CAPITOLO VIII. L'eloquenza latina.

Indifferenza rispetto alla condizione dell'oratore. — Discorsi solenni di materia politica o in occasioni di ricevimento. — Orazioni funebri. — Discorsi accademici e allocuzioni militari. — Prediche latine. — Rinnovamento dell'antica rettorica. — Forma e contenuto; citazioni. — Concioni finte. — Scadimento dell'eloquenza.

Più splendida ancora, che quella dell'epistolografo, è la posizione dell'oratore[476] in un'epoca e presso un popolo, in cui l'ascoltare è un piacere assai ricercato e in cui inoltre le memorie del senato romano e de' suoi oratori signoreggiano tutte le menti. L'eloquenza appare ora completamente emancipata dalla Chiesa, dove nel medio-evo aveva trovato il suo rifugio: essa è oggimai un elemento necessario, ed un ornamento di ogni uomo posto in condizione alquanto elevata. Moltissimi momenti solenni della vita, che ora sono riempiti dalla musica, in allora erano consacrati a lunghe concioni latine o italiane. Noi lasciamo al lettore intera libertà di giudizio sulla maggiore opportunità dell'uno o dell'altro di tali trattenimenti.

La condizione dell'oratore era perfettamente indifferente; ciò che innanzi tutto si ricercava in lui era un ingegno e una cultura umanistica superiori ad ogni critica. Alla corte di Borso in Ferrara il medico del duca, Girolamo da Castello, dovette far gli onori del ricevimento con un discorso tanto all'imperatore Federico III, che al papa Pio II.[477] Egli era d'uso altresì che laici, anche ammogliati, potessero salire il pergamo nelle chiese e parlare di là in ogni occasione solenne o funebre, e perfino nelle feste di alcuni santi. Ai Padri non italiani del Concilio di Basilea parve cosa un po' strana quando l'arcivescovo di Milano nel giorno di S. Ambrogio chiamò a tesserne le lodi Enea Silvio, che non aveva ancora ricevuto verun ordine sacro; ma in fine vi si adattarono e stettero ad udirlo con la più viva attenzione.[478]


Diamo ora uno sguardo generale alle occasioni più importanti e più frequenti delle pubbliche concioni. Non per nulla, innanzi tutto, si dicono oratori gli inviati da Stato a Stato: accanto alle negoziazioni segrete vi era sempre anche un inevitabile apparato esterno, un discorso pubblico, recitato con pompa più che si poteva solenne.[479] Ordinariamente uno del personale della ambasceria, spesso assai numerosa, prendeva la parola per tutti; ma una volta accadde a Pio II, dal quale, come profondo conoscitore, ognuno ambiva di essere sentito, che dovette ascoltare, l'un dopo l'altro, tutti gl'inviati.[480] Poi parlavano volentieri anche i principi, per lo più dotti e ugualmente padroni delle eleganze latine e italiane. I figli della famiglia Sforza furono assai per tempo abituati a tali esercizi: Galeazzo Maria, ancor giovanissimo, recitò nel 1455 una lunga arringa dinanzi al Gran Consiglio di Venezia,[481] e sua sorella Ippolita salutò nel 1459 al Congresso di Mantova il papa Pio II con un forbito discorso.[482] Lo stesso Pio II s'è preparata da sè l'alta posizione cui giunse col fascino irresistibile della sua eloquenza, nè senza essa forse vi sarebbe mai giunto, in onta a tutta la sua abilità diplomatica e alla sua vasta dottrina. «Nulla infatti (dice un contemporaneo) rapiva, quanto l'impeto della sua parola».[483] Questa fu certo la causa principale, per cui moltissimi lo reputarono degno del Papato, ancora prima che fosse eletto.

Oltre a ciò, l'uso era che in ogni solenne ricevimento si recitasse dinanzi ai principi una orazione, che di frequente durava una qualche ora. Naturalmente ciò non accadeva se non quando il principe era noto per particolare amore all'eloquenza, vero o finto che fosse,[484] e quando si aveva alle mani un abile oratore, ad esempio, un letterato di corte, un professore di università, un funzionario pubblico, un medico od un ecclesiastico.

