MCXCI
| Anno di | Cristo MCXCI. Indizione IX. |
| Celestino III papa 1. | |
| Arrigo VI re 6, imperad. 1. |
Diede fine al corso di sua vita il sommo pontefice Clemente III verso il fine di marzo nel corrente anno [Chron. Reicherspergens. Anonymus Casinens. Necrolog. Casinense.], e gli fu data sepoltura nel dì 28 di marzo. Da lì a due giorni fu eletto papa Giacinto cardinale di santa Maria in Cosmedin, in età di circa ottantacinque anni, che prese il nome di Celestino III. Doveva egli, secondo il rito, essere consecrato nella seguente domenica; ma intendendo che venisse alla volta di Roma Arrigo VI re di Germania e d'Italia, con gran baldanza, per ricevere la corona dell'imperio, volle differir la propria consecrazione, per ritardar quella di Arrigo, e guadagnar tempo, tanto che si concertassero gli affari con decoro della santa Chiesa romana. Si dovettero concordar tutti i punti; e Arnoldo da Lubeca scrive [Arnold. Lubecensis, lib. 4, cap. 4.] che i Romani segretamente s'accordarono con esso Arrigo, e poi pregarono il papa di dargli la corona. Però il novello pontefice ricevette la propria consecrazione nel dì 14 d'aprile, giorno solenne di Pasqua. Nel dì seguente poi il re Arrigo, che scortato da un copioso esercito era giunto nelle vicinanze della basilica vaticana colla moglie Costanza, ma senza entrare in Roma, le cui porte, se crediamo a Ruggieri Hovedeno [Rogerius Hovedenus, in Annal.], furono ben chiuse e guardate dal popolo romano, senza lasciarvi entrare i Tedeschi: venne incontro al papa, che dal Laterano si trasferì al Vaticano. Sopra la scalinata di san Pietro prestò il giuramento consueto, e poscia nella basilica introdotto, fu solennemente coronato imperadore. Racconta il suddetto Hovedeno che Celestino sedebat in cathedra pontificali tenens coronam auream imperialem inter pedes suos, et imperator inclinato capite recepit coronam, et imperatrix similiter de pedibus domini papae. Dominus autem papa statim percussit cum pede suo coronam imperatoris, el dejecit eam in terram, significans, quod ipse potestatem ejiciendi cum ab imperio habet, si ille demeruerit. Sed cardinales statim arripientes coronam, imposuerunt eam capiti imperatoris. Questo racconto vien preso dal cardinal Baronio come moneta contante. Ma niuno de' lettori ha obbligo di creder vero un fatto che più conviene alla scena che al sacro tempio, e troppo disdice ad un vicario di Cristo, ed è contra il rituale di tutti i tempi, e si conosce sommamente obbrobrioso a questo imperadore. Tale non era egli da sofferire in faccia del suo esercito e di Roma un insulto e strapazzo sì fatto. Però quanto più si esaminerà questo racconto, tanto più si scorgerà inverisimile. Nella Cronica Reicherspergense è scritto che Arrigo fu ab ipso Caelestino papa consecratus honorabiliter Romae, et coronatus [Chron. Reicherspergens.]. Fra i patti accordati fra esso Augusto Arrigo e i Romani prima della sua coronazione [Abbas Urspergens., in Chron.], il primario fu ch'egli cederebbe loro la città di Tuscolo, entro la quale era stato posto presidio imperiale. Abbiamo veduto che anche papa Clemente III aveva abbandonata quella città al volere del popolo romano. E Ruggieri Hovedeno scrive che anche papa Celestino ne fece istanza ad Arrigo: altrimenti non volea coronarlo. Perciò la guarnigion cesarea d'ordine del novello imperadore, appresso ne diede la tenuta ai Romani, senza avvertirne i cittadini. Pretende il cardinal Baronio che i Romani infierissero solamente contro le mura e le case, nè maltrattassero gli abitanti. L'Abbate Urspergense, che vivea in questi tempi, così parla del presidio imperiale: Hi accepta legatione imperatoris, incautam civitatem Romanis tradiderunt, qui multos peremerunt de civibus, et fere omnes sive pedibus sive manibus, seu aliis membris mutilaverunt. Pro qua re imperatori improperatum est a multis. Lo stesso vien confermato da Gotifredo Monaco [Godefridus Monachus, in Chron.]. E Sicardo vescovo allora di Cremona scrive [Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.]: Imperator Apostolico dedit Tusculanum, et Apostolicus Romanis. Romani vero civitatem destruxerunt et arcem, Tusculanos alios excaecantes, et alios deformiter mutilantes. Però neppur il papa dovette andar esente da biasimo per tali crudeltà, degne de' barbari tempi che allora correvano. Non restò pietra sopra pietra della misera città, e questa mai più non risorse. Dicono che gli abitanti rimasti in vita si fabbricarono in quei contorni capanne con frasche, dal che prese poi il nome la città di Frascati d'oggidì.
