CAPITOLO I. La Moralità.
Canoni critici. — Coscienza della demoralizzazione. — Sentimento moderno dell'onore. — Predominio della fantasia. — Tendenza al giuoco ed alla vendetta. — Offese alla fede coniugale. — Situazione morale della donna. — L'amore spiritualizzato. — Tendenza generale al delitto. — Il malandrinaggio. — L'assassinio pagato, gli avvelenamenti. — Malfattori in senso assoluto. — La moralità in rapporto con lo sviluppo della vita individuale.
Il rapporto dei singoli popoli con le idee più sublimi, Dio, la virtù e l'immortalità, può bensì fino ad un certo punto essere investigato, ma non sarà mai suscettibile di venir con rigoroso metodo comparativo rappresentato. In questo riguardo quanto più le testimonianze sembrano esplicite, tanto più cauti si deve andare nell'accettarle e più ancora nel generalizzarle.
Questo principio deve valere innanzi tutto per qualsiasi giudizio intorno alla moralità. Fra i diversi popoli potrannosi mostrare molti contrasti e gradazioni diverse; ma per tirar la somma assoluta delle loro colpe, l'intelletto umano non ha forze bastanti. Il distinguere nella vita di un popolo ciò che esso deve al suo carattere nazionale da ciò che è il prodotto della sua libera attività e della sua riflessione, rimarrà sempre un enigma anche per questo, che i difetti hanno un lato rovescio, nel quale appajono invece qualità nazionali, anzi virtù. Lasciamo adunque che si sfoghino a lor talento quegli scrittori, che si dilettano d'infliggere alle nazioni censure generali e talvolta anche violente. I popoli occidentali potranno bensì maltrattarsi l'un l'altro, ma, per buona ventura, non mai giudicarsi a vicenda. Una grande nazione, che con la sua cultura, con le sue gesta e con le sue vicende è strettamente collegata colla vita di tutto il mondo moderno, non si preoccupa gran fatto nè di evitare accuse, nè di trovare difese, e continua la sua vita con o senza il beneplacito dei teorici.
Conformemente a ciò, quello che segue lungi dall'essere un giudizio, non è che una serie di osservazioni a guisa di postille, quali nacquero da sè da uno studio proseguito per molti anni sul Rinascimento italiano. Il loro valore intrinseco è poi tanto più limitato, in quanto per la maggior parte si riferiscono alla vita delle classi più elevate, rispetto alle quali noi abbiamo senza confronto, tanto nel bene che nel male, molto più ampie informazioni in Italia, che non in qualsiasi altro paese europeo. Siccome però, rispetto all'Italia, la lode ed il biasimo si fanno anche sentire più altamente che altrove, così neanche con ciò noi ci troviamo d'un passo più avanzati sulla via d'un generale apprezzamento della moralità.
Quale occhio può penetrare nelle profondità, dove si formano i caratteri e i destini dei popoli, — dove gli elementi innati e quelli acquisiti si fondono insieme e diventano una seconda, una terza natura, — dove anche le attitudini mentali, che a prima vista si crederebbero originarie, si svolgono soltanto in un'epoca relativamente tarda e sotto forme del tutto nuove? E, per dare un esempio, chi potrebbe dire se gl'Italiani vissuti prima del secolo XIII abbiano posseduto, o no, quella pienezza di vita e di forza, quella attitudine a fondere plasticamente nella parola e nella forma, quasi scherzando, qualsiasi concetto, che loro furono proprie più tardi? — E se non sappiamo nemmeno questo, come possiamo noi giudicare quel complesso di rapporti infinitamente varii e delicati, per mezzo dei quali lo spirito e la moralità incessantemente si compenetrano ed identificano tra loro? Un tribunale pei singoli individui lo si ha, e la sua voce è quella della coscienza; ma chi oserà pronunciare sentenze generali sui popoli? Quello fra essi, che più sembra infermo, può essere invece il più prossimo alla guarigione, e un altro apparentemente sano può covare in sè un germe di morte certa e sicura, che però non si manifesterà se non nel dì del pericolo.
Al principio del secolo XVI, quando la cultura del Rinascimento era giunta alla sua maggior perfezione e al tempo stesso la rovina politica della nazione era divenuta omai irreparabile, non mancarono gravi pensatori, che vollero vedere un nesso tra quest'ultimo fatto e la grande immoralità, che allora regnava. Nè sono già quei queruli predicatori, che sogliono alzar la voce contro la depravazione dei costumi in ogni tempo e presso ogni popolo; ma è lo stesso Machiavelli, che in una delle più meditate fra le sue opere[295] apertamente il confessa: «pur troppo, noi Italiani siamo in modo particolare irreligiosi e corrotti». — Un altro forse avrebbe detto: noi siamo giunti ad un grado eccezionale di sviluppo individuale; coi pregiudizi di casta abbiamo spezzato anche i vincoli d'una morale e d'una religione pregiudicate, e delle leggi esterne non ci curiamo, perchè i nostri tiranni sono illegittimi e i loro giudici e subalterni gente guasta e corrotta. — Machiavelli invece soggiunge: «perchè la Chiesa e i suoi ministri danno il pessimo di tutti gli esempi».
Dovremo noi alla nostra volta aggiungere ancora: «perchè l'antichità esercitò a questo riguardo una fatale e perniciosa influenza?» — Ma, in tal caso, la proposizione va accolta colle necessarie riserve. Infatti, se essa potrebbe aversi come vera rispetto agli umanisti (v. vol. I, pag. 365), tenuto conto della loro vita disordinata e sensuale, non potrebbe riguardarsi come tale rispetto agli altri, dei quali si direbbe tutt'al più aver essi, dopo che si famigliarizzarono coll'antichità, sostituito all'ideale della vita cristiana (la santità) il culto della grandezza storica (v. vol. I, pag. 203 nota). E da ciò accadde altresì, per un equivoco del resto assai naturale, che si ebbe una certa indulgenza anche pei difetti, appunto perchè, in onta ad essi, gli uomini grandi non cessarono di esser tali. Probabilmente la cosa avvenne senza che vi si ponesse mente, poichè se si volesse addurne in prova delle testimonianze, queste non si potrebbero trovare pur sempre che presso gli umanisti, come, ad esempio, presso Paolo Giovio, che scusa coll'esempio di Giulio Cesare lo spergiuro di Giangaleazzo Visconti, inquanto per esso fu resa possibile la fondazione di uno Stato.[296] Ma nei grandi storici e politici fiorentini simili citazioni servili non s'incontrano mai, perchè ciò che nei loro giudizi e nelle loro azioni ha colore di antichità, non è che una conseguenza dell'ordinamento politico sotto il quale vivevano, e che naturalmente doveva creare in essi un modo di sentire e di pensare analogo a quello dell'antichità.
In onta a tutto questo però non si può disconoscere, che l'Italia intorno al principio del secolo XVI versasse in una grave crisi morale, dalla quale i migliori stessi disperavano quasi di trovare un'uscita.
