MCCCCXXXVI

Anno diCristo mccccxxxvi. Indiz. XIV.
Eugenio IV papa 6.
Sigismondo imperadore 4.

Fin qui avea papa Eugenio tenuta la sua residenza in Firenze, onorato e rispettato da quel popolo, a cui non poco tornava il conto d'aver presso di sè la corte pontificia. I Romani, all'incontro, che dopo la fuga del medesimo papa, oltre al provare un cattivo governo, miravano crescere ogni di più la lor povertà [Petroni, Istor., ubi supra.], perchè privi delle rugiade papali, gli spedirono nel gennaio di quest'anno ambasciatori, pregandolo con tutta la sommessione a ritornarsene alla sua sede. Ma il pontefice, troppo ricordevole del recente affronto a lui fatto, li mandò in pace senza volerli consolare. All'incontro, considerando più convenevole alla sua dignità l'abitare in una città propria, che in casa altrui, prese la risoluzione di trasferirsi a Bologna. Si mosse dunque da Firenze nel dì 18 d'aprile [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], e nel dì 22 fece la sua solenne entrata in essa città di Bologna. Qualche dissapore poi dovette insorgere fra esso pontefice e il conte Francesco Sforza, il quale colle sue genti era in Romagna. Per ordine del medesimo Eugenio [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Ital.] avea questi fatto l'assedio di Forlì, e costretto Antonio degli Ordelaffi a dimettere quella città, che tornò all'ubbidienza pontificia nel dì 24 di luglio. Perciò andavano tutte le cose a seconda dei desiderii d'Eugenio, se non che gli stava sul cuore la marca d'Ancona posseduta da esso conte, e cominciò a pentirsi d'avergliene conceduto il vicariato. Questo fu creduto il motivo per cui si diede a cercar da lì innanzi le vie di abbatterlo. Fece in questo mentre guerra ai conti di Cunio, e, tolta loro la nobil terra di Lugo, la donò a Lionello figliuolo di Niccolò Estense marchese di Ferrara. Baldassare da Offida podestà di Bologna, uomo scelleratissimo, fu il suo generale oppur commessario a tale impresa; nè il conte vi fu invitato. Solamente egli vi mandò parte delle sue truppe senza poi poterle riavere. Se l'intendeva costui con Niccolò Piccinino, generale del duca di Milano, emulo, anzi nemico del conte, il quale si trovava allora a Parma con gran gente, sollecitandolo affinchè venisse contra del medesimo conte. Andava allora anche il papa d'accordo col duca di Milano. Nè questo gli bastò. Avendo saputo che esso conte dimorava senza sospetto e guardie a Ponte Polledrano, perchè gli erano ignoti i pensieri del papa, si mise in procinto di sorprenderlo quivi, e di farlo prigione nel dì 24 di settembre [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]. Fu per buona ventura segretamente avvisato il conte da Niccolò cardinale di Capoa di quel che si tramava contra di lui; nè tardò a muoversi di là, e a deludere il disegno di chi gli volea male. Ma intercette poi lettere dell'Offida al Piccinino, tendenti alla propria rovina, senza potersi più contenere, segretamente messe in marcia le sue truppe, gli fu all'improvviso addosso, lo sconfisse, e spogliò quanti erano con lui. Se ne fuggì l'Offida a Budria; ma, colà portatosi il conte, l'ebbe nelle mani, e il mandò poi prigione nel girone di Fermo, dove lo scellerato fece quel fine che avea meritata la sua vita. Non mancò papa Eugenio di mandar persone al conte per certificarlo che senza sua contezza l'Offida gli avea tramute quelle insidie; ma Francesco credette quello che a lui parve.

