MXXVII

Anno diCristo MXXVII. Indizione X.
Giovanni XIX papa 4.
Corrado II re di Germania 4, imperadore 1.

Nel febbraio dell'anno presente dovette muoversi il re Corrado alla volta di Roma, dove, secondo i maneggi e il concerto seguito fra loro, papa Giovanni XIX era per concedergli la corona imperiale. Un suo diploma [Antiquit. Ital., Dissert. XLV.], dato probabilmente nel febbraio di quest'anno, benchè manchi il mese e il giorno, ci fa vedere in Verona appellato solamente re lo stesso Corrado, cioè non per anche nomato imperadore. Rinieri marchese di Toscana, per quanto ne lasciò scritto Wippone [Wippo, in Vit. Conradi Salici.], con tutta quella provincia, non avea voluto per anche riconoscerlo per re, e stava forte nella ribellione. A quella volta marciò Corrado colla sua armata, cioè con un possente esorcismo per costrignerlo all'ubbidienza. Infatti Rinieri, dopo essersi tenuto chiuso in Lucca per pochi giorni, vedendo la malparata, venne finalmente ad arrendersi. L'esempio di Lucca e del marchese servì a ridurre in breve la Toscana tutta a suggettarsi. Ci mancano documenti per conoscere se dopo questo fatto seguitasse il marchese Rinieri a reggere la Toscana, oppure s'egli fosse deposto, e in luogo di lui creato duca di Toscana Bonifazio marchese, padre dell'inclita contessa Matilda. Inclino io a credere che Bonifazio profittasse di tal congiuntura. Andossene dipoi Corrado a Roma, e quivi nel mercordì santo con sommo onore e magnificenza fu accolto da papa Giovanni e da tutti i Romani. Poscia in die sancto Paschae, qui eo anno VII calendas apriles terminabatur, a Romanis ad imperatorem electus (doveano dunque concorrere anche i Romani col papa all'elezion dell'imperadore) imperialem benedictionem a papa suscepit,

Caesar et Augustus romano nomine dictus.

Ricevette eziandio la sacra unzione e coronazione la regina Gisela sua moglie, figliuola di Erimanno duca di Alemagna. Fu quella gran funzione onorata dalla presenza di due re, cioè di Rodolfo III re di Borgogna, e di Canuto ossia Cnuto re d'Inghilterra, in mezzo ai quali l'Augusto Corrado se ne tornò al palazzo. Ma anche in Roma succedette il medesimo che era avvenuto in Ravenna. Mi sia permesso il dirlo, doveano ben essere allora indisciplinati, barbarie bestiali i Tedeschi. Per ogni picciolo rumore correvano a far laghi di sangue, e sfoggiavano nella crudeltà: dal che poi venne che si tirarono addosso l'odio degl'Italiani, e ne stancarono la pazienza, siccome vedremo. Per un vil cuoio di bue in un dì di quella settimana nacque contesa fra un Romano e un Tedesco, e vennero ai pugni. Invece di spartirli, diede all'armi tutto l'esercito imperiale, e i Romani anch'essi ricorrendo per difesa alle armi loro, fecero una pazza resistenza; ma in fine convenne loro dar alle gambe, et innumerabiles ex illis perierunt. Nel dì seguente i così maltrattati Romani, ante imperatorem venientes, nudatis pedibus, liberi cum nudis gladiis, servi cum torquibus vimineis circa collum, quasi ad suspensionem praeparati, ut imperator jussit, satisfaciebant. Queste furono le allegrezze e consolazioni de' Romani. Se vogliam credere ad Arnolfo storico milanese di questo secolo [Arnulfus, Mediolan. Hist., lib. 2, c. 3.], accadde in occasione della stessa coronazione anche una rissa fra Eriberto arcivescovo di Milano ed Eriberto arcivescovo di Ravenna. Quest'ultimo arditamente si mise alla destra di Corrado. L'arcivescovo di Milano, ciò veduto, e sentendo che il corteggio de' suoi Milanesi, che era grande, incominciava a fare tumulto, e poteane succedere scandalo, saviamente si ritirò. Accortosene Corrado, fermò il passo e disse, che siccome toccava all'arcivescovo di Milano di dare la corona al re d'Italia, per cui si saliva all'imperio; così convenevol cosa era che quel medesimo presentasse il re al papa per ricevere dalle di lui mani la corona imperiale; e però, tolta la man destra all'arcivescovo di Ravenna, giacchè se ne era ito quel di Milano, per parere del pontefice Giovanni XIX, fece supplire le di lui veci ad Alderico vescovo di Vercelli, suffraganeo dell'arcivescovo. Intanto i Milanesi, altercando co' Ravennati, vennero con essi alle mani, e ne seguirono molte ferite, e crebbe sì fattamente la mischia che lo stesso arcivescovo di Ravenna fu obbligato a mettersi in salvo colla fuga. Da lì poi a pochi giorni in un concilio tenuto dal papa fu deciso che l'arcivescovo di Ravenna avesse da cedere la mano a quel di Milano. Lite nondimeno che non finì, e noi la vedremo risorgere all'anno 1047. Abbiamo un diploma di Corrado Augusto [Chron. Farfense, P. I, tom. 2, Rer. Ital.], in cui conferma tutti i suoi beni al monistero di Farfa, dato V kalendas martii, anno dominicae Incarnationis MXXVII, anno vero domni Conradi regnantis III, imperii quoque I. Actum Romae: il che maggiormente ci assicura del tempo della sua coronazione. Ch'egli abitasse fuori di Roma in civitate leoniana, si raccoglie da un suo diploma, dato nonis aprilis dell'anno presente, e da me tolto alle tenebre [Antiquit. Italic., Dissert. LXV.].

