MCCCCXLV
| Anno di | Cristo mccccxlv. Indiz. VIII. |
| Eugenio IV papa 15. | |
| Federigo III re de' Romani 6. |
Fra il duca di Milano e Francesco Sforza suo genero parve nel precedente anno restituita buona armonia, per quanto abbiamo veduto. Ma intervenne accidente che affatto la guastò. Dappoichè mancò, colla morte di Niccolò Piccinino, ad esso duca un raro generale delle sue armi, mise egli il guardo sopra Ciarpellione, cioè sopra il più accreditato capitano che si avesse allora Francesco [Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 6, tom. 21 Rer. Ital.], e segretamente cominciò a trattare con lui, per torlo al conte e farlo venire a Milano. Trapelò questo trattato, e se ne crucciò forte il conte, il quale, fidandosi poco del suocero duca, perchè assai ne conosceva l'umore, temeva anche dei malanni, se lasciava partire chi era stato partecipe di tutti i suoi segreti. Fece pertanto mettere prigione nella fortezza di Fermo Ciarpellione, e processarlo per varie sue iniquità [Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]. Dopo di che nel dì 29 di novembre dell'antecedente anno il fece impiccare, con ispargere voce d'aver egli macchinato contro la vita del medesimo conte. Altamente si chiamò offeso per questo fatto il duca, e protestò di volersene vendicare. Francesco di tutto informò i Veneziani e Fiorentini, a' quali piacea più di vederlo nemico che amico del suocero. Si partì ancora dall'amicizia di esso conte Sigismondo Malatesta signore di Rimini, tuttochè genero del medesimo. Vagheggiava egli da gran tempo Pesaro e Fossombrone, goduti da Galeazzo Malatesta, cioè da chi era privo di figliuoli; anzi s'era già provato colla forza, ma indarno, d'impadronirsene [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital. Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.]. Avvenne che, per interposizione di Federigo conte d'Urbino, vendè Galeazzo al conte Francesco essa città di Pesaro per venti mila fiorini d'oro, con che Alessandro Sforza fratello del conte sposasse Costanza sua nipote, e divenisse padrone di quella città. Fossombrone eziandio fu venduto al conte Federigo per tredici altri mila fiorini. Era già per varii motivi mal soddisfatto lo Sforza di Sigismondo suo genero, uomo anche per altro conto di coscienza guasta; e però senza alcun riguardo verso di lui fece il suo negozio. Che disdegno e rabbia per questo provasse Sigismondo, non si può assai dire. Mosse da lì innanzi cielo e terra contra del conte Francesco, tanto presso il pontefice, quanto presso il re Alfonso e il duca di Milano. Spezialmente questo suo sdegno piacque al duca, per potere valersi di lui contra dello Sforza. Ora Filippo Maria co' suoi maneggi tanto fece, che papa Eugenio IV prese Sigismondo al suo soldo, e facendo sperare coll'aiuto proprio e d'esso signore di Rimini assai facile al papa il riacquistare Bologna, a poco a poco accese il fuoco d'una nuova guerra. Nè penò molto a tirarvi anche il re Alfonso, perchè la città di Teramo s'era data al conte Francesco; e Giosia Acquaviva ed altri del suo regno, ribellatisi a lui, si erano uniti col medesimo conte. Mentre questi concerti di guerra si andavano facendo, uno strepitoso accidente avvenne in Bologna [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Era in quella città in alta stima Annibale de' Bentivogli, perchè riguardato come glorioso liberatore della sua patria. Ma la invidia, nata, per così dire, col mondo, il facea mirar con occhio bieco da Baldassare da Canedolo, da' Ghiselieri e da alcuni altri cittadini. Andò tanto innanzi questa cieca passione, che costoro determinarono di levargli la vita. Fu invitato il Bentivoglio nel dì 24 di giugno, festa di san Giovanni Batista, da Francesco Ghiselieri, a tenergli un suo figliuolo al sacro fonte. Finita la funzione, ed usciti che furono di chiesa, Baldassare e gli altri congiurati, avventatisi addosso al Bentivoglio, con varie ferite lo stesero morto a terra [Annales Placentini, tom. 20 Rer. Ital.]. Poscia andarono in traccia d'alcuni altri amici di lui, e gli uccisero. Per questa enorme indegnità si levò a rumore tutto il popolo contro i micidiarii; diede il sacco alle lor case e le bruciò. Batista da Canedolo, benchè non intervenuto a quell'orrido fatto, indarno fece resistenza all'infuriato popolo, che trovatolo il tagliò a pezzi [Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]; e quanti amici de' Canedoli vennero in mano d'esso popolo, rimasero vittima del loro furore. Che tal novità fosse fatta con intelligenza del duca di Milano, si conobbe tosto, perch'egli si dichiarò protettore de' Canedoli, e nel dì 26 di giugno Taliano Furlano capitano d'esso duca, che stanziava in Romagna con mille e cinquecento cavalli e cinquecento fanti ducheschi, entrò tosto nel Bolognese in aiuto de' Canedoli; ma ritrovatili o morti o sbandati, da lì a poco cominciò la guerra al Bolognese, e prese varii luoghi. Altrettanto ancora fecero Luigi da San Severino e Carlo da Gonzaga, altri capitani del medesimo duca. Ora i Fiorentini, siccome collegati de' Bolognesi, nel dì 27 di luglio spedirono in loro aiuto Simonetto con cinquecento cavalli e ducento fanti. Anche i Veneziani inviarono colà Taddeo marchese d'Este con altra gente. S'ingrossarono intanto sempre più le milizie del duca di Milano sul Bolognese, e corsero sino alle porte della città; ma null'altro di considerabile accadde in quelle parti nell'anno presente, fuorchè la presa di alcuni castelli, fra i quali il più importante fu San Giovanni in Persiceto, occupato nel dì 9 di settembre da Luigi da San Severino.
