XX.
Lucertolo però non aveva raccontato a che bel rischio egli fosse sfuggito.
Carlo Tittoli, accortosi che sua madre prima di morire era stata derubata, aveva fatto disegno di scuoprire il colpevole.
Andò a interrogare la Nencia.
Le parlò del baule trovato tutto sossopra, del mazzetto di fiori, della lettera, che il ladro, nella fretta, richiudendo il baule, forse sentendo avvicinarsi qualcuno, aveva lasciato cadere.
Ma la Nencia, divenuta bianca nel volto, si gettò in ginocchioni, gridò, spergiurò che non solo essa non era stata, ma neppure poteva immaginare chi avesse osato tanto.
—Io uscii—ella diceva—poco prima che la povera Berta morisse… Nella camera rimase Lucertolo, perchè la Berta faceva cenno di volergli parlare…
Il Tittoli subito mostrò di non volersene più occupare, e avvertì la donna di tacere.
Già l'animo di quell'infelice era combattuto da tante afflizioni che egli non si sentiva la forza di avventurarsi in uno scandalo.
Però gli entrò in cuore che Lucertolo potesse esser l'autore del furto.
Ma come accusare un agente della polizia? e con quali prove? E avesse pure avuto le prove, egli non era propenso a procacciarsi nuove lotte, crearsi nuovi imbarazzi.
Carlo Tittoli tenne in sè il vago sospetto, e si chiuse di nuovo nelle sue tristezze.
Meditava di togliersi la vita, di rompere tutti i legami che l'avvincevano a un mondo di dolori e di pene, e nel maggio del 1833 si recava a Venezia, ove compieva risoluto il suo ben maturato disegno.
Egli solo era stato sino allora a parte del segreto di Antonietta; egli solo sapeva che il celebre nome di Amieri era portato dalla umile ragazza, che egli aveva veduto in anni non lontani girare per le vie del Mercato, accompagnandosi spesso con lei.
Allora nè l'uno nè l'altra prevedevano quanto avrebbero amato, sofferto, fra quali catastrofi sarebbero trascorse le loro esistenze.
La Nencia non si era mai scordata delle parole dettele dal Tittoli. Anch'essa aveva gettato i suoi sospetti addosso a Lucertolo, e si era posta in animo di strappargli la confessione della verità.
Dette opera a varii espedienti, che non le riuscirono a bene. Finalmente venne in pensiero di manifestare tutto ad un birro, suo fratellastro, il birro Vendifumo, che già il lettore conosce, e che era rivale, nemico accanito di Lucertolo.
Cadde d'accordo con lui di ridur Lucertolo a tal partito che egli non potesse più infingersi.
Lucertolo era forte, aitante della persona, coraggioso, ma pieno di superstizioni. Credeva ai sogni, agli spiriti, alle apparizioni, ai morti resuscitati e a tutta la lugubre suppellettile, che anche oggi riempie le facili, estrose fantasie del popolo.
Si avvisarono di coglierlo da questo suo lato debole.
Egli abitava in una casipola nel vicolo degli Anselmi, una di quelle casipole, sol da pochi anni distrutte, ed allora messe in comunicazione una con l'altra da corti, da anditi, da tetti, su' quali era agevole lo scendere dalle finestre; casipole, per le quali un uomo preso da talento di andare randagio poteva passeggiare liberamente, andando dall'una all'altra, senza bisogno di entrarvi per gli usci.
La Nencia e Vendifumo abitavano pure in quei caseggiati.
Una notte, mentre Lucertolo, libero dal servizio, dormiva la grossa, contento della scoperta che aveva coronato i suoi sforzi e alla vigilia di partire alla volta di Pisa ad ottenere la liberazione di Nello, la Nencia e il suo compare, che covavano da lungo tempo il loro disegno, decisero di mandarlo ad effetto.
La notte era propizia: una brutta notte di maggio, col vento che muggiva, una pioggia che cadeva a rovesci, con una bufera che imperversava all'impazzata.
Ad un tratto Lucertolo è svegliato da un gran rumore.
La finestra si spalanca: entra nella camera il vento soffiando, e portandogli fino sul letto gli spruzzi della pioggia.
Sente pure uno strepito di passi sul pavimento.
Si alza a sedere sul materasso, vede verso la finestra un lumicino, poi come un fantasma, che il riflesso del lume faceva apparire tutto giallastro, avvolto in un lenzuolo.
Tutte le idee di streghe, di versiere, di spiriti, di apparizioni tornano alla mente turbata del birro.
Stende le braccia verso il fantasma, vuol urlare…
Il fantasma alza il lumicino!
Santo nome della Madonna!… Era proprio dessa, era la vecchia
Tittoli, uscita dalla fossa, che veniva ad atterrirlo, a spaventarlo.
Che cosa voleva da lui?
Dalla finestra aperta il fresco penetrava nella stanza.
Il birro sentiva agghiacciarsi il sudore sulle carni.
Non poteva urlare, aveva la gola inaridita.
