MDCCLXXXIX

Anno diCristo MDCCLXXXIX. Indiz. VII.
Pio VI papa 15.
Giuseppe II imperadore 25.

Nuova era apresi in quest'anno alla storia. Prima però di chiudere con adequato discorso quella che sin qui trascorremmo, e di apparecchiarci, colla esposizione dello stato d'Italia nel punto dal quale partiremo per percorrere la novella, vogliamo notare in questo luogo alcun fatto di minore importanza, ma che tuttavia merita d'essere ricordato in questi Annali.

Fece molto parlare di sè sul finire di quest'anno un uomo singolare; vogliam dire il conte Alessandro Cagliostro. Sotto di questo nome un avventuriere si è acquistata non tenue celebrità. Non è noto particolarmente che per alcuni libelli, sempre sospetti di parzialità, e pel processo fattogli a Roma. Ma l'ignoranza e le contraddizioni de' compilatori non permette di credere ad essi gran fatto maggiormente. Comunque sia, riferiremo succintamente i principali fatti narrati nel processo. Cagliostro nacque, dicono, a Palermo, il dì 8 di luglio 1743, da genitori di mezzana condizione, ed il suo vero nome era Giuseppe Balsamo. Dopo una gioventù burrascosa non poco, e dopo molte gherminelle, come quella che fece ad un orefice nominato Marano, al quale cavò sessanta oncie di oro colla promessa di dargli un tesoro sotterrato in una grotta, custodita dagli spiriti infernali, lasciò la sua città natia, e cominciò a viaggiare. Visitò successivamente la Grecia, l'Egitto, l'Arabia, la Persia, Rodi, l'isola di Malta, ed in quei viaggi strinse amicizia col dotto Althotas, ch'egli ci ha dipinto come il più saggio degli uomini; ma lo perdè a Malta, dove fu bene accolto dal gran maestro che gli diede commendatizie per Napoli. Di Napoli andò a Roma. In questa città conobbe la bella Lorenza Feliciani, colla quale si unì in matrimonio. Da Roma gl'inquisitori della sua vita gli fanno scorrere pressochè tutte le città d'Europa sotto i nomi diversi di Tischio, di Melissa, di Belmonte, di Pellegrini, d'Anna, di Fenice, di Harat e di Cagliostro, vivendo ora del prodotto delle sue composizioni chimiche, ora di giunterie, più sovente del vergognoso traffico che faceva delle bellezze della sua sposa. L'apparizione più brillante di questo personaggio singolare fu quella che fece a Strasburgo ai 19 di settembre 1780. Sarebbe difficile l'esprimere lo entusiasmo ch'egli destò in quella città e di far conoscere i moltiplicati atti di beneficenza onde parve che lo giustificasse. La Borde non conosce termini abbastanza forti per dipingere il conte Cagliostro. Nelle sue Lettere sulla Svezia, ei lo qualifica come uomo ammirabile per la sua condotta e per le sue vaste cognizioni. «La sua fisonomia, dice, annunzia lo spirito, esprime l'ingegno; i suoi occhi di fuoco leggono nel fondo degli animi. Sa pressochè tutte le lingue dell'Europa e dell'Asia, la sua eloquenza sorprende e rapisce, anche in quelle cui parla men bene.» «Ho veduto, prosegue dicendo, questo degno mortale in mezzo ad una sala immensa, correre di povero in povero, medicare le schifose piaghe di tutti, mitigarne i mali, consolarli colla speranza, dispensar loro i suoi rimedii, colmarli di benefizii, alla fine caricarli de' suoi doni, senz'altro scopo fuor quello di soccorrere l'umanità sofferente. Tale spettacolo incantatore si rinuova tre volte ogni settimana; più di quindici mila infermi gli devono l'esistenza.» A sì fatte testimonianze di La Borde si possono aggiungere le lettere scritte al pretore di Strasburgo nel 1783 da Miromesnil, da Vergennes, dal marchese di Segar, colle quali si chiede l'appoggio dei magistrati in favore del nobile straniero, ne' termini più favorevoli per esso. Tali tratti, è d'uopo confessarlo, non si confanno colla orrida pittura che di Cagliostro ha fatto l'autore della sua Vita, il quale lo mostra come l'infimo de' mariuoli ed il più abbietto degli uomini. Ai 30 di gennaio 1785 il conte di Cagliostro, che aveva già fatto un viaggio a Parigi, ritornò in essa capitale ed alloggiò nella via San Claudio presso il baloardo. In quell'epoca si tramava, o piuttosto, come dice egli medesimo, era già nata la famosa baratteria della collana. Gl'intimi vincoli del conte col principe Luigi di Roano, fortemente implicato in tale faccenda, dovevano fargli temere per la sua propria libertà; ma fatto forte della sua innocenza, s'oppose alle istanze de' suoi amici, i quali lo stimolavano a lasciar Parigi. In fatti venne arrestato il dì 22 di agosto e chiuso nella Bastiglia. La contessa di La Motte l'accusò «d'aver ricevuto la collana dalle mani del cardinale, e di averla fatta in pezzi onde ingrossarne l'occulto tesoro d'una facoltà inudita.» La accusa era un assurdo. Cagliostro rispose con una memoria che fu dai Parigini ricevuta con la sollecitudine che inspirava il personaggio. In tale memoria, di cui si attribuisce la compilazione ad un magistrato celebre, Cagliostro, senza appagare pienamente la curiosità del lettore, esce in alcuni tratti del romanzo della sua vita, e dà ad intendere che la sua nascita, quantunque sconosciuta, è illustre. Cita, affermando di averli frequentati, i personaggi più eminenti dell'Europa, ed invoca la loro testimonianza: nomina i banchieri che in tutte le città gli somministrarono denaro, ma senza far conoscere la sorgente delle sue ricchezze. La sentenza del parlamento del 31 di maggio 1786 assolse il principe Luigi e Cagliostro dalle accuse contro di essi intentate; ma entrambi furono esiliati. Cagliostro si ritirò in Inghilterra ivi soggiornò circa due anni; passò da Londra a Basilea, indi a Bienne, ad Aix, in Savoia, a Torino, a Genova, a Verona, e da ultimo andò a Roma, dove fu arrestato il 27 di dicembre del presente anno e trasferito nel castello Sant'Angelo, in un con sua moglie. Volendo qui dire quant'è da dirsi di costui: gli fu fatto il processo e venne condannato a dì 7 del mese di aprile 1791, siccome in esercizio di libero muratore. La pena di morte, a cui era motivo siffatto delitto, fu commutata in una prigione perpetua. Dicesi che sia morto l'anno 1795 nel castello di San Leo. Sua moglie era stata anch'essa condannata a perpetua clausura nel convento di Sant'Apollinare. Furono spacciate sul conte Cagliostro parecchie favole, le quali altro fondamento non hanno che la preoccupazione o le opinioni particolari di chi le ha divulgate, gli uni lo tengono per uomo estraordinario, per un vero facitor di prodigii; altri non veggono in lui che un accorto ciarlatano. Gli si attribuiscono cure maravigliose e senza numero; sembra nulladimeno evidente che il suo sapere in medicina fosse estremamente limitato. Ugualmente che tutti i partigiani delle dottrine ermetica e paracelsica, faceva grand'uso d'aromi e di oro. Fu Cagliostro, caduto sotto le investigazioni della inquisizione, fu tenuto per membro dei muratori templarii, ed attribuita la continua sua opulenza ai moltiplici soccorsi che dalle diverse logge dell'ordine gli provenivano. L'autore già citato della sua vita gli dà il vanto dell'instituzione d'una società di muratori che si dicono egiziani, la quale, s'egli fedelmente la avesse descritta, non sarebbe stata che una meschina ciarlataneria, inetta a trappolare un istante l'uomo meno assennato. Una pupilla o colomba, cioè una fanciulla nello stato d'innocenza, messa dinanzi una caraffa, ma riparata da un paravento, otteneva per la imposizione delle mani del gran cofto, la facoltà di comunicare cogli angeli, e in quella caraffa vedeva qualunque cosa volevi che vedesse. Finalmente uno scrittore de' nostri giorni, l'abate Fiard, non dubitò di far Cagliostro uno spirito del tenebroso impero e di associarlo con Mesmer, Pinetti, ed altri, all'infernale coorte. Il cavalier Bossi, nella sua Istoria d'Italia, dopo esposte e confutate le opinioni che intorno a Cagliostro correvano, conchiude: «Certo è che giudicato fu egli secondo le massime del santo ufficio, e reo supposto di avere sparso erronee opinioni e praticati gl'insegnamenti delle scienze occulte, fu condannato a morte...... sebbene osservassero alcuni che commesso non avea delitti, nè sparse tampoco le opinioni condannate, nel territorio di coloro che costituiti si erano suoi giudici.»

Morto in quest'anno il doge di Venezia Paolo Renier, gli fu dato a successore Lodovico Manin, cavaliere e procurator di san Marco, stato podestà di Vicenza, di Verona, di Brescia, e mostratosi nelle magistrature interne d'indefessa attività e di vivo zelo pel pubblico interesse fornito. Se nel suo particolare gli venne data nota di tanta parsimonia che mal si addiceva alla sua opulenza, però che fosse il più ricco uomo di Venezia, nelle pubbliche rappresentanze spiegò l'apparato più nobile e più pomposo della magnificenza e della grandezza. Notarono gli oziosi che de' cento venti dogi che a Venezia furono, il primo e l'ultimo portarono lo stesso nome di Paolo, non volendosi nella serie contare il Manin, che nella dignità in fatti non morì, avendo veduta la caduta dell'insigne repubblica, e mancato poi a' vivi privato e da parecchi negletto.

Ed eccoci alla nuova era storica, della quale abbiam detto in principio del presente anno. Se non che, prima d'entrare nel difficile arringo ne pare di dover chiudere il tratto sinora percorso con opportuno discorso sulle scienze e sulle lettere, non che sulle arti, che sì gran parte sono della gloria d'Italia nostra. Un celebrato storico diede di queste parti un suo giudizio, nel quale, sebbene in tutto non consentiamo, crediamo però pregio dell'opera il presentarlo tale e quale ai nostri lettori, i quali, se in qualche luogo il troveranno disforme dalle sentenze che in proposito sono corse, bel campo avranno a quei raffronti, a quelle disposizioni, a que' paralleli da' quali l'istruzione risulta. Dice egli adunque:

«Nessuna età mai promise tanta felicità agli uomini quanto il secolo decimottavo, prima che una feroce tempesta lo turbasse. Quanto fra gli uomini di utile, di grazioso, di grande si trovava, tutto allora era o si travedeva. Le volontà benevole, gl'intelletti illuminati, le lettere in onore, le scienze in progresso. Dirò brevemente di ognuno di questi fonti di beneficenza e di gloria. I nostri figliuoli, conoscendo l'aria prima che respirammo e quali fummo e ciò che volemmo, non saranno, credo, verso i loro padri di gratitudine avari.

L'Italia per le scienze naturali a nissuna delle nazioni che più le coltivavano era inferiore, ad alcune superiore. E per parlare della Francia specialmente che allora per questa parte dell'umano sapere più d'ogni altra aveva onorata nominanza, sotto certi rispetti l'Italia le cedeva, sotto altri la superava. Cedevale per lo splendore e per l'eloquenza; il grande Buffon in questa parte chi eguagliare potrebbe? Superavala per l'indagine scrupolosa, per l'esattezza delle ricerche, contenti gl'Italiani di dire agli altri ciò che la natura diceva loro, e temperandosi dai commenti; sistemi ed ipotesi, della cui fugace indole già insin dai tempi suoi quel famoso italiano, a cui niuno fu eguale, parlò, dico il buono, dotto ed eloquente Cicerone. Ciò che io qui affermo, ad ognuno sarà manifesto che vorrà considerare, quale Buffon e quale Spallanzani fossero. Dottissimi ambedue e diligentissimi scrutatori della natura, venerandi ambedue sacerdoti della scienza, ma uno dedito più all'immaginazione che all'osservazione, l'altro più a questa che a quella, onde il tempo che sa bene scerner la realtà dalle chimere, non poche cose riformò nelle opinioni del naturalista franzese, poche o nissuna in quelle del naturalista italiano. Ma sebbene non mediocri pregi d'eloquenza Spallanzani avesse, a niun modo il suo fare si potrebbe paragonare con quel largo fiume che spandeva con la sua inimitabil penna colui, cui tutte le nazioni onoravano, cui la morte si pianse con universale cordoglio, cui la memoria tanto valse nei cuori irritati dei nemici della Francia, nel 1814, che Swartzemberg, che gli guidava, mandò spontaneamente salvaguardia al piccolo Monbard, solo perchè stato era seggio di colui, cui, benchè morto fosse, credeva degno di arrestare armi ed armati. Potenti ossa di Buffon, pacifica vittoria, memorando temperamento dai furori guerreschi, ugualmente onorevole e per chi l'inspirava e per chi l'ordinava! I cannoni di Napoleone perdevano, le ossa di Buffon vincevano.

«Buffon abbelliva, Spallanzani diceva semplicemente: La cosa sta così: ma l'uno certamente e l'altro onore delle loro patrie, ornamento del mondo. Io veramente ammiro nel naturalista, cui Scandiano produsse e Pavia albergò, il genio italiano che, ancorchè abbondi di fantasia, di verità pure e di realtà si pasce.

«Il lume della fisica primieramente in Italia tanto splendeva quanto presso ad alcun'altra nazione, e forse per certe parti di lei, come, per cagion d'esempio, l'idraulica e la meccanica, era ita più avanti. Forse ancora per la elettricità, massimamente per le fatiche del padre Beccaria, professore in Torino, ebbe più profonde e più sane nozioni di qualunque altra, ricevuti ciò non per tanto i primi semi dall'estero.

«Ciò sulle prime, ma poscia tanto si innalzò che le altre nazioni a' suoi fonti vennero abbeverandosi. Il caso fece trovare a Galvani un fecondo pensiero; egli stesso colle sue sollecite investigazioni il fecondò. Levossene un alto grido nel mondo. L'inventore credè che fosse una legge animale e che perciò più a fisiologia che a fisica si appartenesse. Ma era uscito da Como un sublime ingegno che a fisica lo rivocò, dimostrando che gli effetti prodotti sugli animali altro non erano che una parte, una derivazione della generale fisica legge. Dire quanto pensasse e quanto scrivesse Volta impossibile sarebbe alla mia stanca e tarpata penna; ma mi consolo pensando che bisogno non è ch'io lo dica. Qual parte della terra v'ha che nol sappia e nol dica e maraviglia non ne senta? Per Volta l'Italia andava nell'impero delle scienze ogni giorno alcuna conquista facendo: il suo nome stesso nel possente stromento impresso farà memoria nelle future età, quanti miracoli un modesto uomo, imperocchè tanto modesto fu Volta quanto ingegnoso e dotto, scoprisse nel chiuso seno dell'arcana natura, ed ai maravigliati ed attenti uomini gli rivelasse.

«Se delle scienze matematiche vogliamo parlare, si vedrà che, tacendo anche di tanti altri che a Pavia, a Firenze, a Roma, a Napoli ed a Palermo fiorivano, il solo Lagrange dimostrava, che per la scienza delle quantità astratte l'Italia non era sfruttata e degna ancora appariva di quella regione di cui erano usciti Galileo e Sarpi. Nè di Gugliemini tacerò, il quale trovò modo di pruovare con fisico sperimento che la terra si muove.

«Quanto alle scienze chimiche, il cui imperio tanto incominciava a dilatarsi innanzi che sorgesse il sole dell'ottantanove, gl'Italiani più dagli altri impararono che agli altri insegnassero, quantunque valenti chimici fra di loro a Torino, Pavia, Venezia e Napoli sorgessero. La Francia in questa parte splendeva di un lume, senza pari, e i nomi di Lavoisier, Berthollet, Fourcroy, Guyton-Morveau saranno immortali.