Del resto si afferrava avidamente anche qualsiasi altra occasione politica, e, secondo la fama dell'oratore, era più o meno grande il concorso dei cultori dell'arte. Nelle nomine annuali dei pubblici ufficiali e nell'ingresso de' nuovi vescovi un qualsiasi umanista non dovea mancare di arringarli con un discorso o talvolta anche con odi saffiche e con esametri;[485] e alla sua volta nessun funzionario pubblico poteva assumere il suo ufficio senza tenere un indispensabile discorso di circostanza, per esempio, sulla giustizia, e simili: e fortunato colui, che meglio riusciva. In Firenze si costrinsero perfino i Condottieri, chiunque fossero, a seguir l'uso comune, facendoli arringare, nel momento di conferir loro il supremo comando, dal più dotto dei segretari dello Stato in presenza di tutto il popolo.[486] Sembra che nella Loggia dei Lanzi, l'aula solenne dove il governo soleva presentarsi al pubblico, esistesse una tribuna apposita per gli oratori (rostro, ringhiera).


I giorni anniversari della morte di qualche principe venivano in modo speciale solennizzati con discorsi commemorativi. Anche l'orazione funebre propriamente detta era quasi sempre di spettanza particolare dell'umanista, il quale la recitava in chiesa, ma senza indossare altre vesti che le proprie, e non soltanto sulla bara dei principi, ma anche di pubblici funzionari o di qualsiasi personaggio ragguardevole.[487] Altrettanto accadeva dei discorsi in occasione di sponsali e di nozze, salvo che questi non si tenevano (a quanto sembra) nella chiesa, ma bensì nel palazzo del Comune; quello del Filelfo per gli sponsali di Anna Sforza con Alfonso d'Este fu tenuto nel castello di Milano. (Ma potrebbe anche essere stato pronunciato nella cappella del Palazzo). Anche illustri famiglie private si compiacevano di tali discorsi, come di un lusso, che ne appagava la vanità. In tali occasioni a Ferrara si usava, senz'altro, di pregare il Guarino[488] a voler mandare qualcuno de' suoi scolari. La Chiesa, come tale, non interveniva nè nelle nozze, nè nei funerali se non colle proprie ceremonie.

Dei discorsi accademici, quelli fatti in occasione dell'insediamento di nuovi professori, o tenuti dai professori stessi nell'apertura dei corsi delle loro lezioni,[489] abbondavano per lo più di molte frondi rettoriche. L'ordinaria lezione dalla cattedra s'accostava anch'essa assai di frequente ad una orazione propriamente detta.[490]

Quanto alle arringhe degli avvocati, esse assumevano questa o quella forma secondo la qualità dell'uditorio, dinanzi al quale dovevano essere pronunciate; ma anch'esse talvolta s'infioravano di ornamenti raccolti nel campo della filosofia e dell'antiquaria.

Un genere affatto speciale di eloquenza era quello delle allocuzioni militari, che si tenevano sempre in lingua italiana prima o dopo la battaglia. In queste avea fama di eccellente Federigo da Urbino,[491] la cui parola infondeva un vero entusiasmo nelle schiere pronte per la battaglia. Taluna di queste allocuzioni riportate dagli scrittori di cose militari del secolo XV, per esempio dal Porcellio (v. pag. 135), può sembrar finta in parte, ma in parte si basa effettivamente su parole, che furono pronunciate. Qualche cosa di diverso erano invece le allocuzioni alla milizia fiorentina, organizzata sino dall'anno 1506 principalmente per impulso del Machiavelli,[492] in occasione delle riviste e, più tardi, nella ricorrenza di una speciale festività annua. Esse non miravano che a tener vivo il patriottismo in generale, ed erano pronunciate nella chiesa di ogni quartiere, dinanzi alle milizie stesse quivi raccolte, da un cittadino armato di corazza e con una spada in mano.