Abbiam veduto poco fa rimesso in grazia di papa Eugenio il conte Francesco Sforza, e stabilito accordo fra loro. Pure questo pontefice, quasi che i patti durar dovessero finchè gli tornava a conto il non romperli, appena si vide animato ed assistito dal duca di Milano, che ripigliò le armi contra di lui, e seco fu anche il re Alfonso. Ora il conte [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 8, tom. 21 Rer. Ital.], giacchè Sigismondo signor di Rimini s'era dichiarato nemico suo, dopo avere ricevuto da' Fiorentini soccorso di danaro, andò a mettere l'assedio alla ricca terra di Meldola, che gli costò molto tempo e fatica. L'ebbe a forza di armi nel dì 17 oppure 22 di luglio [Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], e col sacco, crudelmente ad essa dato, si arricchirono tutti i suoi soldati. Ma nel dì 10 d'agosto [Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.] la città d'Ascoli nella Marca gli si ribellò, e tagliato a pezzi Rinaldo Fogliano, fratello uterino del conte Francesco, si diede al pontefice. Così, per le forti istanze di Sigismondo, comparvero dipoi in suo aiuto Taliano Furlano, Malatesta signor di Cesena ed altri capitani con ischiere numerose di cavalleria e fanteria, che seco si unirono. Finalmente anche il papa e il re Alfonso mandarono le lor genti nella Marca per impadronirsene affatto. In mezzo a questi due fuochi si trovava il conte, e con forze troppo disuguali. Tuttavia, conoscendo in maggior pericolo la Marca, lasciata parte delle sue milizie sotto il comando di Federigo conte d'Urbino, coll'altra marciò colà; e all'arrivo suo si ritirarono tosto Lodovico patriarca di Aquileia cardinale legato del papa, e Giovanni da Ventimiglia generale del re Alfonso. Ed eccoti arrivare in essa Marca anche Taliano, creato generale dal duca di Milano, con Sigismondo Malatesta, con Malatesta signor di Cesena ed altri capitani, che cominciò a strignere dall'una parte lo Sforza, e cercava le vie di unirsi dall'altra alle soldatesche del papa e del re. Intanto nel dì 15 d'ottobre Rocca Contrada, una delle migliori fortezze che si avesse il conte in quelle contrade, ribellatasi, venne in mano di Sigismondo, ossia del pontefice. Il perchè, peggiorando ogni dì più gl'interessi del conte, prese questi il partito di salvar la gente con ridursi di nuovo a Pesaro, dove avea lasciata Bianca Visconte sua moglie. Raccomandate adunque ad Alessandro suo fratello le città di Fermo e di Jesi, che restavano a lui ubbidienti, sen venne sul territorio d'Urbino, da dove col conte Federigo fece guerra a Sigismondo Malatesta, togliendo a lui alcune castella. Ma nel dì 26 di novembre il popolo di Fermo, avendo prese l'armi, ne cacciò il presidio del conte, e si sottomise alle armi del papa; e da lì a qualche tempo si rendè loro anche la rocca appellata il Girofalco venduta da Alessandro Sforza, per non poterla sostenere. Sicchè la sola città di Jesi restò in potere del conte, con essersi perdute tutte le altre terre. Nel dì 12 di marzo di quest'anno passò all'altra vita [Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.] Gian-Giacomo marchese di Monferrato, e i suoi Stati pervennero al marchese Giovanni suo primogenito. Un altro suo figliuolo appellato Guglielmo, condottier d'armi in questi tempi, era al servigio del duca di Milano.