VII.

L'anno 1831 finì, senza che Lucertolo avesse ottenuto alcun notevole trionfo nelle sue ricerche.

Nella prima settimana del gennaio 1832, pochi giorni dopo il colloquio fra il birro e l'avvocato, la I. e R. Consulta rigettava unanime la domanda di revisione del processo di Nello.

Egli dunque doveva partire per il luogo di pena a lui destinato.

Lo stolido, sin dal giorno in cui il cancelliere gli aveva letto la sentenza della Rota, che lo condannava, era caduto in un grande abbattimento; passava le giornate sdraiato in terra nella prigione, alzando appena la testa quando qualcuno entrava, rispondendo di rado alle domande che gli erano volte, e soltanto dando in risposta parole sconnesse e insensate.

Gli rimaneva a subire la dolorosa prova della gogna.

La mattina del 23 gennaio 1832, in via del Palagio il sotto-boia, personaggio allora notissimo in Firenze, era occupato con un suo ragazzo a rizzare intorno al muricciuolo, che era a destra della porta del Palazzo Pretorio, che rispondeva in Via del Palagio, un cancelletto di legno.

I curiosi cominciavano a fermarsi in quel tratto di strada dinanzi al
Bargello.

Le beghine, che entravano nella vicina chiesa di Badia per udire la prima messa, palpitavano d'impazienza, e attendevano ansiose il Deo Gratias! per svignarsela, e prender posto sulla scalinata del tempio.

Ma, quando uscirono, trovarono già il terrazzino e gli scalini quasi gremiti di gente.

Ne era andata la voce: tutta Firenze sapeva ormai che quella mattina, verso le 10, sarebbero stati esposti alla berlina alcuni delinquenti.

E ognuno si era affrettato, e non ostante la rigida mattinata di inverno centinaia di persone non aveano avuto paura di fare una levataccia.

Due ore prima che la campana del Bargello cominciasse a suonare a gogna, in via del Palagio la gente si pigiava.

La folla era allegra, chiassona, rumorosa. I mercatini vi si trovavano in gran numero, e si riconoscevano più che altro al delicato profumo che tramandavano, ai dialoghi pittoreschi, alle energiche esclamazioni, ai soprannomi sonori, e non tutti puliti, con cui si chiamavano fra loro.

Da un punto all'altro, alla distanza di cinque, di dieci passi si parlavano, si distribuivano i loro salaci appellativi, si comunicavano le loro idee pellegrine.

Le donne mercatine, in capelli e in ciabatte, alcune scalze e sbricie, erano accorse ad aumentare la gazzarra, e univano le loro voci stridule a quelle più vibrate dei congiunti.

Qua e là giravano i venditori di leccornìe, berciando la loro merce.

La folla era mossa da un solo desiderio: veder Nello, veder l'assassino, il ladro del Vicolo della Luna!

A un tratto si udirono i primi gravi rintocchi della campana.

Un urlo immenso proruppe da tutti que' petti: centinaia di teste e di braccia si alzarono in aria; il mite popolo toscano impazzava di ferocia in quei momenti.

La campana continuava a suonare lenta, monotona, sinistra su quell'osceno tripudio.

La gente fitta sulle scalinate di Badia si rizzava in punta di piedi, si spenzolava dai parapetti delle gradinate.

Un gruppo di preti stavano solenni, maestosi sulla porta della chiesa; i preti, non meno degli altri, curiosi, gli occhiali inforcati, e due di essi ritti su sgabelli.

Volevano tutti vedere l'assassino del Vicolo della Luna, ma il vedere le sue fattezze, la sua persona non era la principale attrattiva.

I vecchi, le donnicciuole, le beghine, i mercatini erano stati stimolati da un'altra idea.

Aspettavano che uscissero i condannati per leggere il cartello, che portavano legato al collo e sul quale erano scritti la età, gli anni della condanna, il giorno del delitto, ecc., ecc.

Si trattava di studiare i cartelli, saperli interpretar bene, farci una buona cabala, levarci i numeri del lotto.

E a favoreggiare così nobili istinti la gogna aveva luogo, in generale, di venerdì.

La campana ora suonava, suonava a distesa.