Finalmente la predica propriamente detta talvolta non si differenzia nel secolo XV quasi in nulla dall'orazione, in quanto che molti ecclesiastici s'erano messi anch'essi allo studio dell'antichità e volevano esservi tenuti per qualche cosa. Vediamo infatti che un oratore affatto popolare, quale fu Bernardino da Siena, venerato come santo, si credette in dovere di non dispregiare i precetti rettorici del celebre Guarino, quantunque non si fosse proposto di predicare che in lingua italiana. Le esigenze, specialmente verso i predicatori della quaresima, non erano senza dubbio in allora minori, che in qualsiasi altro tempo; e qua e colà s'incontrava anche un uditorio, che era in grado di star ad udire questioni di filosofia trattate dal pergamo, e che anzi, a titolo di cultura, le pretendeva.[493] Ma qui noi parliamo specialmente dei più illustri predicatori latini di circostanza. Più di una volta, come s'è detto, l'occasione veniva loro rubata dai dotti laici, ai quali di regola lasciavansi tutte le orazioni panegiriche e funebri, i discorsi gratulatori o per nozze o per ingresso di vescovi o per celebrazione di prime Messe, come anche le orazioni solenni nelle feste commemorative di qualche ordine religioso.[494] Ma alla corte papale, qualunque fosse la circostanza, i predicatori ordinariamente nel secolo XV non erano che monaci. Sotto il pontificato di Sisto IV Jacopo da Volterra nomina e critica severamente, dal punto di vista dell'arte, questi oratori.[495] Fedra Inghirami, celebre per tal genere di orazioni al tempo di Giulio II, aveva almeno ricevuto gli ordini sacri e godeva un canonicato in S. Giovanni Laterano; ed anche altrove contavasi già tra i prelati buon numero di latinisti eleganti. In generale col secolo XVI cominciano a scemare, tanto in questo come in altri riguardi, i privilegi dapprima eccessivi degli umanisti profani; ma di ciò avremo occasione di parlare più innanzi.


Ora quale era propriamente l'indole e la sostanza di questi discorsi presi nel loro insieme? Una naturale facilità a ben parlare non pare che sia mai mancata agli italiani neanche nel medio-evo, e da tempo antichissimo fra le sette arti liberali ce n'era anche una, che si diceva la rettorica; ma, se si restringe il discorso al risveglio dell'arte antica, questo merito, a quanto ne riferisce Filippo Villani, deve ascriversi tutto ad un Bruno Casini fiorentino,[496] che morì ancor giovane della pestilenza del 1348. Con intendimenti affatto pratici, vale a dire, per addestrare i fiorentini a parlare facilmente e con garbo nei Consigli e nelle pubbliche assemblee, egli dava precetti, sulla scorta degli antichi, intorno all'invenzione, alla declamazione, al gesto e al modo di contenersi in generale. Ma anche senza di questa, non mancano altre testimonianze, le quali parlano di una educazione rettorica vôlta tutta alla pratica; nulla infatti nella vita d'allora sembrava tanto in pregio, quanto il poter con elegante improvvisazione latina suggerire in qualsiasi circostanza una deliberazione od un provvedimento pubblico. Lo studio sempre crescente delle orazioni di Cicerone e de' suoi scritti teorici, di Quintiliano e dei panegiristi imperiali, la comparsa di appositi manuali,[497] gli aiuti che si traevano dal progredire continuo della filologia in generale, e la grande abbondanza di materiali antichi, con cui si poteva e doveva infiorare i propri pensieri, furono circostanze che contribuirono non poco a dare un carattere affatto nuovo all'eloquenza.


