CAPITOLO VIII. Ancora delle Repubbliche.
Firenze dal secolo XIV in avanti. — Obbiettività della coscienza politica. — Dante come politico. — Firenze qual patria della statistica; i Villani. — La statistica dei maggiori interessi. — Valori delle monete del secolo XV. — Le forme costituzionali e gli storici. — Vizio fondamentale dello Stato toscano. — Gli uomini politici. — Machiavelli e il suo progetto di costituzione. — Genova, Siena e Lucca.
La più elevata coscienza politica e la maggior varietà nello sviluppo delle forme di Stato trovavansi riunite nella storia di Firenze, la quale in questo rispetto merita la lode di primo fra gli Stati del mondo moderno. Qui è un popolo intero che s'occupa di ciò, che nei principati è nell'arbitrio di una sola famiglia. La mente maravigliosa del fiorentino, ragionatrice acuta e al tempo stesso creatrice in fatto d'arte, muta e rimuta incessantemente le sue condizioni politiche e sociali, e incessantemente pure le giudica e le descrive. Per tal modo Firenze divenne la patria delle dottrine e delle teoriche, degli esperimenti e dei subiti trapassi, ma anche insieme con Venezia la patria della statistica, e, sola e prima di ogni altro Stato al mondo, la patria della storia intesa nel senso moderno. Nè senza una potente influenza vi rimasero la vicinanza dell'antica Roma e la conoscenza de' suoi storici: infatti Giovanni Villani confessa apertamente, che il primo impulso al suo grande lavoro gli venne dalla sua andata in quella città in occasione del Giubileo del 1300, e che vi pose mano subito dopo il suo ritorno in patria.[136] Ma quanti fra i 200,000 pellegrini di quell'anno avranno avuto uguali attitudini e inclinazioni, e tuttavia non scrissero la storia della loro città! E per vero non tutti potevano fiduciosamente soggiungere come lui: «la nostra città di Firenze è nel suo montare e a seguire grandi cose, siccome Roma nel suo calare, e però mi parve convenevole di recare in un volume tutti i fatti e cominciamenti della città e seguire per innanzi stesamente infino che fia piacere di Dio». E con ciò Firenze ottenne da' suoi storici non solo una testimonianza autentica del modo con cui si svolse la sua vitalità, ma altresì una fama maggiore che qualunque altro Stato d'Italia.[137]
Ma non è del nostro assunto il far qui la storia di questo memorabile Stato, bensì soltanto di additare sommariamente la parte che questa storia ebbe nel risvegliare nei fiorentini tanto amore alla libertà e un senso pratico così profondo.
Intorno all'anno 1300 Dino Compagni descrisse le lotte cittadine del suo tempo. La condizione politica della città, i moventi più riposti dei partiti, il carattere dei capi, tutta insomma la tela delle cause e degli effetti prossimi e remoti vi è rappresentata in modo, che si tocca con mano la superiorità de' suoi giudizi e delle sue narrazioni. E la vittima più illustre di queste crisi, Dante Alighieri, qual tipo d'uomo politico, maturato fra le contradizioni della patria e le torture dell'esiglio! Egli ha scolpito il suo disprezzo pei continui mutamenti e sperimenti di governo in terzine di bronzo,[138] che rimarranno proverbiali dovunque sarà per ripetersi qualche cosa di somigliante: egli ha indirizzato alla sua patria parole tanto orgogliose e appassionate ad un tempo, che il cuore dei fiorentini non potè certo non esserne scosso potentemente. Ma i suoi pensieri si allargano a tutta Italia, anzi a tutto il mondo, e quantunque il suo entusiasmo per l'Impero, come egli lo intendeva, non sia stato che un errore, si dovrà tuttavia confessare pur sempre, che le fantasie giovanili della speculazione politica, che allora era in sul nascere, hanno in lui una sublime grandezza poetica. Egli va superbo di essere stato il primo a mettersi per questa via,[139] guidato a mano senza dubbio da Aristotele, ma pure alla sua maniera padrone di sè e indipendente. Il suo imperatore ideale è un giudice supremo, giusto, benevolo e dipendente solo da Dio, l'erede della signoria mondiale di Roma, voluta dal diritto, dalla natura, dal senno eterno di Dio. La conquista del mondo infatti fu legittima, perchè fu il giudizio di Dio tra Roma e gli altri popoli, e Dio stesso ha riconosciuto il suo impero prendendo spoglie umane sotto di esso, sottomettendosi nella sua nascita al censo di Augusto e nella sua morte al giudizio di Ponzio Pilato; e così via. Che se anche noi non possiamo sempre seguire questo suo modo di argomentare, non manca però mai di commoverci la sua passione. Nelle sue lettere[140] egli è uno dei più antichi nella serie dei pubblicisti, forse il primo fra i laici, che abbia divulgato per proprio conto scritti politici sotto la forma epistolare. A ciò egli pose mano assai presto: subito dopo la morte di Beatrice egli pubblicò un opuscolo sullo stato di Firenze, mandandolo «ai grandi della terra», ed anche le posteriori sue lettere patenti del tempo del suo esilio sono tutte dirette a imperatori, principi e cardinali. In queste lettere e nel libro Del volgare eloquio torna, sotto forme diverse, il sentimento espiato con tanti dolori, che l'esule anche fuori della propria città può trovare una nuova patria intellettuale nella lingua e nella cultura, che da nessuno gli ponno essere tolte; sul qual punto avremo occasione di tornar nuovamente.