L'attività di questo imperadore nol lasciò consumare inutilmente il tempo in Roma. Però da lì a poco marciò egli coll'armata a Benevento e a Capoa; ed esse città, coll'altre di quella contrada, sive vi, sive voluntaria deditione, sibi subjugavit. Diede anche licenza ai Normanni che si trovavano in quelle parti, di abitarvi, e difendere i confini dai tentativi de' Greci. Ciò fatto, ritornò a Roma, e si avviò alla volta dell'Alpi. Era egli in Ravenna nel dì 3 di maggio, e in Verona nel dì 24 di esso mese, come consta da due suoi diplomi pubblicati dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 in Episcop. Patav. et Veronens.], e da uno riferito dal padre Celestino nella Storia di Bergamo. Tanto fece, che in questi viaggi ebbe nelle mani Tasselgardo italiano, grande spogliator delle chiese e delle vedove; e colla sua morte sopra un patibolo liberò non so qual provincia dagl'insulti di costui. Filii Taselgardi quondam comitis si veggono nominati all'anno 1029 nella Cronica del monistero di Farfa [Chronic. Farf. P. II, tom. 2 Rer. Ital.]. In uno strumento ancora da me pubblicato [Antiquit. Italic., Dissert. XIX.], e scritto nell'anno 1045, si trova Tesselgardus comes filius bonae memoriae Tesselgardi comitis ex civitate Beneventi. Sembra che del medesimo personaggio si parli in tali memorie. Mentre queste cose passavano in Italia, Guelfo conte della Suevia, dives in praediis, potens in armis, turbò la quiete della Germania. Impadronitosi della città di Augusta, devastolla, e diede il sacco al tesoro di quel vescovo. Oltre a Corrado duca di Franconia, che faceva di molti preparamenti, anche Ernesto duca d'Alemagna ossia della Suevia, benchè figliastro dell'imperadore, prese l'armi contra di lui. L'arrivo di Corrado ad Augusta dissipò tutti i disegni di que' principi. Guelfo, Ernesto e Corrado vennero all'ubbidienza, e colla prigionia e coll'esilio di qualche tempo pagarono la pena della lor ribellione. Racconta Wippone [Wippo, in Vit. Conradi Salici.], che Corrado per biennium omnes Ticinenses afflixit, donec omnia quae precepit omni dilatione postposita compleverunt. Però si può credere che i Pavesi in quest'anno, indotti a rifabbricar entro la lor città il palazzo regale, tornassero in grazia dell'Augusto Corrado. Circa questi tempi, per quanto si raccoglie da Arnolfo storico [Arnulf., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 6.], venne a morte il vescovo di Lodi, e quel popolo, secondo l'antico rito, elesse il successore. Ma Eriberto arcivescovo di Milano, che in ricompensa delle tante fatiche e spese fatte per esaltare l'imperador Corrado, e per potere signoreggiar egli sotto l'ombra di lui in Lombardia, avendo fra gli altri privilegii ottenuto da esso Augusto di poter dare a Lodi quel vescovo che gli piacesse, scelse e conservò vescovo di quella città Ambrosio, uno de' suoi cardinali: che allora molte chiese d'Italia, massimamente le maggiori, avevano i lor cardinali al pari della chiesa romana. Sdegnati i Lodigiani per questa novità, che era anche contra de' canoni, gli fecero la testa. Ma il feroce arcivescovo, messa insieme un'armata, lor mosse guerra, prese all'intorno le lor terre e castella, e portò l'assedio alla stessa città di Lodi. Non potendo di meno que' cittadini, cedettero alla forza, accettarono Ambrosio vescovo, il qual poscia fece ottima riuscita; ma di là nacque un odio implacabile de' Lodigiani contra de' Milanesi, il qual poscia partorì immense ruberie, incendii, e stragi per moltissimi anni avvenire. Credesi che in questo anno terminasse i suoi giorni e le sue mirabili fatiche san Romoaldo abbate istitutore dell'ordine camaldolese, in età di cento venti anni, come lasciò scritto san Pier Damiano [Petrus Damian., in Vita S. Romualdi.]. V'ha chi crede che il Damiano, autore avvezzo a credere e spacciare il mirabile dappertutto, senza avvedersene abbia accresciuto di troppo gli anni di questo santo. Ma intorno a ciò son da vedere le dissertazioni camaldolesi del padre abbate Grandi, celebre letterato, che dottamente ha esaminato questo punto [Grandi, Dissertationes Camaldulenses.]. S'ebbe a male Pandolfo IV, dopo avere ricuperato il principato di Capoa [Anonymus Casinensis, tom. 5 Rer. Ital.], che Sergio duca di Napoli avesse dato ricovero nella sua città a Pandolfo di Tiano, cioè al vinto emulo. E senza di questo, che non fa il mantice dell'ambizione ne' potenti signori [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 58.]? Quando men Sergio se l'aspettava, eccoti Pandolfo colla sua armata volare all'assedio di Napoli, e strignere talmente quella città, che l'obbligò alla resa. Sergio ebbe maniera di fuggirsene; e Pandolfo di Tiano scappò anch'egli a Roma, dove miseramente terminò i suoi giorni. A niuno de' principi longobardi era mai riuscito nei secoli addietro di mettere il piede in Napoli. Questa fu la prima volta, ma Pandolfo neppur egli potè lungamente sostenere una tal conquista, siccome diremo. Nella Cronica del Volturno [Chron. Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.] si vede che Pandolfo IV e suo figliuolo Pandolfo V contavano nel mese di marzo e di aprile dell'anno seguente 1028 l'anno primo ducatus neapolitani.