Mammole

Douce est la mort qui vient

en bien aimant!

La strada s’allungava a perdita d’occhio, bianca e diritta fra il verde, ed essi tornavano al villino lentamente, avvinti, col viso colorito dai riflessi del sole occidentale. Lei aveva appoggiato alla spalla del suo compagno la testa avvolta nella sciarpa a maglia di seta fine, e qualche momento chiudeva gli occhi languidamente, abbandonandosi tutta alla pace soavissima di quel memorabile vespro; godendo di ricercare nelle più intime fibre dell’anima esuberante d’amore, la vibrazione dell’eterno inno primaverile gioioso. E quando un bacio lieve su le palpebre la riscoteva, ella riaprendo gli occhi stupendi incontrava di nuovo quello sguardo continuo, amoroso ed ardente che la spossava di dolcezza... Parlavano poco, a lunghe pause, giacchè erano intensamente felici; e quella felicità negata e contrastata per tanto tempo, pareva loro così inverosimile ancora, che tremavano di affermarla, di rallegrarsene, per timore che al suono delle loro voci dileguasse, come un sogno. Finalmente egli le domandò sommesso, semplicemente, se aveva freddo, e le serrò più forte la vita col braccio, rimettendole intorno al collo un lembo indocile della sciarpa, mormorandole ancora qualchecosa che il vento si portava via; lei sorrideva senza rispondere, con gli occhi socchiusi nella vasta limpidezza lucente del cielo. Intorno a loro, nel verde tenero, c’era un senso gentile di frescura, e lontano, su in alto, s’udiva il trillo d’un’allodola invisibile.

— Ti ricordi, Arrigo, di quel primo giorno? Fu in un pomeriggio come questo...

Questa volta fu lui che assentì sorridendo in silenzio.

— Ti ricordi di quelle povere violette bianche?

Il giovane sostò, la sciolse dall’abbraccio e trasse da una tasca interna la serica busticina elegante, dove riposavano i fiorellini ingialliti.

Lei rimase muta, appoggiata all’ombrellino chiuso e gli occhi le brillarono: — Ancora con te? — mormorò poi, ma lo sapeva bene che c’erano ancora, che ci starebbero sempre.

— Anche dopo morte, — diss’egli; e baciò i fiori.

Laggiù all’orizzonte in quella festa di colori sfolgoreggianti fra i tronchi, in quel saettare di raggi aurei che sprizzavano tra le fronde, qualchecosa d’indistinto pareva muovere ed avanzare lentamente; ma essi non vedevano nulla, abbacinati dallo splendore, assorti nell’estasi del loro idillio.

— Avevo sedici anni quel pomeriggio, lontano, — continuò lei appoggiando la manina inguantata sulla spalla del giovine, — quel pomeriggio lontano in cui mi sorprendesti a strappare ferocemente le mammole che tu raccogliesti poi con tanta religione, ed ero ancora una monelluccia stordita che non si accorgeva di essere ammirata, nè se ne curava... Eppure in quell’odoroso giorno d’aprile, fra tutti quei trilli e quell’azzurro, piansi per la prima volta di tristezza, poichè mi rinvenni nell’anima un abisso in cui era un silenzio sconsolato...

— Eri sulla soglia del tempio d’un dio ignoto... — soggiunse lui piegando carezzevolmente il capo sulla morbida mano inguantata, abbandonata sulla sua spalla.

— Oh come sentivo la vicinanza di quel dio, come mi turbava quell’attesa solenne!... — esclamò essa, commossa; — poi, senti Arrigo, la divinazione venne improvvisamente... Capii che solamente amando sarebbero scesi nella mia anima, a colmarne il vuoto, quei trilli, quella luce, quei profumi che mi facevano piangere d’una strana malinconia: ascoltai il mormorio di voci che s’era levato intorno a me e compresi che le cose tutte parlavano, inneggiavano, deridevano la mia ignoranza.... Allora strappai le violette...

Egli le prese delicatamente fra le mani la testa, e la baciò senza parlare, con un sorriso intenerito.

— .... dopo salii nella mia camera, m’inginocchiai e in quell’ardore di fede che mi dava la tristezza chiesi a Dio ingenuamente di amare anch’io, di amare molto, con tutte le facoltà del cuore, della mente, dell’anima; con tutto lo slancio e la forza della mia giovinezza, e di essere riamata così...

— Dio ti ascoltò quel giorno... — cominciò lui con impeto, ma la piccola mano gli chiuse la bocca.

— Ascolta: fu un olocausto; chiesi a Dio di respirare tutto il profumo, di godere tutta l’ebbrezza infinita di questo amore sovrumano, non fosse che per un giorno; e gli offersi in cambio... la mia vita...

— Taci! — proruppe lui con un brivido; — perchè dir questo oggi, un giorno di nozze? perchè l’hai detta quella parola? perchè? — E la baciò a lungo sulle labbra come per cancellare quella parola funebre. Ella rideva, rideva, con la bocca schiusa, fresca come un fiore, gli occhi pieni di sereno; rideva sfidando il destino, forte di gioventù, d’amore.