«Ma non è senza opportunità il notare in questo luogo che se uomini sommi allora la feconda Francia illustravano, veri e santi oracoli del mondo, nella scienza che....... compone, scompone e ricompone le sostanze, il volgo correva dietro cupidamente alle pazzie ed alle chimere di un Cagliostro, di un San Martino e di un Mesmer. Questi credeva con le boccette del primo di poter vivere almeno trecento anni; quest'altro teneva per fermo di poter leggere, come si diceva di San Martino, a trapasso di muro; un terzo finalmente, di Mesmer seguace, con un poco di sale rotto in una bigoncia, e con certi alti smorfiosi fatti da un impostore, si persuadeva di poter guarire da tutte le malattie. Ed ecco un altro sicofanta, o sicofantessa che si fosse, che conosceva e guariva tutti i mali solo con guardare le orine e far dal suo tripode ricettacce, dopo di averle guardate. Ciò succedeva in Parigi, e sì che si vedevano concorrere alla porta della sicofantessa ogni mattina uomini e donne, cocchi e barelle con le ampolluzze e con gli utelli pieni di orina per farla vedere alla pitonessa e portarne poscia a casa i precetti. Queste materie poco si videro in Italia e non vi fecero frutto, e la cagione si è che i Parigini sono tutto Ateniesi, graziosi uomini in verità, mentre negl'Italiani, sebbene anch'essi sappiano dell'Ateniese, c'è mescolato un po' di Spartano, voglio dire che amano ragguardare dentro la midolla delle cose. Poi sono più maliziosi, e sanno bene squadrare e guardare in viso gl'impostori.

«Le scienze morali seguitavano in Italia l'inclinazione comune, con più felici augurii a miglior stato avviandosi. Una gran differenza ciò non per tanto si osserva tra quanto vi succedeva in questo proposito e ciò che in altri paesi si vedeva; questa era che quegl'Italiani stessi che ardentissimi erano nel risecare dalla pianta religiosa ciò che d'eccessivo e d'illegittimo vi aveva......... aggiunto, persistevano però nelle credenze cattoliche lontani dagli scherni e dall'incredulità che altrove regnavano. Volevano un'emendazione, non una distruzione.

«Le scienze economiche spiegavano pure anche esse i loro fiori nella bene generativa penisola. Della quale cosa ognuno sarà persuaso, se vorrà avvertire agli utili scritti di Genovesi e Galiani di Napoli e di Fabbroni di Firenze. Questi alti ingegni, del bene comune aumentatori, eziandio si differenziavano da certi economisti forestieri; perciocchè non a chimere impossibili a ridursi in pratica nè ad astruse teorie andavano dietro, ma cose palpabili trattavano e che, se vere erano in ragione, utili erano anche in esperienza. Oltre a questi maestri per iscritto, era allora in Italia un economista pratico che quanto essi nelle loro benefiche lucubrazioni pensavano riduceva all'atto, e questi fu Leopoldo di Toscana. Seppelo la Toscana stessa, che a più fiorente stato pervenne.

«Sommo, anzi singolar pregio della Italia a que' tempi fu la scienza della penalità, merce di quel........ mandato fuori da Beccaria. Chi la umanità ama, chi ama la giustizia, debbe con perpetue lodi innalzare quest'uomo immortale. La Italia l'onorò, l'onorarono le nazioni forestiere, e da lui tutte riconobbero un bene immenso fatto nella parte più cruda e terribile dell'umana legislazione. Orrende piaghe sanò. Quattro grandi lumi, oltre i minori, splendevano allora in Italia, uno in Napoli, uno in Firenze, un terzo in Milano e Pavia, un quarto in Parma. Quelle erano veramente scuole patrie, quelli sodi beneficii, che tutto l'edificio sociale con amica luce rischiaravano, fecondavano, miglioravano. Così voleva allora il cielo che seguisse.

«Se poi vogliam voltare il discorso alle lettere, vedremo che, se poche parti se ne eccettuano, la letteratura italiana era spenta, nè altro più non era che una servile e sconcia imitazione della letteratura francese. La storia, la maggior parte delle opere teatrali, le novelle, i romanzi i poemi stessi rendevano un odore franzese, e tanta distanza passava dallo scrivere che a que' tempi era prevalso in Italia, a quello che vi si usava due secoli innanzi, quanta veramente si scorgeva tra le cose scritte nell'ignorante medio evo a quelle, cui mandarono alla luce gli autori del decimo quarto e decimosesto secolo. Parlo solamente della distanza che tra l'un modo e l'altro s'interponeva, non già dell'effetto, perchè allora si andò dal male al bene, adesso si andava dal bene al male. Nei bassi tempi vi era speranza, perchè non vi era corruzione di età decrepita, e solamente si vedeva che l'arte era bambina; ma nella seconda metà del secolo decimottavo, quasi ogni speranza si trovava estinta; perciocchè la medesima legge governa le cose morali che le fisiche, cioè che si può andare dall'infanzia alla virilità, non già dalla decrepitezza all'adolescenza, ed il pomo acerbo può diventar maturo, il fracido non torna più a sanità, ma si disfà. Tal era, generalmente parlando, l'italiana letteratura a' tempi che videro fanciulla l'età presentemente canuta. A stento e se non con molto stomaco si possono leggere oggidì le cose che vi si scrivevano. Servilità ne' pensieri, servilità nella lingua. Come le scarpette delle donne, così ancora i concetti e le frasi dei letterati venivano bell'e formati da Parigi.

«In mezzo alla foresteria si era introdotto un altro nauseoso vizio, e quest'era una certa leziosaggine, una certa delicatura, e quasi direi smanceria, che faceva credere che la letteratura italiana fosse divenuta imbelle e non più da uomini, ma da donne. Concettuzzi fioriti, frasi leccate, nissuna forza, nissuna naturalezza, nissun maschio, nissun sincero pensiero; ogni cosa scritta come se fosse alla presenza della donnetta che si acconciava. La toaletta, come dicevano, e il sofà, ed è miracolo che non abbiano detto il budorio per dire il boudoir, e le braccia ben tornite, pure come dicevano, della innamorata, e i suoi pedini e le dituzze, e le descrizioni al minuto del prendere il cioccolate, senza nemmeno dimenticare il colore de' confetti che vi s'immergevano, od altre simili inezie andavano per gli scritti de' più. Chi avrà letto il Roberti, e l'Algarotti, e Pietro Chiari e le commedie del principe di Sangro, e quelle del Villis, saprà da sè stesso ciò che voglio dire.

«Il male si accrebbe per l'autorità di un uomo cui la natura aveva dato un ingegno smisurato, e che poteva essere il ristauro, e pure fu quasi del tutto la ruina dell'italiana letteratura. Parlo del famoso poeta padovano, del Cesarotti. Dio mi guardi dal proferire la bestemmia che costui fosse imbelle; che anzi ingegno più virile e più vivido del suo da lungo tempo la natura non aveva in Italia procreato. Ma volle farsi singolare con una poesia parte gonfia, parte leccata, traducendo il vero o finto Ossian. Le leziosaggini per la sua Bragela, ed il suo lanciare pel suo Fingallo, ed altri eroi così tremendi pel nome come pei fatti, corruppero talmente la poesia italiana, che più forma alcuna non conservava di sè medesima. Quanto poi alle sue prose, egli era un molinista tale in lingua, che ogni franzese parola o frase per lui era buona, purchè una desinenza italiana le applicasse. Egli fu un gran Busembaum per la lingua. Questi scandali dava Cesarotti, egli che per la sublimità dell'ingegno avrebbe potuto a sublimi e sincere opere italiane dare origine. E veramente si vede, che là dove puro voleva ed italiano essere, il che non di rado ancora gli succedeva, tali lumi mandava fuori che non uscirono mai maggiori dalla penna dei più rinomati scrittori del bel secolo. Ma il consueto suo andare era corrotto, e fu questo il tracollo.

«Le cose parevano doversi tenere per perdute, e nulla si poteva più sperare da chi si tagliava i nervi da sè. Fortunatamente, mentre Cesarotti ed altri, che di lui il vizio non l'ingegno avevano, gettavano, come se a contanti pagati fossero, feccioso limo nelle pure e limpide acque dell'Arno, il cielo, che non voleva che il fiore italico si spegnesse, mandò quattro uomini a vivificarlo; questi furono Parini, Metastasio, Goldoni ed Alfieri.

«Parini fu il primo a ritirare la trascorsa letteratura italiana verso il suo principio, ed a ritirarla, nel tenero, al fare petrarchesco, nel forte, al dantesco; ma più veramente ancora per la natura sua sapeva di Dante che del Petrarca. Sublimi e pretti pensieri aveva, sublime e pura lingua usava, un terribile staffile maneggiava. Le toalette, e i sofà, e i ventagli, ed i letticciuoli morbidi rammentava non per lodarli, ma per fulminarli. Grande e robusto uomo fu costui, nella satira il primo, nella lirica ancora il primo. Ei fe' vedere e dimostrò che senza le nebbie caledoniche, senza le smancerie galliche, e consistendo nella vera lingua e nel vero stile italiano si potevan creare opere in cui colla purità si trovava congiunta l'energia. Più che poeta, più che sacerdote d'Apolline fu, posciachè fu maestro di virtù, ed i molli costumi ad una virile robustezza ridusse: l'eunuca età a più maschi spiriti eresse. Tanto potenti furono i suoi detti, tanto potenti i suoi scritti!...............

..... Forse, chi sa, un giorno verrà quando gl'Italiani avran dimesso il mestiere del voler fare i pedissequi dei forestieri........... in cui maggiormente il suo esempio ed i suoi altissimi versi frutteranno. Eglino intanto debbono aver cara ed onorata sempre la memoria del Parini, di quel Parini che dal lezzo li sollevò, e dalle insipide erbe purgò il sentiero che mena all'eletto monte, dove la virtù e le divine suore albergano. Parini, poscia Alfieri, spensero la letteratura delle inezie; ed i descrittori delle scene di taverna, e di qualche monasteruzzo, mercè le illustri fatiche di quel grande Milanese, peneranno ad allignare.

«In nissun autore osservasi un così puro fiore, una così perfetta fragranza delle tre letterature madri, quanto in Metastasio, e niuna traccia, quantunque in mezzo alla corruttela che già cominciava ad ammorbare, vivesse, in Lui si ravvisa di moderna foresteria. L'anima sua nitida e dolce a ciò il portava, l'essere Romano forse vi contribuiva; conciossiacosachè o che i letterati romani siano vissuti divisi dai forestieri più che gli altri Italiani, o che la natura romana più fortemente resista al piegarsi alle influenze altrui, o che quella lingua tanto scolpita che parlano, italiani pensieri e italiane immagini e forme più profondamente nelle menti loro imprima, o che finalmente quel ravvolgersi continuamente fra le romane antichità, che i concetti e la grandezza antica ad ogni momento loro ricordano, sel facciano, certo è bene ch'essi più di ogni altro si tennero lontani così dalle gonfiezze del secolo decimosettimo, come dal loglio forestiero che veniva mescolandosi col grano d'Italia. La quale cosa tanto è più da osservarsi quanto che Roma si trova fra Toscana e Napoli, dove, dopo la metà del secolo ultimo, quel loglio aveva messo più profonde barbe, ed erasi in isconcia guisa moltiplicato. Chi Metastasio legge, beve a pieno vaso senza alcuna mescolanza di stranezza la grazia greca, la maestà latina, la eleganza italiana. Col chiaro, amabile ed armonioso suo stile, colla naturalezza dei pensieri e dei sentimenti, col contrasto nitidissimo delle passioni, non feroci e barbare, ma alte e generose, e tali quali a popoli civili, non a Caraibi, o ad Uroni, o a quelle bestie del medio evo si convengono, diede a divedere che stando nei confini delle letterature madri della meridionale Europa, si può e muovere fortemente gli affetti e, mantenendo la sincerità del gusto italiano, innalzare gli animi. Certamente, mai nissun autore fu tanto Italiano quanto Metastasio. Possente argine fu contro il contagio forestiero, possente rimedio per risanare i corrotti. La quale salutare operazione con tanto maggior efficacia fece, che pel genere delle sue composizioni e per la chiarezza del suo stile egli andava per le mani di tutto il mondo. Che anzi non solamente su i regi teatri i suoi drammi si cantavano, ma eziandio sulle scene innalzate dai comuni o dai particolari si recitavano, e pochi erano i villaggi, non che le città che ogni anno, massime nell'autunno, non udissero alcuna opera del poeta romano recitata da uomini colti, e talvolta ancora da uomini di villa, a cui poco altro sapere era venuto che quello di saper leggere e scrivere. Il concorso a queste rappresentazioni era grande, ed il piacere che gli astanti provavano, maraviglioso. Attori e spettatori si immedesimavano, e degli eroici costumi dell'antichità si dilettavano, e per essi di migliori sentimenti s'informavano...............

Ciò pruova che il Metastasio era veramente autore italiano, poichè tanto agli italiani andava a sangue. Ciò pruova ancora che il vero fine delle rappresentazioni teatrali è d'invaghire l'uomo del bello ideale ed eroico onde ritrarlo dal pensare e dal sentire abietto e plebeo, e più avvicinarlo a quell'alto scopo per cui Dio l'ha creato. Il quale effetto se alcune moderne composizioni facciano, lascio al lettore il giudicare.

Ma, seguitando a parlare del Metastasio, per giudicar bene che cosa ei fosse e quel che far si volesse, e' non bisogna supporre, come alcuni fanno, che intenzione sua fosse di scrivere tragedie, dando al nome di tragedia la significazione che volgarmente gli si dà. Imperocchè ei non volle già comporre tragedie da recitarsi, ma drammi da cantarsi, quantunque assai acconciamente ancora recitare si possano, ed in essi non di rado si trovino scene che nella più vera e sublime tragedia si confarebbero. Ma resta sempre che, scrivendo per la musica, egli soggiaceva a parecchie necessità che la sua libertà impacciavano, e che dalle esigenze o del compositore della musica, o de' cantanti, o dalle consuetudini teatrali stesse di que' tempi derivavano. Maravigliosa cosa è come fra tanti lacci produrre potesse scene da cui nasceva una così potente mossa d'affetti.

Di questo poeta parlando, pel quale principalmente si fa manifesto che la sublimità dei pensieri e dello stile possono stare con la semplicità e con la chiarezza, cade in acconcio il discorrere dello stato in cui si trovava la musica al tempo in cui viene a terminarsi la nostra presente storia. Pare a me, ed anzi certo sono, ch'ella pervenuta fosse a quel grado di perfezione, sopra il quale nulla più resta nè da desiderare nè da aggiungere, ed al quale qualche cosa aggiungendo, si va verso la corruzione. Ciò dal conservatorio di Napoli e dagli ammaestramenti di Durante principalmente riconoscere si dovea. Era quel conservatorio, come quasi il cavallo troiano, da cui uscivano, non già uomini armati per incendere e distruggere le città, ma divini ingegni da eccellenti maestri informati, che per l'Italia, loro felice patria, poi per estere regioni portando andavano ciò che più l'anima molce ed innalza, e dalle tristi cure che l'umanità tanto spesso affliggono la solleva ed allontana. Non romorosi o abbaruffati componimenti erano, ma per ciascun pezzo un'idea madre, un'idea architettonica, alle quali le altre, come ancelle ad una regina, per darle maggiore risalto e farla campeggiare, servivano. La stessa armonica simmetria ed acconcia corrispondenza di tutte le parti si scorgeva nella totalità del componimento, di maniera che non solamente si vedeva che era una creazione dello stesso spirito, ma eziandio che al medesimo soggetto si apparteneva. La semplicità e la unità cotanto raccomandate da Orazio, e in ciascuna parte e nel tutto si osservavano, e con loro congiunta una tale leggiadria, una tale grazia, una tale eleganza che a sentirgli era un vero incanto, e l'uomo provava una dolcezza inestimabile. Pareva che egli da queste terrene cose disciolto, ed in migliore mondo trasportato, di angelica natura si vestisse.

