MCCCCVIII
| Anno di | Cristo mccccviii. Indizione I. |
| Gregorio XII papa 3. | |
| Roberto re de' Romani 9. |
Tanto tempestarono i cardinali zelanti del ben della Chiesa, e gli ambasciatori di varii principi, che papa Gregorio contro suo genio deliberò di muoversi da Siena per passare a Lucca [Ser Cambi, Cronica di Lucca, tom. 18 Rer. Italic.], affine di maggiormente avvicinarsi all'avversario antipapa Benedetto, il quale sul fine dell'anno precedente co' suoi cardinali era venuto a Porto Venere. Fu quel verno dei più rigorosi che mai si fossero provati, perchè tutta la riviera di Genova (cosa ben pellegrina) era coperta di ghiaccio e neve; e nel territorio di Siena, affinchè potesse passare il papa [Annali di Siena, tom. 19 Rer. Ital.], bisognò rompere coi picconi il ghiaccio. Giunse egli a Lucca nel dì 26 di gennaio, e durante questa tal quale vicinanza i due contendenti del papato giocavano a chi sapea più di scherma per iscreditar l'avversario, e ributtar sopra di lui la non seguita concordia. Gregorio si copriva col mantello della paura, allegando che non v'era sicurezza per lui in luoghi marittimi, dove comandava Bucicaldo; e l'antipapa teneva al suo servigio molte galee: e in parte non aveva il torto [Vita Gregorii Papae XII, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Vicendevolmente l'antipapa, che, più astuto dell'altro, era venuto a Sarzana, ricusava ciò che Gregorio voleva, accettava ciò che era ricusato dall'altro. E proposto per luoghi di abboccamento Pietra Santa, Carrara, Lavenza, Motrone, Livorno e Pisa, gran tempo s'andò disputando, senza che mai si potessero accordar fra loro. Facevano essi un passo innanzi e due indietro, perchè sempre veniva in campo qualche sutterfugio. Per non poter di meglio, fu preso il ripiego di trattare anche in lontananza de' punti principali dell'accordo; ma data oggi una parola, domani si mutava, di modo che fu conchiuso di dar tutto in iscritto. Indarno ancor questo. Erano amendue risoluti d'ingannare l'un l'altro, e in fine il pubblico, perchè niun d'essi volea spogliarsi di quella splendida tiara, e neppure un d'essi mai si ridusse a dir chiaramente che rinunzierebbe. Durante questo conflitto, i buoni cardinali e gli ambasciatori non si davano posa per muovere due colonne fitte sulla base dell'ambizione, e si affliggevano al veder buttati al vento tanti lor passi, preghiere ed insinuazioni. Giunse anche un predicator lucchese sul pulpito alla presenza del papa fino a riprenderlo in maniera intelligibile di spergiuro, di fede mentita e di voto trasgredito. Se l'ebbe tanto a male Gregorio, che fece carcerar l'oratore ardito, e per più giorni appena il tenne vivo con un tozzo di pane e di acqua; anzi, se non era Paolo Guinigi signor di Lucca, che s'interpose, fu creduto che l'avrebbe fatto morire: cosa che alterò e stomacò forte tutta la corte pontificia. Ciò che finalmente fece sciogliere in nulla tutto questo grande apparato, l'intenderanno ora i lettori.