Ai Villani, così a Giovanni che a Matteo, andiamo debitori non tanto di profonde considerazioni politiche, quanto di giudizi schietti e convalidati dall'esperienza, degli elementi primi della statistica fiorentina e di notizie importanti sopra altri Stati d'allora[141]. Il commercio e l'industria aveano anche qui dato occasione a studi di economia politica. Sulle condizioni pecuniarie in grande nessuno aveva altrove idee più precise, a cominciare dalla curia papale di Avignone, l'enorme ammontare della cui cassa (25 milioni di fiorini d'oro alla morte di Giovanni XXII) non parrebbe credibile, se non fosse dato da fonti così autorevoli[142]. Qui soltanto, a Firenze, udiamo di prestiti colossali, per esempio di quello del re d'Inghilterra con le case fiorentine Bardi e Peruzzi, le quali ci perdettero un valore di 1,365,000 fiorini d'oro, (1338), danaro proprio e di soci, e tuttavia si riebbero[143]. — Ma la cosa più importante sono le notizie di quello stesso tempo che si riferiscono allo Stato[144], vale a dire: le rendite (oltre a 300,000 fiorini d'oro) e le spese; la popolazione della città (calcolata qui ancora molto imperfettamente, giusta il consumo del pane, in bocche, fatte ascendere a 90,000), e quella dello Stato; l'eccedenza dei nati maschi (da 300 a 500) su 5800 in 6000 battezzati annuali del Battistero[145]; la frequenza delle scuole, in sei delle quali da 8000 a 10,000 fanciulli imparavano a leggere, e da 1000 a 1200 a far conti; oltre a 600 scolari circa, che in quattro scuole venivano istruiti nella grammatica (latina) e nella logica. Segue la statistica dei conventi e delle chiese, degli spedali (con più di 1000 letti complessivamente); il lanificio, con notizie di sommo valore, la zecca, l'approvigionamento della città, i pubblici ufficiali[146] e così via. Altre cose si apprendono incidentalmente, per esempio come nell'erezione delle nuove rendite dello Stato (il monte), i Francescani abbiano predicato dal pulpito in favore, gli Agostiniani e i Domenicani contro di esse[147]; e per ultimo le conseguenze economiche della peste nera (1348) nè furono, nè poterono essere osservate ed esposte in nessuna parte d'Europa, come avvenne in questa città[148]. Un fiorentino soltanto poteva lasciare scritto come tutti si aspettassero che, per la scarsezza degli abitanti, tutti i prezzi delle cose ribassassero, e come invece e viveri e mercedi abbiano incarito del doppio; come il popolo in sulle prime non volesse più lavorare, ma darsi buon tempo; come nella città non potessero più aversi nè servi, nè fantesche se non a prezzi elevatissimi; come i contadini non volessero più coltivare che i terreni migliori, lasciando incolti gli altri e come gli enormi legati lasciati a favore dei poveri apparissero dopo la peste inutili affatto, perchè i poveri o erano morti o poveri più non erano. Per ultimo si ha perfino il saggio di una ampia statistica dei mendicanti della città nell'occasione di un grande legato di sei danari a ciascuno di essi lasciato da un filantropo senza prole.[149]
Quest'arte di valutare statisticamente le cose fu in appresso condotta dai Fiorentini al massimo grado di perfezione, e piace ancor più il vedere come i loro computi lascino per lo più trasparire il loro legame e rapporto colla parte più sostanziale della storia, vale a dire colla cultura generale e coll'arte. Una indicazione dell'anno 1422[150] tocca col medesimo tratto di penna le settantadue botteghe di cambio intorno al Mercato nuovo, l'ammontare del giro di danaro (2 milioni di fiorini d'oro), l'industria allora nuova dell'oro filato, le stoffe di seta, Filippo Brunellesco che disseppellisce l'architettura antica, e Leonardo Aretino, segretario della Repubblica, che risuscita l'antica letteratura ed eloquenza: finalmente la generale prosperità della città allora tranquilla e la buona fortuna d'Italia, che s'era francata dai mercenari stranieri. La statistica di Venezia da noi più sopra riportata (pag. 96), che si riferisce quasi al medesimo anno, parla, invero, di possessi, guadagni e provincie molto maggiori: Venezia da lungo tempo padroneggia il mare colle sue