Intanto Tancredi re di Sicilia [Ricardus de S. Germano.] avea conchiuso un trattato di matrimonio fra Irene figliuola di Isacco Angelo imperador de' Greci, e Ruggieri suo primogenito, già dichiarato duca di Puglia. E perchè questa principessa era in viaggio alla volta d'Italia, egli passò di qua dal Faro, per esser pronto a riceverla. Dopo aver dunque ridotti al loro dovere alcuni popoli dell'Abruzzo, che teneano col conte Rinaldo suo ribello, si portò a Brindisi, dove accolse la regal sua nuora, le cui nozze furono con singolar magnificenza celebrate. Quivi ancora diede il titolo di re allo stesso figliuolo, e fece coronarlo: dopo di che con gloria e trionfo se ne tornò in Sicilia. Strano è il vedere che l'Anonimo Casinense [Anonymus Casinens., in Chron.] metta la solennità di queste nozze nell'anno 1193. Si dee credere scorretto il suo testo. Pareva con ciò stabilita, non men la fortuna di Tancredi, che la pace del suo regno; ma poco andò che alzossi una terribil tempesta di guai, che recò a lui la rovina e la desolazione a tutto quel fioritissimo regno. Sul fine d'aprile, o sul principio di maggio, l'imperadore Arrigo ostilmente entrò nella Puglia [Arnold. Lubec., lib. 4, cap. 5.], ancorchè il pontefice Celestino se l'avesse forte a male, e facesse quanto potesse per ritenerlo. Mise l'assedio alla terra d'Arce, difesa da Matteo Burello; nè giovò che il dì seguente que' cittadini si rendessero amichevolmente. Egli, ciò non ostante, diede quella terra alle fiamme: esecuzione, da cui restarono atterriti i popoli vicini, che senza voler aspettare la chiamata, nonchè la forza, si diedero a lui, cioè l'abbate di Monte Casino, i conti di Fondi e di Molise, e le città di San Germano, Sora, Arpino, Capoa, Teano, Aversa, ed altre terre. Di là passò coll'esercito a Napoli, e trovata quella nobil città preparata alla difesa, ne imprese l'assedio. V'era dentro un buon corpo di gente comandato da Riccardo conte d'Acerra, cognato del re Tancredi, e risoluto di far fronte a tutti i tentativi dei nemici. Molti furono gli assalti, molte le prove per vincere la forte città: tutto nondimeno senza frutto, perchè i difensori, che aveano aperto il mare, e nulla loro mancava di gente e di viveri, di tutti gli sforzi ostili si rideano. Intanto l'importante città di Salerno si rendè all'imperadore. Erano venuti i Pisani con istuolo di navi, per secondar l'impresa d'Arrigo sotto Napoli, quando eccoti giugnere la flotta del re di Sicilia, composta di settantadue galee, condotta dall'ammiraglio Margaritone, uomo famoso, che assediò i Pisani in Castellamare. Si studiò ancora l'Augusto Arrigo di aver dalla sua i Genovesi in questo bisogno: al qual fine spedì a Genova l'arcivescovo di Ravenna, chiamato Ottone dal continuatore di Caffaro [Caffari, Annal. Genuens., lib. 3, tom. 6, Rer. Ital.]. Per testimonianza del Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.], tenea quella chiesa allora Guglielmo arcivescovo. S'egli non avea due nomi, l'uno di questi autori ha sbagliato. Quel che è più, l'arcivescovo di Ravenna era passato in Oriente, e quivi ancora sotto Accon lasciò la vita. Il Rossi di ciò non parla. Ora per guadagnare il popolo di Genova, Arrigo gli confermò tutti i privilegii, assegnogli Monaco e Gavi, e si obbligò di concedergli la città di Siracusa, con altri vantaggi, se alle sue mani veniva la Sicilia: promesse ch'egli non voleva poi mantenere. Misero dunque alla vela con trentatrè galee ben armate i Genovesi sotto il comando di due de' loro consoli, e tirarono verso Napoli; ma vi trovarono mutato l'aspetto delle cose. La stagione bollente e l'aria poco salubre di quei tempi cominciò a far guerra all'armata tedesca, di maniera che una fiera epidemia ne cacciò sotterra alquante migliaia, senza perdonare agli stessi principi [Arnold. Lubec., lib. 4, cap. 6.], fra' quali mancò di vita Filippo arcivescovo di Colonia, e Ottone duca di Boemia. Cadde gravemente infermo lo stesso Arrigo imperadore, fino ad essere corsa voce che avea cessato di vivere. Fecero queste disavventure risolvere Arrigo tuttavia malato di ritirarsi dall'assedio di Napoli nel mese di