Cominciamo dal far conoscere la forza morale, che più di tutto controoperava all'immoralità prevalente. Quegli uomini superiori credettero scorgerla sotto la forma del sentimento d'onore. Questo è quel misterioso complesso di coscienza e di egoismo, che rimane ancora all'uomo moderno, anche quando egli, con o senza sua colpa, ha perduto ogni altra cosa, fede, amore e speranza. Un tal sentimento si collega assai facilmente con molto egoismo e con grandi vizi, ed è suscettibile di infinite illusioni; ma può associarsi altresì con quanto di più nobile è rimasto in taluno, e poi divenir fonte di nuove forze e di nuova energia. In un senso molto più ampio, che non suol credersi comunemente, esso è divenuto pei moderni Europei, giunti già ad un grado assai notevole di sviluppo individuale, una norma costante delle loro azioni; ed anche molti fra coloro, che, oltre a ciò, serbano fede alla morale ed alla religione, quasi senza saperlo, in tutte le più importanti loro deliberazioni lo seguono.[297]
Non è del nostro assunto il mostrare come l'antichità avesse anch'essa una tal quale idea di questo sentimento, e come poi il medio-evo ne abbia addirittura fatto un privilegio speciale di una classe determinata. E nemmeno è nostra intenzione di venire a questione con coloro, che riguardano la coscienza come l'unico movente essenziale delle azioni umane. Certo che nulla di meglio potrebbe desiderarsi, qualora ciò sempre accadesse; ma, poichè le migliori risoluzioni partono «da una coscienza più o meno intorbidata di egoismo», meglio è chiamar le cose col loro vero nome. Spesse volte riesce malagevole il distinguere negli Italiani del Rinascimento questo sentimento d'onore dalla sete assoluta di gloria, nella quale non di rado si fonde; ciò non toglie però che, quanto alla sostanza, sieno e rimangono due cose del tutto diverse.
Le testimonianze a questo riguardo abbondano piuttosto che non scarseggino. Ma basterà una per tutte, appunto perchè autorevolissima, e la desumeremo dagli aforismi del Guicciardini, per la prima volta non ha guari pubblicati.[298] «A chi stima l'onore assai, succede ogni cosa; perchè non cura fatiche, non pericoli, non danari. Io l'ho provato in me medesimo; però lo posso dire e scrivere; sono morte o vane le azioni degli uomini, che non hanno questo stimolo». È giusto però notare, che da altre notizie intorno alla vita dell'autore evidentemente apparisce, che qui egli parla del solo sentimento d'onore, e non anche di quello di gloria propriamente detto. E in modo ancora più esplicito su questo argomento si esprime il Rabelais, che noi, benchè spesso violento e sempre barocco, non possiamo tuttavia astenerci dal citare, appunto perchè in lui, meglio che in qualunque altro, troviamo un concetto chiaro e spiccato di ciò che sarebbe il Rinascimento senza il prestigio della forma e della bellezza.[299] La sua descrizione di uno stato ideale nel chiostro dei Telemiti ha un'importanza affatto decisiva nella storia della civiltà, tanto che può dirsi che, senza questa potente fantasia, l'immagine del secolo XVI resterebbe pur sempre incompleta. Ecco ciò che, fra molte cose, egli scrive de' suoi cavalieri e delle sue dame dell'ordine del Libero Volere:[300]
«En leur reigle n'estoit que cette clause; Fay ce que vouldras. Parce que gens liberes, bien nayz,[301] bien instruictz, conversans en compaignies honnestes, ont par nature ung instinct et aguillon, qui tousjours les poulse à faictz vertueux, et retire du vice: lequel il nommoyent honneur».
È la stessa fede nella bontà dell'umana natura, che animava anche gli uomini della seconda metà del secolo XVIII, e che spianò la via alla Rivoluzione francese. Anche fra gl'Italiani ognuno si riporta individualmente a questo suo nobile istinto, e per quanto anche — principalmente sotto l'impressione delle sventure nazionali — si voglia portare sull'intera nazione un giudizio non troppo favorevole, non si potrà però mai negar ad un tale sentimento la giustizia che esso si merita. Se lo sviluppo illimitato dell'individualità fu un fatto provvidenziale, superiore in tutto al volere dei singoli, non meno provvidenziale dovrà ritenersi anche la forza reagente, quale a questo tempo si manifesta in Italia. Quante volte e contro quali violenti attacchi dell'egoismo essa abbia trionfato, noi non sappiamo, nè sapremo giammai; ma, appunto perciò, il nostro giudizio non basta, nè basterà mai, a pronunciare in via assoluta sul valore morale della nazione.
La forza, contro la quale ebbe principalmente a lottare l'Italiano del Rinascimento per conservarsi morale, è la fantasia, che presta innanzi tutto alle sue virtù ed a' suoi vizi i suoi colori particolari, e sotto il cui dominio l'egoismo si manifesta in quanto ha di più spaventevole.
Per essa, ad esempio, egli diventa il primo ed il più destro giuocatore del tempo moderno, mentre gli fa balenare dinanzi agli occhi le immagini della futura ricchezza e dei futuri piaceri con tale vivacità, che egli, per giungervi, pone a repentaglio ogni cosa. Senza alcun dubbio i popoli maomettani gli sarebbero in ciò andati innanzi, se fin da principio il Corano non avesse stabilito il divieto del giuoco come la più necessaria salvaguardia della morale islamitica, e non avesse invece attirato la fantasia de' suoi seguaci alla ricerca dei tesori nascosti. In Italia il furore del giuoco divenne universale, minacciando sin d'allora assai di frequente l'esistenza di singoli individui od anche d'intere famiglie. Firenze ha già sulla fine del secolo XIV il suo Casanova, un tal Buonaccorso Pitti, che, viaggiando continuamente in qualità di mercatante, di agente politico, di speculatore, di diplomatico e di giuocatore di professione, guadagnò e perdette enormi somme, e non trovava competitori che fra i principi, quali, ad esempio, i duchi di Brabante, di Baviera e di Savoia.[302] Anche quel gran, vaso della fortuna, che allora si chiamava la Curia romana, abituò i suoi membri ad un bisogno di sovreccitazione, che naturalmente si sfogava nel giuoco dei dadi negl'intervalli, che loro restavano tra un grande intrigo ed un altro. Franceschetto Cybo, per esempio, perdette in due volte giuocando col cardinale Raffaele Riario 14,000 ducati, e poi si lagnò al Papa, che il suo avversario lo avesse truffato.[303] In seguito l'Italia divenne notoriamente la patria del lotto.