navi, quando Firenze spedisce la sua prima galera ad Alessandria (1422). Ma chi non trova le notizie fiorentine redatte con maggiore ampiezza di vedute? Questi e somiglianti documenti trovansi per Firenze ordinati di decennio in decennio in veri prospetti, mentre altrove nel miglior dei casi si ha qualche isolata indicazione. Da essi impariamo a conoscere approssimativamente gli averi e gli affari dei primi Medici, e vediamo, p. es., come essi dal 1434 al 1471 sborsarono in elemosine, costruzioni pubbliche ed imposte non meno di 663,755 fiorini d'oro, dei quali il solo Cosimo oltre 400,000[151], e come Lorenzo il Magnifico si rallegrasse che quel danaro fosse stato così bene impiegato. Dopo il 1478 si ha poi di nuovo un prospetto assai importante, e perfetto nel suo genere, del commercio e delle industrie della città[152], e in esso parecchi dati che per metà od interamente versano sulla storia dell'arte, come, per esempio, sulle stoffe d'oro e d'argento e sui damaschi, sull'intaglio e l'intarsio, sulla scultura dei rabeschi in marmo e pietra calcare, sui ritratti in cera, sull'oreficeria e sulla gioielleria. E il genio innato de' Fiorentini per il computo di tutta la vita esterna si mostra perfino nei loro libri di amministrazione famigliare, commerciale ed agricola, che di gran lunga primeggiano su quelli di tutti gli altri europei del secolo XV. Al qual proposito non possiamo astenerci dal dire che felicissima fu l'idea di pubblicarne dei brani scelti[153], non ostante che molti studi saranno ancor necessari per desumerne risultati precisi e generali. In ogni caso, anche in questo si dà a conoscere la città, nella quale i padri morenti pregano per testamento la Signorìa d'imporre ai loro figli una multa di 1000 fiorini d'oro, se non eserciteranno veruna industria regolare.[154]
Per la prima metà del secolo XVI poi nessuna città forse al mondo possiede un documento simile alla splendida descrizione di Firenze lasciata dal Varchi.[155] Come in molti altri rapporti, anche nella statistica descrittiva qui ci viene presentato un'ultima volta un raro modello, prima che la libertà e la grandezza di questa città discendano nel sepolcro.[156]
Ma accanto a questo computo dell'esistenza esterna procedeva di pari passo quella continua pittura della vita politica, di cui più sopra s'è fatto cenno. Firenze non solo perdura in mezzo a forme e mutazioni di governo più frequenti che in qualsiasi altro Stato libero d'Italia e dell'intero occidente, ma ne rende conto altresì in modo incomparabilmente più esatto. Essa è lo specchio più fedele dei mutevoli rapporti dei singoli individui o di intere classi verso un tutto estremamente variabile. I quadri delle grandi demagogie cittadine in Francia e nelle Fiandre, quali ci vengono delineati da Froissart, i racconti delle cronache tedesche del secolo XIV hanno invero un'importanza universalmente riconosciuta, ma quanto alla pienezza degli argomenti e allo svolgimento razionale del corso degli avvenimenti restano infinitamente al di sotto alle descrizioni dei Fiorentini. Aristocrazia, tirannide, lotta delle classi medie col proletariato, democrazia piena, mezza ed apparente, primato di una famiglia, teocrazia (con Savonarola), e così via, sino a quelle forme miste che prepararono l'usurpazione medicea, tutto è scritto in modo che i più riposti moventi degli attori vengono messi in piena luce.[157] Per ultimo il Machiavelli nelle Istorie fiorentine (sino al 1492) considera la sua città come un essere vivente, e come individuali e volute dalle stesse leggi di natura le vicende che accompagnarono il suo svolgimento; primo fra i moderni, che abbia saputo sollevarsi a tanto. Non è del nostro assunto il ricercare se ed in quali punti egli abbia fatto con ciò violenza alla storia, come gl'intervenne nella vita di Castruccio Castracane, tipo di tiranno da lui arbitrariamente ideato; ma se anche nelle Storie fiorentine vi fosse ad ogni linea qualche cosa da eccepire, non ne resterebbe per questo scemato il valore sommo, inestimabile, che hanno nel loro complesso. E i suoi contemporanei e continuatori, Jacopo Pitti, Guicciardini, Segni, Varchi, Vettori, quale