Era la stessa campana, che aveva un tempo servito a chiamare i messi del Potestà, a indicare il momento in cui quell'ufficiale e i suoi giudici cominciavano l'amministrazione della giustizia.

Proprio la medesima campana, che poi fu destinata ad annunziare che un misero colpito dal rigor della legge s'incamminava al supplizio.

Più tardi con il suonarla si volle notare quell'ora, dopo la quale non era lecito ai cittadini di percorrere le vie senza lumi ed armati, senz'averne uno speciale privilegio, e per questo si chiamò campana dell'armi. Suonò per tale oggetto finchè ebbero vita le leggi repubblicane; suonò ancora dopo che Cosimo I ebbe pubblicato leggi ben più severe, per le quali condannavasi al taglio della mano chi dopo il suono di quella fosse stato trovato per le vie di Firenze!

Suonava, come ricorderà il lettore, sul principio di questo racconto, e suonò, sino a che spariti certi avanzi di barbarici ordinamenti, nel 1848 fu lasciata in pace, anzi calata.

Quella campana, con la sua lingua di bronzo, poteva ripetere la storia di cinque secoli!

E all'ombra della torre, in cima alla quale dindonava, si erano svolte
Dio sa quante tragedie!

Un erudito, scrivendo sul palazzo del Bargello, si dichiarava «persuaso che di gran lunga maggiore delle già conosciute, esser debba il numero delle tragedie, che per effetto di una tirannia timida o sospetta vi si sono consumate nell'ombra e nel mistero, senza che all'occhio dei profani sia stato concesso di scorgere neppure una stilla del sangue che si è versato!»

La smania dei convenuti era di veder Nello, sebbene gli altri delinquenti, che con lui dovevano subire l'ora di esposizione, non fossero, a così dire, di minor levatura.

L'uno era antico cursore, già appartenuto alla polizia. Se n'era andato da Firenze con la moglie, sotto colore che la moglie desiderasse riveder il suo paesello nativo. Tornato poco appresso solo, dette voce di aver lasciato la moglie tra i suoi. Intanto egli trescava con una druda. Venuto un giorno a parole con la mala femmina, e ad aspre e infuocate parole, costei, entrata in ruzzo, si lasciò scappar di bocca che egli aveva ammazzato la propria moglie. Fu detto a due o tre persone, poi ripetuto, propalato: il cadavere della povera donna fu scoperto, dissepolto: l'uxoricida arrestato, condannato. Ecco uno di coloro che quel giorno dovevano comparire alla gogna: o, come pur si diceva, alla berlina.

Ne stavano alquanto di mal'animo i suoi antichi colleghi della polizia, a' quali pareva ricadesse anche su loro un po' dell'orrore di quel delitto.

Ma il popolo non era eccitato dall'uxoricida.

E neppure lo eccitava la imminente comparsa alla gogna di un altro assassino: di colui che aveva subito davanti alla Rota un processo assai clamoroso per avere scannata una serva in una casupola presso l'Arco dei Pescioni.

La scoperta dell'autore del delitto era stata un miracolo di abilità per parte della polizia.

Rimasto lungo tempo ignoto, lo scannatore era stato arrestato una notte caldo caldo nel suo letto, quando ormai credeva all'impunità.

Bellissimo uomo, egli era al servizio di una famiglia cospicua, soleva indossare smagliante livrea, e il popolo lo conosceva per averlo veduto sempre da anni ritto sulla predella dietro la carrozza di un patrizio, come stavano allora i valletti, denominati cacciatori; maestosi e risguardevoli col loro cappello a due punte e i copiosi pennacchi.

Però anche pel cacciatore il popolo non si dava briga più che tanto.

Voleva Nello, non altri che Nello, voleva l'assassino del Vicolo della
Luna!

Da lui soltanto in quell'occasione si dovevano levare i numeri del lotto; da lui doveva venire la fortuna: sul suo cartello tutti avrebbero cercato gli storni, gli ambi, i terni propizi.

—Eccoli! eccoli!

Si udì un immenso grido, che rimbombò per tutte le vie circostanti e fu ripetuto da tutti gli echi.

—Sì, eccoli… Son davvero!

