MCCCCXXIX
| Anno di | Cristo mccccxxix. Indiz. VII. |
| Martino V papa 13. | |
| Sigismondo re de' Romani 20. |
Felice riuscì quest'anno alla Chiesa di Dio, perchè in fine si schiantarono affatto le radici del non mai ben estinto in addietro scisma d'Occidente [Raynaldus, Annal. Eccles. Bzovius.]. Dopo tante difficoltà incontrate fin qui con Alfonso re d'Aragona, il quale volea vendere con proprio vantaggio l'antipapa Egidio Mugnos ossia Mugnone, che tuttavia ostinato risedeva nel castello di Paniscola, riuscì al buon papa Martino, per mezzo del cardinale di Fox suo legato, di vincere l'animo del re, e d'indurlo ad abbandonare quell'idolo. Perciò Egidio, deposte le usurpate insegne del papato, venne, sul fine di luglio, ad una solenne rinunzia, ed ebbe per grazia di essere creato vescovo di Maiorica. Portatane la nuova a Roma, riempiè di giubilo quella sacra corte, e tutti i buoni del cristianesimo. Durava intanto la ribellione di Bologna [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], e Jacopo Caldora generale del papa, con cui era unito Antonio de' Bentivogli, la teneva ristretta, badaluccando e dando varii assalti, ma in vano tutti. Seco ancora fu Niccolò da Tolentino, che cercava le maniere di rifarsi contra de' Bolognesi dell'affronto e danno patito nell'anno antecedente, e prese loro Castelfranco. Buona parte del presente anno seguitò questa guerra, e varii tentativi furono fatti in Bologna dai parziali della Chiesa e del Bentivoglio per darsi al papa, ma che costarono la vita a chi gli ordì o ne fu complice. Finalmente, dopo essere stati a parlamento più volte gli ambasciatori di Bologna coi ministri del pontefice, nel dì 30 d'agosto si venne ad un accordo, per cui Bologna ritornò alla ubbidienza del papa con alcuni capitoli vantaggiosi a quel popolo. A tenore di questo aggiustamento, nel dì 25 di settembre entrò in quella città il cardinal Conti legato, che ne levò l'interdetto, e ristabilì quivi il governo pontificio. Secondo gli Annali di Forlì [Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], nel dì 12 di dicembre anche la città di Fermo colla rocca tornò in potere di papa Martino V per dedizione di que' cittadini. Altrettanto fece anche Città di Castello in Toscana. Giunse al fine di sua vita in questo anno a dì 14 di settembre [Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.] Carlo Malatesta signore di Rimini, mentre si trovava in Longiano, lasciando dopo di sè il credito di essere stato signor savio in pace, ma sventurato in guerra. Gli succederono Roberto, Sigismondo e Malatesta Novello, figliuoli tutti bastardi di Pandolfo Malatesta suo fratello, il primo in Rimini, un altro in Fano ed un altro in Cesena. Passò anche all'altra vita nel dì 19 di dicembre [Billius, Hist., lib. 7, tom. 19 Rer. Ital.] Malatesta signore di Pesaro, altro suo fratello. Avea questi dopo la morte di Carlo preteso, siccome legittimo, d'escludere i nipoti bastardi dalla di lui eredità, con far anche ricorso per questo a papa Martino. In sua parte nulla ottenne, e solamente servirono le istanze sue a fare che il papa, inviate colà l'armi sue, s'impadronisse d'alcune terre, siccome dirò all'anno seguente.
Ebbero in quest'anno non poche faccende i Fiorentini [Ammirat., Istoria di Firenze, lib. 19. Billius, Histor., lib. 7, tom. 19 Rer. Ital.], perchè volendo imporre la gravezza del catasto a tutti i loro distrettuali, che erano smunti di troppo per la passata guerra, e pretendendo il popolo di Volterra di doverne essere esente, si sollevò e ribellossi. Fecero i priori di Firenze marciare a quella volta Niccolò Fortebraccio, nipote del famoso Braccio, che colle sue genti, dopo la pace del duca di Milano, era tornato in Toscana, ed egli pose il campo intorno alla rivoltata città. Poco tempo potè resistere quel popolo, e, venuto a composizione colla corda al collo, perdè in tal congiuntura molti suoi privilegii, con divenire più pesante di prima il loro giogo. Erano da molto tempo sdegnati essi Fiorentini contra di Paolo Guinigi signore ossia tiranno di Lucca, perchè, dopo aver preso impegno di dare ai lor servigi nella guerra di Lombardia Ladislao suo figliuolo con settecento cavalli, l'avea poi trasmesso al soldo del duca di Milano contra di loro. Venne l'occasione di vendicarsene. Dopo l'impresa di Volterra, per loro segreta istigazione, come fu creduto, si portò il suddetto Niccolò Fortebraccio coi suoi combattenti sul territorio di Lucca, e cominciò a prendere alcune castella, e a mettere a sacco quelle contrade. Spedì il Guinigi a Firenze per pregar quei signori di comandare a Fortebraccio loro soldato che cessasse da tali ostilità; e n'ebbe per risposta, che di loro volontà non s'era fatto quel movimento, e che potevano ben pregare, ma non comandar che cessasse. Intanto il Fortebraccio andava scrivendo a Firenze, dargli l'animo di sottomettere Lucca, e che questo era il tempo di fare un acquisto per tanto tempo desiderato, e non mai eseguito da essi Fiorentini. Proposto nel gran consiglio questo affare, ancorchè non mancassero molti che dissuadessero tale impresa, pure prevalse la gelosia dei più, perchè già si tenevano in pugno Lucca, il cui possesso sarebbe riuscito di mirabil vantaggio ed accrescimento alla loro potenza. Adunque nel dì 15 di dicembre fu determinata la guerra contra di Lucca, e si diedero gli ordini al Fortebraccio d'imprenderla a nome della repubblica: al qual fine il rinforzarono di gente da tutte le bande. Ma, venuto il verno, convenne differir lo sforzo delle ostilità alla stagion migliore. In Genova furono ancora in quest'anno dei disturbi per cagione di Barnaba Adorno [Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], il quale tentò di occupare il castelletto di quella città con un corpo di gente delle ville circonvicine. Andò a voto il suo disegno; e per questa cagione il duca di Milano inviò colà con una man d'armati Niccolò Piccinino valente capitano, che già a gran passi s'introduceva nella grazia e stima di quel principe. Negli stessi tempi [Istor. Napolet., tom. 23 Rer. Ital.] Jacopo Caldora, tornato dalla spedizion di Bologna in regno di Napoli, fu creato dalla regina Giovanna duca di Bari, crescendo talmente la sua potenza, che già comandava a tutto l'Abbruzzo.