Dalla parte dell'antipapa Benedetto il re di Francia co' più assennati suoi consiglieri trovarono la via di scoprire il di lui finto cuore [Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital. Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]. Nel gennaio di quest'anno pubblicarono un editto, in cui era ordinato di negar l'ubbidienza all'uno e all'altro de' papi, se prima dell'Ascension del Signore, cioè del dì 24 di maggio, non era seguita l'unione. Di ciò informato Benedetto, fece nel dì 14 d'esso maggio presentare al re un breve, in cui scomunicava chi avesse rigettata la conferenza, ed approvata quella della cessione, e sottratta a lui l'ubbidienza. Di più non vi volle perchè il re col parlamento e colla Sorbona dichiarasse l'antipapa come scismatico ostinato, eretico, perturbator della pace della Chiesa, e perciò nol riconoscessero da lì innanzi per papa. Dall'altro canto avvenne che esso Benedetto, assistito da Bucicaldo governatore di Genova, spedì undici galee alla volta di Roma con disegno di sorprendere quella città, e di torla all'avversario. Il colpo andò fallito, perchè poco prima altri l'aveva occupata. E questi fu Ladislao re di Napoli, il quale, dopo aver presa per forza Ostia nel dì 16 di aprile, con possente armata di cavalleria e fanteria, e alquante galee pel Tevere, andò a mettere il campo sotto Roma [Theod. de Niem, Hist. Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Era la città difesa da Paolo Orsino: ma, lasciatosi egli guadagnar dal danaro e dalle offerte di Ladislao, ne spalancò le porte nel dì 21 d'esso mese alle milizie di lui. V'entrò poscia lo stesso re solennemente nel dì 25 sotto il baldacchino portato da' nobili romani, e gran festa ne fece il popolo. Era dianzi fuggito di Roma il cardinale di Sant'Angelo vicario del papa; ma in mano de' suoi uffiziali restò castello Sant'Angelo. Fermossi il re in Roma sino al dì 23 di giugno, nel qual tempo creò nuovi conservatori della città, e, disposto a sua voglia quel governo, se ne tornò a Napoli. Un gran dire per tal novità fu dappertutto. Papa Gregorio, per la spedizion fatta dall'avversario Benedetto delle galee a Roma, pubblicamente gliene fece un reato [Vita Gregorii XII, P. II, tom. 3 Rer. Ital.], con licenziare per questo i di lui ambasciatori, e senza voler più udire parola d'unione. All'incontro Benedetto rispondeva d'avere in ciò aderito alle istanze di Paolo Orsino, ossia de' Romani, che aveano implorato il suo aiuto, vedendo venire armato Ladislao contro della città. Il bello fu che corse sospetto [Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.] avere il re Ladislao, di concerto col pontefice Gregorio, occupata Roma a fin di disturbare il congresso fra i due papi. Almen sembra certo, per testimonianza di Teodorico da Niem [Theodor. de Niem, lib. 3. Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.], che i parenti di Gregorio, i quali raggiravano il povero vecchio papa, e frastornavano ogni buona di lui intenzione, mostrarono non poco giubilo dell'occupazion di Roma fatta da Ladislao; e questi ancora si mostrò per qualche tempo protettore di Gregorio. Nè qui si fermarono i passi del medesimo re. Le città di Perugia, Orta, Amelia, Terni, Todi e Rieti se gli diedero senza sfoderare la spada.