E la gente allungava il collo, lavorava coi gomiti, si accalcava, si pigiava sempre più; quelli sulle scalinate di Badia, strimizziti, addosso l'uno all'altro quasi soffocavano e si contorcevano, si divincolavano, si dibisciavano per arrivare a dar un'occhiata sino all'angolo della porta.

I preti grassi, paffuti, dall'alto dell'ultimo scalino che metteva nella chiesa, guardavano sorridendo quell'agitatissimo ondeggiar di teste.

—Eccolo!—tuonò di nuovo un grido formidabile dalla chiesa di Badia fino all'angolo di via Vergognosa, e il grido fu seguito da una straordinaria concitazione.

Infatti alcuni birri eran comparsi sulla soglia della porta, e dietro ad essi subito uscì fuori Nello pallido, esterrefatto, atterrito dinanzi a quella folla, coi capelli irti sulla fronte, sulla quale gli scendeva a grosse goccie il sudore.

I mercatini lo salutavano con esclamazioni bestiali, gli mostravano i pugni, rompendo in motti di scherno.

Il sotto-boia aprì il cancelletto di legno che era attorno al muricciuolo e spinse dentro Nello.

Poi egli pure salì sul muricciuolo, e legò le gracili braccia del condannato a due campanellette di ferro fitte nel muro.

Entrarono quindi gli altri due assassini, torvi, terribili, fulminando con occhiate di disprezzo la folla, che li salutava col solito vocìo, li bersagliava co' suoi motti insolenti e spietati.

Richiuso il cancelletto, il sotto-boia andò a mettersi sulla soglia della porta, fosco, rigido, impalato.

Una fila di birri faceva la guardia intorno e dinanzi al cancelletto.

—Che numeri ci sono nel cartello?

La domanda andava di bocca in bocca: la urlavano i lontani a' più vicini, ammiccando al cartello, che Nello aveva al collo.

Alcuni scrivevano i numeri in un foglietto e lo passavano di mano in mano agli altri.

Le vecchierelle insistenti, di bassa statura, o di vista corta, non esitavano a tirar per la manica anche le persone più civili che si trovassero lì presenti, e chiedere:

—Via… mi dice i numeri?¹

¹ Questa strofa di Giuseppe Giusti nella Apologia del
Lotto
ci dipinge la scena:

«Se suonano a gogna,
Ci vedi la piena;
Ma in quella vergogna
Si specchia e si frena?
Nel braccio ti dà
La donna vicina,
E dice: Berlina,
Che numero fa?
»

Un'ora durava quello scempio, «affinchè, diceva la legge, i delinquenti sieno generalmente conosciuti ed il pubblico resti sodisfatto della retta amministrazione della giustizia.»

I legislatori fiorentini avevano sempre avuto strane idee di tormenti.

Non furono fiorentini i legislatori che statuirono la pena del battesimo:—debeat aqua baptizari—che consisteva nel tradurre il colpevole sopra uno dei ponti della città, e legato con una fune tuffarlo, una o più volte, nell'Arno? Era considerata come infamante e in molti statuti ordinata contro i bestemmiatori e le meretrici…

—(Vien fatto di domandare, dato che si amministrassero oggi tali castighi ai bestemmiatori, se le acque d'Arno sarebbero sufficienti)!

A un certo punto della gogna, un birro prendeva i cappelli dei condannati e li buttava in terra arrovesciati dinanzi al cancello.

Se il condannato ispirava qualche simpatia, se si trattava di un omicidio in rissa, di un delitto per cui il popolo avesse circostanze attenuanti, i quattrini, i soldi, le crazie, piovevano nei cappelli. Ma se i delinquenti erano invisi, ben pochi davano loro anche quel lievissimo obolo.

Infatti in tal mattina appena cinque o sei persone avevano gettato pochi miseri quattrini nei cappelli.

Una donna, tutta velata di nero, traversò a stento la folla, si accostò al cancelletto, e gettò nel cappello di Nello un pugno di monete d'argento.

Poi si allontanò, vacillando, quasi barcollando, fino a che giunta alla cantonata di Via de' Librai si sentì ghermire per una spalla da una mano, forte, come acciaio.

La donna era Lina Carminati.

Si voltò indietro raccapricciata: e si trovò dinanzi Lucertolo!