Treccia bionda.
Max, il giovane compositore di musica, finiva d’abbottonarsi l’abito, ritto dinanzi al grande specchio nel tepore, nella luce blanda, nel disordine della sua elegante camera di scapolo. Voleva esser calmo, ma le mani avevano movimenti bruscamente nervosi; ma sul viso pallido e serio si diffondeva un’ombra cupa, forse il riflesso di un’interna lotta. Nient’altro che un’ombra; eppure era già troppo per lui giovane e ardente di passione per la donna che lo aspettava ad un convegno d’amore.... Quell’ombra pareva un tedio ed era rimorso; giacchè egli non era un seduttore volgare, e gli si affacciava spesso in tutta la sua reale crudezza il pensiero tormentoso di tradire quell’uomo... il compagno della sua giovinezza, dei suoi studi, delle sue speranze, dei suoi disinganni: l’uomo generoso che lottava con lui e per lui, per assicurargli i trionfi, l’avvenire, la gloria, nella carriera difficile e ardimentosa; l’amico che lo aveva sempre consolato e moderato, con la calma benevola di un padre amoroso, negli scoraggiamenti o nelle ebbrezze della sua impetuosa natura. Max doveva tanto a quell’uomo e lo tradiva; gli doveva la rigogliosa vitalità dell’ingegno che lo rendeva ricco e felice, e gli toglieva la sua ricchezza, la sua felicità. Quando gli si figgeva questo pensiero nel cervello Max si sentiva vile e miserabile; ma il dualismo gli tumultuava nel cuore, ed era una strana passione quella che gli paralizzava l’anima e gli accendeva i sensi, prestandogli mansuetudini e timidezze di fanciullo, ribellioni titaniche, gelosie feroci. Inoltre con tutta la sua fervida fantasia d’artista, continuamente eccitata dalla creazione musicale, credeva al fato, al fato dell’arabo, al fato del medioevo, e vi si abbandonava, e si saturava di quelle teorìe che lo spogliavano d’ogni responsabilità, che gli facevano compiere gli atti più importanti della sua vita dietro una causa futile e comune per ogni altro, ma in cui egli vedeva maravigliose predestinazioni. Se qualche ostacolo gli avesse attraversata dapprima quella via d’amore così facile, e così piana, forse la sua esagerata dignità sarebbe rimasta spaurita dalle finzioni volgari, e quel suo misticismo superstizioso lo avrebbe fatto trionfare nella lotta. Ma pareva invece che un destino dolce e tremendo avvincesse la sua alla vita di Giselda con un delizioso laberinto di fila segrete che si serravano ogni giorno di più. Nulla gliela contendeva oramai: nè la vigilanza del marito assurdamente fiducioso, nè apparente scrupolo in lei addormentata in un fascino profondo, nè circostanze difficili, nè contrattempi, nulla; Giselda era sua, egli lo sapeva. Vinta dal suo sguardo, dalla sua voce, dalle sue melodie, ella non si difendeva, non tergiversava, non lottava: si abbandonava anche lei a occhi chiusi, incrociando le braccia, alla corrente fatale. Non sapeva che tremare e impallidire; come la prima volta sulla terrazza deserta, quando gli abbandonò le mani e il capo sul petto, — nell’aria molle, nel profumo, nell’incanto di quella notte di primavera... Guardò l’orologio. Ancora un’ora, un’eternità.... Si buttò sul divano facendosi vento col fazzoletto, poi terse qualche stilla di sudore sulle tempie. E s’ella si fosse scossa infine? se le voci della dignità e del dovere l’avessero svegliata dal sogno oblioso e fiorito? se fosse partita come minacciava, come implorava, quasi, dalla sua stessa volontà?