Per la perdita di Genova non si sapea dar pace Filippo Maria duca di Milano [Giustiniani, Istor. di Genova.]. Subito che la stagion lo permise, spedì Niccolò Piccinino a quella volta coll'armata, sperando di ricuperar la città, giacchè si sosteneva tuttavia in mano delle sue genti il Castelletto. Ma Niccolò non giunse a tempo; il Castelletto assediato, e con più assalti tentato dal popolo di Genova, prima ch'egli giugnesse, capitolò la resa, con che svanirono tutte le speranze del duca. Voltò il Piccinino le armi contro la riviera d'occidente, con saccheggiar tutto il paese; assediò la città d'Albenga, ma non gli riuscì di mettervi dentro i piedi. In questo mentre i Genovesi aveano creato loro doge Isnardo Guarco, che non durò se non sette giorni in quella dignità, perchè Tommaso da Campofregoso il cacciò di sedia, e si fece di nuovo proclamar doge. Entrarono poscia i Genovesi in lega co' Veneziani e Fiorentini. Veduto che ebbe Niccolò Piccinino che nulla di sodo si potea conquistare nel Genovesato, passò, d'ordine del duca, in Toscana, giacchè i fuorusciti di Firenze con lusinghiere speranze gli faceano credere sicuri molti vantaggi. Ma non dormivano i Fiorentini [Ammirat., Istoria di Firenze, lib. 20.]. Presero essi al loro soldo, e con titolo di generale, il conte Francesco Sforza, il quale non tardò a comparire colà colle sue soldatesche, e andò a postarsi a Santa Gonda per impedire il passaggio dell'Arno al Piccinino, arrivato sul Lucchese. Niun tentativo fu fatto da esso Piccinino, eccettochè contro la terra di Barga, che egli assediò durante il verno. Ma avendo i Fiorentini dato ordine al conte Francesco di darle soccorso [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.], egli spedì colà Niccolò da Pisa, Pietro Brunoro e Ciarpellione con due mila e cinquecento uomini, che nel dì 8 di febbraio dell'anno seguente misero in rotta Piccinino, e fra gli altri fecero prigione Lodovico Gonzaga, figliuolo di Gian-Francesco marchese di Mantova, il qual poscia volle militare sotto le bandiere sforzesche. Imbarcatosi intanto il re Alfonso nelle galee speditegli da don Pietro suo fratello, con esse giunse nel dì 2 di febbraio a Gaeta [Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]. Quivi s'andò disponendo per far guerra nel regno. Jacopo Caldora duca di Bari era il solo, in cui avessero speranza i Napoletani. Ma costui, avvezzo a pensare più a' proprii che agli altrui vantaggi, ito in Abbruzzo per raunar gente, sì fattamente disgustò quei popoli, che Sulmona, Cività di Penna ed altre terre alzarono le insegne del re di Aragona. Tornò poi Sulmona all'ubbidienza del re Renato, e Cività di Penna presa dal Caldora fu messa a sacco. Portò esso Caldora la guerra dipoi in Puglia contro del principe di Taranto, con assediar Barletta e Venosa, ma senza profitto. Menicuccio dall'Aquila, che avea preso soldo nell'esercito del re d'Aragona, prese Pescara: lo che fu cagione che anche la città di Chieti si ribellasse; e, quantunque il Caldora mettesse il campo a questa città, pure altro non potè fare che saccheggiar il paese d'intorno. Giovanni dei Vitelleschi patriarca di Alessandria in questi tempi, dimentico della cherica, la facea da generale d'armata pel sommo pontefice. Essendochè i Colonnesi e Savelli inquietavano forte Roma [Petroni, Istor., tom. 24 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.], portò loro addosso nel mese di marzo la guerra, con prendere e disfare Savello, Albano ed altre loro terre. Assediò Palestrina; nè di quella sola s'impadronì, ma anche di Zagarolo, e d'altre terre di Lorenzo Colonna, costringendolo a ricoverarsi a Terracina. Quel che è più, il conte Antonio da Pontadera, condottier d'armi, che teneva in ischiavitù la Campagna di Roma, nel dì 15 di maggio restò dalle genti d'esso patriarca sbaragliato e preso. Fu condotto a Piperno, dove, per ordine del patriarca, gli fu mozzato il capo. Queste prodezze del Vitellesco, e molte altre terre da lui prese e saccomanate, tuttochè non molto convenevoli a persona di chiesa, pure portarono la pace e quiete a Roma, e ai suoi contorni; di modo che, essendo egli andato a Roma nel dì 29 d'agosto, dal popolo romano fu ricevuto come in trionfo, e gli furono anche donati mille e ducento fiorini in una coppa d'oro. Per questo andò crescendo la di lui superbia, con divenir non di meno maggiore la sua crudeltà.