Nè complicati o meccanicamente laboriosi erano i mezzi, di cui quei divini ingegni si servivano per produrre così maravigliosi effetti. Semplicissimi erano e, quasi direi, invisibili questi mezzi. Al mirare que' loro spartiti, assai poche note vi si vedevano, onde quasi pareva che vi fossero effetti senza causa. Ma la causa appunto più forte ed operosa era, perchè più semplice era e sapeva batter bene in quella parte del cuore che abbisognava. Ed io mi ricordo di avere letto nel dizionario di musica del Rousseau un fatto mirabile, ed è dove racconta il terribile effetto che sempre faceva su gli ascoltanti (credo, se ben mi ricordo, nel teatro di Ancona) un recitativo solamente accompagnato da poche note del violoncello; irresistibile era quest'effetto, onde ognuno al solo suo approssimarsi, già si sentiva commosso e subitamente impallidiva come se da una incognita e possente causa compreso e domato fosse. Quella era veramente musica italiana, possente per semplicità, per grazia, per verità; la melodia padrona, l'armonia serva, l'armonia che non fa effetto se non quando imita la melodia, i mezzi meccanici lasciati a chi callose orecchie ed insensibile cuore ha. Chi sa che siano Omero, Virgilio, Raffaello d'Urbino, facilmente intenderà ciò ch'io voglio dire. Ed Omero, Virgilio, Raffaello si erano trasfusi in Paisiello e in Cimarosa ed in tanti altri compositori di quel tempo, che veramente si può e dee chiamare l'età dell'oro per la musica.

La maestria e la vera arte non consistono nel far monti di note e di strani e ricercati accordi, ma nell'inventare motivi nuovi, graziosi, adatti all'effetto che si vuole esprimere, e questi accompagnare con accompagnamenti che gli aiutino, non gli soffochino. Il quale modo di comporre, siccome di maggior effetto, così ancora di maggiore difficoltà è; conciossiacosachè assai più difficile bisogna sia l'inventar cose ideali, cioè i motivi (dono dato dal cielo a pochi) che il raccappezzare cose corporee, cioè gli accordi. Di gran lunga maggior numero di motivi nuovi, cui i maestri chiamano di prima intenzione, e perciò maggiore difficoltà superata ed assai maggiore e più eccelsa facoltà creatrice havvi nella sola Nina di Paisiello o nel solo Matrimonio segreto di Cimarosa che in tutte le opere insieme anche del più fecondo compositore de' giorni nostri. È vero che non vi è tanto fracasso, cioè tanti mezzi meccanici; ma i divini dove sono? Questa è una età pessimamente corrotta: nel morale vuole la forza, nella musica il fracasso. I compositori sono diventati servi delle orchestre, le quali sempre vogliono sbracciarsi per fare un gran romore e far vedere che sanno sonare le difficoltà, ed eseguire il concerto, i cantanti sono soffocati ed obbligati di strillare, ed il pubblico, che ha perduto il cuore ed è divenuto tutto orecchie, applaude;.....

Altra è la musica istromentale, altra la vocale. La voce umana è la vera e naturale espressione delle passioni; gli istrumenti sono mezzi artificiali li quali possenti non sono se non in quanto imitano la voce umana, e più o meno possenti sono, secondochè più o meno a lei si avvicinano o da lei si discostano. Questa è la ragione per cui quel gemere di violino ne fa uno strumento potentissimo. Onde non solamente contro l'effetto fa, ma ancora contro natura chi con gl'istrumenti soffoca la voce invece di secondarla ed aiutarla.

Io fui amico, ed egli a me, e molto me ne pregio, di un gentilissimo maestro italiano. Compostasi da lui alcun tempo vera musica italiana, piena di verità, di soavità, di grazia, come, per esempio, i suoi bellissimi notturni sulle parole di Metastasio, una delle più dolci cose che siano uscite da un cuore dolcissimo, si diede poi a ingarbugliarsi con mescolare con eccessiva proporzione, musica istromentale colla vocale. E Paisiello per Milano passando per andar a Parigi ai cenni di Napoleone, sentita quella sua musica nodosa e strepitosa, e, postagli la mano sulla spalla, gli disse: «Bonifazio, lascia stare la musica tedesca.» (Il tarantino Anfione parlava della musica vocale[2].) Il grazioso uomo mi disse con quella sua giovenil voce che sempre ebbe: «Me la sono attaccata all'orecchio;» ma non se la attaccò. Veramente il buon Bonifazio, oltre ad altre sue composizioni alla tedesca, aveva composto la musica per un dramma a Torino, la quale, malgrado di un gran miagolare di bassi che vi aveva fatto, non ebbe alcun buon successo; felicissima vena, se mai una fu al mondo, e veramente correggiesca, da un poco sano metodo di comporre guastata.

«La poesia e la prosa erano parecchie volte degenerate in Italia, e da quasi cinque secoli avevano a più maniere di degenerazioni soggiaciuto. La musica sola, da' suoi principii al suo apice gradatamente ascendendo, sempre simile a sè medesima era proceduta, vero e sincero frutto italico dimostrandosi. Tanto crebbe, che finalmente al punto di perfezione pervenne, allor quando Cimarosa e Paisiello colle loro mirabili melodie incantavano il mondo. Il secolo decimottavo dopo il cinquanta fu per la musica ciò che il decimosesto fu per la pittura, quando con le loro divine rappresentazioni Raffaello e Michelagnolo pruovavano che la Grecia s'era in Italia trasportata. A ciò contribuì Metastasio co' suoi dolcissimi versi, e, secondochè gli affetti portavano, qualche volta ancora tremendi, ma pur sempre dolci. Vincendevolmente i musici coi loro soavi o tremendi accenti al fare di Metastasio ed all'imperio ch'egli sulle anime acquistato aveva, contribuirono. Musica era la poesia di Metastasio, poesia la musica dei napolitani maestri. Gli orfeiani miracoli si rinnovavano a quel tempo; persino i sassi si muovevano, se per essi intendiamo i duri e silvestri cuori.

«Quando io dico che la musica era a' quei dì alla sua perfezione giunta, non intendo già che, rotte alcune consuetudini teatrali, non si potessero impinguare le musiche delle opere drammatiche con maggiore numero di pezzi di nervo; che ciò si poteva acconciamente ed utilmente fare; ma solamente voglio dire che il metodo del comporre i pezzi, che si usava allora, era il vero ed il più perfetto che si possa immaginare, e che il dipartirsene è un andare verso la corruzione. Ciò è così vero che nelle musiche meccaniche, che si odono e si ostentano oggidì, e che sono veramente come il pesce pastinaca, che non ha nè capo nè coda, o come quella testa d'uomo con collo di cavallo da Orazio sul principio della sua poetica descritta, i pezzi che fanno maggiore effetto e più nel cuore s'imprimono e più nella memoria si serbano, sono appunto quelli che al fare dell'antica musica da noi rammentata si ravvicinano ed in quello stile si ravvolgono. Il muovere i cuori è il vero ufficio della musica, non quello di assordare le orecchie, e perchè appunto il primo effetto può fare, fra le divine arti fu collocata, ed i poeti le loro più alte composizioni incominciavano cantando. I filosofi stessi immaginarono che le celesti sfere muovendosi, suoni rendevano e concenti facevano.

«Il principal fine delle arti è veramente il muovere gli affetti, e nissuna più gli muove e forse nemmeno altrettanto della musica. Per me, oltre la dolcezza che ne pruovo, giudico della bontà di un pezzo dal sentirmi mosso ad accompagnarlo col gesto, perchè allora veramente espressione d'affetto è; che se a quel gestire invitato non sono, subito concludo che quella non è musica, ma solamente rumore di corde o fischio di legno. Io detesto coloro che vogliono disonorare la musica col ridurla da un'arte liberale che ella è, ad un'arte meccanica. I maestri sterili, cioè incapaci di trovar motivi nuovi, sono appunto quelli che danno nel fracasso: manca in loro la divina favilla, e per ciò fanno ciò che i venti sanno fare nelle elci cave.

«Tornando adunque al Metastasio, dico ed affermo ch'egli fu un principale sostegno del gusto italiano, e che per lui stette che l'italiana letteratura il suo naturale aspetto del tutto non perdesse ed al basso ed allo straniero non scendesse e trascorresse.

«I soggetti che trattava, cavati i più dalla veneranda antichità, facevano che la Grecia e l'antica Roma nella novella Roma risorgessero. Al quale effetto eziandio con non poca efficacia conferivano gli studii dell'archeologia che nella città regina sempre avevano fiorito e tuttavia fiorivano. Chi non conosce le opere dell'immortale Visconti, di quell'uomo singolarissimo che univa un giudizio sano con una erudizione immensa, due cose che negli eruditi non sovente congiunte si vedono, stante che questo genere di letterati sono per l'ordinario creduli nella fantasia che gli tocca?

«Oltre i vestigii dell'antica Roma, che la nuova ancora adornano, e lo zelo con cui il Visconti ed i suoi compagni ed allievi questa parte della scienza coltivavano, a maggior ardore sollecitavano gli studiosi di lei le scoperte che in Ercolano si andavano facendo. Risuonava in ogni luogo il grido della città sepolta e dissepolta, ed a quella parte con somma avidità s'indirizzavano gli animi, studii certamente innocenti ed utili, poichè a pacatezza ed a grandezza tendevano ed invitavano. Napoli, il cui suolo tante ritrovate ricchezze in questo genere versava, non pretermise di coltivare la scoperta vena, anzi con tutte le forze l'esplorò e l'avanzò. Oltre le munificenze regio che alle spese dei lavori sopperivano, il re, a ciò muovendolo il Caracciolo, il quale, nel 1786, era stato richiamato dalla Sicilia per reggere in Napoli la segreteria degli affari esteri, aveva nel 1787 ordinato che fosse ritornata in pristino l'antica accademia d'Erodano, chiamandovi uomini egregi per zelo e per dottrina, l'abbate Galiani, Niccolò Ignarra, Mattia Zarillo, Giambatista Basso Bassi, Francesco Lavega, Francesco Daniello, Emmanuele Campolongo, Domenico Diodati, Saverio Gualtieri, Michele Arditi, Andrea Federici, Gaetano Carcani, Saverio Mattei, Carlo Rosini, e quel Pasquale Baffi, che, dodici anni dopo, tratto da questi studi pacifici a più tempestose cure, fu poi specchio di tanta virtù e segno di così estrema disavventura. Il re dolcemente parlò nel preambolo del suo decreto: desiderare, disse, procurare ai suoi popoli ogni sorta di beni e di vantaggi, nè in altro migliore modo saper ciò fare che col dar favore alle scienze ed alle belle arti. Con queste dolcezze si preambolava in quelle volcaniche terre ai crudi ed orrendi spettacoli che poscia le spaventarono ed insanguinarono.

«Terza colonna del buon gusto italiano fu Carlo Goldoni. Quest'uomo insigne parlava al popolo colle sue commedie scritte in istile semplice e chiaro, il quale, abbenchè non sia notabile per eleganza toscana, è nondimeno generalmente scevro dalla infezione forestiera. Grande energia non aveva, nè di sali abbondava, o piuttosto i suoi sali erano senza punte; perciocchè i motti ed i frizzi non possono sorgere da quella lingua generale italiana ch'egli usava, ma solamente da un dialetto. Ma molto maestrevolmente sapeva ei condurre le passioni, e stringere e sciorre i nodi delle sue commedie. Siccome tutto è naturalezza in lui, così venne in fastidio altrui quando le esagerazioni dei grandi lanciatori di sentimenti e le caricature flebili dei romanzieri inondarono il teatro. Ma stante che questa era una malattia fuori di natura, fugace fu l'invasamento, ed odo con somma contentezza che le commedie del Goldoni sono novellamente divenute care al popolo italiano; il che veramente è segno di guarigione.

«Portato dal suo genio, costretto dalle sue condizioni, ei troppe cose scrisse, e pel troppo scrivere diede talvolta nello slombato. Pure si può con verità asserire, che fra tante sue commedie, dieci almeno ve ne sono che toccano la perfezione e possono stare a paragone di qualunque altra scenica composizione di questo genere di cui si vantano le altre nazioni. Alcune poi da lui scritte in dialetto veneziano sono da commendarsi non solamente per gli altri comuni pregi, ma ancora pel brio, pei motti, per le arguzie, per le lepidezze, per le piacevolezze e generalmente per lo stile festevole e gaio con cui le seppe condire. Chi le legge sente un sollucheramento tale che non può essere maggiore, ed uguaglia quello che l'uom pruova leggendo la Mandragora del Macchiavello, o la Trinuzia del Firenzuola. Dal che si dimostra, che se uguale vivacità non si rinviene nelle altre sue commedie, ciò non da inettitudine d'ingegno, ma bensì dalla lingua che usava, proviene. Tanto è vero che i dialetti soli possono dare il vero stile della commedia! e se la Madragora e la Trinunzia tanto diletto ci danno, ciò è perchè sono scritte nel dialetto toscano; che se colla pretesa lingua generale d'Italia si vestissero, o in lei si traducessero, insulse e noiose diventerebbono. Da ciò si vede che bel guadagno abbiano fatto gl'Italiani coll'aver ricusato il dialetto toscano, anzi gridatogli la croce addosso, come se ridicolo e degno di scherno fosse. Bene con migliore senno si sono adoperati i Francezi, che hanno dato la cittadinanza nella loro lingua generale al dialetto parigino per modo che parte indivisibile di lei è divenuto; ond'è che i Franzesi possono facilmente aver la buona commedia. Le piacevolezze parigine sono tali in tutta la Francia mentre le piacevolezze toscane non sono intese o sono schernite nelle altre parti d'Italia che Toscana non sono. Questo è un male gravissimo, e che non è più atto a ricevere medicina, donde nasce che gl'Italiani difficilmente possono avere la vera e buona commedia che da tutta l'Italia sia intesa, prezzata e gustata. S'era cercato un rimedio nei Zanni o bergamaschi o bresciani o veneziani o bolognesi o piemontesi o milanesi o toscani o napolitani; rimedio insufficiente, per verità, ma pure in certo modo rimedio. Ma anche questo i moderni dottori nel loro alto sussiego, come se il ridere fosse delitto, hanno sbandito.

«Goldoni fu autore, se altro mai, popolare; e lo scuotere che faceva, non da acerba ed indecente satira o da sentimenti eccessivi in alcun genere, imperò che ei fu castigatissimo, derivava, ma dal toccare quella parte dell'animo che nella natura tranquilla e nobile si ritrova. Ei fu principal cagione per cui il popolo italiano non s'invaghì di certi scrittori di Italia che non erano contenti se con pensieri forestieri non pensavano, se con lingua servile non scrivevano. Ei fu principale operatore, onde la corruzione dai sommi non scendesse agl'imi, e che il popolo si contenne nei confini del vero, sincero e pretto italianismo. Ei fece maggior benefizio che il mondo non crede.