S’alzò, si mise a passeggiare per la camera intorno ai mobili artistici di un gusto severo, passandosi le mani sugli occhi, ricacciandosi indietro i capelli convulsamente: il tappeto ammorzava i suoi passi; pareva un’ombra errante con l’alta statura, il viso smorto, l’abito nero. Passò davanti al balcone che si schiudeva sul Canal grande, ed ebbe appena uno sguardo indifferente, lui artista ed entusiasta della sua Venezia, per la lunga schiera incantata dei palazzi dirimpetto, sorgenti fra l’acqua e il cielo nel vasto silenzio e nella placida luce d’opale e di madreperla che solo i crepuscoli veneziani hanno. — «È meglio che mi levi di qui, — concluse; — almeno mi toglierò dall’inferno dell’attesa in questa solitudine...». — E s’avviò a pigliare i guanti sulla mensola, nell’angolo, ingombra di cofanetti e di gingilli: poi con lo sguardo vago, la mente assorta negli occhi neri, nel profumo, nel fascino di lei, pigiò macchinalmente il dito sulla molla di uno fra quei piccoli scrigni, lo aperse, vi cacciò la mano sbadatamente.... ma la ritrasse tosto con un brivido che lo agghiacciò, anima e corpo. Invece della liscia ed unita superficie del guanto, aveva sentito sotto le sue dita delle filamenta morbide e sottili come d’una matassa di seta.
— Ah, che sacrilegio! — esclamò con vero ribrezzo; poi tentò di superarsi e volle richiudere il cofano frettolosamente. Ma la treccia bionda della morta ricascava fuori dallo scrigno, sollevando il coperchio, ricusando di togliersi alla sua vista, di rientrare nella sua tomba — imponendosi....
Max era rimasto immobile, con gli occhi fissi, la fantasia, sàtura di fatalismo, paurosamente colpita. Per la prima volta gli accadeva di aprire storditamente quel reliquiario che conteneva la memoria più soave, più mesta, più santa della sua vita; memoria da lui custodita con tutta la venerazione segreta di cui era capace la sua natura dolorosamente sensibile e trascendentale. Povera Maria! che profanazione! Egli s’assise là, nell’ombra di quel cantuccio sommerso nel crepuscolo, levò adagio, con le mani un po’ tremanti, la lunga treccia voluminosa a cui era avvinto strettamente un piccolo gruppo di seccume — fiori in un tempo lontano — e la lunga treccia gli scivolò sulle ginocchia in un molle abbandono di cosa morta, spiccando opacamente bionda sull’abito nero.
Intanto, all’aprirsi del breve reliquiario, usciva lo sciame dei ricordi, e la memoria evocava fedele l’immagine della giovinetta: la delineava, come sempre, bianca, mite, gentile, sul balconcino gotico del vecchio palazzo tetro; nella gondola nera e slanciata fra la luminosità della laguna rispecchiantesi nei grandi occhi sereni di lei in tutte le sue misteriose e profonde trasparenze; nella vasta piazza marmorea sotto un cielo di cobalto, innanzi a San Marco scintillante di colori e d’oro, come un gioiello, nella calda fulgidezza del sole meridiano; mentre una frotta di colombi scendeva serrata, attorniava lei, bionda e ridente, poi si levava a volo sparpagliandosi con un brusco frullo d’ala. Rivedeva la sua fanciulla passare nelle tortuose, umide calli, benefica e soave come una buona fata; la rivedeva scendere e salire i ponti, lesta, leggiera, colla testa alta, il viso colorito, inebriata di gioventù, d’aria, di luce; la ritrovava prostrata sotto il lumicino rosso di una lampada moresca che faceva rilucere i mosaici nell’ombra della cattedrale bizantina; la ripensava come una sera estiva, ai Giardini, nel bianco lume lunare, appoggiata alla balaustra di marmo sulla laguna che si stendeva luccicante di riflessi d’acciaio; ricordava il lungo silenzio e il turbamento che li aveva colti all’improvviso in quella gran pace; ricordava il movimento quasi inconscio della manina sottile che sfogliava un fiore: persino le piccole fosforescenze dell’anellino di brillanti ricordava; e sopratutto di non averla veduta mai tanto idealmente bella come in quella sera, tutta irraggiata come una candida parvenza che dovesse svanire nelle ombre del Giardino, o nella serenità fredda del vasto plenilunio.
