XIII.

ALTRE ATROCITÀ
COMMESSE DAGLI AUSTRIACI
ESTRATTE DA DOCUMENTI OFFICIALI

Codardi coi pugnanti
Fèr segno ai colpi lor
I bamboli lattanti,
Gl’inermi genitor.

Se sorpassar d’Uraja
L’antica crudeltà,
Son degni di mannaja,
Non degni di pietà.

O. Tasca.

Amico lettore, tu ti farai la più alta maraviglia, dopo quanto hai letto ne’ miei cenni storici della gloriosa nostra rivoluzione, trovando un capitolo apposito per altre atrocità commesse dagli Austriaci nei funesti ultimi cinque giorni di lor dimora in questa bella città d’Italia.

In vero che hanno dell’incredibile, tanto che qualcuno potrebbe anche accusarmi di esagerazione. Ma pure vi assicuro che colla stessa verità con cui vi narrava gli eventi delle Cinque Giornate io ora vi narro questi nuovi fatti, alcuni dei quali tolti da Gazzette Officiali, e da me verificati sul luogo, altri a me raccontati da tali che furono dolorosi spettatori delle orrende scene che troverete descritte; di altri infine fui testimonio io stesso, e raccapriccio di orrore al solo risovvenirmi.

Vi furono uomini e donne barbaramente mutilati ed uccisi, fanciulli sbranati, case incendiate. I sobborghi ed i punti interni più vicini alle porte furono il principale teatro della più esecrabile barbarie, e conserveranno a lungo le tracce del ferro e del fuoco nemico.—L’interno del Castello, appena fu sgombro, presentò ai visitatori il più orribile spettacolo. La nostra Gazzetta Officiale riferisce che si trovarono numerosi corpi di cittadini trucidati e mutilati in mille guise, giacenti nel fossato interno del terzo cortile, nei sotterranei e negli angoli del cortile, ove furono od abbrustoliti od affogati o morti di bajonetta e di fucile. Tra questi vi erano pure alcuni cadaveri di donne che i barbari trucidarono e denudarono a fine di poter poi cogli abiti di queste travestirsi e occultare la loro fuga.—Il cittadino Carlo Viviani dal comandante Lissoni ebbe l’incarico d’esplorare i varj luoghi del Castello, trovò nella seconda corte a destra una diligenza con un calesse d’aggiunta, la prima svaligiata e il secondo abbruciato. In un orto ivi presso trovò sette cadaveri d’uomini, seminudi e barbaramente mutilati ed insultati; trovò due gambe di diversa dimensione, che non appartenevano a nessuno dei suddetti cadaveri, e che dalle forme apparivano chiaramente essere gambe femminili e di persone distinte dalla delicata lor carnagione. In un’acqua corrente attigua si trovarono molte membra di corpi umani, probabilmente appartenenti alle due donne. I cadaveri erano malconci per calce, le due gambe annunziavano una morte non più lontana di 24 ore[47].—I nostri cittadini caduti nelle mani degli Austriaci furono rinchiusi nelle più anguste e fredde carceri del Castello, e in sì gran numero per ogni camerotto, che tutti non potevano contemporaneamente sdrajarsi per riposare.

Privi d’ogni più meschino giaciglio posavano sul nudo terreno, e lasciati senza cibo a stento poterono per mezzo di danaro dividere il tozzo di pane nero colle sentinelle che li guardavano.—Di questi prigionieri quelli che non furono sacrificati ebbero a soffrire le più acerbe torture, e minacciati di morte vennero essi tolti dalle carceri, legati a due a due e condotti in giro pel Castello al suono del tamburo velato a lutto fra lo spettacolo dei cadaveri che d’ogni dove l’ingombravano, indi fatti inginocchiare ed appuntati i fucili al loro petto fu sospeso il comando di far fuoco allora soltanto che tutto ebbero assaporato lo spasimo di una lenta agonia. Questa scena fu ripetuta più volte finchè il nemico fu padrone del Castello, e quando sgombrò la città sedici di questi infelici furono da lui condotti in ostaggio legati innanzi le bocche dei cannoni con miccia accesa[48].

