CAPITOLO VI. Gli avversari della tirannide.
Gli ultimi Guelfi e Ghibellini. — I cospiratori. — Gli assassini nelle Chiese. — Influenza del tirannicidio antico. — I Catilinari. — Opinioni dei Fiorentini sul tirannicidio. — Il popolo ne' suoi rapporti coi cospiratori.
Di fronte a questa concentrata potenza principesca ogni opposizione dentro i limiti dello Stato era impossibile. Gli elementi necessari alla esistenza di una repubblica erano sciupati per sempre, tutto tendeva al potere assoluto e all'uso della violenza. La nobiltà, priva di diritti politici, anche dove aveva possessi feudali, poteva bensì continuare a ripartir sè e i suoi bravi in guelfi e ghibellini e ad assumere o far assumere i relativi emblemi, facendo portare in questo o in quel modo la piuma al berretto e i guancialini ai calzoni;[95] — ma tutti gli uomini più illuminati, quale ad esempio il Machiavelli,[96] erano pienamente convinti che tanto a Milano, come a Napoli vi era omai «troppa corruzione», per potervi rifare una repubblica. Abbastanza strani sono i giudizi che s'incontrano su questi due pretesi partiti, nei quali da lungo tempo omai non sopravvivevano che vecchie inimicizie di famiglia tenute vive all'ombra della tirannide. Un principe italiano, al quale Agrippa di Nettesheim[97] consigliava di disfarsene, rispondeva ingenuamente: «le loro questioni mi rendono ogni anno sino a 12000 ducati in altrettante multe!» — E quando, per esempio, nell'anno 1500, durante il breve ritorno di Lodovico il Moro ne' suoi Stati, i guelfi di Tortona chiamarono nella loro città una parte del vicino esercito francese, affinchè gli aiutasse a schiacciare completamente i ghibellini, i francesi non mancarono innanzi tutto di dare il sacco alle case di questi ultimi, ma non risparmiarono poscia nemmeno quelle dei guelfi, per modo che la città tutta ne rimase completamente devastata.[98] — Anche in Romagna, dove le passioni e le vendette duravano eterne, ambedue quei nomi aveano da lungo perduto ogni significato politico. E non meno fatale al popolo fu il pregiudizio, pel quale i guelfi qua e colà si tenevano come obbligati a nutrir simpatie per la Francia e i ghibellini a parteggiar per la Spagna, benchè quelli stessi, che cercarono trar partito da quell'errore, non ne abbiano raccolto in ultimo vantaggio veruno. La Francia infatti, dopo tanti interventi, finì pur sempre col dover sgombrare d'Italia, ed ognuno può toccare con mano che cosa sia diventata la Spagna, dopo aver soffocato l'Italia.
Ma torniamo ai principi del Rinascimento. Un'anima pia e timorata avrebbe fors'anche allora concluso che, ogni potenza essendo da Dio, anche questi principi, purchè sostenuti con sincerità e buon volere, col tempo avrebbero dovuto divenire migliori e dimenticar la violenta loro origine. Ma da fantasie riscaldate, da uomini appassionati ed ardenti come richieder tanto? Essi, al pari dei cattivi medici, stimavano guarita la malattia quando fossero giunti ad eliminarne i sintomi, e credevano che, uccisi i tiranni, la libertà sarebbe risorta da sè medesima. E se anche talvolta non spingevano tanto innanzi i loro pensieri, miravano ad ogni modo o a dare libero sfogo all'odio generale, o ad esercitare vendette private cagionate da rancori ed offese puramente personali.
Come la tirannide era incondizionata e sciolta da ogni freno legale, incondizionati erano pure i mezzi usati dai suoi avversari. Sin dal suo tempo il Boccaccio lo dice espressamente:[99] «debbo io chiamar re o principe un usurpatore e serbargli fede come a mio signore? No! perchè egli è nemico della cosa pubblica. Contro di lui sono bene usate le armi, le congiure, le spie, le insidie, le astuzie: sono anzi opera santa e necessaria. Non vi è sacrificio più accetto che il sangue di un tiranno!» Noi non possiamo addurre qui nessun fatto particolare: il Machiavelli, in un notissimo capitolo de' suoi Discorsi,[100] ha già trattato delle congiure antiche e moderne, cominciando dall'epoca remota dei tiranni della Grecia, e le ha giudicate colla sua solita imparzialità secondo i diversi loro fini e il loro esito. Ci accontenteremo dunque di due sole osservazioni, l'una sugli assassinii eseguiti nelle chiese durante il servizio religioso, e l'altra sull'influenza esercitata dagli esempi antichi.
