CAPITOLO IX. Descrizione della vita reale ordinaria.

Enea Silvio ed altri. — Convenzionalismo bucolico dal Petrarca in avanti. — Condizione effettiva dei contadini. — Schietta rappresentazione poetica della vita campestre. — Battista Mantovano, Lorenzo il Magnifico, il Pulci. — Angelo Poliziano. — L'umanità e l'idea dell'uomo in generale.

Alle scoperte che si fecero intorno all'uomo noi dobbiamo finalmente aggiungere anche l'interesse, che si prese alla descrizione della vita ordinaria quotidiana.

Nel medio-evo la vita d'ogni giorno non offerse argomento di poesia che alla satira ed alla farsa. Al tempo del Rinascimento in Italia si prende invece a studiarla e a descriverla per ciò che essa è in sè stessa, perchè è interessante da sè, perchè è una parte della vita umana in generale, nel vortice della quale gli Italiani si sentono come magicamente travolti. Invece della farsa volgare, che s'aggira per le case, sulle vie, nei villaggi per beffarsi indistintamente della piccola borghesia, dei contadini e del clero delle campagne, noi incontriamo qui nella letteratura i primordi di quei quadri di genere, che si fanno poi attendere per lungo tempo ancora nella pittura. Più tardi questi si congiungono spesso con quella farsa volgare e procedono uniti, ma non per questo sono identici con essa, chè anzi differenze essenziali li distinguono pur sempre nettamente fra loro.

Quante cose umane non deve aver Dante attentamente osservato e sperimentato prima di poter descrivere in modo così profondamente vero il suo mondo spirituale![117] Le celebri similitudini desunte dall'operoso affaccendarsi nell'arsenale di Venezia, dall'appoggiarsi dei ciechi l'uno sull'altro alle porte delle chiese[118] e simili, non sono le sole prove che possono addursi in tale riguardo: l'arte stessa, colla quale egli esprime lo stato interno di un'anima nell'atteggiamento esteriore e nel gesto, dimostra un profondo e pertinace studio della vita.

I poeti che vengono dopo di lui, ben raramente lo agguagliano, e ai novellieri è vietato dalla stessa legge suprema del genere che trattano, di indugiarsi nelle particolarità (cfr. a pag. 38 e 94). Ad essi è permesso di esordire con grande larghezza e di essere prolissi, finchè vogliono, nel narrare, ma non mai di far quadri di genere puramente descrittivo. Questi non s'incontrano per la prima volta che presso gli uomini, che fecero rivivere l'antichità.

Il primo che anche in questo riguardo ci si fa innanzi è l'uomo, che avea una speciale attitudine a tutto: Enea Silvio. Egli descrive non soltanto la bellezza del paesaggio, non le cose più interessanti dal lato cosmografico ed archeologico (v. vol. I, pag. 244, vol. II, pag. 10 e 33), ma anche qualsiasi avvenimento ordinario e straordinario della vita.[119] Fra i moltissimi passi delle sue Memorie, in cui si rappresentano scene naturali, alle quali in allora appena qualcuno avrebbe consacrato un lieve tratto di penna, non menzioneremo qui che la gara dei remiganti sul lago di Bolsena.[120] Ma impossibile sarebbe il dire con qualche sicurezza da quali antichi epistolografi o narratori gli sia venuto l'impulso a rivestire di sì splendidi colori le sue descrizioni; nè ciò deve sorprendere, essendo mille nel campo spirituale i punti di contatto tra l'Antichità e il Rinascimento, che non potranno mai essere chiaramente spiegati e resteranno avvolti in una misteriosa penombra.

Dopo ciò formano parte di questa serie quelle poesie descrittive latine, delle quali s'è già parlato altrove (v. vol. I, pag. 350): descrizione di cacce, di viaggi, di ceremonie e simili. E non manca anche qualche lavoro italiano di questa specie, come, per esempio, le descrizioni della celebre giostra medicea del Poliziano e di Luca Pulci. I poeti epici propriamente detti, Luigi Pulci, il Bojardo e l'Ariosto, sono spinti naturalmente dal loro soggetto a passar oltre e a toccar questi punti appena di volo, ma, anche in onta a ciò, non si può non ammirare la facile precisione, con cui dipingono la vita ordinaria, e se ne trae una prova di più della loro grande maestria in tutto. Franco Sacchetti si compiace una volta di ripetere i brevi discorsi di una brigata di belle donne,[121] che in un bosco furono sorprese dalla pioggia.