«Dopo le malattie viene per l'ordinario il medico che le guarisce. La leziosaggine che era prevalsa negli scritti, e la effeminatezza che era entrata nei costumi fra gli alti e mezzani gradi della società italiana, non ebbero più acerbo nè più forte nemico d'Alfieri. I tre primi che abbiamo nominati, persuadevano gli animi e coll'esempio allettavano affinchè al buon sentiero si riparassero; ma l'astigiano poeta con una terribile sferza gli sforzava. Le debolezze e le gonfiezze non avevano posa con esso lui, che d'animo gagliardo era, e che se al sublime facilmente andava, il procedere più oltre e precipitare nelle gonfiezze impossibile gli era. Vena sufficiente, anzi abbondante aveva, ma non soprabbondante, onde in superflui rivi non si spandeva. Ciò procedeva dalla gran forza per cui l'oggetto stringeva e che padrone del tutto nel rendeva. Le foresterie poi aveva in odio così per qualche avversione contro le persone che il rese sempre acerbo, e non di rado ingiusto, come per amore verso le lettere italiane. Ma siccome, usando fra i nobili piemontesi, egli era stato cresciuto ed allevato negli usi, pensieri e fogge franzesi, e che poco innanzi che a scrivere nell'italiana lingua si accingesse, più di franzese sapeva che d'italiano, così è manifesto che, massime nei suoi primi scritti, a stento dallo scrivere francescamente si allontanava; ed a gran fatica al gusto italiano si avvicinava. Della quale pendenza pochi segni per verità restarono nelle sue composizioni in versi, ma non pochi in quelle di prosa, in cui si veggono mescolati spesse volte eleganti fiorentinismi con isconci gallicismi.

«Ora questo grande Alfieri in tre modi giovò all'Italia, primamente collo aver ritratto dai costumi femmenili, in ciò compagno di Parini, chi n'era magagnato; secondamente coll'aver composto vere tragedie e creato lo stile tragico italiano che prima di lui non si aveva; terzamente coll'aver innamorata la nazione di sentimenti più alti e più forti. La lunga pace di cui ella aveva goduto, poichè di lungi aveva solamente sentito romoreggiare le armi, l'uso dei sonettuzzi e delle novellette del sofà, la privazione in questo intervallo di tempo di una forte apostolica voce che gli stimolasse, aveano talmente anneghittito coloro che più per l'esempio potevano fra gl'Italiani, che nè Metastasio, nè Goldoni, nè Parini, quantunque molto avessero operato, erano stati bastanti a destargli onde più sonnacchiosi non fossero e mogi. Uno sdegno acerbo, un'ira feroce, una ferrea ed indomabile natura era richiesta alla grande redenzione. Sorse allora, come per sovrumana provvidenza, la possente voce d'Alfieri che intuonò dicendo: Italiani, Italiani:............................... lasciate i giardini, correte alle zolle; lasciate l'ombra, andate al sole; vigili le notti passate, le donne come compagne, non come signore accettate, i fanciulli non nelle acque odorose, ma nei freddi e puri laghi, ma nell'onde stesse del terribile Stige tuffate; indurate i corpi al dolore, indurategli alla fatica....

«Così andava per gl'italiani campi Vittorio Alfieri, moderno Dante, Petrarca redivivo gridando. Furono i suoi detti come il lucente specchio a Rinaldo. Visto i molli abiti e gl'imbelli costumi, sorse vergogna, vergogna senso di risorgente natura, vergogna segno di rinascente virtù................................... .......................... A tale sacerdozio fu chiamato Alfieri, e bene il compì.

«Bene il compì ancora colle sue tragedie; per mezzo loro, non con le brache del medio evo, ma colla romana toga volle vestire gl'Italiani. Tal è il loro fine ed effetto. Quanto all'arte, io trovo che elle sono sempre energiche e profonde, come son nei passi più patetici le tragedie inglesi, altrettanto regolari quanto sono sempre le franzesi, ma che nel medesimo tempo fuggono le cose plebee che troppo spesso contaminano le prime, nè mai danno nelle insulsaggini cortigiane che di soverchio snervano le seconde. Beltà greca, beltà romana, e quanto vi è di più alto nell'uomo, sempre e puramente splendono nelle alfieriane tragedie, nè altro di moderno hanno se non la lingua in cui sono scritte.

«Quanto alle passioni che dall'autore sono poste in opera, io non le chiamerò nè antiche nè moderne, perciocchè elle sono di tutti i tempi, nè credo che gli antichi altrimenti amassero od odiassero, sperassero o temessero di quello che noi altri moderni facciamo. Quando io vedrò nascere gli uomini senza occhi e senza naso, crederò che sono cambiate le passioni. Voglio dire che siccome la natura esteriore ha le sue leggi immutabili, così le ha ancora l'interiore. Ciò dimostra eziandio il grande effetto che le tragedie, di cui trattiamo, producono in Italia quando bene recitate sono. La quale cosa succedere non può se non quando le passioni rappresentate fanno correlazione e consentono con quelle degli spettatori.

«Dal medesimo fatto nasce anche questo corollario, che non è punto bisogno per iscuotere le anime di dare nel famigliare e nel plebeo; nè io posso consentire con coloro i quali vorrebbono sbandire il bello ideale. Non solo non posso accettare la loro opinione, ma me n'incresce e sommamente me ne dolgo; perchè l'uomo solo è capace di creare colla sua fantasia il bello ideale, e questa è la più magnifica prerogativa ch'egli abbia e che dagli altri animali bruti principalmente lo distingue. Parte anzi di questo bello ideale, ideale non è, nè tanto è trista la umana natura che in alcuni tempi non abbia prodotto uomini e fatti eroici e del tutto sopra l'uso volgare. Adunque questo bello ideale veramente esiste e il rappresentarlo non è vizio. Quando però egli in fatto eziandio non esistesse, bisognerebbe ancora crearlo coll'immaginazione per rendere gli uomini migliori; posciachè niuna cosa è che tanto sublimi l'uomo e dalla mondana feccia il ritragga quanto la viva rappresentazione della natura eroica. Se il diventar migliore è vizio, concorderò con gli avversarii che il bello ideale ed eroico si cancelli e da ogni umano parto si rimuova, e che prosa e poesia si ravvolgano nel lezzo di quanto il mondo ha di più sciocco, di più goffo, di più vile, di più basso.

«Dicono alcuni che le scene plebee, siccome naturali, allettano e divertono, e dal solo effetto che producono, qualunque ei sia, giudicano del merito delle composizioni teatrali. Sì certamente, le scene plebee e quelle della dimessa natura allettano e divertono; anche Pulcinella in piazza alletta e diverte, e se uom uscisse per le vie con le brache a rovescio, anch'egli alletterrebbe e divertirebbe. Per questo s'han a proscrivere i maestri dell'alta virtù? per questo da bandire i dimostratori d'una natura più sublime, più dignitosa, più bella? Il teatro non ha da essere solamente divertimento, ma debb'essere scuola, scuola da informar gli uomini alla virtù, da accendergli di sdegno contro il vizio, da sollevargli dal terreno lezzo alla celeste purità, da nodrire l'angelica favilla ch'è in lui, da rompere la indegna scorza che la soffoca e comprime. Se alcune moderne composizioni o piuttosto slavature facciano questi effetti, lascio che giudichi il lettore. L'andar terra terra non può riuscir ad altro che al lasciarci terra terra.

«Ora chi mai meglio dell'Alfieri seppe pingere al vivo queste allettatrici scene di un mondo migliore? Chi mai diede maggiormente questi stimoli ad innalzarsi come aquile in un puro firmamento? Certamente nissuno. Chi mai meglio di lui seppe fare la ipotiposi delle miserie che nascono per fato contro gli innocenti, o di quelle che materialmente caggiono su gli uomini malvagi? Certamente nissuno. Chi mai meglio di lui trovò le vie per muovere od a compassione od a terrore? Certamente nissuno. Nè ciò fece con mezzi plebei o meccanici, mezzi usati da chi sterile l'immaginazione ed il cuore secco ha, ed oltre le consuetudini del volgo non sa innalzarsi, ma colla rappresentazione vera delle alte umane passioni, nè mai volle trasportare le bettole sulle tragiche scene. Brevemente, e coi soggetti che sceglieva e col modo col quale li trattava, chiamava continuamente gl'Italiani a più sublimi regioni. Il tenergli rasenti le paludi ripugnava al suo generoso e forte animo, ripugnava alla virtuosa missione cui s'era addossata. Se animi forti più nella seconda metà del secolo decimottavo che nella prima sorsero in Italia, da Alfieri massimamente debbesi riconoscere il beneficio. Ciò non fecero pe' tempi loro e per le loro nazioni nè Shakspeare, nè Racine, nè Schiller, che semplici autori tragici furono, certamente sommi, ma non maestri di alto pensare e di alto fare, non caldi sacerdoti della loro patria per sollevarla e farla amare, come il poeta italiano fu. Solo ad Alfieri ed a Sofocle ciò fu dato, ma maggiore merito acquistò l'Italiano che il Greco............................ ..................................... Tali sono le obbligazioni che gl'italiani hanno ad Alfieri, e bene in Santa Croce di Firenze l'Italia piange sulla sua tomba.

«Evvi chi pretende che i caratteri de' personaggi d'Alfieri sono tirati ed esagerati. Certo sì sono per chi va e vuole andar terra terra; e chi smaccato, e snervatello, e sdolcinato, e molle..... è, non vada dove si rappresentano. Chi grida contro le alferiane tragedie, e dell'alto fare di questo sommo tragico si dinoccola, e delle slavature moderne si diletta, non è degno............, imperocchè nel suo freddo cuore nissuna scintilla di generoso italiano fuoco v'è. La nobile Italia, quanto alla letteratura.... è, per opera di alcuni spiriti, non so se mi debba dire più ambiziosi o più servili, immersa in chimere stillate da sottilissimi lambicchi ed in un mare di foresterie..... Costoro corrompono la sanazione fatta dai quattro sommi uomini di cui trattiamo. La sola differenza che passa tra i servi d'oggidì ed i servi della seconda metà del secolo decimottavo in ciò consiste, che questi desumevano lingua, stile e pensieri da una sola fonte di foresteria, quelli gli desumono da due o tre..... ......................... Oh, quando mi porterà la fama il desiato suono che gli Italiani, deposta l'ennucheria, creano da sè e non vanno più in cerca d'idee d'oltremare ed oltremonti! Oh Alfieri, Alfieri dove sei? Per me io credo, anzi certo sono, che finchè si va pel sentier delle scimie, non vi può essere.... nè letteratura, nè lingua italiana.

«Dello stile d'Alfieri quindi favellando, diremo che in esso due qualità si ravvisano, la novità e, con pochissime eccettuazioni, la purezza; la quale purezza non di rado va sino all'eleganza. Prima dell'Alfieri non aveasi stile tragico. Le tragedie scritte nel decimosesto secolo sono, per rispetto dello stile, così deboli ed imperfette che senza noia non si possono nè leggere nè sentire. Questa parte fu la meno lodevole di quel secolo, che in tutte le altre a così grande altezza si sollevò. Maffei diede un passo più avanti verso l'eletta maniera, ma restò a mezza strada, contento allo avere piuttosto indicato che fatto; poco o nulla si fece dopo il Maffei che una nuova vena aprisse. L'Italia giaceva, quanto alla tragedia, in grado inferiore a comparazione delle altre nazioni. Alcuni anzi affermavano, non essere la lingua capace di stile tragico.

«Queste bestemmie andavano pel mondo quando levossi dal Piemonte subitamente un grido, esservi nato un grande poeta. Ad alcun debole sperimento successero compiute vittorie. A nobili pensieri vidersi congiunte nobili parole, e la pietà e il terrore eccitarsi con voci ora compassionevoli, ora terribili, ma tutte italiane, non cavate dai romanzi francezi o dal vocabolario della plebe. Brevità vi si scorge, e più ancora fa pensare che non dice, onde nasce che le alfieriane tragedie ricercano abili attori. Sublime è lo stile, ma molto diversamente dal lirico e dall'epico procede; essa è una sublimità tutta sua e di novità perfetta. Certamente nissuno scrittore ebbe mai, se Dante si eccettua, uno stile tutto suo proprio e di suo genere quanto Alfieri. Nissun prima di lui avrebbe potuto sospettare che la italiana lingua potesse in quel suono parlare. L'esempio d'Alfieri pruova ch'ella è capace di rendere tutti i suoni senza che sia necessario andare accattando vocaboli e frasi da lingue forestiere. Grande era in questo la servilità degli scrittori italiani; profondo il male; una forte scossa era richiesta per iscuoternegli e guarirgli. Alfieri questa scossa diede, ed ei solo forse era capace di darla. Diedela col tenace volere, diedela coll'ostinato studio, diedela con quell'alta capacità del fare che dal cielo aveva sortito. Da lui impararono gl'Italiani quanto possa una volontà forte e l'amore di una lingua che per esprimere qualunque affetto a nissuna è seconda. La purificazione della lingua non potè Alfieri intieramente effettuare, perchè all'inondazione dei libri forestieri successe poscia l'inondazione delle persone forestiere che la principiata guarigione interruppe, ed anzi la dannosa consuetudine raffermò. Ma pure i semi da lui gettati fruttificarono, e, mercè sua, resta ancor acceso l'amore della bella lingua, e gl'Italiani dalle caligini levandosi, ai puri ed intemerati antichi candori s'innalzeranno.»

Ora in quella innondazione delle persone forestiere dall'illustre qui sopra indicata, accennata si trova la novella era d'Italia della quale al principio del presente anno abbiamo toccato e la causa donde ebbe a derivare. Noi la percorreremo quest'era, con quelle che vi furono inondazioni di eserciti forestieri, arsioni di città, rapine di popoli, devastazioni di provincie, sovvertimenti di Stati, e fazioni, e sette, e congiure, ed ambizioni crudeli, ed avarizie ladre, e debolezze di governi effeminati, e fraudi di reggimenti iniqui; e sfrenatezze di popoli scatenati, con eguale sincerità raccontando le cose liete, utili e grandi che fra tanti lagrimevoli casi si operarono. Ma perchè possa essere appieno apprezzata la compassionevol trama di tanti accidenti di cui la memoria sola ancora ci sgomenta, forza è segnare il punto donde si parte, e bene chiarire le cagioni donde la spinta ne venne.

L'Europa conquistata dai re barbari fu data in preda ai capitani loro, uomini e terre cadendo in potestà di questi. Così se ai tempi romani le generazioni erano partite in uomini liberi e schiavi, ai tempi barbari furono divise in conquistatori e servi: tale è l'origine degli ordini feudali. Teodorico, re dei Goti, moderò una tal condizione coll'avere instituito i municipii; poi gli ecclesiastici diventati ricchi fecero ordine e mitigarono, dividendola o contrastandola, l'autorità feudale; così sorsero gli ordini, o stati, o bracci, che si voglian nominare della nobiltà, del clero e dei comuni. Carlo V gli spense nella Spagna, ma non potè nelle isole d'Italia; i Borboni li conservarono in Francia, servendosene più o meno, secondo i tempi. Nell'Italia, divisa in tanti Stati e sì spesso preda di principi forastieri che, a fine di tenerla, accarezzavano pochi potenti per assicurarsi dei più, l'autorità municipale, se si eccettuano alcune antiche repubbliche, si mantenne più ristretta, la feudale più larga. Ciò quanto allo Stato; rispetto poi ai particolari, restavano ancora non pochi vestigii dell'antico servaggio, tanto circa le cose, quanto circa le persone. Di questi, alcuni andarono in disuso per opinione de' popoli o per benignità de' feudatarii; altri furono aboliti dai principi; dei superstiti, il secolo di cui abbiamo veduto il fine, volea l'annullazione.