Ella è pure la fantasia quella, che dà alla sete della vendetta il suo carattere particolare. Non è impossibile che in tutto l'occidente da tempo antichissimo il sentimento del proprio diritto sia stato uno ed identico, e che la sua violazione, ogni volta che rimase impunita, sia stata sentita allo stesso modo. Ma gli altri popoli, se anche non perdonano più facilmente, hanno però una maggior facilità a dimenticare, mentre la fantasia dell'Italiano tien viva la ricordanza dell'offesa con una tenacità spaventevole.[304] Il fatto poi che nella morale del popolo la vendetta è riguardata come un dovere e spesso viene esercitata nel modo il più terribile, serve di stimolo e sprone a questa già universale tendenza. Governi e tribunali ne riconoscono l'esistenza e la legittimità, e non cercano che di frenarne i maggiori eccessi. Ma fra i contadini si rinnovano i banchetti di Tieste, e le stragi reciproche si fanno ogni dì più frequenti. Anche qui una testimonianza basterà per molte.[305]
Nel contado di Acquapendente tre pastorelli guardavano il gregge, ed uno di loro disse: facciamo la prova del come s'impiccano le persone. Detto, fatto. Uno montò sulle spalle dell'altro, e il terzo, annodata al primo la corda al collo, la legò poscia ad una quercia: in quella sopravvenne il lupo, e i due fuggirono, e il terzo rimase appeso. Più tardi, tornando, lo trovarono morto e lo seppellirono. La domenica venne il padre di quest'ultimo per recargli del pane, ed uno dei due gli confessò l'accaduto e gli mostrò la sepoltura. Il vecchio, montato in furore, lo trucidò con un coltello, lo fece a pezzi, ne estrasse il fegato e in una cena lo diè a mangiare al padre di lui; poi gli disse qual fegato avesse mangiato. Da quel momento cominciarono le stragi reciproche tra le due famiglie, e nel periodo di un mese trentasei persone furono uccise, senza distinzione alcuna di sesso o di età.
Ma queste vendette, ereditarie di generazione in generazione sin nei parenti collaterali e negli amici, non si limitarono soltanto alle classi inferiori; esse si estesero ben presto in larga misura anche alle sfere le più elevate. Le cronache e le novelle ne recano esempi frequentissimi, e per lo più per offese recate al pudor femminile. Il terreno classico di tali fatti era in modo speciale la Romagna, dove la vendetta si confondeva con tutte le specie possibili di intrighi e parteggiamenti. I novellieri ci dipingono qua e colà con colori terribili lo stato di brutale ferocia, in cui erano cadute queste audaci e vigorose popolazioni. Tale, per esempio, è la storia di quell'illustre ravennate, che era giunto a prendere e a far rinchiudere in una torre i suoi nemici, e che, mentre avrebbe potuto farli abbruciar tutti, li pose in libertà, li abbracciò e convitò splendidamente, dietro di che, tramutatasi in questi la vergogna in furore, si diedero a congiurar contro di lui peggio di prima.[306] Non mancavano, è vero, pii e santi monaci, che predicavano la pace e la conciliazione; ma il meglio che essi ottennero, fu di arrestare talvolta l'effettuazione di qualche vendetta già preparata, non mai però d'impedire che se ne meditassero delle nuove. Nelle novelle non è raro il caso di veder anche questa momentanea influenza della religione, che suscita improvvisi slanci di generosità, ma che poi cede di nuovo ai vecchi rancori e ad una passione, che ha in sè qualche cosa di quasi fatale. Il Papa stesso non potè sempre dire di esservi riuscito, quando si propose di condurre ad effetto una qualche pacificazione. Papa Paolo II voleva che cessassero gli odii fra Antonio Caffarello e la casa Alberino, e perciò chiamò a sè il Caffarello stesso e Giovanni Alberino e comandò loro di baciarsi l'un l'altro alla sua presenza, intimando a ciascuno una multa di 2000 ducati, se avesse comecchessia offeso il suo avversario; e due giorni dopo Antonio fu pugnalato per mano di Giacomo Alberino, figlio di Giovanni, che da lui era stato prima ferito, e papa Paolo ne risentì sdegno e fece confiscare i beni all'Alberino e abbatterne le case e bandire il padre ed il figlio da Roma.[307] I giuramenti e le ceremonie solenni, colle quali i riconciliati aveano cura di garantirsi ciascuno da una nuova sorpresa, sono talvolta spaventevoli: quando nella notte di s. Silvestro dell'anno 1492 nel duomo di Siena[308] i partiti dei «Nove» e dei «Popolari» dovettero a due a due darsi il bacio di pace, fu letto durante quell'atto un giuramento «così strano e terribile, che non s'è mai udito l'eguale»: ai violatori di esso s'imprecavano da Dio tutte le pene temporali ed eterne, e la maledizione nelle estreme agonie della morte. È evidente che simili fatti accennano piuttosto ad una condizione d'animo disperata da parte dei mediatori, anzichè ad una vera garanzia della pace, e che appunto le riconciliazioni le più sincere erano quelle, che meno delle altre avean d'uopo di tali giuramenti.
Ora il bisogno individuale della vendetta nell'uomo colto ed alto-locato, basandosi sull'esempio efficace di una analoga usanza popolare, si manifesta naturalmente sotto mille aspetti, e dalla pubblica opinione, che qui parla per bocca di novellieri, è senza riserva alcuna approvato.[309] Tutti convengono in questo, che rispetto a quelle ingiurie ed offese, per le quali la giustizia non procaccia veruna riparazione, e specialmente poi rispetto a quelle, per le quali non c'è, nè ci può essere il braccio vindice di nessuna legge, ognuno può farsi ragione da sè. Bensì la vendetta deve compiersi con una certa destrezza e la soddisfazione risultare da un danno effettivo e da una umiliazione morale inflitta all'offensore, non riguardandosi un atto qualunque di brutale violenza come una vera e conveniente vendetta. Non il braccio soltanto, ma tutto l'uomo deve trionfare.
L'Italiano di questo tempo è capace di una profonda simulazione per raggiungere certi scopi determinati, ma non mai di un atto qualsiasi d'ipocrisia in questioni di principii nè dinanzi agli altri, nè dinanzi a sè stesso. Ecco perchè, con una ingenuità affatto caratteristica, si ammette questa specie di vendetta come un vero bisogno. Uomini del resto tutt'altro che esaltati la lodano quando, disgiunta dalla passione, e non avendo in mira che di approfittare dell'opportunità, si esercita soltanto «perchè gli altri imparino a non ti offendere».[310] Però tali casi sembrano assai rari in confronto di quelli, nei quali la passione cerca uno sfogo. È chiaro da sè che questo genere di vendetta si differenzia dalla vendetta di sangue propriamente detta: infatti, mentre quest'ultima si tiene ancora entro i limiti della rappresaglia o, se si vuole, del jus talionis, la prima necessariamente va molto più in là, non solamente esigendo una soddisfazione di stretto diritto, ma cercando anche di provocare l'ammirazione e, secondo le circostanze, di spargere perfino il ridicolo sull'offensore.
In ciò sta anche la ragione dell'indugio, talvolta lungo, che si frappone all'esecuzione. Per una «bella vendetta» si esige di regola un concorso di circostanze, che il tempo soltanto può maturare. E questo appunto è il tema favorito di molte novelle.
