XXV
Siamo nello Spedale dei Pazzi, detto di Bonifazio.
—No, no! non si accosti!… Stia nascosta il più che può!—diceva il vecchio dottore ad Antonietta.
La ragazza aveva gli occhi gonfii di lacrime.
A qualche distanza da lei si tenevano Roberto, il Brinda, Lina.
Dallo spiraglio della porta socchiusa si vedeva in mezzo ad una stanza uno strano gruppo.
Ad un tavolino sedevano Enrico ed Agatina.
I due vecchi mangiavano, e di tanto in tanto il cieco tendeva una mano, cercava la mano scarna della sua vecchierella e la accarezzava.
—E non l'abbiamo trovata neppure iersera—mormorava il cieco—la nostra figliuola!… Il dottore ci ha assicurato che l'avremmo ritrovata presto!
—Sta' sicuro che la ritroveremo, Enrico!—ripigliava Agatina.—Ho fatto un sogno stanotte… Mi è parso che avevo sentito laggiù… nella stanza dove c'è il cembalo… cantare una di quelle canzoni che tu stesso insegnavi ad Antonietta quando era bambina… mi suonava nell'orecchio proprio la sua voce… ho dato una spinta all'uscio… e… era lei… tutta vestita di bianco… Mi sono slanciata per abbracciarla, e gridarle: figliuola, figliuola!… ma allora mi sono svegliata.
—Sente! sente!—ripetè il dottore ad Antonietta.
La ragazza non poteva rattenersi: voleva entrar di forza nella stanza, saltare al collo de' suoi vecchi; colmarli di baci, di carezze: inginocchiarsi dinanzi a loro.
Il Brinda e Roberto, a un cenno del dottore, avevano dovuto avvicinarsele e l'avevano presa ciascuno per una mano.
Nello stato di prostrazione in cui erano i vecchi una commozione troppo forte poteva ucciderli!
Finito che ebbero il loro pasto frugale, Agatina disse ad Enrico:
—Andiamo a cercarla, come tutte le sere! Si alzò, prese il braccio del cieco, e traversarono insieme una fila di stanze.
Agatina guardava dietro a ogni porta; il cieco, inquieto, frugava per tutto col bastone.
—Non c'è! non c'è!—ripetevano tutti e due, di tanto in tanto, desolati, soprassedendo alle loro ricerche.
Arrivarono alla stanza in cui era il cembalo.
Come sempre, il vecchio fece correr le dita per alcuni istanti sulla tastiera.
A' suoni, che ne uscivano, i due vecchi provavano un fremito, ricordando sempre più la figliuola tanto amata.
L'offuscamento della loro ragione, senza violenza, senza grida incomposte, nato dal dolore, la stessa cupa, silenziosa tranquillità della loro disperazione straziavano il cuore.
Fu necessario strappare Antonietta a quello spettacolo.
—Stasera e domattina—soggiunse il dottore, quando la porta fu riserrata—io parlerò di nuovo coi vecchi, li preparerò all'incontro… e domani sera, all'ora fissata, tutti loro verranno qui, e tenteremo l'esperimento.
—Riuscirà?—domandò Antonietta, ansiosa.
—Dio solo può saperlo, figliuola!—interruppe il Brinda.—La ragione umana muove da Lui.
—Che sarà di me?—e la povera ragazza si gettò singhiozzante tra le braccia del maestro.
—Lei è abbattuta!—ripigliò il medico—e per domani sera avrà bisogno di molta forza, di molto coraggio… Non deve passare tutte queste ore a piangere, ad angosciarsi… Bisogna cercare—disse, rivolto al Brinda e a Roberto—di distrarla.
Dacchè era giunta a Firenze, Antonietta, che aveva preso dimora ad un piano della stessa casa in cui abitava il Brinda, non era mai uscita, se non per recarsi all'Ospedale a domandar nuove de' suoi vecchi.
Un giorno aveva voluto rivedere la sua casupola in via degli Amieri, ma non le era bastato l'animo di rimanervi a lungo.
Il cuore le si schiantava alle memorie delle cure affettuose, che vi aveva ricevuto, dei giorni felici, che vi aveva trascorso, abbelliti dalla pietà, dall'amore immenso di un padre e di una madre, che Dio aveva messo ai lati della sua culla, come due veri angioli di bontà.