Nè in questo si contenevano i desiderii dei popoli. Volevasi una egualità quanto alla giustizia e quanto ai carichi dello Stato; nella quale inclinazione concorrevano non solamente coloro ai quali questa equalità era profittevole, ma eziandio la maggior parte di quelli che si godevano i privilegii. Dire poi, come alcuni hanno scritto e probabilmente non creduto, che si volesse una equalità di tutto ed anche di beni, fu improntitudine d'uomini addetti a sette, soliti sempre a non guardar quel che dicono, purchè dicano cose che possano infiammare i popoli e farli correre alle armi civili. Queste erano le quistioni dei diritti; e sarà da quinc'innanzi cosa luttuosa al pensarci e degna di eterne lagrime che col progresso di tempo siansi alle quistioni medesime mescolate certe altre astrattezze e sofisterie che insegnarono alla moltitudine il voler fare da sè, quantunque si sapesse che la moltitudine commette il male volentieri e si ficca anche spesso il coltello nel petto da sè: tanto i moti suoi sono incomposti, i voleri discordi, le fantasie accendibili, e tanto ancora sopra di lei possono più gli ambiziosi che i modesti cittadini.

L'ordine ecclesiastico era già trascorso, non già nel dogma che sempre rimase inconcusso, ma bensì nella disciplina. Dolevansi che gli utili operai della vigna del Signore fossero poveri, mentre gli altri, se vivevano nella ricchezza, della quale talora anche abusavano, dolevansi essere i primi insufficienti per numero o per mala distribuzione delle cariche, i secondi troppi; dolevansi di certe pratiche religiose che si parevano più utili a chi le promoveva che decorose pel divin culto, mentre per queste era pur troppo scemato maestà e frequenza alle più gravi e necessarie solennità della Chiesa: con che davasi a dire agli empi ed agli accattolici.

Ma ben altri discorsi si facevano, massimamente in Italia, i quali tutti nascevano da quella inclinazione del secolo favorevole ai più. Era stata soppressa la società di Gesù. Vedeva il sommo pontefice Clemente XIV che lo spegnere i Gesuiti era un privare la evangelica vigna della più efficace cooperazione che si avesse; con tutto ciò non potè resistere alle esortazioni ed alle minaccie di tanti principi potenti di forze, e più formidabili per concordia. Pure stette lungo tempo in forse; finalmente consentì, poi fra breve si pentì. Ma seguitonne maggior effetto che il papa ed i principi non avevano creduto; poichè ne sorse più viva nel corpo della Chiesa la parte popolare. Parlossi di doversi ridurre alla semplicità antica la Chiesa di Cristo; allargare l'autorità dei vescovi e dei parrochi; scemar quella del pontefice sommo. Le querele che risuonarono già fin dai tempi antichissimi contro Roma, rinnovellavansi ed andavano al colmo. Le dottrine di Porto-Reale si diffondevano; coloro che lo mantenevano erano in molta autorità presso il popolo, perchè risplendevano, non per oro nè per corredi, ma per dottrina, per austerità di costumi e per una certa semplicità di vita che ai non accetti altamente imponevano.

Inclinazioni di tal sorte piacevano a più principi; e queste massime trovavano disposizioni favorevoli nell'opinione dei popoli, e però più profonde radici mettevano. Così uno spirito stesso e circa le cose civili e circa le ecclesiastiche andava insinuandosi a poco a poco in tutte le parti del corpo sociale. Ciò non ostante, se molti pensavano a riforme, niuno pensava a sovvertimenti; nè alcuno ambiva di far da sè, ma ognuno aspettava dal tempo e dalla sapienza dei principi temperamento alle cose e compimento a' desiderii.

Venendo a' particolari, in proposito di riforme sarebbe da cominciare da un nome imperiale, da Giuseppe II. Ma e di lui, e delle sue virtù, e delle azioni sue abbiano già detto quanto può forse bastare negli anni precedenti; il perchè basterà qui il riepilogare in brevi parole il già detto. Molto viaggiò Giuseppe, non per pompa, ma per conoscere le istituzioni utili e i bisogni dei popoli; i casolari dei poveri più aveva in cale che gli edifizii dei ricchi; nè mai visitava il bisognoso, che nol consolasse di parole ed ancor più di fatti. Protesse con provvide leggi i contadini dalle molestie dei feudatarii, opera già incominciata dalla sua madre augusta Maria Teresa; gli ordini feudali stessi voleva estirpare, e fecelo. Volle che si ministrasse giustizia indifferente a tutti; là creava spedali, ospizii, conservatorii ed altre opere pie; qua fondava università di studii; i giovani ricchi d'ingegno e poveri di fortuna in singolar modo aiutava. Ai tempi suoi e per opera sua lo studio di Pavia sorse in tanto grido che forse alcun altro non fu mai sì famoso in Europa. Lo studio medesimo empiè di professori eccellenti in ogni genere di dottrina, cui favoriva con premii, e non avviliva colla necessità dell'adulazione. Nè contento a questo, fondò premii per gli agricoltori diligenti, ed aprì novelle vie al commercio per nuove strade, per nuovi porti, per abolizione delle dogane interne; non mai in alcun altro paese o tempo furono in così grande onore tenuti, come in Italia sotto Giuseppe, gli scienziati che sollevano ed i letterati che abbelliscono la vita incresciosa e trista. Mandovvi altresì, qual degno esecutore de' suoi consigli, il conte di Firmian, sotto la tutela del quale la Lombardia Austriaca venne a tanto fiore che stiam per dire che in lei verificossi la favolosa età dell'oro. Quanto alle instituzioni ecclesiastiche, dichiarò Giuseppe la religione cattolica dominante, ma volle che si tollerassero tutte; comandò ai vescovi che niuna bolla pontificia avessero per valida, se non fosse loro dal governo trasmessa; statuì che gli ordini dei religiosi regolari non dai loro generali residenti a Roma, ma bensì dal superiore ordinario, cioè dal vescovo, dipendessero; abolì i conventi che gli parvero inutili, lasciando sussistere fra le monache solamente quelle che facevano professione di ammaestrar le fanciulle; eresse nuovi vescovati, accoppionne altri; fondò poi un numero assai considerabile di parrocchie, sollecito della instruzione di tutti i fedeli.

Anco di Leopoldo di Toscana abbiamo narrato quanto bisognava e sì di recente che il tenerne nuovamente discorso sarebbe oziosa replica. Ma non così degli altri italiani Stati, intorno a' quali, ben che qua e colà siasi all'evenienza parlato, rendesi di tutta necessità divisare a parte a parte la loro attuale condizione, senza che, niuna concatenazione avrebbero i fatti che verranno in appresso.

Essendo il re Carlo di Borbone salito sul trono di Spagna nel 1750, cedè il regno delle Due Sicilie a Ferdinando IV, suo figliuolo secondogenito, costituito allora nella tenera età di nove anni. Creata prima di partire la reggenza, pose per moderatore della giovinezza del nuovo re il principe di San Nicandro, il quale, privo di ogni sorte di lettere, non potendo insegnare altrui quello che non sapeva egli medesimo, insegnò al regio alunno la pesca, la caccia ed altri cotali esercizii del corpo. Di questi si invaghì Ferdinando che ne prese poi in tutti i tempi di sua vita grandissimo diletto. Ma crebbe poco instrutto di ciò che importa alla vita civile ed al governo degli Stati; pure amava chi sapeva e di consigliarsi con loro. Piacque alla fortuna, qualche volta pure favorevole ai buoni, che a quei tempi avesse grandissima introduzione e principal parte nei consigli napolitani il marchese Tanucci, uomo dotto, di libera sentenza, mantenitor zelante delle prerogative reali ed avverso alle immunità, massime in materie criminali. Dava il re facile orecchio alle parole sue; però il governo del regno procedeva con prudenza e con dolcezza. Speravasi qualche moderazione al dispotismo feudale, che in nissuna parte d'Italia erasi conservato più gravoso che in quel regno, principalmente nelle Calabrie. I baroni, possessori dei feudi, nemici egualmente dell'autorità regia e del popolo, quella disprezzavano, questo aggravavano. Oltre i soliti bandi della caccia, della pesca, dei forni, dei mulini, essi nominavano i giudici delle terre, essi i governatori delle città; per loro erano le prime messi, per loro le prime vendemmie, per loro le prime ricolte degli olii, delle sete e delle lane; per loro ancora i dazii d'entrata nelle terre, i pedaggi, le gabelle, le decime ed i servigi feudali. In somma erano i popoli vessati, l'erario povero, l'autorità regia manca. Sì fatte enormità, tanto discordanti dal secolo, non potevano nè sfuggire a Tanucci, nè piacere ad un re di facile e buona natura. Però con apposite leggi furono moderate. Inoltre Tanucci chiamò i baroni alla corte; il che fu cagione che, raddolciti i costumi loro, diventarono più benigni verso i popoli.

Quanto agli Stati esteri, questo ministro, amico a tutti, pendeva per la Francia: ciò spiacque a Carolina d'Austria, fresca sposa di Ferdinando. Fu dimesso Tanucci, e surrogati in suo luogo, prima il marchese della Sambuca, poi Acton.

Pure le salutari riforme si continuarono; parecchi privilegi baronali furono aboliti, i pedaggi soppressi, migliori speranze nascevano dell'avvenire. Gli animi si mostravano disposti. Aveva Filangeri filosofo pubblicato i suoi scritti, nei quali non sapresti dire se sia maggiore la forza dell'ingegno o l'amore dell'umanità. Erano con incredibile avidità letti e con grandissime lodi celebrati da tutti. Sorse allora universalmente un più acceso desiderio di veder lo Stato ridotto a miglior forma. Volevasi una libertà civile più sicura, una libertà politica maggiore, una tolleranza religiosa più fondata. Nè a questa inclinazione dei popoli contrastava il governo non ancora insospettito della rivoluzione di Francia.

Nel regno di Napoli specialmente più si desideravano le riforme, perchè maggiori radici avevano messe le generose dottrine, massime fra i legisti. Gran confusione ancora era nelle leggi: vivevano tuttavia quelle degli antichi Normanni, viveano quelle dei Lombardi, nè le leggi dei due Federici, nè le aragonesi, nè le angioine, nè le spagnuole, nè le austriache erano del tutto dimesse. Quindi niun diritto in palese, nè niuna lite terminabile. La gravità del male faceva più desiderare il rimedio, principalmente negli ordini giudiziali, per le dette ragioni imperfettissimi.

Ma queste cose meglio si conoscevano per dottrina che per esperienza; desideravasi qualche saggio pratico della utilità loro. Aveva il re, mentre viaggiava in Lombardia, visitato le cascine, per cui tanto sono celebrate le pianure del Parmigiano e del Lodigiano. Piaciutegli opere tali, ne fondò una a San Leucio, luogo poco distante da Caserta. La colonia cresceva. Gli amatori delle riforme tentarono Ferdinando, dicendo che poichè era stato il fondator di San Leucio, fossene anche il legislatore; e l'ottennero facilmente. Statuì il re delle leggi della colonia, per cui venne a crearsi nel regno uno Stato indipendente, di cui solo capo era il re. Dichiarossi la colonia indipendente dalla giurisdizione ordinaria, e solo soggetta ai capi di famiglia ed agli anziani di età; gli atti appartenenti alla vita civile, massime al matrimonio, reggevansi con forme e regole speciali, ogni cosa in conformità delle dottrine di Filangeri. Con queste leggi particolari prosperava dall'un canto continuamente la colonia, dall'altro il re vieppiù se n'invaghiva, e vedutone il frutto in pratica, diventava ogni dì meno alieno da quei pensieri che gli si volevano insinuare. Appoco appoco si distendevano nel popolo, ed il desiderio di nuovi ordini andava crescendo, parendo ad ognuno che quello che per l'angustia del luogo era fino allora utile a pochi, sarebbe a tutti, se con la debita moderazione a tutti si estendesse.

Questi consigli tanto più volentieri udiva Ferdinando, quanto più coloro che glieli porgevano erano i più zelanti difensori contro chiunque dell'autorità e dignità sua. Già s'era Tanucci dimostrato molto operativo intorno alle controversie romane. Già, per consiglio suo, erasi soppresso il tribunale della nunziatura in Napoli, a cui erano chiamate in appello avanti il nunzio del papa tutte le cause nelle quali qualche ecclesiastico avesse interesse; fu anche troncato ogni appello a Roma. Era Tanucci stato anche autore che la corona di Napoli, e non la santa Sede, nelle vacanze dei benefizii nominasse i vescovi, gli abbati e gli altri beneficiati, che la presentazione della chinea il giorno di san Pietro in un'offerta di elemosina si cangiasse, che il nuovo re non s'incoronasse per evitar certe formalità che si usavano fin dai tempi dei re Normanni, e che la sovranità romana sul regno indicavano. Per consiglio suo medesimamente s'era diminuito il numero dei religiosi mendicanti, e soppressa la società di Gesù. Parlossi inoltre di rendere i regolari indipendenti dai generali loro residenti a Roma, e d'impiegar una parte dei beni della Chiesa per allestire un navilio sufficiente di vascelli da guerra.

Tutte queste novità non si potevano mandar in esecuzione senza querele dalla parte di Roma; infatti elle furono molte. Così sorsero nel regno molti scrittori a difesa della libertà e della indipendenza della corona. I fratelli Cestari risplendevano fra i primi: si accostò a loro il vescovo di Taranto; ma vivi soprattutto si dimostrarono coloro che desideravano un governo più largo, proponendosi in tal modo e ad un tempo medesimo di difendere la dignità della corona, e di combattere le prerogative feudali. Ciò andava a' versi a Ferdinando non in pace con Roma; però ogni giorno più si addomesticava con loro, e li vedeva e gli udiva più volentieri. S'aggiunse che Carlo di Marco, uno dei ministri del re, uomo di non poca dottrina, dava lor favore, per quanto spetta alle controversie con Roma.

Tale era lo Stato del regno di Napoli, in cui si vede, come abbiamo già altrove notato, che i medesimi tentativi si facevano che nella Lombardia Austriaca ed in Toscana circa la disciplina ecclesiastica, ma con maggior ardore, a cagione delle controversie politiche con Roma. Rispetto poi alle riforme nelle leggi civili, vi s'era anche incominciato a por mano, ma con minor efficacia, perchè Acton non se n'intendeva e ripugnava; ed il re, occupato ne' suoi geniali diporti, amava meglio che altri facesse, che far da sè. Da ciò nasceva che gli umori non si sfogavano, ed il negato si appetiva più avidamente.

La Sicilia, parte tanto essenziale del regno di Napoli, si reggeva con leggi particolari. Da tempi antichissimi ebbe un parlamento di tre camere dette bracci, ch'erano gli ordini dello Stato. Una chiamavasi braccio militare, o baronale; in questo sedevano i signori che avevano in proprietà loro popolazioni almeno di trecento fuochi. L'altra intitolavasi braccio ecclesiastico; entravano in questo tre arcivescovi, sei vescovi e tutti gli abbati, ai quali il re conceduto avesse abbazie. La terza aveva nome camera demaniale; era composta dai rappresentanti di quelle città che non appartenevano ai baroni, e che demaniali si chiamavano, cioè del dominio del re. Perciocchè due sorte di città avea la Sicilia, baronali e libere; le prime erano quelle che stavano soggette ad un barone, le seconde quelle che dipendevano immediatamente dal re, e si reggevano con le proprie leggi municipali. Accadeva spesso che un solo barone avesse più voti in parlamento, per essere feudatario di più terre. Lo stesso accadeva, e per la medesima ragione, degli ecclesiastici; lo stesso ancora dei deputati delle città, dando più città il mandato ad una persona medesima. Capo del braccio baronale tenevasi il barone più antico di titolo, dell'ecclesiastico l'arcivescovo di Palermo, del demaniale il pretore della medesima città: adunavasi anticamente il parlamento ogni anno. Prima di Carlo V faceva le leggi, dopo venne ridotto a concedere i donativi.

