negli ultimi anni confessi egli stesso, che gli riesce inutile e perfino molesta. La sua «Lettera alla Posterità» è un conto, che un uomo celebre, divenuto vecchio, si crede in dovere di rendere intorno a sè stesso, per appagare la pubblica curiosità[297], e da essa rilevasi, ch'egli ambiva assai la gloria postuma e volentieri avrebbe rinunciato a quella, che godeva fra i contemporanei.[298] Nei suoi «Dialoghi della felicità ed infelicità» egli fa prevalere con molti argomenti l'opinione di quello fra' suoi interlocutori, che sostiene la nullità della fama.[299] Ma dopo tutto ciò è anche vero, che egli si rallegra pur sempre che il suo nome sia noto, pe' suoi scritti, al grande autocrate di Bisanzio[300] non meno che all'imperatore Carlo IV di Germania. E per verità la sua fama, essendo egli ancor vivo, si estendeva già molto oltre i confini d'Italia. E quanto non dovette egli sentirsi commosso, quando in occasione di una sua gita ad Arezzo, sua patria, gli amici lo condussero nella casa dove era nato, e gli annunciarono che la città avea decretato non doversi in essa permettere un mutamento qualsiasi![301] Per lo innanzi si conservavano e si veneravano le sole abitazioni di qualche gran santo, come per esempio, la cella di S. Tommaso d'Aquino nel convento dei domenicani di Napoli, e la porziuncula di S. Francesco in prossimità di Assisi: o tutt'al più anche qualche singolo giurisperito godeva di quella celebrità mezzo mitica, che era come la scala ad un simile onore; così il popolo ancora sul finire del secolo XIV usava di designare un vecchio edifizio esistente in Bagnolo, non lungi da Firenze, come lo «studio» dell'Accorso (nato intorno al 1150), sebbene non abbia poi fatto nulla per impedirne la distruzione.[302] Chi ne cercasse la ragione, probabilmente la troverebbe nelle enormi ricchezze e nella grande influenza politica procacciatasi da costoro coi lor pareri e consulti, ricchezze e influenza, che non potevano mancare di colpire per un tratto di tempo abbastanza lungo la fantasia popolare.
Al culto delle abitazioni si collega anche quello delle tombe d'illustri personaggi;[303] anzi, quanto al Petrarca, è oggetto di venerazione anche il luogo dov'egli morì, ed Arquà, appunto per la memoria che ivi si conserva di lui, diviene un soggiorno di predilezione pei Padovani, che vi innalzano eleganti edifizi[304] in un tempo, in cui nei paesi settentrionali non si parla d'altro che di pellegrinaggi devoti a qualche immagine o reliquia miracolosa. Le città si tengono onorate di possedere le ossa di qualche grand'uomo o loro propizio od anche straniero, e fa veramente meraviglia il vedere come — lungo tempo prima che sorgesse Santa Croce — i Fiorentini, ancora nel secolo XIV, si studiassero di convertire il loro Duomo in un Panteon. L'Accorso, Dante, Petrarca, Boccaccio e il giurista Zanobi della Strada dovevano, per volere della repubblica, avervi ciascuno uno splendido monumento.[305]
Verso la fine del secolo XV Lorenzo il Magnifico si adoperò personalmente presso gli Spoletini, affinchè volessero cedere pel Panteon suddetto il corpo di fra Filippo Lippi pittore, ma essi se ne scusarono allegando la propria povertà in fatto di monumenti e di uomini celebri, e i Fiorentini dovettero accontentarsi di porgli soltanto un cenotafio. Altrettanto accadde rispetto a Dante, il quale, in onta a tutte le pratiche, alle quali il Boccaccio con enfatica eloquenza eccitava la propria città,[306] continuò a rimanere nella sua tomba presso S. Francesco in Ravenna, «circondato da antichissimi sepolcri d'imperatori e di santi, in compagnia ben più onorevole di quella che tu, patria mia, potessi mai offrirgli». E la venerazione per lui in quel tempo era andata tanto oltre, che un bizzarro spirito potè una volta impunemente levare le fiaccole che ardevano dinanzi all'altare del Crocifisso, e portarle alla tomba del poeta, con queste parole: «accettale; tu ne sei più degno di Lui».[307]