Qual moralità ci potesse essere in azioni, nelle quali l'accusatore e il giudice sono una sola ed identica persona, non occorre di dirlo. Che se pur si volesse comecchessia giustificare questa passione ardente, che divorava gl'Italiani d'allora, ciò non potrebbe farsi se non col contrapporvi qualche corrispondente virtù nazionale, per esempio, la riconoscenza; dovendosi presumere, che quella stessa fantasia, che rinfresca e ingrandisce la memoria dei torti sofferti, sia anche in grado di tener viva la memoria del beneficio ricevuto.[311] Ma le prove di fatto a questo riguardo sono impossibili, sebbene non ne manchino indizi molto spiccati nel carattere attuale della nazione, quale, ad esempio, la grande riconoscenza con cui le classi inferiori accolgono ogni dimostrazione di benevolenza verso di loro, e la grata memoria che conservano le superiori di ogni cortesia ricevuta nei sociali convegni.
Ora questo rapporto della fantasia colle qualità morali degl'Italiani si riproduce continuamente. E se anche nei singoli casi, in cui l'uomo del nord segue piuttosto l'impulso suo naturale, l'Italiano invece sembra seguire unicamente la norma di un freddo calcolo, ciò non dipende da altro, fuorchè da un sentimento d'individualismo, che in quest'ultimo è infinitamente più sviluppato. Anche fuori d'Italia, dovunque un fatto identico si verifica, identici sono pure gli effetti: l'allontanarsi, per esempio, assai per tempo dalla propria casa e il sottrarsi all'autorità paterna è una tendenza comune tanto alla gioventù italiana, quanto a quella dell'America settentrionale. Più tardi nelle indoli più generose a questa tendenza subentra uno slancio spontaneo di pietà figliale e di affetto reciproco.
In generale egli è difficilissimo il portar un giudizio esatto sulle qualità morali di una nazione, che non sia la propria. Queste qualità possono manifestarsi in un modo così singolare, che uno straniero sia assolutamente incapace di riconoscerle e di apprezzarle. Forse in questo riguardo tutte le nazioni occidentali d'Europa hanno, ciascuna, prerogative lor proprie e che non si riscontrano nelle altre.
Ma dove la fantasia esercita un fascino prepotente e quasi tirannico nelle cose della morale, egli è appunto nei rapporti illeciti de' due sessi, nell'amore considerato come passione sensuale. Che la prostituzione esistesse anche nel medio-evo prima della comparsa della sifilide, è cosa notissima, nè d'altronde potrebbe essere del nostro assunto l'addurne le prove. Ma nell'Italia del Rinascimento c'è questo di proprio, che il matrimonio e i suoi diritti, forse più che altrove, e in ogni caso più deliberatamente che altrove, vengono calpestati. Le fanciulle, specialmente quelle delle classi più elevate, guardate gelosamente, non figurano mai sulla scena: la passione dominante non è che per le donne coniugate.
Accanto ad un tal fatto più notevole parrà la circostanza che i matrimoni non scemassero punto e che la vita di famiglia non ne soffrisse veruno di que' danni, che in altri paesi in casi simili non avrebbero mancato di manifestarsi. Si voleva assolutamente vivere a proprio talento, ma non per questo rinunciare alla famiglia, anche quando c'era qualche ragione di temere, che non fosse del tutto propria. E non si nota neanche verun sintomo di decadenza fisica o morale, come tale, — poichè di quell'apparente deterioramento morale, di cui si veggono le tracce verso la metà del secolo XVI, non è difficile trovare altre cause tutte d'indole politica, e religiosa, anche quando non si voglia concedere, che il Rinascimento avesse oggimai percorso l'intero stadio della sua vita ed esaurito tutte le fonti della propria attività. Gli Italiani continuarono, ad onta di tutti i loro disordini, ad appartenere alle popolazioni più sane di corpo e di mente di tutta Europa,[312] e notoriamente conservano anche oggidì questa loro prerogativa, dopochè hanno considerevolmente migliorato i loro costumi.
Ora, se noi ci facciamo a studiare più dappresso la morale dell'amore all'epoca del Rinascimento, non potremo a prima vista non restar profondamente colpiti dal notevole antagonismo, che si manifesta nelle testimonianze che ne parlano. I novellieri e i poeti comici ci lascierebbero credere, che l'amore non consistesse che nel piacere, e che ad ottenerlo tutti i mezzi, tragici o comici, fossero non solo leciti, ma anche tanto più degni d'ammirazione, quanto più audaci e arrischiati. Se invece si leggono i migliori lirici di quel tempo e gli scrittori di dialoghi, desta veramente maraviglia l'entusiasmo, la profondità e la purità, con cui intendono questa passione, anzi si può dire di trovarne in essi l'ultima e la più sublime espressione, quando li veggiamo riprodurre le idee degli antichi di una originaria unità delle anime nell'Essere supremo e divino. E tanto l'un modo di vedere che l'altro sono a quel tempo veri e sentiti nello stesso individuo. Non è invero cosa lodevole, ma sta di fatto, che nell'uomo colto del tempo moderno non solo esistono contemporaneamente e tacitamente diversi gradi di sentimento, ma si manifestano anche apertamente e, secondo le circostanze, anche artisticamente. L'uomo moderno soltanto, al pari dell'antico, è anche in questo riguardo un microcosmo, ciò che non era nè poteva essere quello del medio-evo.
Innanzi tutto merita d'essere studiata la morale delle novelle. Nella maggior parte di esse le donne che vi figurano, sono coniugate; trattasi adunque di veri adulterii.
Qui acquista una grande importanza ciò che altrove (v. pag. 165 e segg.) s'è detto sulla posizione della donna, uguale in tutto a quella dell'uomo. La donna, più altamente educata e pienamente conscia della sua individualità, dispone di se con una padronanza affatto diversa che non al nord, e l'infedeltà non vi produce una perdita così completa della sua riputazione, qualora essa possa guarentirsi dalle conseguenze visibili della medesima. Il diritto del marito alla di lei fedeltà non ha quella solida base, che esso acquista nel nord mediante la poesia e la passione del periodo dell'innamoramento e degli sponsali; dopo una conoscenza affatto superficiale, la giovane sposa passa nel mondo dalla vigile custodia paterna o dal chiostro, e allora soltanto la sua individualità riceve uno sviluppo rapido e quasi inatteso. In conseguenza di ciò il diritto del marito è pur sempre un diritto condizionato, ed anche chi lo riguarda come un jus quaesitum, si riferisce più particolarmente alle modalità esterne del contratto, anzichè ai sentimenti del cuore. Una donna giovane e bella, divenuta moglie di un vecchio, respinge, ad esempio, i doni e le ambasciate di un giovane amante col fermo proposito di conservare la sua honestà. Ma essa si compiace nondimeno dell'amore del giovane per le sue molte virtù, «conoscendo che può amare cortese donna virtuoso spirito, senza pregiudicio della sua honestà».[313] — Tuttavia, quanto non è breve la via da una tale distinzione ad una completa caduta!