Per le cose suddette già s'era spenta ogni speranza dell'union della Chiesa. Un altro avvenimento si aggiunse che maggiormente sconcertò gli affari. Verso la metà di quaresima papa Gregorio si lasciò intendere di voler creare de' nuovi cardinali. Perchè ciò dava assai a conoscere quanto egli fosse alieno dalla cession del papato, e molto più perchè ciò era contrario alle promesse e al giuramento da lui fatto di non crearne, i vecchi cardinali se ne sdegnarono forte, e ricusarono d'intervenire al concistoro. Differì il papa l'esecuzion del disegno fin dopo l'ottava di Pasqua; ed allora, intimato sotto altro pretesto il concistoro, cominciò a nominar quattro nuovi cardinali. S'alzarono tosto i vecchi porporati per uscirne, e trovarono serrate le porte. Finalmente dopo gran rumore uscirono, e il papa da lì a pochi giorni preconizzò i suddetti nuovi cardinali senza l'assistenza ed approvazione dei vecchi. Da ciò prese motivo il cardinal di Liegi di ritirarsi da Lucca a Librafatta sul Pisano [Vita Gregorii XII, P. II, tom. 3 Rer. Ital.], dove corsero le genti del nipote del papa per fermarlo, e spogliarono parte della sua famiglia, e poi la sua casa in Lucca. Paolo Guinigi, che non voleva liti co' Fiorentini per la turbata giurisdizione, fece carcerare i famigliari del nipote pontificio, e permise che sei altri de' vecchi cardinali uscissero di Lucca. Si ricoverarono tutti a Pisa, spalleggiati da' Fiorentini, e pubblicamente fecero un'appellazione al concilio e papa futuro. Contra di questo appello e delle ragioni addotte da quei porporati uscirono scritture, rapportate dal Rinaldi [Raynaldus, Annal. Eccles.], per giustificar papa Gregorio, ed anch'egli dal suo canto pubblicò varii monitorii contra de' fuggiti cardinali. Al vedersi in tale stato esso papa, giudicò che non gli convenisse l'ulterior soggiorno in Lucca, e scrisse al re Ladislao [Ser Cambi, Istor., tom. 18 Rer. Ital.] che gli mandasse una convenevole scorta d'armati per guardia nel suo cammino. Si opposero i Fiorentini, e spedirono essi un corpo di gente con ostaggi per iscortarlo. Intanto si seppe che il suo avversario Benedetto, dappoichè intese come i Franzesi gli aveano sottratta l'ubbidienza, non fidandosi più di tornare ad Avignone, s'era imbarcato, ed avea [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.] nel dì 17 di giugno fatto vela, senza toccar Genova, alla volta di Perpignano. Da lui parimente, d'ordine del re di Francia, si ritirarono tutti i cardinali franzesi del suo seguito, e, passati a Pisa, si unirono qui coi cardinali ribellati a papa Gregorio. Finalmente si mosse da Lucca anche esso papa nel dì 14 di luglio, e senza inviarsi per la Romagna verso la Marca, come pareva sua intenzione, perchè da Carlo Malatesta gli venne avviso che Baldassare Cossa legato di Bologna gli tendeva insidie, andò a dirittura a Siena, dove entrato nel dì 19 d'esso mese, ricevette molti onori e finezze da quel popolo. Quivi nel settembre pubblicò una bolla contra dell'ambizioso cardinal Cossa [Raynald., Annal. Eccles.], raccontando le varie di lui iniquità, con privarlo della legazione di Bologna, e dichiararlo ribello e nemico suo. Se ne rise il Cossa, fece levar da Bologna le armi del papa, strinse in questi medesimi tempi lega co' Fiorentini per opporsi ad ogni tentativo del re Ladislao, e per sostener sè stesso nel dominio, ossia nella tirannia di Bologna, Faenza e Forlì. Dopo aver dipoi ricusato papa Gregorio [Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.] di voler assistere al concilio intimato in Pisa dai cardinali dell'una e dell'altra ubbidienza, ne pubblicò egli uno da tenersi o in Aquileia o in Romagna; fulminò ancora la scomunica e la privazion del cappello contra de' suoi nel dì 11 d'ottobre. A questi aveva egli sostituiti altri nove cardinali. Invitato poscia Gregorio a Rimini da Carlo Malatesta, colà si portò nel dì 3 di novembre, perchè non si credeva abbastanza sicuro in Siena.