«Un Croato ferito fu recato all’Ospedale; in un piccolo involto che teneva presso di sè, gelosamente guardato, si trovarono (orribile tesoro) due gentili mani di donna coperte le dita di preziosi anelli.»

Nella casa a Porta Vercellina del negoziante e fabbricator di stoffe signor Fortis, un’orda di Croati invasero ogni piano, ogni camera, e non bastantemente paghi di aver uccisi molti inquilini e rapite grosse somme di danaro, devastarono i magazzini, fracassarono i telai, lacerarono ed insozzarono le stoffe, e misero ogni cosa a soqquadro e rovina. Un ben dettagliato quadro di questo eccesso di barbarie lo togliamo dal giornale il Lombardo del 28 Marzo, ove colle seguenti parole è espresso:

«Vicino a Porta Vercellina facendo angolo coi bastioni dello stesso nome, trovasi la grandiosa manifattura nazionale di stoffe di seta dei negozianti Fortis.

«Erano le ore una e un quarto passato il meriggio, quando un centinajo di Croati sfondata e gittata a terra una porta, che dai baluardi agli orti e quindi allo stabilimento conduce, entrarono per essa invadendo tutto il locale.

«Il primo loro saluto fu una fucilata, che sgraziatamente colpì ed uccise un miserello che là trovavasi. Continuando ad avanzarsi incontrarono il signor Ernesto Fortis, figlio del proprietario delle manifatture. Per salvare la vita questi subito presentò loro ed orologio, e spille, e tutto quanto si trovava avere indosso, poi cercò rifugio nella bottega di un fabbricatore di statuette di gesso attenente a quel locale. Rinvenuto colà da una parte degli invasori, che gli tenevano dietro, ed additato da un suo spaventato servitore, quale padrone, venne da quelli ripreso. Li conduceva allora il giovine Fortis alla cassa del danaro, ed essi lo accompagnavano tenendogli sempre appuntate al dorso e bajonette e schioppi, presti a far fuoco, gridando continuamente con voce gutturale gurr, gurr, gurr, moneta, moneta. Arrivati che furono alla stanza dello scrigno, quello trovando chiuso, e non avendo con sè il signor Fortis la chiave onde aprirlo, già stavano per ucciderlo, quando fortuna volle che quelle immani fiere intendessero il gesto che loro faceva il Fortis di rompere il forziere. Scassinata la serratura, nel mentre che stavano intenti a depredare le ivi rinchiuse ventidue mila lire dell’abborrito nome, tentava il Fortis di fuggire per una vicina scala seguito da quel servo che lo aveva già additato agli invasori qual padrone.

«Accortosi i Croati di tale fuga spararono dall’alto della scala varie fucilate, e colto da quelle l’uom di servizio cadde estinto. Allora il Fortis gettandosi in una stanza laterale, riparavasi sotto il letto del suo cuoco. Gli assassini venivano a lui ricercandolo, ed egli trepidante li sentiva avvicinarsi. Anzi due o tre di quei masnadieri postisi a sedere sul letto, sotto il quale egli stavasi nascoso, incominciarono colà a dividersi il depredato danaro.

«Quando piacque a Dio alla fine partirono, ed il Fortis potè allora discendere nella cantina, che per essere già stata invasa due volte, era allora la parte più sicura della casa. Infatti quietamente postosi colà dietro una botte potè per più e più ore aspettar senza pericolo il tardo allontanamento dei ladri.

«Intanto che accadevano le narrate cose, la maggior parte dei Croati che si era colà introdotta, saccheggiava e devastava tutto il grande fabbricato, commettendo mille nefandi delitti, ed inumanamente uccidendo operai, donne e fanciulli.

«Il padre del giovane Ernesto Fortis, che fino dal primo entrare degli assassini era stato spogliato di sue vesti, vedendo ognora aumentare la ferocia di quelli, si gettò boccone a terra fra morti, ove stette per ben quattro ore immobile. Così creduto morto da quelli, campò la vita.

«Una giovinetta di circa 13 anni venne scannata, e così pure qualch’altra donna che lavorava in quello stabilimento.