E laggiù, tra gli alberi, la massa confusa veniva innanzi, insensibilmente, misteriosamente sulla bianca strada. La signora aspirava intanto nell’aria con delizia un odor acuto di mammole, e cercava sulla sponda erbosa del fossato, scostando le fogliuzze con l’ombrellino.

— Oh, delle mammole! — esclamò lieta; — delle violette bianche come quelle, Arrigo! Ecco un bell’augurio, vedi?... — E fece per slanciarsi dalla breve sponda; egli la trattenne facendole gli occhiacci, per usare subito della sua novella autorità di marito. — È così che ci si fa male, bambina! un minuto di pazienza e avrai le violette. — E scese destramente. Ella gli additava, con l’ombrellino, violette invisibili.

— Ma no, Arrigo... dalla parte opposta... laggiù sotto la siepe... bisogna passare attraverso la siepe, — concluse ritentando di scendere la sponda sdrucciolevole. Egli la prese risolutamente alla vita e la posò giù, accanto a lui.

— Vieni dunque, — disse aprendole un varco fra i rami di biancospino e staccando con tutta delicatezza un lembo della sciarpa fine impigliato nei rovi. — Non è una impresa facile; ti sfido...

— Davvero? Allora vedremo chi ne coglierà di più, — rispose lei gettando l’ombrellino, e levandosi un guanto in fretta. Intorno, la solitudine completa: e quello splendido tramonto fiammeggiante soltanto per essi sulla rigogliosa pianura. Ella si affrettava, ridendo a brevi trilli sommessi sotto la frondosa siepe fiorita, affondando la mano bianchissima nell’erba; lui non aveva mai colto mammole con tanto ardore. ma nonostante i suoi sforzi si trovava spesso a rallentare la foga di quel gioco, distratto dalla vista della breve mano agile, dell’errare di un ricciolino scompigliato dalla brezza, da una molle curva che si accentuava, da un tratto di calza di seta che disegnava l’attaccatura del piede, fine e nervosa. Così lei potè cantare vittoria risalendo sulla strada; aveva delle mammole nelle tasche, lungo la scollatura a risvolti del soprabito, negli occhielli, nelle pieghe della sciarpa, nell’ombrellino. Ne era imbarazzata, ed egli per vendicarsi le riempì anche le mani dei bianchi fiorellini odorosi...... La giovine signora vi immerse il viso respirando avidamente; poi reclinò ancora la testa sulla spalla di lui esausta dal tumulto di emozioni, di sentimenti, di ricordi, che le si levava in cuore al sottile profumo.

— Come sono felice!... Come siamo felici, Arrigo! — esclamò finalmente, non resistendo al bisogno di gettare quel grido alle piante, all’azzurro infinito...

Ma il suo compagno pareva preoccupato e intento a discernere sulla strada un convoglio che si avanzava lento, che era già a pochi metri da loro, socchiudendo gli occhi contro la fusione fulgida di tinte calde che lo abbarbagliava. Poi si fece riparo agli occhi con la mano e vide, e provò un rapido senso di gelo al cuore.

Il povero feretro veniva innanzi portato da due robuste campagnuole vestite di mussola bianca, scortato dal chierichetto che inalberava gagliardamente sull’asta la piccola croce; un prete a fianco borbottava le preghiere col libro aperto e altre due ragazze in abito bianco seguivano per dare il cambio. Nient’altro; non un fiore sulla lugubre coperta nera che dissimulava appena la bara; non un salmodio diffondentesi sonoro e poetico nella pace vespertina; non un parente, non un amico, non un senso di tristezza o di pietà: si leggeva la noia nei volti rubicondi delle ragazze, sull’emaciato volto del prete, sul viso infantile del chierichetto roseo; solamente la noia e il desiderio di sbarazzarsi al più presto di quell’incomodo. Chi era steso la dentro? Un bimbo? una fanciulla? una giovane sposa? la conclusione tragica d’un rustico romanzo d’amore, o una prima pagina candida su cui il destino aveva scritto «fine»?... Essi non lo domandarono, ammutoliti in un superstizioso sgomento... Ma poi quella povera bara d’un essere sconosciuto che passava fredda e nera nella campagna verde, piena di vita, di palpiti, di profumi sotto il cielo soffuso dell’ultima luce fiammante; attirò la pietà dei due felici rimasti immobili e stretti l’uno all’altro... Quando il feretro passò, rasentandoli quasi, il prete lanciò verso di loro una rapida occhiata, e la signora con un atto gentile ma pronto come uno scongiuro, gittò sulla bara tutte le sue violette. I fiorellini piovvero costellando lievi il rozzo panno nero: qualcuno cadde, altri il vento disperse, e il rustico corteo inoltrò misterioso e silente. Presto scomparve nella nebbia che già nascondeva la strada a settentrione, mentre i giovani sposi, strettamente abbracciati, ripresero la via, adagio, verso il sole.