Egli era quasi impossibile il cogliere alla sprovvista il tiranno, sempre guardato a vista, altrove, fuorchè nelle chiese, e in queste soltanto poi potevasi sperare di sorprendere un'intera famiglia principesca riunita. Così quei di Fabriano[101] spensero nel 1435 la famiglia dei Chiavelli loro tiranni durante un servizio religioso e precisamente, secondo gli accordi presi, alle parole del Credo: et incarnatus est. A Milano il duca Giovanni Maria Visconti (1412) fu ucciso mentre entrava nella chiesa di S. Gottardo, e nel 1476 il duca Galeazzo Maria Sforza fu pugnalato nella chiesa di S. Stefano; Lodovico il Moro poi sfuggì una volta al pugnale dei partigiani della duchessa Bona rimasta vedova (1484) soltanto pel fatto, che entrò nella chiesa di S. Ambrogio per una porta diversa da quella, dove era aspettato. Nè pare che si credesse di commettere con simili assassinj veruna speciale empietà, poichè si sa che gli uccisori di Galeazzo non aveano mancato, prima del fatto, d'inginocchiarsi a pregare il santo titolare della chiesa e di ascoltarvi la prima messa. Tuttavia nella congiura de' Pazzi contro Lorenzo e Giuliano de' Medici (1478) una delle cause, per cui l'impresa non riuscì che in parte, fu appunto questa, che il bandito Montesecco, impegnatosi dapprima in un convito di eseguire l'assassinio, vi si era poi rifiutato nel Duomo di Firenze, e in luogo di lui vi si indussero poi alcuni ecclesiastici, «che erano più famigliari con quel sacro luogo e non ebbero quindi alcuna paura».[102]
Quanto all'antichità, la cui influenza sulle questioni morali e più particolarmente sulle politiche avremo occasione di rilevare frequentemente anche in seguito, i primi a dare l'esempio furono i tiranni stessi, che non di rado, tanto nel concetto che s'erano formati dello Stato, quanto nel loro modo di procedere, mostravano di non voler espressamente seguire altro modello, fuorchè l'antico impero romano. Ed altrettanto fecero alla loro volta i loro avversari studiandosi, sin da quando con fredda riflessione preparavansi all'impresa, d'imitare gli antichi nemici della tirannide. Non sarebbe facile il dimostrare che essi nell'idea principale, vale a dire nel risolversi al fatto, abbiano ricevuto il maggiore impulso da questi esempi, ma non è neanche vero per questo che le allusioni continue all'antichità fossero semplici frasi o mera faccenda di stile. Una prova notevolissima ne abbiamo negli uccisori di Galeazzo Sforza, il Lampugnani, l'Olgiati e il Visconti.[103] Tutti e tre avevano motivi affatto personali d'odio contro di lui, e tuttavia la risoluzione di ucciderlo parve essere derivata da una causa d'ordine più elevato. Un umanista e maestro di eloquenza, Cola de' Montani, aveva infuso in un drappello di giovani appartenenti alla nobiltà milanese un vago desiderio di gloria e d'imprese magnanime in pro della patria, e s'era finalmente aperto col Lampugnani e l'Olgiati intorno all'idea di restituire la libertà a Milano. Non andò molto ch'egli cadde in sospetto, ed essendo espulso, dovette abbandonare quei giovani in preda al loro ardente entusiasmo. Circa dieci giorni prima del fatto convennero essi nel monastero di S. Ambrogio e giurarono solennemente di compierlo: «poi, dice l'Olgiati, ridottomi in un angolo remoto dinanzi all'immagine di S. Ambrogio, levai gli occhi ad esso ed invocai il suo aiuto per noi e per tutto il suo popolo». Il celeste patrono della città doveva dunque proteggere l'impresa, appunto come più tardi S. Stefano, nella cui chiesa essa ebbe il suo compimento. Dopo ciò, molti altri furono iniziati nella congiura e tennero notturni convegni nella casa del Lampugnani, dove si esercitavano nel ferire, adoperando le guaine dei pugnali. Il fatto riuscì, ma il Lampugnani fu immediatamente ucciso dai seguaci del duca e gli altri due furono presi. Il Visconti mostrò pentimento, ma l'Olgiati, in onta a tutte le torture, sostenne che quell'uccisione era stata gradita a Dio e diceva a sè stesso, anche quando il carnefice gli ruppe il petto: «coraggio, Girolamo! si penserà lungamente a te: la morte è amara, ma la gloria sarà eterna!»