«Un infelicissimo padre si trascinava avanti ai barbari traendo per ciascuna mano un fanciulletto. L’ingannato genitore credeva che quella vista avrebbe ammansato la furibonda sete di sangue di quei vigliacchi masnadieri, e quindi sarebbero state risparmiate le loro vite. Fu colmo di raffinata barbarie in vero se quelli non l’uccisero, poichè tagliarono a pezzi sotto il di lui inorridito sguardo le due innocenti vittime.

«Dopo quattro ore e più di devastazione e saccheggio si ritirarono quei feroci cannibali seco traendo vistoso bottino di denaro, argenterie, merci, cavalli e carrozze; lasciando quindici cadaveri e sette persone malamente ferite.

«Per colmo di sventura condussero seco loro il dottor fisico Benigno Longhi ed il capo delle manifatture Enrico Turpini.—

«Fuori di Porta Tosa s’introdussero i Croati in una osteria, e veduto il padrone gli domandarono da mangiare, e siccome non ne aveva, lo legarono insieme con suo figlio, ed attaccatili ad un cannone li trascinarono qua e là per la strada, ed in tal modo dovettero bere a sorsi a sorsi la morte. Portatisi in altra casa e sentendo un tenero pargoletto che vagiva in culla, lo levarono da di là, presente la propria genitrice che era spaventata, ed appoggiate le mani del bambino contro il muro, ne lo inchiodarono come fosse un pipistrello od altra bestia, e poscia con un colpo di bajonetta contro il cuor della madre, la stesero morta a terra.—

»Nell’osteria dell’Angelo vicino alla strada ferrata di Treviglio, si trovarono otto cadaveri abbruciati, fra cui due ragazzi dai dieci ai dodici anni non più riconoscibili. In vicinanza della stazione della strada ferrata fu pure trovato il cadavere dell’inglese Klyn, lavorante di macchine, consunto anch’esso dalle fiamme. Venne incendiata la casa presso l’osteria del Leon d’Oro ed il caffè Gnocchi.—

«Spuntava l’alba del 22 marzo allorchè 200 Croati circa, prorompendo furibondi ed affamati da questa Porta, spaccavano con accette la porta del caffè Gnocchi, vi entravano forsennati da lì a pochi minuti.

«I padroni del luogo, Leopoldo e Luigia Gnocchi (notate che questa era incinta da circa quattro mesi) in ginocchione e colle braccia incrociate al petto pregavano da quei mostri la vita. I soldati nulla rispondevano, ma afferrando diverse bottiglie e succhiandone avidamente i liquori, ghignavano e ferocemente urlando cantarellavano. I due officiali che li capitanavano in cattivo ma pure chiaro italiano risposero; Sì, sì salvare la vita: ma dare robe.—E quelli ecco le chiavi—Venire voi per di sopra: dara tutto: noi Todisch stare Patroni Milan: noi Todisch an occi, o domani bruciare tutta Milano, porca Taliana.

«Dopo che gli sventurati sposi speravano (coll’aver dato tutto che possedevano) aver sfogata la cruda fame di quelle belve, eccoti che gli ufficiali staccano a forza la moglie dalle braccia dello sposo, la violentano, la fanno inginocchiare, le appuntano le bajonette alla gola e le dicono: Tacete voi; tua marita, come tutti uomina Taliana dovere essere mazzata; tutta Milano cenere domani.

«E dopo tali parole colla spada trafiggono il marito avanti gli occhi della moglie, lo calpestano e il fanno a brani, poscia appiccarono il fuoco all’edificio.

«Dopo tali atrocità incredibili al secolo nostro, ed appena credibili fra feroci cannibali, cacciano via la misera Luigia più morta che viva, la quale, errando attraverso prati e varcando fossati riuscì di giungere alla strada ferrata presso la cascina Ortighe, dove fu accolta benignamente in vagoni di prima classe, fatta adagiare e consolata durante il cammino dallo scrittore del presente racconto, Bissoni Pietro da Cremona, il quale udì dalla bocca istessa della Luigia il miserando scempio del marito.»