Quest'ultima sembra giustificata, quando vi sia di mezzo l'infedeltà reciproca del marito. La donna, conscia della propria dignità, sente in quella offesa non solo un dolore, ma un insulto ed una umiliazione, e non volendo lasciarsi vincere in astuzia, medita di sangue freddo una vendetta. Dipende poi dalla sua discrezione, che la pena sia proporzionata alla colpa dell'offensore. La più grande offesa, per esempio, può talvolta appianare la via ad una pacifica convivenza per l'avvenire, quando rimanga completamente segreta. I novellieri, che ciò non ostante la vengano a risapere o che, secondo lo spirito del tempo, la inventano, non mancano di esprimere la loro piena ammirazione, ogni volta che la vendetta è veramente pari all'offesa, o, in altre parole, è pensata e condotta come una vera opera d'arte. S'intende da sè, che il marito non riconosce in sostanza mai un tale diritto di rappresaglia, e vi si rassegna soltanto, quando ragioni di paura o di prudenza glielo consigliano. Che se queste manchino affatto, ed egli per l'infedeltà della moglie si vegga esposto al pericolo di venir beffato dai terzi, la cosa muta aspetto all'istante e può anche divenir tragica, non essendo raro il caso che all'adulterio tenga dietro l'assassinio o qualsiasi altra più atroce vendetta. In tali casi non è degno di poca considerazione il fatto che, oltre il marito, anche il fratello,[314] il padre della donna vi si credano autorizzati, anzi obbligati: ciò mostra che il movente principale non è già la gelosia, nè tampoco il sentimento morale che si trovi offeso, ma bensì il desiderio di far pagare ai terzi il fio dei loro scherni e motteggi. «Oggi, dice il Bandello,[315] si vede quella, per aver più largo campo a' suoi appetiti, avvelenare il marito, come se le fosse lecito, essendo vedova, far quanto le aggrada. Quell'altra, dubitando che il marito non discopra gli amori che ella fa, per via dell'amante lo fa ammazzare.... E quantunque i padri, i fratelli, i mariti molte di loro (per levarsi dagli occhi il manifesto vituperio, che rende loro la malvagia vita delle figliuole, sorelle e mogli) con veleno, con ferro e con altri mezzi facciano morire; non resta per questo, che molte di loro, sprezzata la vita e l'onore, non si lascino dagli sfrenati appetiti trasportare in qualche nuovo fallo». Un'altra volta, in tuono meno severo, esclama: «piacesse al cielo che non si sentisse ogn'ora: il tale ha morto la moglie, perchè dubitava che non gli fosse fedele; quell'altro ha soffocato la figliuola, perchè di nascosto s'era maritata; e colui ha fatto uccidere la sorella, perchè non s'è maritata come egli avrebbe voluto. Questa è pur certamente una gran crudeltà, che noi vogliamo tuttociò che ci vien in animo, fare, e non vogliamo che le povere donne possano fare a lor voglia cosa che sia; e se fanno cosa alcuna, che a noi non piaccia, subito si viene ai lacci, al ferro e ai veleni.... Invero grave sciocchezza quella degli uomini mi pare, che vogliono, che l'onor loro e di tutta la casata consista nell'appetito di una donna!» Pur troppo talvolta si sapeva già in anticipazione l'esito di simili cose con tale sicurezza, che il novelliere poteva mettere una taglia sulla vita di un amante, minacciato ancora, mentre questi se ne andava attorno vivo. Il medico Antonio Bologna[316] s'era sposato segretamente colla duchessa vedova di Amalfi della casa d'Aragona: già i di lei fratelli l'aveano potuta, insieme ai figli, riavere in loro potere e l'avean fatta uccidere in un castello. Antonio, che non sapeva ancora quest'ultima circostanza, e che veniva lusingato con speranze di riaverla, trovavasi a Milano, dove era insidiato da prezzolati sicari, e una volta nella società di Ippolita Sforza cantò sul liuto la storia delle sue sventure. Un amico della detta casa, Delio, «narrò a Scipione Atellano tutta l'istoria, e aggiunse che voleva metterla in una delle sue novelle, sapendo di certo che il povero Bologna sarebbe ammazzato». Il modo con cui ciò accadde quasi sotto gli occhi di Delio e di Atellano, è narrato dal Bandello in una novella assai commovente (I, 26).
Ma in mezzo a tuttociò i novellieri mostrano qua e là di compiacersi in modo particolare di ogni tratto spiritoso, astuto e comico, che accompagni l'adulterio, e assai volentieri si trattengono a narrar gli artificj, coi quali taluno è giunto a penetrar di soppiatto in qualche casa, i segnali simbolici e le ambasciate che si fanno gli amanti, le casse provvedute anticipatamente di guanciali e confetture per potervi celare il drudo e farlo trasportare altrove e così via. Il burlato marito vien dipinto, secondo le circostanze, o come un personaggio per sè stesso ridicolo o come un terribile vendicatore, nè c'è altra alternativa, sia che la donna figuri come malvagia e crudele o l'amante come vittima innocente. Ma i racconti di quest'ultima specie non sono vere novelle, bensì esempi terribili attinti alla vita reale.[317]
Quando la vita italiana nel corso del secolo XVI assunse un carattere al tutto spagnuolo, la gelosia estremamente violenta nei mezzi forse aumentò, ma non si deve confonderla colla rappresaglia già esistente anteriormente e fondata nello spirito stesso del Rinascimento italiano. Più tardi, diminuendo l'influsso della civiltà spagnuola, diminuirono anche quegli eccessivi furori sino a che sul finire del secolo XVII si giunse a tal punto di apatica indifferenza, che il Cicisbeo fu riguardato come un personaggio indispensabile in ogni famiglia, ed oltre a ciò si tollerarono uno od anche parecchi Patiti.
Or chi vorrà istituire un confronto fra tanta immoralità e ciò che avveniva negli altri paesi? Nel secolo XV, ad esempio, era il matrimonio in Francia forse più sacro che non Italia? I fabliaux e le farse permettono di dubitarne, e si è tentati di ritenere che l'immoralità non vi fosse meno frequente, ma che soltanto le conseguenze tragiche vi fossero meno rare, perchè l'individuo era meno sviluppato ed aveva minori pretese che non in Italia. Piuttosto s'avrebbe qualche testimonianza alquanto più favorevole riguardo ai popoli germanici, nella maggiore libertà concessa nei rapporti sociali alle donne ed alle fanciulle, che fu causa di così grata sorpresa agli Italiani in Inghilterra e nei Paesi Bassi (v. pag. 170 nota). Tuttavia anche a ciò non si deve dare un peso eccessivo. Certamente l'infedeltà era molto frequente anche in Germania e condusse spesso anche quivi a deplorevoli eccessi. Basta osservare come i principi del nord, al menomo sospetto, si sbarazzavano a questo tempo delle loro mogli.
