MCCCCLII
| Anno di | Cristo mcccclii. Indizione XV. |
| Niccolò V papa 6. | |
| Federigo III imperadore 1. |
Avendo nell'anno precedente Federigo III re de' Romani risoluto di calare in Italia per prendere la corona imperiale in Roma, e mandati innanzi i suoi ambasciatori per disporre il pontefice Niccolò e i principi italiani al suo ricevimento [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Italic. Nauclerus, Platina, et alii.], sul principio di gennaio dell'anno presente entrò in Italia, conducendo seco Ladislao suo nipote, eletto re d'Ungheria e di Boemia, che allora era in età di dodici anni, ventidue vescovi, molt'altra baronia, e circa due mila cavalli, tutti ben montati, ma mal vestiti. Passando pel Friuli e per altri Stati della repubblica veneta, ricevè distinti onori. Allorchè entrò nel Polesine di Rovigo [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.], fu incontrato da Borso d'Este signor di Ferrara con accompagnamento magnifico, e con lui, nel dì 17 del mese di gennaio, entrò in essa Ferrara. Quivi si riposò otto giorni in nobili solazzi e divertimenti; e regalato di quaranta corsieri e di cinquanta falconi ben ammaestrati alla caccia, continuò poscia il suo viaggio alla volta di Bologna [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], dove arrivò nel dì 25 con gran festa e solennità di quel popolo. Non fu meno magnifico l'accoglimento a lui fatto nel dì 30 del suddetto mese [S. Antonin., P. III, tit. 22.] dalla repubblica di Firenze, allorchè entrò in quella città, da dove poi passò a Siena, e quivi si fermò per qualche tempo. Seco era Enea Silvio de' Piccolomini Sanese, vescovo di quella città, e segretario suo, uomo di mirabil ingegno e di gran letteratura, che fu poi papa Pio II. Nel dì 9 di marzo con incredibil magnificenza fece la sua solenne entrata in Roma [Infessur., Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.], dove il saggio pontefice Niccolò per ogni buona precauzione avea rannate tutte le sue milizie, e ben munite le fortezze. Ossia perchè Federigo non avea voluto riconoscere per duca di Milano Francesco Sforza, oppure perchè in Milano durava tuttavia la peste, certo è ch'egli non andò a Milano, per prender ivi la corona ferrea. Inviò bensì lo Sforza il suo primogenito Galeazzo Maria a Ferrara con gran comitiva ad attestargli il suo ossequio e la sua ubbidienza, ma punto non si cangiò per questo l'animo d'esso Augusto verso di lui. Ora, giunto a Roma Federigo, fece istanza al pontefice di ricevere dalle mani di lui la corona del regno longobardico. Per testimonianza di Enea Silvio [Æneas Sylvius, Hist., lib. 4.], fu questo punto messo in consulta, e tuttochè reclamassero non poco gli ambasciatori di Milano, il papa procedè oltre, e nel dì 15 di marzo in San Pietro il coronò come re di Lombardia, dichiarando nulla di meno essere sua intenzione che tal atto non pregiudicasse al diritto dell'arcivescovo di Milano [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Nello stesso giorno avea egli prima congiunta in matrimonio con esso Augusto Federigo Leonora figliuola del re di Portogallo, ed anche essa fu per conseguente coronata. Poscia nel dì 18 del medesimo mese riceverono amendue dalle mani di esso pontefice la corona imperiale coi soliti riti e con incredibil festa del popolo romano, essendo passata tutta la gran funzione e permanenza dell'imperatore in Roma senza disturbo e con somma pace. Voglioso poscia l'Augusto Federigo di vedere il re Alfonso, principe celebratissimo di questi tempi, e zio dell'imperadrice, se n'andò con lei a Napoli. Gli onori quivi a lui compartiti dal re, splendidissimo signore, non ebbero fine. Di colà se ne tornò egli per mare nel dì 23 di aprile, ed alloggiò in San Paolo fuori di Roma, laddove poi partito nel dì 26, arrivò nel dì 8 di maggio a Bologna.