corona di nomi gloriosi! E che storia è quella che è scritta da tali maestri! Niente meno che il gran dramma degli ultimi decenni della repubblica fiorentina! In questa immensa eredità di memorie sulla caduta della città più agitata e più originale del mondo d'allora sia pure che altri non vegga se non una congerie d'interessanti curiosità, altri si compiaccia con gioja maligna di scorgere il naufragio di ogni idea nobile e grande, ed altri ancora non vi ripeschi che i materiali come di una gigantesca procedura giudiziaria; ad ogni modo essa non cesserà di rimanere l'oggetto delle più serie considerazioni sino alla consumazione dei secoli. Il tarlo che ad ogni istante rodeva ogni cosa, era la signorìa di Firenze su nemici soggiogati una volta potenti, come i Pisani, che di necessità manteneva uno stato di violenza perenne. L'unico rimedio, violento esso pure, che solo il Savonarola, ma non senza il soccorso di circostanze al tutto favorevoli, avrebbe potuto far accettare, sarebbe stato lo scioglimento, fatto a tempo, della Toscana in una federazione di città libere, pensiero che, come ritardato sogno febbrile, condusse poi al patibolo (1548) un patriotta lucchese.[158] Da questo malanno e dalla malaugurata simpatia guelfa de' Fiorentini per un principe forestiero, come altresì dalla conseguente abitudine agli interventi stranieri, provennero tutti gli altri infortuni. Ma chi, in onta a ciò, non vorrà ammirare questo popolo, che sotto la guida del santo suo monaco, sostenuto in un continuo entusiasmo, dà il primo esempio in Italia della pietà verso i vinti nemici, mentre tutte le memorie del tempo passato non gli predicano che la vendetta e la distruzione? Bensì l'ardore che qui fonde insieme i sentimenti di patriottismo e di entusiasmo religioso e morale, guardato dopo alcuni secoli, sembra essersi spento assai prestamente; ma non è men vero per questo, che i suoi migliori effetti si videro nuovamente rifulgere nel memorabile assedio degli anni 1529-30. Furono «pazzi» senza dubbio, come il Guicciardini allora scriveva, coloro che attirarono sopra Firenze quella tempesta, ma egli stesso confessa che fecero cosa non creduta possibile; e se stima che i savi avrebbero evitata quella sciagura, ciò non significa altro se non che Firenze avrebbe dovuto ingloriosamente e senza una parola di protesta darsi in mano a' suoi nemici. Vero è che in tal caso essa avrebbe conservato i suoi magnifici sobborghi e i giardini e la vita e il benessere d'innumerevoli cittadini; ma le mancherebbe altresì una delle più grandi e più gloriose pagine della sua storia.
I Fiorentini sono in parecchi pregi il modello e la primissima espressione degl'Italiani e dei moderni europei, ma sono tali altresì, ed in più guise, quanto ai difetti. Quando Dante a' suoi tempi paragonava Firenze, che non cessa di correggere la propria costituzione, con quell'inferma che sempre muta lato per sottrarsi a' suoi dolori, egli esprimeva con questo paragone uno dei caratteri più stabili di questa città. Il grande errore moderno che una costituzione possa farsi e rifarsi mediante il calcolo delle forze e dei partiti esistenti,[159] a Firenze si vede risorgere sempre in tempi di qualche commozione, e il Machiavelli stesso non ne andò immune. Egli è allora che si vedono farsi innanzi certi artefici di Stati, che con un artificioso spostamento e frastagliamento del potere, con sistemi elettorali lambiccatissimi, con magistrature di sola apparenza e simili, vogliono fondare uno stato di cose durevole, e accontentare o almeno illudere tutte le parti. Essi copiano in ciò con molta ingenuità i tempi antichi e finiscono perfino col prendere a prestito da quelli i nomi stessi delle fazioni, come per esempio, degli ottimati, dell'aristocrazia ecc.[160] D'allora in poi il mondo s'è abituato a queste denominazioni e ha dato ad esse un senso convenzionale europeo, mentre dapprima tutti i nomi dei partiti erano particolari e diversi secondo i diversi paesi, e o designavano direttamente la cosa, o nascevano dal capriccio del caso. Ma quanto il solo nome non dà o toglie di colorito alle cose!