settembre. Lasciato pertanto alla guardia di Capoa Corrado per soprannome chiamato Moscaincervello, e l'imperadrice Costanza a Salerno, conducendo seco Roffredo abbate di Monte Casino, sen venne a Genova, dove con ricche promosse di parole impegnò quel popolo a sostenere i suoi disegni sopra la Sicilia, e di là poscia passò in Germania. Ebbero i Pisani la fortuna di sottrarsi colla fuga all'ammiraglio di Sicilia, il quale, data anche la caccia ai Genovesi, gli obbligò a tornarsene al loro paese. Appena fu slontanato dalla Campania l'Augusto Arrigo, che uscito di Napoli il conte di Acerra con quante soldatesche potè unire, venne a dirittura a Capoa, che se gli diede [Richardus, de S. Germano.]. Ritiratosi nel castello il Moscaincervello, per mancanza di viveri capitolò in breve, e se n'andò con Dio. Tornarono all'ubbidienza del re Tancredi Aversa, Teano, San Germano, ed altre terre.
Allora i Salernitani, che erano stati de' più spasimati a darsi all'imperadore, e presso i quali si credea sicurissima l'imperadrice Costanza, veggendo la mutazion degli affari, per riacquistare la grazia del re Tancredi, condussero a Palermo e gli diedero nelle mani l'imperadrice stessa. L'Anonimo Casinense scrive che Arrigo, prima d'uscire di Terra di Lavoro, mandò a prendere Costanza; ma restò questa tradita dai Salernitani. Con gran piacere accolse Tancredi una sì rilevante preda, e non lasciò di trattarla con tutta onorevolezza. L'Augusto Arrigo all'incontro, risaputa la disgrazia della moglie, con lettere calde tempestò papa Celestino per riaverla col mezzo suo. Infatti indusse questo pontefice il re Tancredi a rimetterla in libertà, e a rimandarla in Germania nell'anno seguente. Non si sa ch'egli la cedesse con patto alcuno di suo vantaggio. Solamente sappiamo che, dopo averla generosamente regalata, la rimandò. Vero è che il concerto era ch'essa Augusta passasse per Roma, dove il pontefice pensava di trattar di concordia; ma essa gli scappò dalle mani, e in vece d'arrivare a Roma, voltò strada, e se ne andò a Spoleti. Se i principi d'oggidì, trovandosi in una situazione tale, fossero per privarsi con tanta facilità, e senza alcuna propria utilità, di una principessa che seco portava il diritto sopra la Sicilia, lascerò io che i saggi lettori lo decidano. Ben fu ingrato dipoi Arrigo, che niuna riconoscenza ebbe di sì gran dono. Per conto di Terra santa [Sicard., in Chron. Arnoldus Lubecens. Abbas Urspergens. Godefridus Monachus. Bernard. Thesaur. et alii.], giunto sotto Accon, ossia Acri, Filippo re di Francia, trovò che la fame e la peste aveano fatto gran macello della gente cristiana che assediava quella città, con essere anch'essa ristretta dal campo di Saladino. L'arrivo suo rimise in buono stato quegli affari, di maniera che da lì cominciò daddovero a tormentar colle macchine l'assediata città. Intanto Riccardo re d'Inghilterra, giunto in Cipri, ebbe o cercò delle ragioni per muover guerra ad Isacco, ossia Chirsacco, signore o tiranno greco di quell'amenissima isola, il quale si facea chiamare imperador de' Greci. Il mise in fuga, e assediatolo poscia in un castello, l'ebbe in sua mano con un immenso tesoro. Venne in potere di lui ogni città e terra di quell'isola, ch'egli spogliò di tutte le sue ricchezze, e poscia per venticinque mila marche d'argento la vendè ai cavalieri templari, e toltala in fine ai medesimi, la rivendè per ventisei mila bisanti a Guido Lusignano, già re di Gerusalemme, i cui discendenti gran tempo dipoi ne furono possessori. Arrivò sotto Accon questo feroce re, ma entrò ben tosto anche l'invidia e la discordia fra lui e il re di Francia. Bastava che l'uno volesse una cosa, perchè l'altro la disapprovasse. Contuttociò le larghe breccie fatte nelle mura di quella città, che fin qui era costata la vita d'innumerabili cristiani, e di moltissimi principi, obbligarono i Saraceni a renderla con sommo giubilo della cristianità nel dì 12, oppure nel 13 di luglio dell'anno presente. L'immensa preda fu divisa fra gl'Inglesi e Francesi, con grave doglianza delle altre nazioni, che più d'essi aveano faticato e patito in quell'assedio, e nulla guadagnarono.