Nel giorno seguente pervenne a Ferrara [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.], ed, accolto con ogni maggior onore dal marchese Borso, prese ivi riposo. Comparvero colà gli ambasciatori de' Veneziani, di Francesco duca di Milano e de' Fiorentini, per pregare esso marchese d'interporsi appresso l'imperadore, acciocchè trattasse di pace fra loro, giacchè era imminente la guerra. Ne dovette, come è credibile, trattar l'imperadore, ma con poca fortuna. Ebbe, specialmente in questi viaggi, occasione Federigo di meglio conoscere i meriti singolari d'esso Borso Estense signor di Ferrara [Nauclerus, Histor. Æneas Sylvius, Hist. Austr.], e volendo lasciargli una perenne memoria della generosa sua gratitudine, determinò di crearlo duca di Modena e Reggio, e conte di Rovigo e Comacchio, città che gli Estensi riconoscevano dal sacro romano imperio. Questa insigne funzione fu fatta nella festa dell'Ascensione, giorno 18 d'aprile, con incredibil concorso di popolo, ed incessante plauso de' Ferraresi e degli altri sudditi della casa d'Este. Era l'aquila bianca l'antica arme della casa estense. Carlo VII re di Francia le avea dati i tre gigli d'oro. Borso cominciò allora per privilegio dell'Augusto Federigo ad inquartare essi gigli coll'aquila nera imperiale da due teste. Nel giorno seguente Federigo, superbamente regalato e servito dal novello duca, si rimise in viaggio, e andossene a Venezia [Sanuto, Ist. Ven., tom. 22 Rer. Ital.], dove quell'inclita repubblica fece mirabili sfoggi per onorarlo. Di là poi passò in Germania. Lo stesso giorno che Federigo si mosse da Ferrara fu quello in cui la repubblica di Venezia fece dar fiato alle trombe, con intimare e ricominciar la guerra contra di Francesco Sforza duca di Milano. Furono, dico, essi i primi a principiar la danza; ma nello stesso tempo anche Lodovico duca di Savoia, e Guglielmo fratello di Giovanni marchese di Monferrato, dalla lor parte mossero l'armi addosso agli Stati del medesimo duca. Similmente il re Alfonso spinse in Toscana contro i Fiorentini Ferdinando duca di Calabria suo figliuolo con otto mila cavalli e quattro mila fanti. Per quel che riguarda i Veneziani, la guerra da lor fatta si legge minutamente descritta da Porcello Napoletano nella Storia da me data alla luce [Porcell., Comment., tom. 20 Rer. Ital.]; autore a cui non manca l'adulazione, e che si truova sempre coll'incensiere in mano per esaltare i fatti anche menomi di Jacopo Piccinino, da lui appellato Scipione, e del conte Tiberto Brandolino, capitani allora della repubblica, e valenti senza dubbio nell'arte della guerra. Perchè niuna strepitosa impresa fu fatta in questa guerra, dirò io in breve che l'armata veneta, consistente in quindici mila cavalli e sei mila fanti, sotto il comando di Gentile da Lionessa, passato l'Oglio, entrò in Geradadda, con prender ivi varie castella, e fra gli altri Soncino, facendo scorrerie dappertutto. Per levarli di là, il duca col marchese di Mantova entrò coll'esercito suo nel Bresciano, e s'impadronì d'alcuni luoghi, il più importante de' quali fu Pontevico. E perciocchè i Veneziani, fatto un ponte sull'Adda, spedirono il conte Carlo da Montone con due mila cavalli per danneggiare il Lodigiano e Milanese, anche il duca spedì colà Alessandro Sforza signor di Pesaro suo fratello con un buon corpo d'armati per difendere il paese. Ma venuto egli alle mani con esso conte Carlo nel dì 25, oppure 20 di luglio [Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 21, tom. eod.], fu messo in rotta, e, perduti circa ottocento cavalli, se ne fuggì a Lodi. Seguirono ancora varie scaramuccie ed incontri fra le due nemiche armate che campeggiavano sul Bresciano [Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.], ma senza impegno o conseguenza degna di memoria. Per conto poi di Guglielmo di Monferrato, con circa quattro mila cavalli e due mila fanti entrato nell'Alessandrino, mosse anch'egli guerra al duca di Milano, ed occupò la maggior parte di quel territorio. Ma nel suddetto dì 25, oppure 26 di luglio, essendo stato spedito contra di lui Sagramoro da Parma con due mila cavalli, e verisimilmente anche con assai fanteria, gli diede tal rotta con prigionia di molti e presa del bagaglio, che gran tempo stette Guglielmo a rifar le penne. Fu anche in Toscana, siccome dissi, guerra per la venuta di Ferdinando duca di Calabria, inviato dal re Alfonso suo padre contra de' Fiorentini [Ammirat., Istoria Fiorentina, lib. 22.]; ma neppure in essa tali fatti si fecero che meritino luogo nella presente storia. Di alcuni soli piccioli luoghi s'impadronì Ferdinando. Dall'altra parte i Fiorentini, che aveano preso per lor generale Sigismondo Malatesta signor di Rimini, e al lor soldo il signor di Cesena fratello di esso Sigismondo, e Taddeo de' Manfredi signore d'Imola, e Michele da Cotignola con altri capitani: i Fiorentini, dissi, misero insieme tale armata, e la fecero così accortamente campeggiare, che tennero forte contra l'armata napoletana, costringendola infine a cercar quartiere d'inverno altrove, senza aver fatta conquista o combattimento di qualche rilievo. Altrettanto fecero dal canto loro due nemiche armate ch'erano sul Bresciano, giacchè i Veneziani, sfidati dal duca Francesco sul principio di novembre ad una giornata campale, accettarono bensì la sfida, e furono in ordinanza di battaglia; ma poi si ritirarono, senza far altro, spargendo voce ch'esso duca non volle il giuoco. Confessa Porcello ne' suoi Commentarli [Porcelli, Comment., lib. 8, tom. 20 Rer. Italic.], benchè parziale de' Veneziani, che questi, e non già il duca di Milano, quei furono che schivarono l'azzardo del fatto d'armi. Sapeano che la fortuna andava troppo d'accordo col valore e colla militar maestria di Francesco Sforza. In questi tempi il conte Tiberto Brandolino valoroso condottier d'armi, essendo terminata la sua condotta co' Veneziani, passò colla sua gente, cioè con mille e ducento cavalli e cinquecento fanti, al servigio del medesimo Sforza. Poco esatto si scorge Lorenzo Bonincontro in iscrivendo [Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.] sotto il presente anno, che venuti a battaglia i Veneziani collo Sforza e con Lodovico marchese di Mantova, rimasero sconfitti, ed essere restati prigioni in quel conflitto sette mila cavalli, Giovanni de' Conti e molti altri capitani. Appartien questo fatto all'anno seguente, e fu di gran lunga meno il danno de' Veneziani.