Ma nella cerchia delle cose illecite presso gl'Italiani d'allora non havvi soltanto l'amore sensuale, il grossolano appetito dell'uomo volgare, ma anche la passione degli spiriti più elevati e generosi; non solamente perchè in quella società mancavano affatto le fanciulle, ma anche perchè l'uomo, quanto più era perfetto, tanto maggiormente si sentiva attratto dalle qualità della donna, che nel matrimonio avea raggiunto il pieno sviluppo della propria personalità. Questi uomini sono appunto quelli, che hanno sollevato la poesia lirica alle sue più alte ispirazioni, e che tentarono anche nei trattati e nei dialoghi di dare un'immagine spirituale alla passione che li divorava, dipingendola come un amore divino troppo spesso franteso, e quindi calunniato, dai posteri, ma creduto e rispettato dai coetanei. Quand'essi si lagnano della crudeltà del dio alato, non intendono lagnarsi con ciò soltanto della durezza della loro bella o dell'eccessiva sua riservatezza, ma anche della illegittimità della loro passione. Essi cercano di sollevarsi al di sopra di questa sciagura spiritualizzando l'amore ed appoggiandosi alla dottrina dell'amore platonico, ed ebbero in Pietro Bembo il loro più illustre rappresentante. Le sue opinioni in proposito ci son fatte manifeste da quanto egli stesso scrive nel terzo libro de' suoi «Asolani» e dallo splendido discorso, che gli è posto in bocca dal Castiglione sulla fine del quarto libro del «Cortigiano». Nè l'uno, nè l'altro di questi autori professò nella sua vita le massime di un rigido stoicismo, ma per quel tempo era pur sempre qualche cosa, se contemporaneamente si poteva essere celebre e buono, e all'uno e all'altro di questi due titoli hanno diritto entrambi. I contemporanei credettero alla verità dei loro sentimenti; qual diritto potremmo aver noi di metterli in dubbio? Chiunque si dia la pena di leggere nel Cortigiano l'intiero discorso citato, vedrà immediatamente come sarebbe impossibile darne un'idea per mezzo di un semplice compendio od estratto. In allora viveano alcune illustri donne in Italia, le quali dovettero la loro celebrità appunto a questo genere di amori; tali furono Giulia Gonzaga, Veronica da Correggio, e più particolarmente ancora Vittoria Colonna. Il paese e l'età in cui nacquero i dissoluti e i beffatori più famosi, rispettò quei sentimenti e quelle donne, che seppero ispirarli: che cosa si potrebbe dire di più in loro lode? O si dirà per avventura, che il movente principale di tutto ciò era la vanità, e che Vittoria si sentisse oltremodo lusingata dalle espressioni le più esagerate di un amore senza speranze? Ma, se anche la cosa qua e colà era, più che altro, una moda, non piccola lode per Vittoria sarà pur sempre che, uniformandovisi, sia ciò non ostante riuscita a lasciare di sè una traccia così profonda anche nella più tarda posterità. — Ci volle del bel tempo prima che negli altri paesi s'incontrassero personalità tanto spiccate.
La fantasia, che domina gl'Italiani più degli altri popoli, fu poi in generale la causa che ogni passione trascorse presso di loro agli eccessi più riprovevoli e, secondo le circostanze, ricorse anche al delitto per riuscire nei propri intenti. Havvi una violenza figlia della debolezza, che non sa padroneggiare sè stessa: qui invece trattasi di un abuso brutale della forza. Talvolta esso raggiunge proporzioni gigantesche, e il delitto allora prende una forma e quasi una personificazione sua propria e speciale.
I ritegni vengono meno ogni dì più. All'azione dello Stato, basato sull'illegittimità e surto dalla violenza, ognuno, anche l'infimo della plebe, si crede autorizzato di sottrarsi, e nessuno ha fede in generale nel diritto e nella giustizia. Ad ogni delitto, prima ancora che se ne conoscano le circostanze, le simpatie di tutti involontariamente si volgono al colpevole:[318] il supplizio virilmente sopportato eccita talmente l'ammirazione, che quelli che lo narrano, facilmente dimenticano di accennare la causa, per cui venne inflitto.[319] Se poi accade talvolta che al profondo disprezzo della giustizia e alle molte vendette commesse in privato s'aggiunga anche l'impunità, come per avventura in tempi di politici commovimenti, si crederebbe addirittura che lo Stato e la vita civile sieno sul punto di sfasciarsi completamente. Tali momenti ebbe Napoli nel trapassare dalla signoria aragonese alla francese ed alla spagnuola, e tali li ebbe pure Milano nelle frequenti espulsioni degli Sforza e nei loro ritorni. Egli è in allora che vengono a galla quegli uomini, che nel loro segreto non hanno mai accettato nessun vincolo di leggi politiche e civili e che, giunta l'occasione, s'abbandonano brutalmente ai loro selvaggi istinti di rapina e di sangue. Vediamone un saggio desunto da una sfera d'azione delle più ristrette.
Allorquando lo Stato di Milano sin dal 1480 sofferse una grave scossa per le crisi interne scoppiate dopo la morte di Galeazzo Maria Sforza, nelle città di provincia venne tosto a mancare ogni sicurezza. Una ben dura prova ne fece Parma,[320] dove il governatore milanese, atterrito da minacce di morte, s'indusse a permettere che fossero tratti dal carcere alcuni facinorosi, e dove, dopo ciò, i furti, gl'incendii, gli assassinj commessi in pubblico divennero delitti quotidiani, mentre di notte circolavano per la città intere bande di malfattori armati e mascherati; — per non dire delle burle, delle satire e delle lettere minatorie, nonchè di un famoso sonetto diretto a spargere il ridicolo sull'autorità, che naturalmente se ne commosse più che d'ogni altra cosa. Il fatto poi che in molte chiese furono rubati i vasi sacri con entro le ostie consacrate, rivela un altro lato di quei misfatti, l'empietà. Ora egli è impossibile indovinare che cosa accadrebbe in qualunque paese del mondo anche oggidì, se per un momento restasse sospesa l'azione del potere civile e politico, e nel medesimo tempo la sua presenza rendesse impossibile la formazione d'un governo provvisorio; ma ciò che allora in simili occasioni accadeva in Italia assume un carattere affatto particolare, per la parte notevole che vi avevano le vendette.
In generale l'impressione che si riceve dall'Italia del Rinascimento è questa, che anche in tempi ordinari, i grandi delitti vi furono più frequenti, che altrove. Vero è, che in ciò potrebbe esservi un errore prodotto dalla circostanza, che qui proporzionatamente noi conosciamo un numero di fatti speciali molto maggiore che in qualsiasi altro paese, e che la fantasia, esaltandosi nella contemplazione del delitto reale, facilmente trascorre a inventare anche ciò, che non è effettivamente accaduto. Può darsi quindi che la somma delle violenze commesse raggiunga una cifra uguale anche altrove. Infatti chi potrebbe dire se (per esempio) le condizioni, in cui si trovava intorno al 1500 la Germania, più ricca e potente, fossero, fra tanti vagabondi masnadieri e cavalieri di ventura, migliori, o se la vita e la sicurezza individuale vi fossero meglio guarentite e protette? Ma tutto ciò in ogni caso non distruggerebbe il fatto, che il delitto premeditato, pagato, eseguito di terza mano e divenuto una speculazione o un mestiere, in Italia avea guadagnato a quel tempo proporzioni larghissime e veramente spaventevoli.