Allora Saladino si ritirò in fretta; e perchè non volle approvar le proposizioni di render Gerusalemme, il re Riccardo con inudita barbarie fece levar di vita cinque mila prigioni saraceni. Le torbide passioni che mantenevano la discordia fra i due re crebbero maggiormente da lì innanzi, e furono cagione che non si prendesse la santa città: il che era facile allora. Il re Filippo, principe saggio, tra perchè non gli piacea di star più lungamente in quella dimestica guerra, e perchè si trovava oppresso da una grave malattia, se ne tornò in Italia, e dopo aver presa in Roma la benedizione da papa Celestino, ripatriò. Il re Riccardo restò in Sicilia. Nè si dee tacere, che essendo morta nell'assedio di Accon Sibilia regina di Gerusalemme, moglie di Guido Lusignano, succedendo in quel diritto Isabella sua sorella, figliuola del già re Aimerico, fu dichiarato nullo il matrimonio d'essa con Unfredo signore di Monreale, e questa data a Corrado marchese di Monferrato, il più prode ed accreditato fra que' principi cristiani, il quale perciò potè aspirare al titolo di re. Erasi accesa o riaccesa guerra in quest'anno tra i Bresciani e Bergamaschi. In aiuto degli ultimi accorsero i Cremonesi [Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.]; ma sopraffatti dai Bresciani, o, come altri scrivono, atterriti dalla voce sparsa che venivano anche i Milanesi [Gualvanus Flamm., in Manipul. Flor.], ne riportarono una fiera sconfitta, di cui durò un pezzo la memoria col nome di mala morte; perciocchè incalzati, moltissimi di loro s'annegarono nel fiume Oglio, altri furono presi, ed altri tagliati a pezzi, colla perdita del loro carroccio, che trionfalmente fu condotto a Brescia. Jacopo Malvezzi [Jacopus Malveccius, in Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital. Annales Placentini, tom. 16 Rer. Italic.] scrive a lungo questa vittoria. Ritornando poi l'imperadore Arrigo di Puglia, fece rilasciar loro i prigioni, e con suo privilegio concedè la terra di Crema al popolo di Cremona: il che essendo contrario a quanto avea stabilito l'imperador Federigo suo padre in favore dei Milanesi, alienò forte l'animo di questi dall'amore d'esso Augusto, e fu seme di nuove guerre fra le emule città suddette. Secondo le Croniche d'Asti [Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.], in questo anno nel dì 19 di giugno gli Astigiani vicino a Montiglio ebbero battaglia con Bonifazio marchese di Monferrato, e ne riportarono una rotta sì fiera, che circa due mila d'essi furono condotti prigionieri nelle carceri dei Monferrato, dove penarono per più di tre anni, finchè si riscattarono. Durò questa guerra dipoi per quindici anni, con farsi ora pace ed ora tregua, male osservate sempre da esso marchese, e dal marchese Guglielmo suo figliuolo. Finalmente nell'anno 1206 seguì fra esso Guglielmo e gli Astigiani una vera pace, in cui gli ultimi guadagnarono Loreto e la contea delle Castagnole.