Erano cresciuti assieme; si volevano bene come fratello e sorella; si vedevano tutti i giorni, a tutte le ore. Max non trovava ricordo dolce o triste della sua prima giovinezza che non fosse confuso alle risatine fresche, allo sguardo sereno, alle lagrime silenti, alla voce soave di Maria. Quante volte ella aveva spianato con le bianche dita una ruga precoce del volto, dileguato con gli occhi azzurri una nebbia uggiosa dal cuore del suo compagno! Quanti consigli miti, quante parole ragionevoli, quanta logica semplice adoperava per persuaderlo, per frenarlo, per animarlo, per fargli mutare un cattivo proposito di svogliatezza o di vendetta! Ed era cosa rara la sconfitta di Maria, giacchè anche lui allora era giovane, buono, impressionabile, pieno di entusiasmi e di fede. — Povera fanciulla! Come era leggiadra quell’ultima sera al suo primo ballo! come era lieta, spensierata e bella nell’abito bianco vaporoso, senza gioielli e senza fiori, lei, fiore e gioiello vivente con la carnagione d’una freschezza rosea e vellutata di petalo, le lunghe treccie di fili d’oro! Max ritrovava il fremito di delizioso sgomento che lo aveva assalito quella sera al contatto delle morbide treccie voluminose, quando volle puntarle un mazzolino in testa, proprio fra le ondulature delle trecce di fili d’oro. Rammentava il loro respiro ancora ansante dopo quel valtzer vertiginoso, il viso acceso, l’espressione ingenuamente maliziosa degli occhi color del mare, i movimenti della testolina irrequieta di Maria che si divertiva della goffaggine di lui, delle sue mani tremanti, del suo riso imbarazzato e nervoso. «Ora sei proprio bella!» le aveva detto poi, ed ella si era ammirata ad uno specchio, mormorando scherzosa: «Ebbene non lo leverò più!» E non lo aveva più levato, povera bambina! Si era ammalata l’indomani e la morte l’aveva portata via col mazzolino nelle treccie bionde... Ed ecco finalmente la tetra, la mestissima, l’incancellabile visione... il lettino bianco nella camera a colori ridenti, dove egli entrava per la prima volta e perchè ella moriva. Ecco il volto affilato, livido, in cui parevano sinistramente belli gli occhi color del mare; il sorriso buono; le piccole mani che gli si allacciavano al collo, la voce soave, fioca, all’orecchio: «Max, ho ancora il tuo mazzolino nelle treccie, vedi?... Quando non ci sarò più, riprendilo... ma pigliati pure la treccia, una delle mie treccie bionde che ti piacevano tanto: così il mazzolino non ne verrà separato e ti resterà qualchecosa di me...» Egli adolescente, innamorato, con la testa piena di romanticismo, nello strazio di quell’ora vagheggiò il suicidio; ed ella lo stringeva più forte con le piccole mani, persuadendolo, come quando faceva desistere da un cattivo proposito lo scolaro ribelle. «No, vivi, Max; vivi per i tuoi genitori, per mia madre... per la tua bell’arte vivi, lotta, studia, diventa artista, diventa celebre.... ma non ti dimenticare....» Ed egli aveva sentito sulle gote le lagrime di quella povera giovinezza morente — la sua ultima ribellione — il suo ultimo rimpianto alla vita.