Ma questo è il tempo in cui le città italiane onorano anche la memoria dei loro concittadini o fondatori della più remota antichità. Napoli non avea forse mai dimenticato la tomba ch'essa possiede di Virgilio, perchè intorno al nome di lui s'era diffusa omai l'aureola del mito e della leggenda. Padova era persuasa ancora nel secolo XVI di possedere non solo le vere ossa del troiano suo fondatore Antenore, ma altresì quelle di T. Livio.[308] «Sulmona, dice il Boccaccio[309] si lagna che Ovidio abbia tomba inonorata e lontana nel luogo del suo esiglio; Parma invece si rallegra, che Cassio riposi fra le sue mura». I Mantovani coniarono nel secolo XIV una medaglia portante il busto di Virgilio, ed eressero una statua, che doveva rappresentarne l'effigie; per malinteso spirito di casta[310] il tutore del principe allora regnante, Carlo Malatesta, la fece atterrare nel 1392; ma poichè la fama del poeta era più forte di lui, fu costretto altresì a rialzarla ben tosto. Forse a quel tempo additavasi ancora la grotta a due miglia dalla città, dove pretendevasi che Virgilio usasse di recarsi a meditare,[311] presso a poco come a Napoli si mostrava la così detta scuola di Virgilio. Como si appropriò ambedue i Plinii[312] e li onorò verso la fine del secolo XV con due statue sedenti sotto due splendidi baldacchini sul lato anteriore della sua cattedrale.
Anche la storia propriamente detta e la topografia (nata appena) si propongono di non lasciar senza menzione veruna gloria indigena, mentre le cronache dei paesi settentrionali sol raramente qua e colà accennano all'esistenza di qualche grand'uomo in mezzo ai Papi ed imperatori, di cui sono piene, o fra le descrizioni di terremoti e la comparsa di qualche cometa, che non mancano mai di notare. Altrove sarà dimostrato in qual modo dalla moderna idea della gloria abbia avuto origine l'uso delle biografie, delle quali talune riuscirono veramente eccellenti; qui ci basterà di mettere in evidenza il patriottismo locale del topografo, che enumera i fasti gloriosi della propria città.
Nel medio-evo le città erano andate orgogliose dei loro santi e dei corpi e delle reliquie, che se ne conservavano nelle chiese.[313] Anche il panegirista di Padova, Michele Savonarola, ne dà una lunga lista in capo al suo libro (intorno al 1450);[314] ma poi egli passa agli «uomini celebri, che non furono santi, e tuttavia per l'eccellenza dell'ingegno e l'energia del carattere (virtus) meritarono di essere annoverati (adnecti) in quella serie», precisamente come nell'antichità l'uomo celebre si tocca dappresso coll'eroe.[315] Questa seconda enumerazione è eminentemente caratteristica per quel tempo. Primi vengono Antenore, fratello di Priamo, che con una schiera di fuggiaschi troiani fondò Padova; il re Dardano, che vinse Attila sui colli Euganei, lo inseguì ulteriormente e a Rimini lo uccise con uno scacchiere; l'imperatore Enrico IV, che edificò il duomo; e un re Marco, il cui capo si conserva a Monselice; — poi seguono pochi cardinali e prelati, quali fondatori di prebende, collegi e chiese; il celebre teologo fra Alberto, agostiniano; una schiera di filosofi con Paolo Veneto e il celebre Pietro d'Abano alla testa; il giurista Paolo Padovano; poi Livio, e i poeti Petrarca, Mussato e Lovato. Se si nota qualche difetto in fatto di celebrità guerresche, l'autore se ne consola coll'abbondanza che si riscontra nel campo scientifico e colla maggior durata della fama basata sulle opere dell'ingegno; mentre la gloria guerresca cessa assai spesso col cessar di chi l'ha conquistata, o, se dura più oltre, non lo deve che alla penna dei dotti. In ogni caso però è sempre onorifico per la città, che almeno celebri guerrieri d'altri paesi abbiano desiderato essi stessi di essere sepolti in Padova, quali, ad esempio, Pietro de' Rossi di Parma, Filippo Arcelli di Piacenza e specialmente poi Gattamelata di Narni (morto nel 1442), la cui statua equestre in bronzo, erettagli accanto alla chiesa del Santo, lo rappresenta nell'attitudine di «Cesare trionfante». Dopo ciò, l'autore passa in rassegna una moltitudine di giuristi, medici e nobili, che non solo, come tanti altri, «furono onorati del nome di cavalieri, ma seppero altresì meritarlo»; e per ultimo egli dà i nomi anche di celebri meccanici, pittori, e compositori di musica, e chiude la serie col citare un maestro di scherma, Michele Rosso, di cui in più luoghi vedevasi il ritratto, come dell'uomo il più rinomato nell'arte sua.