Altre descrizioni della vita reale ordinaria trovansi, più spesso che altrove, negli scrittori di cose guerresche e simili (cfr. vol. I, pag. 135). Ancora di un tempo anteriore ci rimane in una poesia molto circostanziata[122] un quadro fedele di una battaglia di mercenari del secolo XIV, dove son riferite particolarmente le acclamazioni, le grida e i comandi, che echeggiano durante la zuffa.

Ma la cosa più notevole in questo genere sono le schiette descrizioni della vita campagnuola, che si trovano specialmente in Lorenzo il Magnifico e nei poeti che lo circondano.


Dal Petrarca in avanti[123] ci fu una specie di bucolica falsa, convenzionale, un vero furore di scriver egloghe, ad imitazione di quelle di Virgilio, non importa se in versi latini od italiani. E come sue specie secondarie sorsero il romanzo pastorale del Boccaccio (v. vol. I, pag. 346) e tanti altri sino all'Arcadia del Sannazzaro, e più tardi la farsa pastorale alla maniera del Tasso e del Guarini, tutti lavori dettati in bellissima prosa o in versi perfetti, nei quali però la vita pastorale non figura che come un costume indossato per sola apparenza esterna, esprimendosi sotto di esso sentimenti propri di un genere ben diverso di società.[124]

Ma, accanto a ciò, col finire del secolo XV, sorge nella poesia un modo affatto nuovo di dipingere la vita campestre: la descrizione schietta, naturale, l'antitesi insomma, il contrapposto della bucolica convenzionale di prima. Essa non fu possibile che in Italia, perchè qui soltanto l'abitatore delle campagne (tanto il colono che il proprietario) aveva dignità d'uomo e libertà personale e franchigie speciali, per quanto anche talvolta la sua sorte fosse piuttosto dura. La differenza tra la città e i villaggi è ben lontana dall'esservi così accentuata, come nel nord; anzi un gran numero di piccole città vi è esclusivamente abitato da contadini, che la sera, tornando alle loro case, possono mutar nome e chiamarsi cittadini al pari di tutti gli altri. I Maestri comacini fecero il giro di quasi tutta l'Italia; al fanciullo Giotto fu pure possibile di abbandonar le sue pecore e di essere aggregato in Firenze ad una corporazione; in generale l'affluenza degli uomini del contado alle città era continua, e certe popolazioni di montagna sembravano nate esclusivamente per questo.[125] Ora egli è bensì vero che la boria e l'orgoglio cittadinesco sono un continuo stimolo ai poeti e ai novellieri perchè mettano in canzonatura il villano,[126] e che la commedia improvvisata (v. pag. 61 e segg.) si dà premura poi di fare il resto. Ma tuttavia dove trovare neanche un'ombra di quel crudele e beffardo odio di razza contro i vilains, di cui sono pieni gli aristocratici poeti provenzali e qua e colà anche i cronisti francesi? Egli è un fatto che negli scrittori italiani di qualsiasi specie[127] s'incontrano frequenti e spontanee testimonianze d'onore e di rispetto per una classe di persone, che rende alla società sì segnalati servigi e ha tanto diritto alla di lei gratitudine. Gioviano Pontano[128] narra con sensi di vera ammirazione alcuni tratti magnanimi dei selvaggi abruzzesi: nelle collezioni biografiche e nei novellieri non mancano mai eroine campestri,[129] che sacrificano la propria vita per difesa del proprio onore e pel bene della propria famiglia.[130]

Con tali precedenti era ben naturale che in taluni sorgesse il desiderio di rivestir dei colori della poesia anche questo genere di vita. Fra costoro innanzi tutto nomineremo qui Battista Mantovano colle sue Egloghe, una volta assai lette ed anche oggidì degne di osservazione. Esse sono uno de' suoi primi lavori (probabilmente del 1480 o in quel torno), e vi si nota ancora una certa perplessità tra il realismo e il convenzionalismo della rappresentazione, ma in sostanza il primo prevale. Vi si sentono le idee di un buon curato di campagna, non senza qualche sfumatura qua e là di idee liberali. In qualità di monaco carmelitano, Battista deve aver bazzicato assai colle popolazioni del contado.


Ma con forza incomparabilmente maggiore ci trasporta Lorenzo il Magnifico in questo nuovo mondo e ci fa vivere veramente la vita del villaggio. La sua «Nencia da Barberino»,[131] può dirsi la nuova e schietta riproduzione delle canzoni popolari dei dintorni di Firenze, fuse insieme in un'onda maestosa di ottave. L'oggettivismo del poeta è tale, che si resta in dubbio se si risenta simpatia o disprezzo pel garzone che parla (è il contadinello Vallera, che dichiara il suo amore alla Nencia). È evidente il contrasto deliberato colla bucolica convenzionale accompagnata dal solito Dio Pane e dalle solite Ninfe: Lorenzo si getta volontariamente nel nudo realismo della spregiata vita delle campagne, e, ciò non ostante, l'insieme lascia un'impressione veramente poetica.