Se innanzi tutto diamo uno sguardo al malandrinaggio, l'Italia forse non ce ne parrà, almeno nelle regioni più fortunate, quale, ad esempio, la Toscana, tanto infestata, quanto erano a quel tempo la maggior parte dei paesi del nord. Ma nessun paese estero offre tipi di masnadieri, che s'assomiglino a quelli che dà l'Italia. Dove trovare, per esempio, un uomo pari a quell'ecclesiastico fatto selvaggio dalle passioni e a poco a poco divenuto capo di una schiera di banditi, di cui ci tengono parola le cronache ferraresi di questo tempo?[321] Il dì 12 agosto 1493, narrano esse, fu chiuso in una gabbia di ferro il prete don Nicolò de' Pelagati da Ficarolo. Egli avea celebrato la sua prima Messa due volte; ma la prima commise il giorno stesso un omicidio, da cui poscia Roma l'assolse: in seguito uccise quattro persone, e sposò due donne, che lo seguivano costantemente dovunque: ebbe parte a molte altre uccisioni, violò parecchie altre donne, togliendole a forza dalle loro case, esercitò la rapina come un mestiere e su larga scala, assassinò e s'aggirò pel ferrarese con una banda d'armati rivestiti d'uniforme lor propria, procacciandosi ricovero e nutrimento con lo sterminio e la prepotenza. Se, in aggiunta a tutto questo, s'immagina il resto che non è detto, si avrà un tal cumulo di delitti, che forse l'uguale non pesò mai sulla coscienza di verun uomo. Ma la poca sorveglianza in che erano tenuti da un lato e i molti privilegi di che erano favoriti dall'altro, furono causa che i malfattori abbondassero tra i chierici e i monaci, quand'anche di nessun altro ci vengano raccontate infamie simili a quelle del Pelagati. — Accadeva anche talvolta, e nemmen questa certamente era cosa onorevole pei conventi, che uomini di riputazione affatto perduta si rifugiassero sotto l'egida del cappuccio o della cocolla per sottrarsi alle giuste vendette del potere secolare, e il Masuccio ci parla appunto di uno di questi tali, ch'egli ebbe occasione di conoscere in un convento di Napoli.[322] Anche di papa Giovanni XXII parrebbero esistere precedenti poco onorevoli, ma non si hanno sufficienti prove per affermarlo con sicurezza.[323]
Del resto l'epoca classica dei più famosi capi di bande armate d'assassini non comincia che nel secolo XVII, quando i partiti politici dei guelfi e dei ghibellini, degli spagnuoli e dei francesi avean cessato di agitare il paese: in allora il masnadiere si sostituì dovunque al parteggiatore politico.
In certe regioni d'Italia, dove la cultura non penetrò mai, gli abitanti del contado vivevano in istato di permanente barbarie e non risparmiavano nessun forastiero, che capitasse loro tra mano. Ciò accadde più particolarmente nelle parti più remote del regno di Napoli, dove la barbarie era di vecchia data e risaliva all'epoca dei grandi latifondi romani, e dove pare che in tutta buona fede si riguardassero come qualche cosa di identico l'uomo straniero e il nemico (hospes ed hostis). Queste genti erano tutt'altro che irreligiose: egli accadeva sovente che un pastore tutto contrito si presentasse al confessore per accusarsi che, durante l'epoca del digiuno quaresimale, facendo il cacio, un paio di gocce di latte gli erano spruzzate in bocca. Ma se anche in tali occasioni il confessore stesso, esperto dei costumi del paese, giungeva a strappargli altresì la confessione, che spesso co' suoi compagni egli aveva aggredito ed ucciso dei viaggiatori, ciò, appunto perchè d'uso, non suscitava in lui verun rimorso di coscienza.[324] Sino a qual punto, in tempi di politici commovimenti, i contadini fossero capaci di spingere in altri paesi la ferocia, è stato già altrove accennato (v. pag. 107).
Un tratto caratteristico ancor peggiore dei costumi d'allora è la frequenza del delitto commesso di seconda mano, per mercede convenuta. In ciò, per consenso di tutti, Napoli andava innanzi a qualunque altra città d'Italia. «Qui non v'ha cosa che possa aversi a tanto buon mercato, quanto la vita di un uomo», scrive il Pontano.[325] Ma anche altri paesi hanno una ricchezza spaventevole in tal genere di misfatti: soltanto non è così facile il classificarli secondo i motivi che li provocarono, entrandovi promiscuamente l'odio di parte, l'inimicizia personale, la sete della vendetta e la paura. Torna invece a grande onore de' Fiorentini, il popolo allora più colto d'Italia, che presso di loro simili fatti fossero di gran lunga meno frequenti,[326] forse perchè pei giusti reclami v'era ancora una autorità universalmente riconosciuta e rispettata, e perchè la maggior cultura suggeriva più sane idee sull'arbitrario ingerirsi dell'uomo nelle leggi supreme del fato. Infatti se v'era paese, dove più si calcolassero le sinistre conseguenze di una vendetta di sangue e dove si comprendesse come anche il delitto erroneamente detto utile non apporta mai veri e durevoli vantaggi, quest'era certamente Firenze. Dopo la caduta della libertà fiorentina l'omicidio, specialmente quello per mandato, sembra essersi rapidamente moltiplicato, ma il governo di Cosimo I non tardò molto ad acquistar forze tali, che la sua polizia bastò a porre un freno ad ogni disordine.[327]
Nel resto d'Italia i misfatti pagati furono in generale più o meno frequenti, secondo che si trovarono più o meno numerosi coloro che li compravano. Sarebbe un tentativo inutile il volerne dare un quadro statistico, ma la somma resta sempre considerevole, quand'anche si voglia ammettere che in tutti i casi di morte, che la voce pubblica proclamava come opera della violenza, una piccola parte soltanto sia da riguardar come tale. Il peggio si è che i principi e i governi erano i primi a dare il cattivo esempio, calcolando addirittura l'assassinio come uno dei mezzi più efficaci per salire in potenza e per mantenervisi. Per avere le prove non occorre pensare ad un Cesare Borgia: anche gli Sforza, gli Aragonesi, e più tardi gli stessi agenti di Carlo V si permettevano ogni genere di violenza, purchè paresse utile ai loro scopi.
La mente degli Italiani si venne a poco a poco abituando a tali fatti per guisa che, verificandosi la morte di un potente, non la si credeva quasi mai naturale. Ma egli è certo però, che talvolta si è esagerato di molto rispetto all'efficacia di certi veleni. Anche ammettendo che la famosa polvere bianca dei Borgia (v. vol. I, pag. 157) fosse un veleno, di cui si poteva calcolare l'effetto dentro un determinato spazio di tempo, e che come tale possa riguardarsi altresì il venenum atterminatum, che si dice avere il principe di Salerno presentato al cardinale d'Aragona con queste parole: «in pochi giorni tu morrai, perchè sei figlio di Ferrante che ci voleva calpestar tutti»,[328] — non si potrebbe tuttavia aggiustar troppa fede a quanto vien riferito intorno ad una lettera avvelenata, che Caterina Riario avrebbe mandata al papa Alessandro VI,[329] e che l'avrebbe ucciso s'egli soltanto l'avesse aperta: e di questo stesso parere sembra essere stato Alfonso il Magnanimo, quando, avvertito dai medici di non leggere il Tito Livio mandatogli a regalare da Cosimo de' Medici, rispose loro: «finitela con questi discorsi insensati».[330] Altrettanto dicasi del veleno, col quale il segretario del Piccinino voleva solo leggermente ungere la sedia gestatoria del papa Pio II.[331] — Quanto in generale fosse esteso l'uso di veleni minerali o vegetali, non si potrebbe dire con qualche apparenza di sicurezza: il liquido, col quale il pittore Rosso Fiorentino si tolse la vita (1541), era evidentemente un fortissimo acido,[332] che a niuno s'avrebbe potuto far trangugiare inavvertitamente. — Quanto all'uso delle armi, specialmente del pugnale, per qualche segreta vendetta, pur troppo l'occasione si presentava da sè frequentissima ai grandi di Milano, di Napoli e d'altri siti, poichè fra le schiere d'armati, di cui doveano circondarsi per loro propria difesa, la sete del sangue era alimentata dall'ozio stesso, cui erano condannati. Più di un assassinio non si sarebbe probabilmente commesso, se non si avesse saputo che, per effettuarlo, bastava un semplice cenno a questo od a quello dei propri satelliti.