Da questo si vede che il nervo principale del parlamento siciliano consisteva ne' baroni, perchè più ricchi erano e più numerosi. Ma ben maggiore era la potenza loro nelle terre, a cagione de' privilegi feudali. Rimediovvi in parte Caraccioli, vicerè; pure i vestigii feudatarii v'erano ancora gravi. Del resto, le opinioni del secolo poco avevano penetrato in quella isola; ma quello che non dava l'opinione il potevano dare facilmente gli ordini dello Stato.

Questa che abbiamo raccontata era la condizione del regno delle Due Sicilie verso l'anno 1789; ma poco diversa appariva quella del ducato di Parma e Piacenza, dove, come a Napoli, regnava la famiglia de' Borboni di Spagna. Anche in questi luoghi vedevasi sorta una maggior perfezione del vivere civile, e le contese con la Sedia apostolica pel medesimo fine delle investiture avevano aperto il campo ad investigazioni del solito effetto. Quando l'infante don Filippo governava il ducato, era in lui grande l'autorità del Franzese Dutillot, il quale, nato di poveri parenti in Baiona, era salito per la virtù sua al grado di primo ministro. Era stato appunto mandato Dutillot dalla corte di Francia al duca Filippo, acciocchè lo consigliasse intorno agli affari che correvano con la corte di Roma, temendosi che, in quella nuova possessione del ducato, ella volesse dare qualche sturbo in virtù de' diritti di superiorità sovrana che pretendeva in quello Stato. Per verità, se grande fu la fede che la Francia ed il duca Filippo ebbero in Dutillot, non furono minori la sua destrezza e la prudenza. Chiamò a sè i più famosi ingegni d'Italia, tra i quali non è da tacersi il teologo Contini, uomo dottissimo nelle scienze canoniche, ed il Turchi, cappuccino di molte lettere, di notabile eloquenza; e tanto per opera di Dutillot si dirozzarono i costumi di quella bella parte di Italia, e tanto vi prosperarono le buone arti, che il regno di don Filippo ebbe fama del secolo d'oro di Parma. Certo, città nè più colta nè più dotta di Parma non era a que' tempi, nè in Italia nè forse anche altrove. Crearonsi, per consiglio del Paciaudi, a questo fine chiamato da Roma, più perfetti ordini nell'università degli studii, un'accademia di belle arti, una magnifica libreria; e perchè con gli ordini buoni concorressero i buoni insegnamenti ed i buoni esempi, vennervi, chiamati da diversi paesi, oltre Paciaudi e Contini, anche Venini, Derossi, Bodoni, Condillac, Millot, Pageol. Fra i buoni esempi Dutillot medesimo non era degli ultimi, scoprendosi in lui decoro, facondia, cortesia, e tutte quelle parti che a perfetto gentiluomo si appartengono: arricchivasi al tempo stesso ed abbellivasi il ducato per manifatture o fondate o ristorate, per edifizii, per istrade, per pubblici passeggi. Così passò il regno di don Filippo assai facilmente sotto la moderazione di Dutillot.

Morto poi nel 1765 il duca Filippo, e devoluto li ducato nel duca Ferdinando, ancor minore d'età, Dutillot continuò a governare lo Stato con la medesima sapienza. A questo tempo sorse una grave controversia tra il governo del duca e la corte di Roma; imperciocchè, avendo il duca mandato fuori una sua prammatica intorno alle mani morte, ed un editto che le obbligava al pagamento delle gravezze pubbliche, il papa Clemente XIII pubblicò in Roma un breve monitorio, con cui dichiarò nulle quelle ordinazioni sovrane di Parma, come provenienti da autorità non idonea a farle, e lesive deil'immunità ecclesiastica, ammonendo eziandio che tutti coloro che cooperato vi avevano erano incorsi nelle censure ecclesiastiche, da cui non potessero essere assolti in nissun caso, eccettuato in punto di morte, se non da lui stesso o dal pontefice che dopo di lui sulla cattedra di san Pietro sedesse. Dutillot difese con non ordinaria franchezza e prudenza il diritto sovrano del duca, alla quale difesa diedero non poco favore molti scritti pubblicati da uomini dotti in tale proposito.

Questi accidenti concitarono contro Dutillot l'odio e le arti della parte avversaria già entrata molto addentro nella buona grazia del giovinetto principe. Ciò non ostante, in tutto il tempo in cui questo fu minore di età, non perdè il ministro dell'autorità sua. Quando poi, giunto all'età di diciotto anni, assunse il governo, s'indrizzarono i suoi pensieri ad altro fine. Perchè, congedato Dutillot, il principe si governò intieramente al contrario di prima. Il tribunale dell'inquisizione fu istituito in Parma, ma mostrò mansuetudine; nè aspro fu il reggimento del duca; le tasse assai moderate. Era molesto a molti il rigore eccessivo che si usava per far osservare certe pratiche di esterior disciplina: in questo i popoli non potevano dire del principe che altro suono avessero le sue parole ed altro i fatti; poichè ei dava le udienze in sagrestia, ei cantava coi frati in coro, egli addobbava gli altari, ei suonava le campane, egli ordinava i santi nel calendario dell'anno. Mentre il duca pregava, il popolo si erudiva, nè Parma perdette il nome che si era acquistato di città dotta e gentile.

Sedeva a questi tempi, come già sappiamo, sulla cattedra di san Pietro il sommo pontefice Pio VI, destinato dai cieli a sostenere il colmo della prospera e dell'avversa fortuna. Il suo antecessore Clemente XIV, da povero fraticello salito, per le virtù sue, alla grandezza del papato, aveva in tanta sublimità conservato quella semplicità di costumi e quella modestia di vita, alle quali nella solitudine dei chiostri s'era avvezzato. Ciò parve a molti, in una Roma, nel primo seggio della cristianità, cosa altrettanto intempestiva e pericolosa quanto era in sè lodevole e virtuosa. Il perchè i cardinali, morto Clemente, elessero papa il cardinal Braschi, che già fin quando era tesoriere della camera apostolica aveva mostrato in tutte le azioni non ordinario splendore. Veramente erano in lui, forse più che in altr'uomo de' suoi tempi, molto notabili l'eccellenza delle forme, la facondia del discorso, la finezza del gusto, la grandezza delle maniere, procedendo in ogni affare con tanta grazia giunta a tanta maestà, che e la venerazione verso la persona sua, ed il rispetto verso la Sede ne venivano facilmente conciliati. Queste erano le qualità di papa Pio. Circa i costumi, e' furono, non che non meritevoli di riprensione, degni di lode; e certe voci corse in questo proposito, piuttosto alla malvagità de' tempi che seguirono, che a verità debbonsi attribuire.

Ognuno crederà facilmente che un pontefice di tal natura doveva altamente sentire dell'autorità sua e delle prerogative della Sedia apostolica. Nè mancavano incentivi a queste inclinazioni. Covava allora fra' cardinali più dotti, più operativi, più esperti, un disegno d'una suprema importanza per l'Italia, e quest'era di ridurla unita sotto un governo confederato, di cui fossero parte tutti i principi italiani, e capo il sommo pontefice. Principal autore di questo consiglio era il cardinal Orsini, uomo di natura piuttosto strana che no, ma dottissimo in materia canonica, ed assai caldo zelatore delle prerogative romane; se ad altri pareva che Gregorio VII avesse troppo detto e troppo fatto, pareva all'Orsini ch'ei non avesse nè detto nè fatto abbastanza. Pure, siccome da cosa nasce cosa, se il pensiero dell'Orsini circa la lega italica fosse stato ridotto in atto, avrebbe partorito effetti importanti, e dai papi potuto nascere la salute d'Italia.

Ma non potendo Pio allargare, come avrebbe voluto, nè il dominio nè l'autorità, perchè l'opinione era contraria, cercò di acquistar fama di splendido sovrano. Debbesi per prima e principal opera mentovare il prosciugamento delle paludi Pontine, se non a final termine condotto, certamente per la maggior parte eseguito con ispesa tanto enorme rispetto a Stato sì angusto, con costanza tanto mirabile che pochi esempii si leggono nelle storie degni di egual commendazione. Quattro fiumi, l'Amazeno, l'Uffente, la Ninfa e la Teppia non trovando sfogo al mare verso Terracina, sono principalmente cagione dell'impaludamento. Rapini, ingegnere di grido, preposto da Pio alle opere, cavata la linea Pia, condusse le acque al mare pel portatore di Badino, cavò l'antico fiume Sisto, alveò l'Uffente e l'Amazeno. S'abbassarono le acque, si scoversero i terreni, i colti si mostrarono dov'erano le paludi, la via Appia restituita ai viandanti. Tale fu l'opera egregia di Pio VI.

Non dismostrossi minore l'animo del pontefice negli ornamenti aggiunti all'antica Roma. Edificò la famosa sagrestia a lato alla chiesa di San Pietro, opera certamente di molta magnificenza, ma forse di troppo minuta e troppo vaga architettura, se si paragona al grandioso stile della basilica di Michelangelo. Dolsersi anche non pochi, che, per fondare questo suo edifizio, abbia il papa ordinato che si atterrasse l'antico tempio di Venere, al quale Michelangelo aveva avuto tanto rispetto, che solo il toccarlo gli era paruto sacrilegio. Bellissimo pensiero di Pio altresì fu quello di persuadere come aveva fatto già, fin quando esercitava l'ufficio di uditore del camarlingo, a papa Clemente, di ornar il Vaticano con un sontuoso museo, il quale poi condotto a maggior grandezza da lui dopo la sua esaltazione, fu chiamato Pio-Clementino. Lo arricchì con gran numero di statue, busti, bassorilievi ed altre anticaglie di gran pregio. Come nobile fu l'intento suo nel fondar il museo, così nobile del pari fu il suo consiglio di volerne tramandare con eccellente rappresentazione di scritture e di figure la memoria ai posteri. Nè fu meno commendabile l'esecuzione; imperciocchè, affidatane la cura, quanto alle figure, a Lodovico Mirri, e quanto ai commenti, ad Ennio Quirino Visconti, ne sorse quella bella descrizione del Museo Pio-Clementino, una delle opere più perfette che in questo genere sieno.

Così cresceva Roma sotto Pio in bellezza ed in isplendore ogni giorno; così, visitata dai più potenti principi d'Europa, lasciava in loro riverenza e maraviglia; i popoli mossi da sì sontuosi apparati non rimettevano di quella venerazione che avevano sempre avuto verso la Sedia apostolica. Quanto alle nuove dottrine filosofiche, che parlavano tanta umanità, poche radici avevano messe in Roma; non che i gentili pensieri non vi fossero graditi, ma perchè gli autori loro, mescolando, come facevano, tempi dissomigliantissimi, ed attribuendo a certi effetti cagioni non vere, troppo in sè stessi si compiacquero di condannar le romane cose. Tal era Roma, tanto sempre a sè medesima conforme, ritraendo sempre in ogni fortuna di quella grandezza che per ispecial privilegio del cielo pare in lei congenita e naturale.

Mentre così in varie parti d'Italia più o meno si cancellavano per benefizio dei principi o per ammaestramento dei buoni scrittori, la vestigia che i tempi barbari avevano lasciato nelle instituzioni dei popoli e che evidentemente vi si procedeva verso un vivere sociale più generoso e più mite, poco o nissun cambiamento si osservava in altre parti della medesima provincia. La monarchia piemontese era la più ferma di tutte le monarchie, poichè in lei non si videro mai, come in tutte le altre, o rovine nella casa regnante o rivoluzioni di popoli. Del quale privilegio, se si vorrà ben dentro considerare, apparirà prima e principal cagione, essere la potestà assoluta del principe giunta con un uso moderato della medesima. Poi mancavano le occasioni della ambizione dei potenti; perciocchè trovandosi il Piemonte posto tra la Francia e l'Austria, altro non avrebbe partorito l'ambizione di un potente, anche fortunata, che render sè ed il paese suddito o dell'una o dell'altra; nè mai chi avesse voluto imitare un duca di Braganza avrebbe potuto venir a capo della sua impresa. S'aggiunse che i principi di Savoia governarono sempre gli eserciti loro da loro medesimi, nè potevano sorgere capitani di gran nome che potessero, non che distruggere, emulare la potenza dei principi.

Da questo e dagli eserciti molto grossi nacque la maravigliosa stabilità della monarchia piemontese. Ne procedette, oltre a ciò, in quello Stato un'opinione generale stabile, che, da generazione in generazione propagandosi, rendè questa monarchia somigliante, alle repubbliche, nelle quali se cangiano gli uomini, non cangiano le massime nè le opinioni. Adunque gli ordini antichi si erano conservati intieri; le opinioni nuove poco vi allignavano.

Ciò non ostante, alcuni segni, sebben deboli, di cambiamento si ravvisavano negli Stati del re di Sardegna, massimo circa la ecclesiastica disciplina. Imperciocchè, tolte dal re Vittorio Amedeo II le pubbliche scuole ai gesuiti, e fornita l'università degli studii di ottimi professori, incominciarono le dottrine dell'antichità cristiana a diffondersi. I tre bibliotecarii dell'università, Pasini, Berta e Pavesio, uomini di molto sapere e pietà, promossero lo studio delle opere scritte dai difensori di quelle dottrine, e Vaselli ne arricchì la libreria del re.

Regnava Vittorio Amedeo, terzo di questo nome, principe di animo generoso, di vivo ingegno e di non ordinaria perizia nelle faccende di stato. Contaminava la sua buona natura un amore eccessivo della gloria militare: quindi ordinò e mantenne in piè un esercito grosso fuor di misura; il che rovinò le finanze che tanto fiorivano a tempi di Carlo Emmanuele suo padre, sparse largamente nella nazione la voglia delle battaglie, e diè favor eccessivo e potenza ai nobili soli ammessi a capitanar le soldatesche. Ognuno voleva essere, ognuno imitar Federigo re di Prussia. Certamente, se immortali lodi si debbono a Federigo per aver difeso il suo reame contra tutta la Europa, gran danno ancora le fece per avervi introdotto coll'esempio suo un eccessivo umor soldatesco, ed aver messo su eserciti. Gli altri potentati, o per fantastica imitazione, o per dura necessità, furono costretti a far lo stesso; poi venne la rivoluzione di Francia che dilatò questa peste ancor di vantaggio, poi sorse Buonaparte che la portò agli estremi, ed altro non mancherebbe alla misera Europa, per aver la compita barbarie, se non che ella facesse marciare, a guisa degli antichi Galli e Goti, coi combattenti anche i vecchi, le donne ed i fanciulli.

Ma, tornando a Vittorio, tanto era in questa bisogna infatuato che soleva dire ch'ei faceva più stima d'un tamburino che d'un letterato, benchè poi riuscisse miglior che di parole; perciocchè i letterati accarezzava e premiava, ed usava anche con loro molto famigliarmente. Ma le armi prevalevano; quindi non solamente fu dissipato il tesoro lasciato da Carlo, ma i debiti dello Stato, non ostante che le imposizioni si aggravassero, tanto s'ammontarono che sommavano in questo anno a meglio di cento milioni di lire piemontesi, che sono più di cento milioni di franchi. Le cariche civili ed ecclesiastiche conferivansi solo ai nobili ed agli abbati di corte. Ad una generazione di magistrati integerrimi e capaci, e di vescovi santi e dotti, successero qualche volta magistrati e vescovi poco atti a ben reggere gli uffizii loro.