Ma fra tutti coloro che s'immaginavano di poter costruire uno Stato,[161] il Machiavelli è senza paragone il più grande. Egli usa delle forze esistenti come di forze vive ed attive, le alternative che ci pone dinanzi sono giuste e grandiose, e non cerca mai d'illudere nè sè stesso, nè gli altri. In lui non vi è nemmen l'ombra della vanità e della millanteria, anzi egli non scrive nemmeno pel pubblico, ma soltanto per qualche autorità, o per principi ed amici. Il suo pericolo non istà mai in una falsa genialità o in una falsa deduzione di idee, ma bensì in una gagliarda fantasia, ch'egli domina a stento. La sua obbiettività politica, non v'ha dubbio, è talvolta di una sincerità spaventosa, ma essa è sorta in tempi di estreme miserie e pericoli, nei quali senza di ciò gli uomini non potevano così di leggieri credere più nè al diritto, nè alla giustizia. Nè una virtuosa indignazione contro di essa può aspettarsi da noi, che siamo stati nel nostro secolo spettatori di quanto hanno fatto le Potenze in un senso e nell'altro. Il Machiavelli almeno era capace di dimenticare sè stesso per la cosa pubblica. In generale egli è un patriota nel più stretto senso della parola, quantunque i suoi scritti (poche parole eccettuate) sieno privi affatto di vero entusiasmo, e quantunque i fiorentini stessi lo abbiano da ultimo considerato come un ribaldo.[162] Ma per quanto egli ne' suoi costumi e nei discorsi, come allora la maggior parte, fosse corrivo e licenzioso, certo è che la salute della patria era sempre in cima de' suoi pensieri. Il suo più completo programma per l'ordinamento di un nuovo Stato a Firenze trovasi nel suo Memoriale da lui indirizzato a Leone X[163] e scritto dopo la morte di Lorenzo de' Medici il giovane, duca di Urbino (morto nel 1519), al quale egli aveva dedicato il suo libro del Principe. Le cose sono agli estremi e la corruzione prevale universalmente, quindi anche i rimedi proposti non hanno sempre un carattere di troppa moralità; ma in ogni caso riesce interessantissimo il vedere come egli speri di sostituire ai Medici, qual loro erede, la repubblica, e precisamente una repubblica sorta tutta dalla borghesia. Non è possibile immaginare un edificio, come questo, più ricco di concessioni al Papa, a' suoi aderenti, e ai diversi interessi de' Fiorentini: si crederebbe quasi di guardar dentro al meccanismo di un orologio. Molti altri principii, osservazioni, confronti, viste politiche e simili per Firenze trovavansi nei Discorsi, nei quali tralucono qua e là lampi di maravigliosa bellezza. In un punto, ad esempio, egli ci dà la legge, secondo la quale progrediscono e si sviluppano, ma non senza urti violenti, le repubbliche, e vuole che lo Stato sia mobile e capace di cangiamenti, perchè con questo mezzo soltanto si evitano i precipitati giudizi di sangue e le condanne di esiglio. Per un identico motivo, vale a dire, per evitare le violenze private e gl'interventi stranieri («peste della libertà»), desidera di veder stabilita contro i cittadini più odiati una procedura giudiziaria (accusa), in luogo della quale Firenze da tempo remotissimo non aveva avuto che il tribunale della maldicenza. Da vero maestro egli caratterizza le risoluzioni forzate e tardive, che nei tempi agitati delle repubbliche ricorrono così frequentemente. In mezzo a tutto ciò la fantasia e la miseria de' tempi lo seducono di quando in quando a intonare apertamente le lodi del popolo, che ha maggior tatto di qualunque principe nella scelta degli uomini e che è più docile ai consigli, che lo salvano dalle vie dell'errore.[164] Quanto alla signoria su tutta la Toscana, egli non dubita nemmeno che essa spetti alla sua città, e riguarda quindi (in uno speciale discorso) il riassoggettamento di Pisa come una questione di vita o di morte: egli deplora che, dopo la ribellione del 1502, si abbia lasciato sussistere Arezzo, e in generale si mostra persuaso, che le repubbliche italiane dovrebbero potersi muovere liberamente al di fuori e ingrandirsi, per non essere esse stesse assalite e per goder la pace all'interno; ma Firenze ha fatto le cose sempre a rovescio, e così da tempo antichissimo si è inimicata mortalmente con Pisa, Siena e Lucca, mentre Pistoia «trattata fraternamente» si è sottomessa di proprio impulso.[165]