E tuttavia, per quanto elevati possano apparire gli intendimenti e i propositi di costoro, dal modo stesso con cui la congiura fu condotta trapela evidente un tentativo d'imitazione del più scellerato di tutti i cospiratori, di colui che non pensò mai neanche alla libertà, vogliamo dire di Catilina. I Diarii sanesi dicono espressamente, che i congiurati avevano studiato Sallustio, e ciò appare anche indirettamente dalla confessione stessa dell'Olgiati.[104] Quel terribile nome noi lo incontreremo anche altrove, ed è pur troppo vero, che per congiure volgari, e se si prescinda dallo scopo, non v'era un tipo più seducente di questo.
Presso i fiorentini, tutte le volte che essi effettivamente si sbarazzarono o almeno tentarono sbarazzarsi de' Medici, il tirannicidio era accolto come un'idea accetta universalmente. Dopo la fuga dei Medici nell'anno 1494 fu tratto fuori dal loro palazzo il gruppo in bronzo rappresentante Giuditta e il morto Oloferne, opera del Donatello,[105] e fu posto dinanzi al palazzo della Signoria, dove ora sta il Davide di Michelangelo, con questa iscrizione: exemplum salutis pubblicae cives posuere 1495. Ma più specialmente ora si usò di tirare in campo l'esempio di Bruto il minore, che Dante al suo tempo avea continuato a relegare con Cassio e Giuda Iscarioto[106] nel più profondo abisso dell'inferno, qual traditore dell'impero. Pietro Paolo Boscoli, la cui congiura contro Giuliano, Giovanni e Giulio de' Medici ebbe un esito così infelice (1513), era stato egli pure ardente entusiasta di Bruto e si sarebbe proposto di imitarlo, se avesse trovato un Cassio; e come tale si era poi unito a lui Agostino Capponi. I suoi ultimi discorsi tenuti nel carcere,[107] documento importantissimo per rilevare le credenze religiose d'allora, fanno fede dello sforzo ch'egli dovette esercitare sopra sè stesso, per liberarsi da quelle fantasie e reminiscenze romane e morire cristianamente. Un amico e il confessore dovettero assicurarlo che S. Tommaso d'Aquino condanna le cospirazioni in generale, ma il confessore più tardi confessò a quello stesso amico, che S. Tommaso fa invece una distinzione e permette la congiura contro un tiranno, il quale si sia imposto al popolo suo malgrado. Allorquando Lorenzino de' Medici uccise nel 1537 il duca Alessandro e fuggì, comparve una apologia del fatto,[108] probabilmente autentica, o per lo meno scritta per suo incarico, nella quale egli si vanta dell'uccisione del tiranno come di opera sommamente meritoria, paragonandosi, nel caso che Alessandro fosse stato un Medici legittimo e quindi, benchè da lontano, suo congiunto, con Timoleone, il fratricida per patriottismo. Altri usarono anche in questo caso il paragone con Bruto, e sembrerebbe che Michelangelo stesso non sia stato del tutto alieno da questa idea, almeno se si vuol giudicare dal suo busto di Bruto esistente negli Uffizi. Egli lo lasciò incompiuto, come quasi tutte le sue opere, ma non certamente perchè l'uccisione di Cesare gli pesasse troppo sul cuore, come dice il distico scrittovi sotto.
Un radicalismo che muova dal popolo, quale si è venuto formando nei tempi moderni di fronte alla monarchia, indarno si cercherebbe negli Stati principeschi dell'epoca del Rinascimento. Bensì ognuno protestava isolatamente nel suo interno contro il principato, ma cercava al tempo medesimo di farsi una posizione tollerabile o comoda sotto lo stesso, anzichè di assalirlo con forze riunite. Ci volevano eccessi quali si videro a Camerino, a Fabriano ed a Rimini (pag. 44), perchè una popolazione si decidesse a distruggere o a cacciare una casa regnante. Inoltre si sapeva anche troppo bene, che non si avrebbe fatto altro, fuorchè mutar padrone. La stella delle repubbliche era decisamente nel suo tramonto.