Pure fiorivano le scienze; fiorivano anche, ma non tanto, le lettere. Quanto alle contese circa l'ecclesiastica disciplina fra il romano pontefice ed i principi di casa austriaca, il re Vittorio avea, per amor di quiete, ordinato che mai non si parlasse o scrivesse nè pro nè contro la bolla Unigenitus, nè mai si trattasse dei quattro capitoli della Chiesa gallicana; che anzi, siccome questi articoli erano apertamente insegnati e costantemente difesi nell'università di Pavia dopo le riforme fattevi da Giuseppe II, aveva, a petizione del cardinale Gerdil, proibito che i sudditi suoi andassero a studiare in questa università. Ma tali opinioni più pullulavano quanto più si volevano frenare.

Se la monarchia piemontese era la più ferma delle monarchie, la repubblica di Venezia era la più ferma delle repubbliche. Coloro, i quali, credono essere le repubbliche varie e turbolente, potran vedere nella veneziana una repubblica più quieta di quante monarchie sieno state al mondo, eccetto solo quella del Piemonte. Passò gran corso di secoli senza turbazioni; fu percossa da potentissime nazioni, da Turchi, da Germani, da Franzesi; trovossi fra guerre atroci, fra conquiste di popoli barbari, fra rivoluzioni orribili di genti; Roma stessa fulminava contro di lei. Pure conservossi non solo salva in mezzo a tante tempeste, ma nemmeno ebbe bisogno di alterar gli ordini antichi. Tanto perfetti erano i medesimi, e tanto s'erano radicati per antichità! Pare che più sapiente governo di quel di Venezia non sia stato mai, o che si riguardi la conservazione propria, o che si miri alla felicità di chi obbediva. Per questo non vi sorsero mai parti pericolose; per questo certe nuove opinioni non vi si temevano. Solo pareva meritevole di biasimo quel tribunale degl'inquisitori di Stato, per la segretezza e per la crudeltà dei giudizii; pure era volto piuttosto a frenare l'ambizione dei patrizii che a tiranneggiare i popoli. Nè sola Venezia ebbe inquisitori di tal sorte, perchè i governi che non gli hanno per legge stabile, se li procurano per abuso; e non sapresti se muovano più al riso o allo sdegno certuni che tanto rumore hanno levato contro il tribunale suddetto, e che anche presero pretesto da lui di distruggere quell'antica repubblica. Del resto la provvidenza di lei era tale che e l'umanità vi trovava luogo, e le gentili discipline vi si proteggevano. Ma la lunga pace vi aveva ammollito gli animi, e se vi rimanevano gli ordini buoni, mancavano uomini forti per sostenerli. Diminuita la potenza turchesca, e composte a quiete le cose d'Italia, perchè accordate, rispetto al ducato di Milano ed al regno di Napoli, tra Francia, Austria e Spagna, posò intieramente le armi la repubblica, e credette colla sola sapienza civile potersi preservar salva ne' pericoli, che radi ancora si rappresentavano. Ma vennero certi tempi strani, in cui la sapienza civile non poteva più bastare senza la forza, troppo rotti e troppo enormi dovevano essere i moti; la sapienza civile stessa era venuta in derisione. Così Venezia verso l'anno presente stimata da tutti, temuta da nissuno, se era capace di risoluzioni prudenti, non era di risoluzioni gagliarde; l'edilizio politico vi stava senza puntello: una prima scossa il doveva far rovinare.

Assai diversa da questa mostravasi, quanto al vigore degli animi, la condizione della repubblica di Genova. Nissun popolo si è veduto meno da' suoi maggiori degenerato del genovese. Fortezza d'animo, prontezza di mente, amore di libertà, attività mirabile, civiltà ancor mista con qualche rozzezza, ma da mollezza esente; un osare con prudenza, un perseverare senza ostinazione, ogni cosa insomma ritragge ancora in lui quel popolo che resistè ai Romani, battè i Saracini, pose agli estremi Venezia, distrusse Pisa, conquistò Sardegna, produsse Colombo e Doria, cacciò dalla sua città capitale i soldati forastieri; e se i destini in questi ultimi tempi non fossero stati tanto contrarii alla misera Italia, forse i Liguri avrebbero lasciato al mondo qualche bel saggio di valore e di virtù. Ma parlossi d'indipendenza colla oppressione e di libertà colla servitù, e gli animi distratti fra dolci parole e tristi fatti, non poterono nè accendersi al bene, nè vendicarsi del male. Era in Venezia un acquetarsi abituale alla sovranità dei patrizii, perchè era non solamente non tirannica, ma dolce, e perchè era da principio presa e non data. Era in Genova un vegliare continuo, una gelosia senza posa nell'universale verso la sovranità de' nobili, non perchè tirannica fosse, ma perchè era stata non presa da chi comandava, ma data da chi obbediva. La lunga quiete aveva fatto posar gli animi in Venezia: le sette, la fazioni e le parti, ora rompendo in manifesta guerra civile, ora sottomettendo la patria ai forestieri, avevano mantenuto in Genova gli animi forti e le menti attente. Era nel paese veneziano gran ricchezza con ampio territorio e fertile; era nel Genovesato gran ricchezza con angusto territorio e sterile; perciò là si poteva conservare l'acquistato posando, qua bisognava conservarlo operando. Era in Venezia chiuso ai plebei il libro d'oro; era in Genova aperto, possente stimolo a chi aveva avuto più amica la natura che la fortuna. Sicchè non dee far maraviglia, se risplendeva Venezia più per delicatezza di costumi che per forza, e se, pel contrario, era più cospicua in Genova la forza che la delicatezza. Quanto alle opinioni, quelle relative allo Stato poco sapevano di cambiamento, quelle relative alle ecclesiastiche discipline, assai. Quindi Porto Reale era in favore e molto largamente si pensava. Tal era Genova, non cambiata dai secoli, e le antiche querele sulla natura de' suoi abitatori al molto amor patrio suo non gradito ai forastieri piuttosto che a verità debbonsi attribuire.

Se Venezia dimostrava quanto possa per la felicità de' popoli e per la stabilità degli Stati l'aristocrazia temperata dal costume; se Genova c'insegnava quanto possa pel medesimo fine la maniera stessa di governo temperata dal costume e dalla gelosia del popolo; dimostravalo Lucca con l'uno e con l'altro, e di più col freno di una sottile investigazione sul procedere tanto dei nobili quanto dei popolari. Era in Lucca quest'ordine, che chiamavano discolato, e rappresentava l'antico ostracismo d'Atene e la censura di Roma, che quando alcuno, o nobile o popolano si fosse, trascorreva i limiti della modestia civile o de' costumi buoni, tosto tenevasi discolato, scrivendo ciascun senatore il suo nome in sur una polizza; e se venticinque polizze il dannavano in tre discolati successivi, ei s'intendeva mandato a confine o in esilio. Tenevasi il discolato ogni due mesi: il che era gran freno agli uomini ambiziosi e scorretti. Pure, siccome sempre il male è vicino al bene, quella continua e minuta inquisizione, col timore che ne nasceva, rendeva di soverchio gli uomini sospettosi e guardinghi; perfino l'onesta piacevolezza era sbandita dal conversare lucchese, ed una terra oltre ogni creder dolce e gioconda era abitata da gente grave e contegnosa.

Nè minor gelosia era verso i giudici; quindi si chiamavano dall'estero; poi, deposto il magistrato, si sottomettevano a sindacato o, vogliam dire, ad esame: seduti in luogo pubblico, poteva ognuno accusarli di gravame; commissarii espressi tenevano registro, e facevano rapporto al senato, che giudicando assolveva o condannava. Così erano in Lucca giudizii integerrimi, primo e principal fondamento alla contentezza de' popoli.

Ma se vi si dava ad ognuno il suo, vi si largiva il necessario al bisognoso; perchè a chi voleva aprir traffichi, o era stato danneggiato dalle stagioni, si fornivano o danari dall'erario o generi dai magazzini del comune. Così mite provvido e largo era il reggimento di Lucca. Così ancora facilmente si vede che nei paesi d'Italia non soggetti agli ordini feudali, erano state ordinate la giustizia e la franchezza, non impronte e superbe favellatici come in altri paesi, ma fondate su buoni statuti, sull'assenza di eserciti esorbitanti, sulla modestia di chi reggeva, sulla natura sottile ad un tempo ed assennata degl'Italiani. Che poi questi ordini fossero perfetti per fondare una compita franchigia, nissuno s'ardirà di dire. Ma dove sia questo genere di perfezione, niuno il sa; poichè nè anche vuol credersi che sia dove le soldatesche sterminate possono conquistare e recare a servaggio, non che la patria, una ed anche più parti dei mondo. Che se poi solo ed unicamente si volesse giudicare della bontà de' governi, argomentando dall'infrequenza de' delitti, certamente si affermerebbe i governi di Venezia, di Genova, di Lucca e di Toscana, essere stati i migliori. Va con questi, se però non è superiore per bontà, quello della repubblica di San Marino. Vive da dodici secoli la repubblica di questo nome appena nota al mondo per fama. Quivi virtù senza fasto, quiete senza tirannide, felicità senza invidia; quivi nobiltà solo per chiarezza di natali, non per diritti oltraggiosi, nè per privilegii, nè per desiderio di dominazione; quivi popolo occupato ed industrioso, e come fra i nobili temperati, così nè irrequieto nè tirannico. Fortunate sorti, per cui, tolta l'ambizione dalle due parti, solo rimasero gli effetti conservatori della società. Rovinavano per lunghi anni intorno a San Marino i regni, rovinavano le repubbliche, si straziavano gli uomini per civili e per esterne guerre: sul Titano monte perseverarono i Sammariniani in tranquillo stato ed amici di tutti: dall'alto e dal sereno miravano le tempeste. Volle l'ambizione moderna introdursi in quei placidi recessi, ma fu l'opera indarno, come sarà a suo luogo raccontato: l'inveterato e dolce aere resistette al pestilenziale soffio. Un consiglio di sessanta nominato primitivamente da' capi di tutte le famiglie adunati in generale congresso, o, vogliam dire, a parlamento, e che chiamavano aringo, poi rinnovellato da sè stesso a misura delle vacanze, e due consoli semestrali col titolo di capitani del comune reggono lo Stato. Hanno i capitani la facoltà esecutiva; avevano anche anticamente, a norma degli antichi consoli di Roma, parte della giudiziale, ma questa poi cesse ad uomini chiamati dall'estero dal consiglio sotto nome di podestà; rimase ai capitani l'ufficio di paciali. Sono i capitani, e così ancora i podestà, per gli atti del loro uffizio soggetti al sindacato, che è il modo della legge delle obbligazioni, o, come dicono i Franzesi, della risponsabilità, trovato dagl'Italiani per la guarentigia dei dritti. L'equalità civile consola San Marino, i costumi il conservano, la povertà sicuro scudo contro i forastieri. Nulla ei desidera negli altri, nulla gli altri desiderano in lui, perchè i buoni hanno a schifo i vizii, la quiete non piace ai turbolenti, nè la libertà ai corrotti.

Regnava in Modena il duca Ercole Rinaldo d'Este, ultimo rampollo d'una casa da cui l'Italia riconosce tanti benefizii di gentilezza, di dottrina e di lettere, come se fosse ordinato dai cieli che non solo ogni reggimento italiano, ma ancora ogni sangue sovrano, eccetto quel di Piemonte, dovessero andare spenti nei calamitosi tempi che vedemmo. Era il duca Ercole principe degno de' suoi maggiori, se non che forse la sua strettezza nello spendere era tale che sapeva di miseria. Pure dubitar si potrebbe se tale qualità in lui si debba a vizio od a virtù attribuire; perchè se dagli eventi giudicar si dovesse e dalla natura sua, ch'era previdentissima, sarebbe degno anzi di lode che di biasimo. Certo era in lui maravigliosa la previdenza, e non saprebbesi se i posteri crederanno, perchè ciò solo a rinomati filosofi fu attribuito, quando si dirà che il duca Ercole con chiaro ed evidente discorso predisse, parecchi anni prima del presente anno il sovvertimento di Francia e la rovina d'Europa. Aggiunse con voce ugualmente profetica che la Francia perderebbe la sua preponderanza, che tutte le potenze si sarebbono collegate contro di lei, e che nissuna l'avrebbe aiutata. Principe buono ed avverso agli ordini feudali, affermava ch'essi erano più funesto flagello all'umana generazione, che la guerra e la peste, nè mai comportò ai nobili le insolenze. Principe religioso, seppe tener in freno anche il clero, perchè e voleva intiero il dominio de' suoi, e si ricordava di Ferrara. Fiorirono meravigliosamente a tempo suo le lettere in quella parte di Italia: finì la casa d'Este simile a lei, nell'antico costume perseverando.

Ora, per raccogliere in poco discorso quello che siamo andati finora largamente divisando, si vede che se apparivano in Italia desiderii di riforma, non apparivano semi di rivoluzione; che questi desiderii risguardavano parte lo Stato politico, parte la disciplina ecclesiastica; principalmente un'evidente impazienza vi era sorta di quanto rimaneva degli ordini feudali. Più principi mostrarono di volere, e mandarono ad effetto non poche riforme; il che fece nascere generalmente desiderio e speranza di veder condotta a compimento la macchina delle istituzioni sociali. Tutte queste cose assecondava la filosofia tanto squisita di que' tempi, non quella turbolenta e sfrenata che non si intende come alcuni chiamino filosofia, ma quella che desiderava maggior moderazione ne' potenti e maggior felicità nei deboli. In ciò volle supplire la filosofia, e fecelo, finchè uomini senza freno, di lei troppo enormemente abusando, empierono il mondo di sterminii e di sangue. A questo, erano in alcuni luoghi della penisola uomini rozzi, ma forti, in altri uomini gentili, ma deboli; di nuovo, in alcuni armi deboli, ma opinioni tenaci, in altri armi forti, ma eccessive, e, per questo medesimo che eccessive erano, non sufficienti. Del resto, se erano in Italia desiderii buoni, non erano ambizioni cattive; non solo non vi si aveva speranza, ma nè anco sospetto di rivoluzione, e gli italiani hanno natura tale, che, se van con impeto, maturano con giudizio.

Tale era Italia quando, giunto il secolo verso l'anno 1789 che andiam discorrendo, si manifestarono in Francia, provincia solita a muovere co' suoi moti tutta l'Europa, inclinazioni e cambiamenti di grandissimo momento. Destarono queste novità diverse speranze e diversi timori in Italia, secondo la diversità degli ingegni e delle passioni. In questi crebbero le speranze, in quelli i timori; in alcuni cominciarono a sorgere le ambizioni: i principi si ristettero dalle riforme per sospetto, i popoli più le desideravano per esempio: tutti credettero che per la vicinanza de' luoghi, per la frequenza del commercio, per la comunanza delle opinioni, novità di una suprema importanza avverrebbero di qua, come già erano avvenute di là de' monti. Ma è d'uopo entrare in qualche particolarità sulle rivoluzioni in Francia, loro cagioni ed effetti, per comprendere quello che ne derivò pegli altri paesi.

Le mutazioni fatte in Italia da principi eccellenti non partorirono che bene; quelle fatte da un principe giusto e buono in Francia non solo non fruttificarono quel giovamento ch'ei s'era proposto, ma originarono ancora orribili disgrazie. Della qual differenza chi voglia investigar le cagioni, avrà a considerar in primo luogo le opinioni ed i costumi che prevalevano a quei tempi in quel regno, poi le leggi che il governavano, e finalmente lo stato dell'erario.