Sarebbe ingiusto il voler anche solo porre a riscontro le poche altre repubbliche, che ancora esistevano nel secolo XV, con quest'unica di Firenze, che senza paragone fu la sede più importante del moderno spirito italiano, anzi europeo. Siena soffriva di vizi organici profondi, e la sua relativa prosperità nell'industria e nelle arti non deve a questo riguardo trarci in errore. Enea Silvio dalla sua città natale guarda con occhio appassionato[166] alle «fortunate» città tedesche dell'Impero, dove l'esistenza non è amareggiata da nessuna confisca degli averi e delle eredità, dove non esistono nè fazioni, nè arbitrii.[167] — Genova non entra quasi nella cerchia delle nostre considerazioni, poichè prima dei tempi di Andrea Doria non ebbe pressochè parte veruna al Rinascimento, anzi gli abitanti della Riviera passavano in tutta Italia per nemici di qualsiasi cultura.[168] Le lotte dei partiti hanno in questa repubblica un carattere così selvaggio e sono accompagnate da scosse così violente, che quasi non si sa capire come, dopo tante rivoluzioni e occupazioni straniere, i genovesi abbiano pure trovato modo di acquetarsi in uno stato di cose almen tollerabile. Ma forse ciò dipendette dall'essere tutti quelli, che avevano parte alla cosa pubblica, quasi senza eccezione addetti al tempo stesso al commercio.[169] E Genova ci mostra in modo maraviglioso sino a qual grado d'incertezza il commercio esercitato in grande e la ricchezza possano perdurare e con quale stato interno di cose sia conciliabile il possesso di lontane colonie.
Lucca non ha molta importanza nel secolo XV. Dei primi decenni di esso, nei quali la città viveva sotto la pseudo-tirannide della famiglia Guinigi, ci è stato conservato un giudizio dello storico lucchese Giovanni di Ser Cambio, che può riguardarsi in generale come un documento parlante della condizione di tali famiglie regnanti nelle repubbliche.[170] L'autore tratta del numero e della ripartizione delle truppe mercenarie nella città e nel territorio, non che del conferimento di tutti gli uffici a scelti aderenti della famiglia che padroneggia; designa tutte le armi che si trovano in possesso de' privati, e parla del disarmo delle persone sospette; in seguito passa a dire della sorveglianza esercitata sopra i banditi, i quali sono obbligati a rimanere nel luogo loro assegnato sotto pena di una totale confisca dei loro beni, degli atti segreti di violenza commessi per togliere di mezzo ribelli creduti pericolosi, dei modi con cui alcuni commercianti emigrati furono costretti a tornare. Segue una descrizione delle pratiche fatte per impedire possibilmente la riunione della maggiore assemblea dei cittadini (Consiglio generale), sostituendovi soltanto una Commissione composta di partigiani della casa regnante in numero di dodici o diciotto, e toccasi della restrizione di tutte le spese a favore dei mercenari, indispensabili per non vivere in continue paure e pericoli, e che bisognava tenere allegri (i soldati si faccino amici, confidenti e savî). Per ultimo si parla delle miserie del tempo, dello scadimento dell'arte della seta, nonchè di tutte le altre industrie, e della coltivazione dei vini, e si propone come rimedio un dazio elevato sui vini forastieri e l'obbligo assoluto, da imporsi al contado, di comperare ogni cosa in città, i soli mezzi di sussistenza eccettuati. — Questo notevolissimo documento avrebbe bisogno anche per noi di un commento circostanziato: qui lo citiamo soltanto come una delle molte prove di fatto, che in Italia la riflessione politica si svolge assai prima che in tutti i paesi del settentrione.