XXII.
Una mattina del giugno 1833, poche settimane dopo i fatti avvenuti a Venezia in casa della principessa Calliraky, il maestro Antonio Brinda, alzatosi da circa un quarto d'ora, se ne stava nel suo salotto, che rispondeva in una delle vie più frequentate di Firenze, sorbendo la cioccolata. Il maestro era seduto ad un piccolo tavolino in faccia al ritratto di Giovacchino Rossini.
In quello stesso salotto, tre anni innanzi, si erano incontrati per la prima volta Roberto e Antonietta.
Il Brinda era lì, con la sua veste da camera, con la sua papalina a rabeschi dorati, tra il tavolino e il cembalo, sorridente a qualche suo pensiero; bel vecchio, tale e quale lo ha conosciuto il lettore al principio di questo racconto.
Sul tavolino, accanto alla tazza della cioccolata, che il Brinda sorbiva di tanto in tanto, era il giornaletto veneziano nel quale l'abate Pildani rendeva conto della esecuzione dell'Anna Bolena e criticava con garbo le volatine, i fiori, di cui abusava la giovane artista Amieri.
L'Anna Bolena, che era stata cantata a Firenze dalla Ungher, in quei giorni era interpretata al Teatro Alfieri dalla signora Brighenti e da altri bravi artisti, che l'impresario Giuseppe Feroci aveva condotto nella capitale dopo aver fatto con essi la stagione di primavera al Teatro Petrarca di Arezzo.
L'Anna Bolena porgeva dunque di nuovo alimento alle conversazioni, alle elucubrazioni dei buongustai fiorentini.
L'ultimo colpo, che Antonietta aveva ricevuto a Venezia, era stato tremendo. Tornata, o piuttosto trasportata al palazzetto, in cui dimorava, le si mise addosso la febbre e per varii giorni non uscì dalla camera. Appena ristabilita, volle subito partire.
Composero con Roberto che egli sarebbe partito cinque o sei giorni dopo per non destare sospetti.
Anche Lina era impaziente di giungere a Firenze per darsi attorno a provar l'innocenza di Nello.
Nessuno di loro sapeva della dichiarazione d'Isacco, nè che Nello era stato messo in libertà, per grazia del Sovrano, che un ricco signore, mosso a pietà, lo aveva raccolto nella sua casa ove era impiegato ne' servizi meno faticosi, e trattato con tutti i riguardi, che doveva ispirare in anime ben nate la sua grande, immeritata sventura.
Al vecchio Brinda era spesso capitato sott'occhio da circa due anni il nome della Amieri, e in quel momento appunto, dopo aver letto le critiche dell'abate Pildani, rifletteva tra sè:
—Tutte così queste ragazze… queste nuove celebrità… vogliono strafare… non vogliono cantare la musica come è scritta… chi sa dove arriveremo fra poco… bisognerà che noi maestri andiamo a scuola dai cantanti…
E tornava a sorbire la cioccolata, che le malinconiche riflessioni non gli facevano parer meno buona.
Fu suonato il campanello; poi la vecchia governante, ex-musicista, ex-comprimaria, che sapeva a mente tutta la Serva Padrona del Pergolese, entrò nel salotto, senza bussare alla porta, e annunziò al maestro che due donne domandavano di parlargli.
—A quest'ora?—disse il Brinda, spingendosi verso la nuca la papalina con la mano sinistra.—Chi sono?
—Una di esse soltanto mi ha detto il nome… si chiama Amieri…
—Amieri?… Amieri?… E che cosa vuole da me questa celebrità?—borbottava il vecchio assai burbero.—Basta! fa' passare.
Entrarono due donne tutte vestite di nero.
Una di esse restò vicino alla porta, che aveva serrato dopo di sè, l'altra, slanciandosi verso il maestro, che si era alzato, gli si avviticchiò al collo con uno slancio di affetto filiale.
—Animo!… Che c'è, ragazza? Che hai?—disse il buon vecchio, meravigliato, e cercando liberarsi da quelle due braccia rotonde, ben tornite, che lo stringevano e quasi lo soffocavano.