Accanto a queste locali gallerie della fama, a comporre le quali concorrono insieme il mito, la leggenda, la rinomanza letteraria e l'ammirazione popolare, i poeti-filologi lavorano a costruire un Panteon universale della fama mondiale, e allestiscono collezioni biografiche di uomini e di donne celebri, attenendosi per lo più al sistema seguito da Cornelio Nepote, dal pseudo Svetonio, da Valerio Massimo, da Plutarco (mulierum virtutes), da Geronimo (de viris illustribus), e da altri. Ovvero inventano trionfi immaginari ed assemblee olimpiche pure immaginarie, come fecero specialmente il Petrarca nel suo Trionfo della fama e il Boccaccio nella sua Amorosa visione, con centinaia di nomi, dei quali per lo meno tre quarti appartengono all'antichità e gli altri al medioevo[316]. A poco a poco questa parte nuova e moderna vi prende un posto sempre maggiore: gli storici s'indugiano volentieri nelle loro opere a tratteggiare il carattere de' personaggi e ne escono collezioni biografiche di celebri contemporanei, come quelle di Filippo Villani, Vespasiano Fiorentino, Bartolommeo Facio[317], e, per ultimo, quelle altresì di Paolo Giovio.
Il nord intanto, e sino a che l'Italia non cominciò ad esercitare una certa influenza sui suoi scrittori (per esempio sul Tritemio), non ebbe che storie di santi e isolate vite di principi e di ecclesiastici, che evidentemente si basano ancora sulla leggenda, anzichè sulla fama, vale a dire sulla celebrità guadagnata col merito personale. La gloria poetica è ancor chiusa esclusivamente in alcune classi determinate, ed anche il nome degli artisti non ci viene all'orecchio, se non in quanto essi emergono fra gli operai o i membri di qualche corporazione.
Ma il poeta-filologo in Italia, come notammo, ha l'intimo e pieno convincimento di essere egli solo l'arbitro della fama e dell'immortalità, che dispensa o ricusa a suo talento[318]. Ancora al suo tempo il Boccaccio si lagna di una bella da lui corteggiata, la quale non per altro gli si mostrò ritrosa che per continuare ad essere cantata da lui e quindi acquistar rinomanza, e la minaccia di voler in seguito tener una via del tutto opposta, quella del biasimo[319]. Sannazzaro in due magnifici sonetti minaccia una vituperosa oscurità ad Alfonso di Napoli, che vilmente fuggiva dinanzi a Carlo VIII[320]. Angelo Poliziano dà serii avvertimenti (1491) al re Giovanni di Portogallo riguardo alle recenti scoperte fatte sulle coste d'Africa[321], consigliandolo a pensare alla fama ed all'immortalità e a mandargli a tal uopo a Firenze tutti i materiali relativi, onde possano esservi ripuliti (operiosus excolenda); chè, in caso diverso, gli accadrebbe come a tutti coloro le cui gesta, prive dello splendore che ricevono dalla penna dei dotti, «giacciono dimenticate nell'immensa congerie dei fasti della umana fragilità». E nel fatto il re (o il suo cancelliere proclive alle idee umanistiche) acconsentì alla domanda e promise che gli annali delle cose africane, già redatti in portoghese, sarebbero stati inviati tradotti in italiano a Firenze, per essere poi quivi rifatti in latino: ma non si sa se la promessa sia stata poscia mandata ad effetto. Simili pretensioni non sono in sostanza così prive di fondamento, come potrebbe sembrare a prima vista: la forma, nella quale si espongono le cose (anche