Fu allora che egli (sebbene ignarissimo dell’arte di maneggiare armi) fattosi dare uno spiedo e scultevi le lettere V. M. vincere o morire, giurò, o di entrare il domani in Milano o di morire sotto i suoi bastioni, martire della causa santissima dell’italiana indipendenza.—

«In una casa al mercato Vecchio in Porta Comasina la barbarie della soldatesca giunse al colmo, perocchè quivi dopo avere spaventati gl’inquilini con tre cannonate, le cui palle caddero tutte nelle stanze, vi entrarono essi pure improvvisamente, e poichè tutti, uomini, donne, vecchi, fanciulli ed infermi eransi ridotti in un sol locale a piano terreno, ne atterrarono la porta, e (cosa orribile a narrare!) con una scarica di molti fucili fatta sulla massa di quegli infelici, ne uccisero di un sol colpo diciassette, ne ferirono otto, e ne trassero dodici prigionieri al Castello; e, quasi non ancor sazj di quella carnificina, nel breve tragitto al vicino Castello, ne infilzarono due altri sulle bajonette».—

Nella Domenica, giorno 19, essendosi portate molte persone ad udire la santa Messa in S. Simpliciano, circa le ore 9 e mezza, nel mentre che il Sacerdote celebrava, si cominciò a tirar moschettate contro le persone che entravano e uscivano di chiesa; quel buon prevosto Carlo Ferrario, procurava ogni modo a persuadere la gente a fermarsi in chiesa per non arrischiare la vita. Quand’ecco un certo Luigi Bocciolini vedovo, padre di 4 teneri figli, essendo uscito per recarsi a casa ed unirsi ai medesimi, appena arrivato al portone venne colpito da una palla nel braccio destro. Ritorna in chiesa. In essa si trovavano 131 persone, tra le quali il sacerdote ex parroco Lorenzo Denna, ed il sacerdote Ambrogio Decio. Il Denna accoglie[49] il Bocciolini, e coll’ajuto di altri lo sveste, rincorandolo, e siccome dalla ferita veniva una quantità di sangue ed il misero non poteva reggere al dolore, essendo il braccio rotto, si procurarono subito delle bende e de’ panni, e lavando la ferita si procurò di medicarla alla meglio. Il sig. Prevosto apprestò tutto l’occorrente per allestire un letto sul quale si fece coricare, aspettando che si aprissero i passi per farlo trasportare allo Spedale. Si pensò infatti di parlare da una finestra della chiesa al casermiere, che mandò un chirurgo con un ufficiale; sfasciò il braccio, e ponendo sulla ferita alcune filacce, partirono dicendo, che appena fosse stato possibile l’avrebbero tradotto all’Ospitale, ciò che non venne eseguito se non verso le ore 4 pomeridiane.

Partiti il chirurgo e l’ufficiale, indi a poco s’udirono varj colpi di fucile contro la chiesa e lo scoppio di due bombe, pel quale andarono a un tratto in pezzi i vetri dei finestroni. Tutti rimasero istupiditi credendosi perduti, ma dopo alcun tempo data calma al timore, s’incominciò a proporre il modo di alimentare quelle persone mentre erano la maggior parte digiune. Il sig. Prevosto, il Denna ed il Decio deliberarono di chiamare da una finestra della casa parrocchiale verso i giardini, gli abitanti della vicina casa, i quali uditi dal vicino fornajo cominciarono a fornire di pane, che venne distribuito a quegli infelici schierati in mezzo alla chiesa, ed in tal modo si continuò fino alle ore 4 pomeridiane, nel qual tempo essendosi spiegato un momento propizio, tutti sen corsero alle loro case a consolare i proprj parenti.