Questo carattere, tuttavia, è assai differente secondo gl'individui. Alcuni discorsi hanno l'impronta della vera eloquenza, specialmente quelli, che non divagano dall'argomento, e tali sono, generalmente parlando, tutti i discorsi di Pio II, che sono pervenuti sino a noi. Dopo ciò, i prodigiosi effetti che ottenne Giannozzo Manetti,[498] lasciano presupporre anche in lui uno di quegli oratori, dei quali v'è scarsezza in ogni tempo. Le arringhe da lui tenute dinanzi a Nicolò V e ai Dogi e al Consiglio di Venezia erano altrettanti avvenimenti, la cui memoria sopravvisse per lungo tempo. Per converso, molti oratori profittavano dell'occasione per stemperare il discorso in adulazioni verso illustri uditori e per affastellarvi alla rinfusa un ammasso enorme di erudizione. Come fosse possibile affaticar in tal modo l'attenzione altrui per due o tre ore di seguito, è cosa che non si spiega se non dal grande interessamento, che allora si nutriva per l'antichità, e dalla imperfezione e relativa rarità dei libri, prima della diffusione della stampa. Tali discorsi avevano però sempre quella specie di merito, che noi abbiamo cercato di rivendicare ad alcune lettere del Petrarca (v. pag. 270). Ma taluni andavano troppo oltre. La maggior parte delle orazioni del Filelfo sono un labirinto inestricabile di citazioni classiche e bibliche, innestate in una tessera generale di luoghi comuni: in mezzo a ciò la personalità dei grandi, che egli vuol celebrare, è giudicata sopra uno schema qualunque (per esempio, le virtù di un cardinale), e si dura una fatica enorme a cavarne i pochi dati preziosi per la storia, che vi stanno per entro. Il discorso di un professore e letterato di Piacenza, fatto pel ricevimento del duca Galeazzo Maria nell'anno 1467, comincia col parlare di C. Giulio Cesare, passa quindi a fare uno strano miscuglio di citazioni antiche e di allusioni ad un opera allegorica sua propria, e conclude con ammaestramenti buoni, ma in quel caso indiscreti, al principe stesso.[499] Per buona ventura di quest'ultimo, la sera era già di troppo inoltrata per poterlo recitare, e l'oratore dovette accontentarsi di presentarlo manoscritto. Anche il Filelfo comincia un'orazione nuziale colle parole: Quel peripatetico Aristotile ecc. Altri esclamano sino dal bel principio: Pubblio Cornelio Scipione ecc., proprio come se essi e i loro uditori fossero impazienti di avere una citazione. Col finire del secolo XV il gusto si purifica tutto ad un tratto, specialmente per opera de' Fiorentini: d'allora in poi si procede con molto maggiore parsimonia nelle citazioni, anche perchè in quel frattempo s'era di molto accresciuto il numero delle opere da consultare, nelle quali del resto chiunque avrebbe potuto trovar pronti tutti quegli artifici, coi quali sino a questo tempo era stato possibile di destare l'ammirazione dei principi e lo stupore dei popoli.

Siccome i discorsi per la maggior parte venivano preparati al tavolo, così i manoscritti servirono immediatamente ad una ulteriore diffusione e pubblicazione dei medesimi. Per converso, ai grandi improvvisatori bisognava tener dietro facendo uso della stenografia.[500] — Inoltre non tutte le orazioni che possediamo, erano destinate alla recitazione; per esempio, il panegirico di Beroaldo il vecchio per Lodovico il Moro è un lavoro, che non fu se non inviato per iscritto.[501] E a quel modo che si scrivevano lettere con indirizzi immaginari per tutte le parti del mondo, come semplici esercitazioni e formulari, od anche come scritti d'occasione, così vi erano anche discorsi per circostanze affatto inventate,[502] quasi altrettanti modelli per allocuzioni a grandi dignitari, principi, vescovi e simili.


Anche per l'eloquenza la morte di Leone X (1521) e il sacco di Roma (1527) segnano il termine della decadenza. Sfuggito a stento all'eccidio della città eterna, il Giovio accenna,[503] da un punto di vista troppo ristretto, ma tuttavia con molta verità, alle cause di quello scadimento con queste parole:

«Le rappresentazioni delle commedie di Plauto e di Terenzio, una volta scuola utilissima di eleganze latine per gli illustri romani, sono sbalzate di seggio dalle commedie italiane. Il forbito oratore non trova più nè ricompense, nè onori, come prima. Per ciò gli avvocati concistoriali, ad esempio, non lavorano che i proemi dei loro discorsi, e nel resto declamano scompostamente ed a sbalzi, secondo l'impressione del momento. Anche i discorsi di circostanza e le prediche sono in gran decadenza. Se si ha da fare un'orazione funebre per un cardinale o per qualsiasi altro grande personaggio, gli esecutori testamentarii non si rivolgono al migliore oratore della città, che dovrebbero retribuire con un centinaio di monete d'oro, ma prendono a pigione per poco o per nulla il primo vanitoso pedante che capita loro tra le mani, il quale non aspira ad altro, fuorchè a correre per le bocche di tutti, sia pure per essere soltanto biasimato. Il morto, si dice, non ne sa nulla, quand'anche salisse in cattedra una scimmia vestita a lutto e vi intonasse un rauco piagnisteo, che finisse in un ululato sempre più forte. Anche le prediche solenni, che si tengono in occasione delle grandi ceremonie e feste papali, non danno più alcun vero lucro; monaci di tutti gli ordini ne hanno avocato a sè il monopolio e predicano nella maniera la più grossolana. Ancora pochi anni or sono una predica di questo genere, recitata alla presenza del Papa, poteva servire di scala ad un vescovato».