..... Una fredda esistenza, un’esistenza di tumulti, un vuoto, un’aridità erano venuti dopo la morte della sua fanciulla... Uno sfrondamento di illusioni, di entusiasmi, di speranze... Un brulicame di basse passioni, di piccole menzogne... E quanto arrabattarsi per la felicità, per l’amore, per la gloria, veduti sempre all’orizzonte e sfumati sempre come splendidi miraggi! Oh se Maria non fosse morta, sarebbe la sua sposa, la sua difesa, il suo angelo custode, la pace e il riposo dell’esistenza sua. Ma la bionda visione era cancellata per sempre... Max, in quel cantuccio sommerso nell’ombra, con lo sguardo sulla treccia, viveva così nel passato senza più nozione del tempo e della realtà....
..... — Signorino, non mi comanda di accendere i lumi? — disse la voce tremula e discreta del vecchio servo dalla soglia della camera elegante.
Max diede un balzo e guardò l’orologio. L’ora del convegno era passata da quaranta minuti; l’ora attesa febbrilmente e sognata ardentemente aveva potuto dunque dileguarsi così? Egli non battè ciglio, non si mosse, ma qualche cosa moriva dentro di lui in tutti gli strazî di un’agonia disperata e tremenda. «Tu non lo vuoi, dunque, Maria; tu non lo vuoi! — » ripeteva il suo pensiero fra il tumulto de’ suoi sensi, fra quell’ultima lotta. E la bionda treccia, nel suo abbandono molle, pareva rispondergli, trattenendolo, tenue e possente come il braccio di un bambino che gli si fosse addormentato in grembo. Max chinò il capo come piegando ad una forza superiore. Una lenta stanchezza lo invase; uno scoramento, un languore indicibili; un senso di debolezza, d’impotenza a lottare col destino che gli si rivelava all’improvviso tremendo; un desiderio latente di finirla col dualismo che gli tendeva i nervi, gli assopiva le facoltà della mente, gli velava l’alta serenità fulgida dell’arte, in cui l’anima sua era solita a librarsi, a spaziare, a cercare le migliori compiacenze, le consolazioni più pure e più efficaci della sua vita tempestosa. Poi Maria era in lui; Maria, la bionda morta evocata: ed il basso brulichio delle passioni e dei desiderî sensuali non reggeva a quel confronto e fuggiva e si sperdeva da tutti i lati come le tenebre al raggio trionfale del sole. Le sue ebbrezze, il suo amore, la sua dissimulazione, tutta la miseria infine della sua condotta passata, lo disgustarono, lo umiliarono, lo nausearono come il ricordo d’un sogno oscenamente bugiardo....
Ebbene, no; non avrebbe da rimproverarsi una simile viltà: la viltà di prendere una povera donna debole e onesta; la viltà di tradire l’uomo che lo aveva beneficato. No, non avrebbe una macchia simile sulla sua coscienza d’uomo leale, sulla sua vita elevata dall’arte. Rialzò il capo alteramente, più calmo, poichè la sua immaginosa e mistica natura era già allettata dalla poesia del sacrifizio che gli aleggiava nel cuore sperdendo i resti di quell’ardente soffio di passione.
Uscì sul balcone e rimase là finchè la notte scese sul Canal Grande e nel cielo palpitarono rilucenti le stelle. Nessun lume nelle enormi masse nere dei palazzi dirimpetto; qualche gondola appariva e spariva col rosso lumicino riflettentesi in striscia purpurea, verticale e tremolante nell’acqua bruna. Un bisbiglio di voci, un tonfo di remo, un breve, mite sciaguattìo; poi il silenzio, ancora il silenzio delle notti veneziane pieno di misteri, di dolcezze, di malinconie.
Quando Max ebbe l’anima penetrata di quel silenzio e di quell’incanto; quando ebbe ascoltato tutto ciò che gli dicevano la notte stellata e i ricordi già lontani del suo grande amore domo dalla bionda morta innocente, passò nel suo salotto di studio ornato di opere d’arte antica e moderna, s’assise al pianoforte nascosto da vecchi arazzi e suonò. Suonò l’intera notte, nella sala semibuia, e cantò tutti i canti che gli fluivano dal cuore. Fu in quella notte che cominciò a comporre il capolavoro che gli diede la rinomanza e la gloria.