Fra i mezzi segreti di nuocere, almeno coll'intenzione, eranvi anche le arti magiche,[333] benchè in modo affatto secondario. Quando per avventura si fa menzione di maleficj, di malìe e simili, d'ordinario non si ha in vista che di accumulare sopra un individuo, già di per sè inviso e abborrito, tutte le colpe immaginabili. Alle corti di Francia e d'Inghilterra nei secoli XIV e XV il maleficio veramente funesto e mortale ha una parte molto maggiore, che non nelle classi più elevate d'Italia.
Finalmente ella è pure una specialità tutta propria di questo paese, dove l'individualità tocca ad un grado di sì completo sviluppo, la comparsa d'uomini, nei quali la scelleratezza è portata al colmo, e che commettono il delitto per il delitto, o come mezzo al conseguimento di scopi sì perversi, che escono tutt'affatto dalla norma consueta dei delitti umani.
A questa schiera d'uomini spaventevoli sembrano innanzi tutto appartenere alcuni Condottieri,[334] un Braccio da Montone, un Tiberio Brandolino, ed anche un Werner von Urslingen, che sulla sua corazza argentea portava il motto: «nemico di Dio, e d'ogni pietà e misericordia.» In generale questa classe di persone rappresenta nel complesso i primi malfattori, che non vogliono riconoscere il freno di qualsiasi legge. Ma si andrà un po' più a rilento nel giudicarli, quando si sappia che il massimo dei loro delitti — nell'opinione dei cronisti — sta nel mantenersi ribelli alla scomunica papale, e che tutta la loro personalità appare in una luce tanto sinistra specialmente per questo fatto, sebbene però sia anche vero che in Braccio tali sentimenti anti-religiosi erano portati a tal punto di esagerazione, che, ad esempio, egli montava in furore all'udire i monaci cantare i salmi e li faceva precipitare dall'alto di una torre,[335] «mentre co' suoi soldati si mostrò sempre mite, quanto leale e prode capitano». Ma di regola ciò che spinse al delitto i Condottieri sembra essere stata l'avidità del guadagno, nè per altra parte mancò di contribuirvi la stessa loro posizione altamente immorale; ed anche gli atti di crudeltà, ai quali sembravano trascorrere per puro capriccio, non erano quasi mai senza uno scopo, fosse pure anche soltanto quello di incutere spavento nelle moltitudini. Le efferatezze degli Aragonesi, come già s'è veduto (v. vol. I, pag. 48, 49), ebbero il loro movente principale nella sete di vendetta e nella paura. Un furor sanguinario quasi senza scopo, una gioja infernale nel male si riscontrerà in Cesare Borgia, spagnuolo, le cui immanità superano di gran lunga gli scellerati intenti, ai quali le faceva servire (v. vol. I, pag. 152). Poscia una speciale compiacenza nel delitto scorgesi in Sigismondo Malatesta, tiranno di Rimini (v. vol. I, pag. 44 e 301), cui non la Curia romana soltanto,[336] ma il giudizio terribile della storia accusa di assassinj, di violenze, di adulterj, di spergiuri e di tradimenti, ripetuti anche più volte. Quanto al fatto più orribile, la tentata violazione del proprio figlio Roberto, che questi respinse colla spada sguainata alla mano,[337] parrebbe essere stata non tanto l'effetto di una depravazione che vince ogni limite, quanto di una superstizione astrologica o magica. La stessa cosa s'è supposta per spiegare la violenza usata al vescovo di Fano da Pier Luigi Farnese di Parma, figlio di Paolo III.[338]
Ora se noi, dopo tutto questo, possiamo permetterci di raccogliere insieme i tratti principali del carattere degli Italiani d'allora, quale ci vien fatto conoscere da uno studio della vita delle classi più elevate, se ne potrebbero per avventura dedurre le conclusioni seguenti. Il vizio fondamentale di esso carattere fu la condizione stessa della sua grandezza; l'individualismo soverchiamente sviluppato. Questo si ribella dapprima tacitamente all'ordinamento politico sussistente, per lo più tirannico ed illegittimo, e quanto pensa e fa, gli viene, a ragione o a torto, ascritto a tradimento. Alla vista dell'egoismo che trionfa, esso comincia, nell'interesse proprio, la difesa del diritto, e colla vendetta che esercita, cade in braccio ai ciechi istinti, mentre crede di ristabilire la sua pace interna. L'amore va in traccia di un altra individualità ugualmente sviluppata, la donna altrui. Di fronte ad ogni obiettività, e ad ostacoli e leggi d'ogni maniera, esso ha il sentimento della propria autonomia ed opera conformemente ad esso in ogni singolo caso, secondo che nel suo interno riescono a conciliarsi il sentimento dell'onore e la cura del proprio interesse, un astuto calcolo e la passione, la generosità e il desiderio della vendetta.
Ma se l'egoismo, tanto nel senso più largo che nel più ristretto, è la radice e la fonte principale d'ogni scelleratezza, non v'ha dubbio che il popolo italiano, giunto allora a tal grado di sviluppo individuale, vi andò più dappresso che qualunque altro popolo.
Esso però non giunse a questo sviluppo per colpa sua, ma bensì per decreto della storia; nè ci arrivò solo, poichè, per mezzo della cultura italiana, ci arrivarono con lui tutti i popoli d'occidente, i quali da quel tempo in poi non vivono, nè si movono in verun altro ambiente. Questa tendenza, per sè stessa, non è nè bene, nè male, ma una necessità, che fe' nascere un'idea del bene e del male essenzialmente diversa da quella del medio-evo.
L'Italiano del Rinascimento dovette affrontare pel primo l'urto violento di quella nuova êra mondiale. Colle sue doti e le sue passioni, egli divenne il più notevole rappresentante di tutte le altezze e di tutti gli abissi del suo tempo. Vicino alla più profonda corruzione si svolse la più nobile armonia della personalità, ed un'arte gloriosa che esaltò la vita individuale ad un punto, cui non seppero o non vollero pervenire nè l'antichità, nè il medio-evo.