le più importanti) al giudizio dei contemporanei e dei posteri, è tutt'altro che indifferente. Gli umanisti italiani, appunto per l'eccellenza della forma e l'eleganza del linguaggio, hanno esercitato un fascino abbastanza grande sul mondo dei lettori occidentali, e per la stessa ragione anche i poeti italiani sino al secolo passato hanno avuto una diffusione maggiore, che quelli di qualunque altra nazione. Il nome di battesimo del fiorentino Americo Vespucci divenne il nome della quarta parte del mondo solo in virtù della relazione ch'egli scrisse sul suo viaggio, e se Paolo Giovio, con tutta la sua superficialità ed elegante negligenza, si aspettava l'immortalità[322] da' suoi scritti, non s'ingannava poi del tutto.
Ma se, accanto a tutti questi sforzi fatti in palese per assicurarsi una fama, noi ci facciamo a studiarne più dappresso i moventi, non senza spavento ci accorgeremo, che questi non hanno altra radice, fuorchè una smisurata colossale ambizione, un desiderio smodato di gloria, indipendente affatto dallo scopo e dai mezzi. Un esempio se ne ha nella prefazione del Macchiavelli alle sue Storie fiorentine, dov'egli riprende i suoi predecessori (Leonardo Aretino e il Poggio) di essersi serbati troppo timidamente silenziosi intorno ai varii partiti, che tennero agitata la città. «Essi s'ingannarono, scrive egli, e mostrarono di conoscere poco l'ambizione degli uomini e il desiderio, che egli hanno di perpetuare il nome dei loro antichi o di loro. Nè si ricordarono che molti, non avendo avuta occasione di acquistarsi fama con qualche opra lodevole, con cose vituperose si sono ingegnati acquistarla. Nè considerarono come le azioni che hanno in sè grandezza, come hanno quelle dei governi e degli Stati, comunque le si trattino, qualunque fine abbiano, pare portino sempre agli uomini più onore, che biasimo»[323]. Anche in altri storici gravi e assennati vedesi dei fatti più strani e terribili assegnato il movente ad uno sfrenato desiderio di grandezza e di gloria senz'altro. Qui dunque non si ha soltanto una deplorevole esagerazione della comune vanità, ma qualche cosa di veramente spaventoso e diabolico, che non lascia più campo alla riflessione e fa dar di piglio ai mezzi più violenti, senza preoccuparsi della riuscita, buona o cattiva che sia. Questo è il modo, per dar qualche esempio, con cui Macchiavelli concepisce e ci presenta il carattere di Stefano Porcari (v. pag. 143)[324], ed altrettanto presso a poco ci dicono i documenti intorno agli uccisori di Galeazzo Maria Sforza (pag. 77), e per ultimo anche l'assassinio del duca Alessandro de' Medici (1537) viene dal Varchi stesso (nel libro V) attribuito alla sete di gloria, ond'era tormentato Lorenzino (pag. 80). Intorno al quale ancor più esplicitamente si esprime Paolo Giovio[325], narrando che Lorenzino, messo alla gogna in Roma da un opuscolo del Molza per la mutilazione di alcune statue antiche, meditava un qualche gran fatto, la cui «novità» facesse dimenticare quell'onta, e si risolvette infine di uccidere il suo congiunto e sovrano. — Sono tratti eminentemente caratteristici di quest'epoca di forze e passioni vivamente eccitate, ma anche oggimai giunta al grado dell'ultima disperazione, nè più nè meno come fu quella di Filippo di Macedonia al tempo del famoso incendio del tempio di Efeso.