Portossi in quest'anno a Genova Gabriello Maria Visconte cacciato da Milano, per fare istanza a quel governatore di ottanta mila fiorini d'oro a lui dovuti da' Fiorentini per la cession di Pisa, dei quali era mallevadore lo stesso Bucicaldo, e per dimandarne rappresaglia. Tenuto fu a mano alquanti dì, finchè Bucicaldo, che non era allora in Genova, restò informato di tutto, e mandò al suo luogotenente le risoluzioni sue [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Fu dunque per ordine di lui preso Gabriello nel dì 16 di novembre; ed essendogli apposto, che fosse ito a Genova a petizion di Facino Cane per togliere quella città ai Guelfi, e darla ai Ghibellini, messo alla corda, con belle promesse fu indotto a confessare il fatto, di cui era affatto innocente [Ser Cambi, Istor., tom. 18 Rer. Ital.]. Gli fu poi tagliata la testa nel dì 25 di dicembre; tutto il suo avere fu occupato, e Bucicaldo pretese poi dai Fiorentini la gran somma da loro dovuta a quell'infelice giovane. Non più di ventidue anni avea egli allora, e ben conobbe ognuno che non era cosa da lui il trattato che gli fu apposto; laonde per tanta ingordigia ed iniquità crebbe il discredito di Bucicaldo, il quale nell'anno presente, inerendo agli ordini del re di Francia, levò l'ubbidienza all'antipapa Benedetto. Giurò ben di farne vendetta Facino Cane, e mantenne poi la promessa. In mezzo alle guerre civili si trovava intanto Giovanni Maria Visconte duca di Milano, e specialmente odio grande nudriva contra di lui il suddetto Facino, perchè, chiamato a Milano, corse pericolo d'essere tradito e di lasciarvi la vita. La fuga il salvò, e da lì innanzi si dichiarò nemico non solamente del duca, ma anche di Filippo Maria conte di Pavia, suo fratello. Se l'intendeva egli con Castellino Beccaria, prepotente cittadino di Pavia, ed amendue tramarono quanti inganni poterono per mettere le mani addosso al prefato Filippo Maria giovane inesperto. Ma il governator del castello, in cui stava ristretto esso Visconte, nol volle mai lasciar uscire di là; e perchè alla salvezza di questo principe contribuì non poco Francesco Carmagnuola, allora soldato di lui, col tempo ascese poi a grandi onori, siccome vedremo [Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]. Ora Facino Cane, unito con Teodoro marchese di Monferrato, con Astorre Visconte occupator di Monza, con Francesco Visconte ed altri nobili milanesi Ghibellini fuorusciti, gran guerra fece in quest'anno al duca Giovanni Maria e ai Guelfi allora dominanti in Milano, de' quali era capo Antonio Visconte. In tali angustie fu consigliato il duca di appoggiarsi alla potente casa de' Malatesti, cioè a Carlo signor di Rimini, uno de' più saggi e prodi signori che si avesse allora l'Italia, e a Pandolfo Malatesta signore di Brescia, il quale nell'anno presente entrò ancora in possesso della città di Bergamo, a lui venduta da Giovanni de' Soardi [Corio, Istor. di Milano.]. Per istrignere poi maggiormente questa lega ed amicizia, il duca nel dì 8 di luglio prese per moglie Antonia, figliuola di Malatesta de' Malatesti signor di Cesena, la quale dimorava allora in Brescia presso Pandolfo suo zio. Avendo egli in fatti eletto per suo governatore e difensore Carlo Malatesta, questi senza perdere tempo pose l'assedio al castello di Milano, detenuto allora da Gabriello Visconte menzionato di sopra e da Antonio Visconte. Furono costoro obbligati alla resa. Il Corio scrive nel mese di novembre, ma il Delaito, scrittore contemporaneo, mette ciò nel mese di febbraio. Gabriello fu inviato a' confini in Piemonte, e fece poi la morte che abbiam detto. Antonio Visconte fu inviato a Ferrara, ma poi, richiamato a Milano, ivi perdè la vita. Con tutta nondimeno l'assistenza dei Malatesti, il duca di Milano si trovò per tutto quest'anno in gravissime angustie per la smoderata carestia che affliggeva la città di Milano e il resto de' suoi Stati, e per le forze de' nemici suoi, cioè di Facino Cane, che, impadronitosi di Novara, da quella parte gli era addosso con potente esercito, e di Astorre Visconte, che con altra armata scorreva di tanto in tanto sino alle porte di Milano. Anche Giovanni da Vignate tiranno di Lodi gli mosse guerra. Monza indarno fu assediata, e finì l'anno senza che alcun alleviamento si provasse a tante discordie e guai.