Ma Antonietta si era già scostata di un passo e aveva alzato il velo.
—Tu… tu… sei tu… la Amieri!—borbottò il buon vecchio—vieni qua!—e piangendo le tese le braccia.
La ragazza vi si gettò con effusione. Allora si misero a parlare, muovendosi continue domande.
Antonietta le raccontò tutta la sua storia, che il Brinda, seduto fra lei e Lina, ascoltò con profondo raccoglimento e con la più viva commozione.
—E il babbo… e la mamma?—disse a un tratto Antonietta, prorompendo in singhiozzi.
—Stanno meglio,—rispose il Brinda—e credo che tu li potrai salvare!
La ragazza dette un grido di gioia.
—Ci vorrà molta prudenza; anche un'allegrezza inaspettata potrebbe uccidere que' due poveri vecchi, che hanno tanto sofferto per te… Ma saranno ricompensati—aggiunse, vedendo che Antonietta tremava.
—Voglio andar subito… subito a vederli!—interruppe la ragazza.
—Questo no!—riprese il Brinda con uno di quei gesti di autorità, di quegli atti di collera, che usava un tempo con la scolara e de' quali gli pareva aver sempre il diritto.
Convennero sul modo di propalare il ritorno di lei.
Bisognava far credere che fosse stata rapita da persone, che si erano proposte di speculare sulla sua voce, che l'avevano tenuta come prigioniera per molto tempo, e più tardi le avevano fatto pervenire notizia della morte de' suoi genitori in maniera che essa non potesse dubitarne. Una così pietosa menzogna era necessaria, diceva il Brinda, a scusare la fuga, la lunga assenza, l'essersi tanto celata, precauzioni che egli ben capiva ormai essere state richieste da durissima necessità.
—Del resto arrivate in buon punto—concluse il Brinda.—Nello, quel
Nello, è stato liberato dalla galera… ha avuto la grazia!…
—La grazia? la grazia?—interrogò Lina, conturbata e palpitante. E il maestro dovette raccontar tutto, punto per punto, alle donne.
—Signorina, Dio ci perdona!—mormorò Lina, accostandosi alle labbra la mano di Antonietta e baciandola.
—Oggi tu passi la giornata… tutta la giornata con me—soggiunse il Brinda rivolto ad Antonietta.—Avremo tante cose da dirci—e la teneva per le mani e gliele stringeva, trepidante.—Ghita!…
La ex-comprimaria ricomparve maestosa, piegandosi ad un mezzo inchino, come quelli che faceva al pubblico trent'anni prima quando usciva di scena a capo delle comparse.
—Ghita… oggi a pranzo, invece di due, saremo quattro… C'è anche questa tua antica amica… Oh, non la riconosci?
La Ghita, prima che il maestro avesse finito di parlare, abbracciava la cantante, e asciugandosi gli occhi con una cocca del grembiale, ripeteva:
—O Antoniettina!… Antoniettina!… è lei! Com'è bella… Se la tua mamma… la povera Agatina fosse qui…
Antonietta dette di nuovo in uno scoppio di pianto e tra le lacrime ripeteva, come nei giorni del delirio, quando era stata chiusa nel Ghetto, e vegliata da Isacco, dal Tittoli e da Lina:—mamma!… o mamma mia!
Quando si fu un po' calmata, e partita la Ghita, il Brinda riprese:
—Non devi lasciarti vincere dal dolore…. Agatina e Enrico sono stati sempre due coppe d'oro, due buoni cristiani; hanno patito, come hai patito tanto anche tu, figliuola, in questo tempo; hanno espiato e ti hanno fatto espiare il troppo bene che ti volevano… Sarebbe un grande esempio pei genitori che non sanno temperare la loro affezione verso i figliuoli, che li amano troppo ciecamente… Sarà un grande esempio per te, se un giorno diverrai madre… Ma l'ora della espiazione è finita… e vedrai che tutti saremo felici!
—Come?