Si turò gli occhi coi pugni chiusi.
Poi protese il volto come per meglio udir quello che diceva il fantasma, se parlasse.
Udì uno scarpiccìo sul tetto sottostante alla finestra, uno strepito di tegoli smossi, come se una legione di spiriti irrequieti si avanzasse dietro al fantasma.
Non osava più guardare.
Abbassò i pugni.
E vide che la vecchia Tittoli camminava per la stanza.
Lucertolo si buttò giù, coprendosi il capo con le lenzuola.
Il fatto non è straordinario.
Molti uomini, e specialmente del popolo, comechè robustissimi, impavidi, tali che non darebbero un passo indietro dinanzi al maggior pericolo, rischiosi, temerarii, sono in preda alle più singolari paure, derivanti da superstizioni.
Metteteli contro altri uomini e si getteranno volentieri nelle mischie più furibonde; dite loro di salire una certa scala, di traversare certe stanze al buio, di passare di notte da un certo tratto di campagna, e rifiuteranno.
La paura del soprannaturale ha scosso sempre l'uomo; l'uomo, il cui animo è così pieno di misteriose, ineffabili singolarità; l'uomo, che anche ne' periodi ne' quali si dà per più incredulo, è tutto affaticato ad architettare e sognare prodigi!
Lucertolo sentì pigiare il letto.
Era la mano del fantasma, posata vicino a lui.
Non osava muoversi. La coscienza in quel momento gli rimordeva del furto commesso, e anche tenendosi così acquattato sotto le lenzuola gli pareva di scorgere la vecchia moribonda nel momento in cui, erano quasi due anni, gli accennava, dove aveva riposto il denaro, che egli doveva consegnare al figliuolo.
Poi udì smuovere e aprire i pochi mobili che erano nella camera; uno sbattere di cassetti.
Quindi di nuovo tutto tornò in silenzio, se non che l'orecchio del birro era percosso dal fiotto del vento, della pioggia, che batteva sui tetti e che arrivava fino a lui per la finestra sempre spalancata.
Cacciò il capo fuori delle lenzuola.
E questa volta dette un grido.
La stanza era rimasta all'oscuro, ma il fantasma non se n'era andato:
Lucertolo lo sentiva, o gli pareva di sentire che si muovesse sempre.
Un lampo guizzò, rischiarando all'improvviso la cameruccia.
Al lampo succedette subito il rombo, il boato di un tuono, che si andò allontanando con immenso fragore.
Nel bagliore del lampo Lucertolo aveva scorto il fantasma, e accanto ad esso, ritto, stecchito, volgendo il dorso verso il letto un altro fantasma più nero, di più alta statura, più spaventoso.
La sera, prima di coricarsi. Lucertolo era andato dal vinaio Barba, in Via degli Speziali, e aveva tracannato diversi quartucci.
Il vino non gli era mai tornato ostico: lo stomaco del celebre birro era citato nelle botteghe de' vinai come un esempio di vasta capacità.
—Beve come Lucertolo!—era un elogio, equivalente, fra i più intrepidi cioncatori, all'elogio che allora si poteva fare di un autore, dicendo:—scrive come un Accademico della Crusca!
I fumi del vino, l'essere stato svegliato così di colpo, il fresco che veniva dalla finestra, la subita apparizione, le naturali paure avevano messo Lucertolo in uno stato di grandissima agitazione, di sensibilità acutissima.
I capelli gli si rizzarono sulla testa alla vista dei due fantasmi, apparsigli nel rutilante balenìo del lampo.
Essi si accostavano a lui, li sentiva, li sentiva avvicinarsi, gli sembrò aver udito mormorare una parola.
La parola fu ripetuta due volte, quasi al suo orecchio.
—Ladro!
—Ladro!
—Rendi i denari al mio figliuolo!
E Lucertolo balzò dal letto inorridito, poichè si avvisò di aver riconosciuto la voce della vecchia Tittoli.
—Misericordia!… misericordia!…—egli gridò tutto spaventato, e decise rivelare la sua colpa, chiederne perdono, sopraffatto dal suo superstizioso sgomento.
Però, allungando un braccio, egli aveva urtato in un corpo solido, come nel braccio di un altro uomo.
Cercò di nuovo, così al tasto, non trovò più nulla, il corpo da lui urtato si era mosso.
Allora lo prese un forte sospetto.
Il fresco pungente lo aveva richiamato in sè.
Si mise a camminar furibondo per la camera a braccia aperte, gettando in terra una sedia, urtando in un tavolino.
Incontanente fu colpito da un rumore, che gli parve quello di un ombrello che si aprisse, della pioggia che vi battesse, da un nuovo rumore di passi sul tetto.
Dio del cielo! I fantasmi erano spariti. Dunque erano veri e proprii fantasmi! Accese il lume: vide la finestra spalancata; pel tetto non si scorgeva più alcuno, non si sentiva più altro strepito; nella camera nessuna traccia.
Era stata di certo un'apparizione!