In questi tempi Ottobuono de' Terzi tiranno di Parma e di Reggio, non volendo stare in ozio, fece nel mese d'aprile una irruzione nuova nel territorio di Modena [Delayto, Annal.] mettendo tutto a sacco, senza riguardo alla pace che durava col marchese Niccolò di Ferrara, e senza disfida alcuna. S'interposero i Veneziani per acconciar questa briga, ma Ottobuono, sentendosi forte di gente, e voglioso di vivere alle spese altrui, rendè inutili i lor buoni uffizii, e continuò col suo mal talento contra dell'Estense, a ciò attizzato ancora da Carlo da Fogliano signore di molte terre del Reggiano. Tirò ancora nel suo partito Francesco signore di Sassuolo. Il perchè, determinatosi il marchese Niccolò di opporre forza a forza, cominciò ad armarsi, e fra gli altri condusse al suo soldo dalla Toscana Sforza da Cotignuola con ducento cinquanta uomini d'armi (il Corio dice con settecento cavalli) e il dichiarò suo capitan generale. Fece Ottobuono quanto potè per coglierlo nel venire ch'egli faceva da Bologna a Modena; ma Sforza, uomo accorto, prevenuto lo aguato, arrivò felicemente in Modena, e poscia uscito per la porta di Bazovara, attaccò una mischia col tiranno, obbligandolo, dopo due ore di combattimento, a ritirarsi come in isconfitta. Anche in Romagna furono de' movimenti di guerra. Baldassarre Cossa cardinale legato di Bologna, in tempo che il conte Alberico di Barbiano, gran contestabile, era in Roma a' servigi del re Ladislao, mosse guerra alle di lui terre della Romagna; gli tolse Tosignano, Orivolo e Castel Bolognese. Per istigazione sua ancora e col braccio suo Lodovico conte di Zagonara occupò al conte Manfredi di Barbiano, benchè suo parente, le terre di Lugo, Conselice e Sant'Agata. Parimente Guido-Antonio conte d'Urbino s'impossessò nel mese di luglio della città d'Assisi per volontaria dedizione di que' cittadini, che si trovavano infestati dalle armi del re Ladislao. Nel maggio ancora di quest'anno, perchè non si potea più durare alle insolenze di Ottobuon de' Terzi, fecero insieme lega in Mantova contra di lui Giovanni Maria duca di Milano, Gian-Francesco Gonzaga signore di Mantova, Niccolò d'Este marchese di Ferrara, Pandolfo Malatesta signor di Brescia e Bergamo, e Gabrino Fondolo signor di Cremona; le cui genti nel dì 19 di giugno presso il Castelletto nel territorio di Cremona diedero la rotta ad un corpo di gente del medesimo Ottobuono, con far prigioni trecento tra cavalli e fanti. Uscì poscia in campagna nel mese di luglio Niccolò marchese coll'esercito suo contra del tiranno, e alla sua comparsa Francesco da Sassuolo, Azzo da Rodeglia e i Canossa di Reggio voltarono mantello, e si diedero ad esso marchese. Dopo di che egli passò a Rubbiera posseduta dai Boiardi, e cominciò le ostilità contra di Ottobuono, il quale, nel dì 8 di agosto, fece tagliar la testa a settantacinque uomini di Parma e Borgo San Donnino, imputati di sedizione contra di lui: il che maggiormente fece riguardarlo come un mostro di crudeltà per tutta Italia. Ma nel novembre Sforza Attendolo generale del marchese, avendo fatta una scorreria sul Parmigiano, cadde in un agguato di Ottobuono, e ne seguì un duro combattimento colla peggio d'esso Sforza. In quest'anno Martino re d'Aragona diede una terribile sconfitta ai popoli della Sardegna [Hist. Sicula, tom. 24 Rer. Ital.]; ma nel dicembre morì in Cagliari Martino il giovane suo figliuolo re di Sicilia.