Ancor più barbaro è il caso successo alle ore 6 pomeridiane del giorno 19 nella casa posta al N. 2047, che vado a narrare. Entrati i soldati in quella casa, e dopo di aver saccheggiato e rovinato tutto nelle abitazioni dei diversi inquilini che si erano salvati colla fuga, passarono al piano superiore, ove sgraziatamente si trovavano ancora in casa un certo Giovanni Roncari, accenditor di lampade del Comune, uomo onestissimo, colla moglie Giuseppa Zamparini, una figlia, ed un loro conoscente per nome Paolo Morari, lavoratore in seta, ancora nubile. Essi si raccolsero nello stretto fra il letto ed il muro, ma tosto che furono sorpresi dai soldati, i due uomini caddero a terra trucidati da alcuni colpi di accetta, e la moglie e la figlia non ebbero che alcune busse. Svaligiarono quindi la camera di quei pochi risparmi della famiglia, di alcuni arredi preziosi della moglie e di tutta la lingeria, e se ne partirono.—La moglie disperata sulle agonizzanti spoglie del marito si dava ogni cura per adagiarlo su di alcuni cuscini onde meno tormentosi gli riescissero gli ultimi momenti della vita; ma rientrati alcuni soldati nella camera martoriarono di nuovo il semimorto Roncari, e con inaudita barbarie afferrando la mano della moglie, fuori di sè per la disperazione, la costrinsero di strappare le cervella al marito, che per le fattegli ferite le cadevano sul volto.—

Verso le ore 12 e mezza dei giorno 20, parimenti a Porta Comasina, nel momento, come ho raccontato in quel giorno, che un Maggiore Ungarese verso il Ponte Vetro andava gridando pace e persuadeva gli abitanti a cessare dalle ostilità, due studenti di legge venendo dalla Foppa furono sorpresi ed inseguiti da alcuni soldati che li minacciavano della vita perchè avevano la coccarda al cappello. Ad uno di essi riescì di fuggire. L’altro, che si conobbe poi per certo Pirinoli Giuseppe nativo di Cunardo, comune di Luino, onde evitare il pericolo che gli sovrastava entrò in una bottega di prestinajo che si trovava socchiusa, e salite le prime scale che gli si affacciarono giunse al piano superiore, e dal solajo salendo sul tetto discese nella vicina casa N. 2189. Avvertiti i soldati andarono a spaccare la porta, e dopo di aver perquisita tutta la casa trovatolo nascosto sotto un letto nell’abitazione di Giovanni Larghi, gli scaricarono adosso alcune fucilate, e quindi lo trascinarono fuori e lo presentarono ai vicini dalla finestra, e dopo di avergli preso tutto il denaro lo gittarono in corte, gridando, va a trovar Pio Nono.—

«Nel vicolo del Sambuco, ove è l’antichissima osteria detta della Palazzetta, recossi una mano di assassini. Chiesto ed ottenuto da mangiare e da bere, legarono l’oste colla moglie e la figlia. Fattone un fascio, buttaronli vivi sul camino, ove furono arsi. Prima di partire lasciarono sfuggire dalle botti tutto il vino che era in cantina.—

«Guidati da certo Hansek, già loro commilitone, altri soldati penetrarono dal borgo di Viarenna nella stretta Calusca, e dopo di aver saccheggiato e commesso ogni sorta di orrori in quelle case, trucidarono tre infelici, che furono: Giuseppe Gambaroni d’anni 58 circa, ammogliato, venditore delle così dette robbiole da fuoco; Antonio Piatti d’anni 28, fabbro, e Giuseppe Belloni, cuojajo. Presi e condottili nel vicino orto, e come se fosser ad una festa da ballo ghignazzando e cantando, se li gettavano contro urtandoli e ricevendoli a colpi di bajonetta, e mentre gli infelici in questo modo crudele venivano straziati, parte degli assassini, per godere più a lungo di quella scena orribile, andarono in traccia di paglia e di legna, e gittatele addosso a quei moribondi vi appiccarono il fuoco. Ed allorquando i pazienti per l’ardor delle fiamme tentavano agonizzanti d’allontanarsi, quei feroci assassini li respingevano nelle fiamme colle punte delle bajonette, così seguitando fra le acclamazioni di allegria sino a che furono persuasi di averli spenti; e dopo d’aver obbligati i superstiti parenti ad esser testimonj di una scena così straziante, abbandonarono quel luogo.—

«In una stanza, fra le molte di cui si compone la caserma di sant’Eustorgio, si vedeva una panca, sotto la quale eranvi delle scarpe che apparivano chiaramente essere appartenenti ad un cittadino. Su questa panca eravi del sangue raggrumato. Di questo sangue si trovò pure intrisa una penna. Probabilmente sarà stato un prode Austriaco che avrà dissetato la sua sevizie scrivendo note di sangue con sangue italiano.—»