Rivale della Nencia, per consenso di tutti, è la Beca da Dicomano di Luigi Pulci.[132] Ma essa difetta di una certa serietà obbiettiva, per essere stata cantata non tanto per forza di naturale impulso e allo scopo di rappresentare un lato della vita del popolo, quanto pel desiderio di ottenere l'applauso della più colta società fiorentina. Da ciò la maggiore e deliberata rozzezza del quadro e le frammistevi oscenità. Ciò non ostante, il carattere del contadino innamorato vi è con molta abilità sostenuto.


Terzo in questa società viene Angelo Poliziano col suo Rusticus in esametri latini.[133] Tenendosi lontano da ogni imitazione della Georgica di Virgilio, egli descrive specialmente l'anno campestre in Toscana, cominciando dall'autunno inoltrato, nel quale l'agricoltore sfodera un nuovo aratro e fa le seminagioni dell'inverno. Assai ricca e lussureggiante è la descrizione della campagna in primavera, ed anche nell'«estate» s'incontrano passi di un gusto squisito; ma ciò che può riguardarsi come un vero gioiello della nuova poesia latina, è la festa della vendemmia in autunno. Anche in italiano il Poliziano ha cantato qualche cosa da cui emerge, che nel gruppo che stava attorno a Lorenzo, si poteva dare oggimai qualche quadro veritiero della vita agitata e operosa delle classi inferiori. La sua Zingaresca[134] è uno dei primi saggi della tendenza dei poeti moderni a trasportarsi nella vita e nei costumi di una classe d'uomini diversa da quella, a cui essi appartengono. Con un intento comico qualche cosa di simile era stato, per vero, tentato ancor prima,[135] e in Firenze i canti delle Mascherate ne offrivano sempre nuova occasione al tornare di ogni carnovale. Ma ciò che è nuovo, è il trasportarsi nel mondo dei sentimenti di un'altra classe, con che tanto questa canzone, quanto «la Nencia» tracciano nella storia della letteratura una nuova via, che merita attenta considerazione.

E qui pure in sul finire dobbiamo far notare di nuovo il fatto, che la cultura precede sempre lo sviluppo dell'arte. Non ci vollero infatti, dalla Nencia in poi, meno di ottant'anni prima che s'avessero i quadri di genere e i bozzetti campestri di Jacopo Bassano e della sua scuola.


Avremo occasione in seguito di mostrare come in Italia le differenze sociali fondate sulla diversità della nascita avessero omai perduto ogni valore. Ciò che vi contribuì grandemente fu senza dubbio il fatto, che qui, prima che altrove, s'era acquistata una conoscenza più seria e più perfetta dell'uomo in particolare e dell'umanità in generale. Basterebbe questa sola conquista per imporci un obbligo di eterna riconoscenza verso gli uomini del Rinascimento. Un concetto logico e astratto dell'umanità s'era avuto da tempo antichissimo, ma il Rinascimento ce ne diede la realtà vera e obbiettiva.

I più nobili ed elevati sentimenti a questo riguardo trovansi espressi da Pico della Mirandola nel suo discorso sulla dignità dell'uomo,[136] che può dirsi uno dei lasciti più preziosi di quell'epoca tanto colta. Dio s'è riserbato di crear l'uomo dopo tutte le altre creature, affinchè questi potesse riconoscere le leggi dell'universo, sentirne la bellezza, ammirarne la magnificenza. Egli non lo vincolò a nessuna sede fissa, non gl'impose veruna attività determinata, nessuna necessità ineluttabile; lo dotò anzi di ogni facoltà necessaria a muoversi e a voler liberamente. «Io ti ho collocato in mezzo al mondo, disse il Creatore ad Adamo, affinchè tu tanto più facilmente ti guardi attorno e vegga tutto ciò ch'esso contiene. Io ti creai non celeste e non terrestre, non mortale, nè immortale soltanto, affinchè tu sia libero educatore e signore di te medesimo; tu puoi degenerare sino a divenir bruto, e rigenerarti sino a parer quasi un Dio. I bruti portano con sè dal grembo materno quanto ad essi fa d'uopo per conservarsi; gli spiriti superiori sono sin dal principio, o per lo meno subito dopo,[137] ciò che saranno eternamente. Tu solo hai uno sviluppo, che dipende dalla tua libera volontà, e porti in te i germi d'ogni specie di vita».