Quello spirito di benevolenza verso l'umana generazione, il quale era prevalso in Europa a questi tempi, aveva messo più profonde e più larghe radici in Francia che in qualsivoglia altra provincia, sì perchè dalla Francia medesima, quasi da fonte principale, derivava, sì perchè la civiltà degli uomini in questo paese era molt'oltre proceduta, e sì finalmente perchè, essendo essi d'indole volubile, fan nascere spesso le mode ed i tempi, ed i tempi poscia li governano. Così era allora tempo d'umanità; e siccome questa è una nazione che, per la prontezza della mente e per la grandezza dei concetti, dà facilmente negli estremi così nel bene come nel male, e sempre si governa coi superlativi, così questa universale benevolenza era diventata eccessiva, estendendosi anche a certi fini che toccano la radice del governo, e ciò non senza pericolo dello Stato; poichè, se è necessario allettar gli uomini con l'amore, è anche necessario frenarli col timore, più potendo in loro l'ambizione e le altre male pesti, che non la gratitudine.

In tale disposizione d'animi non solo erano divenuti più che non fossero mai stati odiosi i residui degli ordini feudali, ma ogni leggier freno che dal governo venisse era riputato duro e tirannico. Da questo procedeva che con riforme utili si desideravano anche riforme disutili o pericolose.

Queste opinioni recavano possente incentivo da quelle che s'erano formate e sparse ai tempi della ultima guerra d'America, sì opportunamente intrapresa e sì generosamente condotta dalla Francia: esser doni volontarii le contribuzioni dei popoli; dover essi e della necessità loro e della quantità giudicare; esser la nobiltà non necessaria, anzi pericolosa allo Stato; il re capo, non sovrano; il clero consiglio, non ordine, e richiamavanlo alla semplicità antica; la religione dover esser libera. A questo aggiungevasi una tale tenerezza per gli oppressi, che, se mancavano i veri, si cercavano i supposti, per isfogar la piena di tanto amore, poichè ogni punito ed ogni imposto riputavansi oppressi, ed un gran di sale che si pagasse, faceva sì che si gridava tirannide. Le ambizioni si mescolavano alle dolci affezioni, ed alcuni fra i popolani, vedendosi favoriti dall'opinione; volevano diventar potenti, con salire alle dignità ed alle cariche dello Stato.

Queste erano le improntitudini popolari; ma la ferita era ancor più grave, e più dentro penetrava nelle viscere dello Stato; conciossiachè coloro fra i nobili che avevano militato in America, eransi lasciati ridurre sì per l'esempio, e sì ancora sospinti da un'illusione benevola, credendo che un'americana pianta potesse portar buoni frutti in un terreno europeo non adatto ad opinioni più favorevoli ai popoli che non alla corona; ed, oltre alla egualità dei diritti, desideravano l'introduzione di qualche ordine popolare nell'antica costituzione del regno. Piacevano loro le forme della costituzione d'Inghilterra. Ciò mise discordia fra la nobiltà, poichè alcuni fra i nobili opinavano per la novità, alcuni per le antiche cose, e così s'indeboliva questo propugnacolo della corona in un tempo in cui ella ne aveva più bisogno.

Ma i più fra quelli dei nobili che o per coscienza o per interesse perseveravano nelle massime antiche, e rimanevano fedeli alla corona, tale quale era durata tanti secoli, davano novella forza, certo per orgoglio mal misurato, alla potenza popolare che sorgeva; imperciocchè e più insolenti si mostravano nelle ville e castelli loro, e più duramente esigevano gli abborriti diritti feudali, credendo con maggior forza doversi tener quello che si temeva di perdere. Ciò tanto maggiormente si osservava, e tanto maggior odio creava, che quella parte dei nobili che inclinavano a novità, avevano i medesimi ordini o intieramente dismessi o grandemente moderati, ed i restanti con molta mansuetudine riscuotevano. L'odio saliva alla corona, perchè questi nobili arroganti erano appunto quelli che facevano maggior dimostrazione in favor delle prerogative e della potenza regia.

Nè queste erano le sole cagioni di novità. Certo è che i vizii maggiormente allignano fra i grandi che fra il popolo, tale essendo la natura umana, che tanto più si corrompe, quanto ha più modi di corrompere e di corrompersi, nè bastano le gentili dottrine a raffrenar questo impeto, poichè esse meglio servono di scusa che di freno. Quindi era in Francia sorta fra i ricchi una tale dissolutezza di costumi, che ne fu tolto alle persone loro quel rispetto che già avea tolto ai loro diritti l'opinione. L'ozio, il lusso, i piaceri lascivi, i piaceri infami erano giunti al colmo; nè alcuno era contento alla condizione sua, che, nata l'ambizione, niuno voleva stare, ognuno voleva salire, ed ogni modo era riputato buono, o di pecunia accattata e di meretrice compra, o di bugia o di calunnia. Tanta era stata la mala efficacia dei tempi della reggenza! Il vizio s'era introdotto nella corte stessa, nè bastava, non dirò a sanar gli animi, ma a contenerli, l'esempio del re, per verità di costumi integerrimi. Ma siccome i popoli credono che le corti s'informino sul modello dei re, così i Franzesi, vedendo una corte scostumata, rimettevano ogni giorno più di quell'amore che in tutti i secoli hanno portato ai re loro.

Il perverso influsso era tale che ne furono contaminati anche coloro che dovrebbero avere in sè più di sacro e di venerando; il perchè scemava fra i popoli il rispetto verso la religione. In tal modo la potenza, separatasi prima dalla virtù, separossi anche dal rispetto, suo principal fondamento; la virtù medesima, sbandita dalla città e dalle curie, ricoverossi fra i modesti presbiterii dei parrochi e fra gli umili casolari dei contadini. Dal che ne nacque più forza alla potenza popolare; perciocchè credessi là esser la buona causa dov'era la virtù, e la cattiva dov'era il vizio.

A questo si aggiungeva che a gran pezza l'entrata non pareggiava l'uscita dello Stato, deplorabile frutto dei concetti smisurati di Luigi XIV, del voluttuoso vivere di Luigi XV, e del profuso spendere della corte di Luigi XVI, ancorchè questo principe se ne vivesse per sè molto parcamente. Questo difetto nell'entrata era giunto a tale sul finire del 1786, ch'era per nascere una gran rovina, se presto non vi si rimediava.

In cotal modo scomposte le cose, passata la forza dell'opinione dai nobili ai popolari, dai ricchi ai poveri, dai prelati ai curati, e mancato il denaro, principal nervo dello Stato, si vedeva, che ove nascesse un primo incitamento, un grande sovvertimento sarebbe accaduto. Nè la natura del re, dolce e buona, era tale che potesse dare speranza di potere o allontanare o indirizzare con norma certa ed a posta sua gli accidenti che si temevano.

Qui nacque un caso degno veramente di eterne lagrime, e pur non raro nelle memorie tramandate dagli storici. Tanto è la natura umana sempre più consentanea a sè stessa nel male che nel bene, e tanto sono cupe le ambizioni degli uomini. Volevasi da tutti, come opinione portata dai tempi, e come cosa utile e giusta, un'equalità civile, un'equalità d'imposte, una sicurezza delle persone, una riforma negli ordini giudiziali, una maggior larghezza nello scrivere. Era il re inclinato ad accomodar le cose ai tempi, per quanto la prudenza e le prerogative della corona, tanto salutari in un reame vasto ed in una nazione vivace e mobile, il comportassero. Ma una setta composta principalmente dai parlamenti, dai pari del regno, dai prelati più ragguardevoli, dai nobili più principali, e secondata da un principe del sangue, del quale se fu biasimevole la vita, fu ancor più lagrimevole il fine, preoccuparono il passo, e vollero farsi capi e guidatori, dell'impresa. In questo il pensier loro era di cattivarsi con allettattive parole la benevolenza del popolo, e diminuire, con l'aumento della propria, l'autorità della corona. Forse i primi e i principali autori di questo disegno miravano più oltre, velando con parole denotanti amore di popolo pensieri colpevoli di mutazioni nella famiglia regnante.

Quale di questo sia la verità, i capi di questa setta si prevalsero molto opportunamente per arrivare ai fini loro, di un errore commesso dal governo, il quale diede occasione alla resistenza loro e fu primo principio di quel fatale incendio che arse prima il reame di Francia, poi propagatosi per tutta Europa, vi trasse tutto a scompiglio ed a rovina. Il re, in vece di cominciar l'opera dalle riforme tanto desiderate del popolo, poi ordinar le tasse, volle principiare a por le tasse, poi le riforme. Quindi l'amore cominciò a convertirsi in odio; la setta nemica alla corona se ne prevalse. Adunque, avendo egli pubblicato due editti, uno perchè si ponesse un'imposta sopra le terre, l'altro perchè si ponesse una tassa sulla carta bollata, il parlamento di Parigi, non solo fortemente protestò, ma, ancora più oltre procedendo, ordinò che chiunque recasse ad effetto i due editti fosse riputato reo di tradimento e nemico della patria. Questo era il momento d'insorgere da parte del governo, e di dar forza alla legge, e di aggiungere al tempo stesso qualche editto contenente riforme e giuste per sè e desiderate dal popolo: ciò avrebbe preoccupato il passo. Ma egli, rimettendo dall'opera sua, lasciò andar non eseguiti i suoi editti. Quindi crebbe l'ardire del parlamento, che, volendo usar l'occasione di guadagnarsi la grazia del popolo a diminuzione dell'autorità regia, passò ad abbominare con pubbliche scritture e con parole infiammative le incarcerazioni arbitrarie; poi statuì, annuendo ad una convocazione degli Stati generali, non essere in facoltà sua, nè della corona, nè di tutti due uniti insieme trar denaro dal popolo per via di tasse; la sola volontà del re non bastare a far la legge, nè la semplice espressione di questa volontà poter costituire l'atto formale della nazione; essere necessario, a volere che la volontà del re debba trarsi ad effetto, ch'essa sia pubblicata secondo le forme prestabilite dalla legge; tali essere i principii, tali i fondamenti della costituzione franzese; sapere il parlamento che si volevano sovvertire i diritti pubblicati, per istabilire il dispotismo; la libertà comune essere in pericolo; ma non volere nè poter a tali rei disegni dar la mano, anzi volere opporsi, nè mai permettere che gli essenziali diritti dei sudditi fossero conculcati e messi al fondo; poi, rivoltosi al re, gl'intimò non isperasse di poter annullare la costituzione, concentrando il parlamento nella sola sua persona.

Rispose risentitamente il re, che quello che s'era fatto, s'era fatto secondo gli ordini fondamentali dello Stato; non s'intromettessero in affari di governo, perchè di ciò non avevano autorità di sorte alcuna; ch'erano i parlamenti del regno di Francia corti di giustizia abili solo a giudicare in materie civili e criminali, ma non avere autorità nè legislativa nè amministrativa; la volontà del re non potersi senza pericolo nè senza un nuovo e funesto cambiamento nella constituzione del regno soggettare a quella dei magistrati; se ciò fosse, cambierebbesi la monarchia in aristocrazia di magistrati; badassero a far il debito loro come giudici, e lasciassero il governo delle cose pubbliche a chi per antica consuetudine e per costituzione l'aveva in mano; considerassero quante leggi erano state fatte in ogni tempo dai re di Francia, non solo senza il consenso, ma ancora contro la volontà dei parlamenti; la registrazione non essere approvazione, ma solo autenticazione, nè altro in questo fare i parlamenti, che le veci di notai del regno; che quest'erano le forme, questi i precetti, ai quali e' si dovevano conformare, e se nol facessero, si li costringerebbe.

Tal era la contesa nata in Francia fra il re ed i parlamenti circa le prerogative e l'autorità della corona. Intanto ogni pubblico affare era soprattenuto, perchè i parlamenti di provincia, come quello di Parigi, o avevano cessato di per sè stessi l'ufficio, o erano dall'autorità regia sospesi. Volle il re rimediare colla creazione della corte plenaria, ma proruppe il parlamento in un'asprissima protesta; protestarono i pari del regno; il clero stesso titubava.

Intanto uomini faziosi d'ogni genere, o stimolati espressamente dei capi della parte dei parlamenti, o valendosi acconciamente dell'occasione offerta dalla resistenza loro per macchinar novità, andavano spargendo in ogni luogo semi di discordia e di anarchia. Tumultuavasi a Grenoble, a Rennes, a Tolosa e in altre sedi di parlamenti; orribili scritture uscite in Parigi chiamavano tiranno il re, distruttore dei diritti del popolo, oppressore crudelissimo, esortavansi le genti a levarsi, a disvelare e punir gli oppressori.

Avendo il re trovato, invece d'appoggio, opposizione e resistenza nei parlamenti, nella nobiltà e in una parte del clero, dovette necessariamente voltarsi verso il popolo, e fondar l'autorità sua sulla potenza dei più, giacchè i pochi lo abbandonavano. Così era fatale che le prime occasioni delle enormità che seguirono siano state date da coloro ai quali più importava di evitarle, e che ne furono alla fine le miserabili vittime. Adunque fu chiamato ministro il Ginevrino Necker, e con lui altri personaggi consentanei al tempo. Si sperava bene, il popolo esultava. Convocaronsi i notabili del regno, convocaronsi gli stati generali. Prevalse in sul bel principio la parte popolare, siccome quella, in favor della quale operavano i tempi. Decretossi da prima, del qual consiglio fu autore Necker, fosse doppio il numero dei deputati del terzo stato; poi sedessero i tre ordini, non separatamente, ma in comune, poi si deliberasse, non per ordini, ma per capi, il che diede del tutto la causa vinta ai popolari. Gli ordini uniti presero il titolo di assemblea nazionale. Erano portati al cielo: non si parlò più dei parlamenti, quantunque eglino con opportune scritture si fossero sforzati di riguadagnarsi quel favore che per un nuovo empito popolare s'era voltato all'assemblea.

L'assemblea nazionale, ottenuta la superiorità del terzo stato, abolì l'inequalità delle imposte, poi i privilegii della nobiltà, poi quelli del clero, poi la nobiltà ed il clero; ed aboliti la nobiltà ed il clero, s'incamminava ad indebolire talmente l'autorità regia, ch'ella non fosse più che un'ombra vana. Il benefizio della equalità era solamente apprezzato dai buoni; i tristi usavano l'occasione dello indebolimento del governo. I faziosi dominavano: l'autorità regia non li poteva frenare, perchè scema di potenza e d'opinione; l'autorità popolare non ardiva perchè parlavano in nome ed in favor del popolo. In ogni luogo, sedizioni, incendii e rapine, morti funeste e modi di morte più funesti ancora, uomini mansueti divenuti crudeli; uomini innocenti cacciati dai colpevoli; uomini benefici uccisi dai beneficiati. Virtù in parole, malvagità in fatti. Novelle strane si spargevano ogni giorno, e quanto più strane, tanto più credute, e tosto si poneva mano nel sangue o ad ardere i palazzi; nè il sesso nè le età si risparmiavano; ad ogni voce che si spargesse, il popolo traeva, massime in Parigi. In mezzo a tutto questo, atti sublimi di virtù patria e di virtù privata, ma insufficienti pel torrente insuperabile e contrario. Nè si vedeva fine agli scandali, perchè l'argine era rotto, e fin dove avesse a trascorrere questo fiume senza freno, nissuno prevedeva.

In fine, dopo molti e varii eventi, l'assemblea con una cotal costituzione che teneva poco del regio, meno ancora dell'aristocratico, molto del democratico, rendè il re un nome senza forza; poi venne l'assemblea legislativa, che il depose; poi il consesso nazionale che l'uccise. Intanto uccisi o intimoriti i buoni, impadronitisi della somma delle cose i tristi, la nazione franzese, non trovando più riposo in sè stessa, minacciava, qual mare ingrossato dalla tempesta, di uscir da' proprii confini, e di allagare con rovina universale l'Europa.