RESURREZIONE

Quand’egli non annunziato, non aspettato, sollevò adagio, da sè, l’arazzo che nascondeva la porta del bizzarro salotto, ella era seduta nella solita poltrona sotto la finestra e leggeva. L’altissimo schienale della sedia rivolto contro l’uscio l’avrebbe tutta nascosta, s’essa non avesse tenuto la persona inclinata un po’ a destra, verso il bracciuolo, a cui appoggiava il gomito reggendosi la testa con la mano, nell’atteggiamento antico della meditazione e del sogno. Era vestita come sempre di bianco, e di lei non emergeva che l’estremità dell’òmero, il braccio piegato, lo squisito contorno della testa bionda acconciata con una treccia scendente, piegata a metà e ricondotta sulla nuca. La sala tutta parata di vecchio damasco bruno, dai mobili di querce angolosi, artistici, colossali, nello stile del trecento, era in un’ombra fresca e severa di chiesa, mantenuta dalle vetrate di piccoli cristalli ottangolari legati di piombo, che chiudevano due delle grandi finestre ogivali; la terza finestra, a cui ella leggeva, lasciava entrare dallo spiraglio delle vetrate socchiuse un filo di luce più viva che le sfiorava i capelli, faceva sorridere un ramoscello di biancospino nell’anfora poco discosto e animava un grande affresco di Giotto sotto il quale stava un organo da sala. Da un anno nulla era mutato nel vasto salotto. Pareva che tutto quel tempo non fosse passato; che l’estate non lo avesse infiammato del suo soffio di passione, che l’autunno non lo avesse desolato col suo pianto, che l’inverno non lo avesse intirizzito col suo gelo. Eternamente l’incipiente primavera; eternamente i biancospini e le mammole profumavano l’ombra refrigerante, misticamente obliosa; eternamente lei, bianca e mite al solito posto, leggendo.

Era immobile e vaghissima come una figura dipinta. Quanto tempo resterebbe così? come sussulterebbe, come volgerebbe il capo, che direbbe udendo la nota voce mormorare il suo nome dolcemente, semplicemente, dietro l’alta poltrona? Allora il libro le cadrebbe ai piedi; ma un altro volume si riaprirebbe alla pagina dove fu abbandonato... ahimè all’ultima pagina: quella che non ha che una parola: Fine.

Rileggerlo dunque... E che avrebbe potuto dir loro di più soave di quello che aveva già detto? Che avrebbe cantato di più folle di quello che aveva già cantato? Che avrebbe lagrimato di più doloroso di quelle lagrime già piante? Tutto si rinnovella, anche l’amore; ma nulla rinasce, neanche l’amore. I fiori di questa primavera non sono più quelli dell’altra primavera morta; le farfalle che ripetono sulle ali velate i medesimi geroglifici come una lingua perduta nei secoli che nessuno più intende, non sono più le stesse farfalle; l’onda che è giunta affannosamente a baciare la spiaggia prima di svanire, non la ribacia una seconda volta, in tutta l’eternità. Però le cose belle e fragili che non potevano durare, che non hanno durato, che raggiarono e disparvero, non precipitano nel cieco infinito, ma salgono, salgono, salgono a rivivere più fulgidamente, più durevolmente nell’esistenza spirituale del sogno; mentre le altre, quelle che si poterono afferrare, quelle che rimasero, si corrompono e si sfasciano miserevolmente per vecchiezza. Nella vita o nel sogno. Egli aveva un’anima di poeta e disse: Nel sogno.

Ella stava immobile sempre come una figura dipinta. Immota e tranquilla e ignara dell’attimo solenne che passava; nessun presentimento, nessuna voce, nulla. Forse il suo spirito s’era involato e non rimaneva che il delicato involucro candido in quella oscura severità. Egli prese lentamente le due rose gemelle che s’inaridivano sul suo petto e le gettò ai piedi di lei come su una tomba. Poi fuggì.