—Lascia fare al tuo vecchio Brinda… Noi vecchi leggiamo nell'avvenire meglio di voi altri giovani, troppo inconsiderati… Raccomando la prudenza a te, a Lina, a Roberto quando verrà… Prudenza!… prudenza!… e saremo salvi… Quanto al delitto, ora nessuno ci pensa. La liberazione di Nello ha fatto un po' di rumore, lì per lì, adesso nessuno se ne dà più per inteso… Non avete saputo la notizia, di cui si occupano tutti? Il Granduca si ammoglia con la principessa delle Due Sicilie!… Qui avremo feste, spettacoli: migliaia di persone accorreranno dai paesi vicini. Chi vuoi che pensi più ora al delitto del Vicolo della Luna?… Devi restar tranquilla, farti vedere poco per ora, e pensare a' tuoi genitori… Prima di tutto bisogna guarirli!… Probabilmente il Granduca deve sbarcare domani o domani l'altro a Livorno con la sposa e col seguito. Ho qui la Gazzetta delle Due Sicilie del 25 maggio che mi manda un amico… Ci deve essere qualche cosa sul matrimonio…
«La mattina del 23 maggio—lesse il Brinda in fretta, mentre le due donne l'ascoltavano disattente, distratte in ben altri e dolorosi pensieri—S. E. il principe Tommaso Corsini ebbe l'onore di presentare in particolare udienza a S. M. il Re le lettere che lo accreditano in qualità d'inviato straordinario di S. A. I. e R. il Granduca di Toscana… Il dì 25 il Principe fece in pubblica udienza la solenne richiesta della mano di S. A. R. la Principessa D. M. Antonia per S. A. I. e R. il Granduca di Toscana…»—senti questa descrizione:
—«Si recò a tal uopo S. E. il principe Corsini alle 11 a. m., col Segretario e i Gentiluomini della Legazione, al R. Palazzo, ove trovò a piè delle scale un usciere di camera, che lo precedè nel salire, egualmente che tutta la sua Corte: alla porta dell'appartamento di S. M. il Re trovò poi l'usciere maggiore il quale lo condusse nella prima anticamera. Ivi andolle incontro il Cerimoniere di Corte commendator Pignatelli, ecc., ecc..
«L'illustre inviato straordinario entrò nella Camera d'udienza introdottovi dal Cerimoniere di Corte; e lasciando sotto la porta il Segretario ed i Gentiluomini della Legazione, si avanzò prima tra il Gentiluomo di camera e il lodato Cerimoniere facendo i convenevoli inchini; poscia inoltratosi solo fino allo strato, diresse a S. M. il seguente discorso:
«Maestà,
«Il Granduca di Toscana, Principe Reale di Ungheria e di Boemia, Arciduca d'Austria, mio Signore, m'invia presso la Maestà Vostra per chiederle la mano della Principessa Reale D. Maria Antonia, sua diletta sorella, ed è sommo l'onore che ho, ed il gradimento che provo nell'eseguire questo sovrano comando…»
—Non ho più fiato per legger tutto questo discorso!—concluse il
Brinda, rimettendo il giornaletto napoletano sul tavolino.
Il matrimonio del Granduca fu celebrato il 7 giugno.
Il 2 giugno il principe Corsini dava in Napoli un pranzo sontuoso al quale intervenivano i Ministri, Consiglieri e Segretarii di Stato, il Corpo diplomatico, i capi della Real Corte e altri personaggi.
Due grandi e magnifiche feste furono pure date la sera del 9 corrente, per le stesse faustissime circostanze, come dicevano i nobili anfitrioni, da S. E. il conte di Lebtzeltrn, inviato straordinario e ministro plenipotenziario a Napoli di S. M. l'Imperatore d'Austria; l'altra da S. E. il Principe Corsini. E fra gli stranieri più ragguardevoli che convennero a quelle feste, si notavano S. A. R. la Granduchessa di Baden e S. A. il Principe di Oldenburgo.
Raccogliamo queste notizie, che leggeva il maestro Brinda, perchè indarno i lettori le cercherebbero oggi così minute nei libri di storie.