MCCCCXXXVIII

Anno diCristo mccccxxxviii. Indiz. I.
Eugenio IV papa 8.
Alberto re de' Romani 1.

Diedesi principio nel dì 8 di questo anno al concilio generale intimato da papa Eugenio IV in Ferrara, di cui fu presidente il piissimo cardinale Niccolò Albergati [Raynaldus, Annal. Eccles. Labbe, Concil., tom. 12.]. Nella prima sessione, tenuta da pochi prelati, si dichiarò terminato il concilio di Basilea, e furono annullati assai decreti da esso fatti senza l'approvazione del papa. Per maggiormente accreditar questa sacra raunanza il pontefice Eugenio volle intervenirvi in persona, e però, partito da Bologna, fece nel dì 27 d'esso mese la sua solenne entrata in Ferrara, addestrato dal marchese Niccolò d'Este; e poscia continuò le sessioni, per distruggere ciò che andavano tessendo i vescovi tuttavia ostinati nel concilio di Basilea. Invitati avea Eugenio a Ferrara i Greci, che già si mostravano propensi all'unione colla Chiesa latina, perchè ne speravano soccorsi contra de' Turchi, i quali già minacciavano l'ultimo sterminio all'imperio cristiano di Oriente [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.]. In fatti nel dì 4 di marzo giunse a Ferrara Giovanni Paleologo imperadore de' Greci, che fu accolto con sommo onore dai cardinali e dal marchese. Magnifico ancora era dianzi stato l'accoglimento fatto a lui in Venezia da quella repubblica. Comparve poscia a Ferrara anche il patriarca di Costantinopoli nel dì 8 di marzo, trattato anch'egli con grande onorificenza. Questi menò seco molti vescovi ed arcivescovi greci. Si cominciarono dunque le conferenze intorno agli articoli di domma e di disciplina, per li quali erano discordi le Chiese greca e latina; e furono tenute molte sessioni con dispute calde fra le due nazioni. Nel qual tempo al dispetto del sommo pontefice continuando i vescovi di Basilea il loro concilio, giunsero sino a formare un decreto, in cui si attribuirono l'autorità di sospendere l'autorità e giurisdizione di papa Eugenio, ed anche di processarlo. Alberto duca d'Austria, siccome erede del defunto imperador Sigismondo, per essere marito di Isabella di lui figliuola, nel dì primo di quest'anno fu coronato re d'Ungheria insieme colla moglie [Naucler., Gen. 48. Æneas Sylvius, Hist. Bohem.]. Susseguentemente dagli elettori nella città di Francoforte nel dì 20 di marzo fu concordemente eletto re de' Romani, e poco dappoi coronato in Aquisgrana. Ebbe dei contrasti per la corona di Boemia, di cui non di meno restò pacifico possessore: con che la già grande potenza dei duchi d'Austria crebbe di molto, ma per poco tempo a cagione della corta vita di questo principe. Mal soddisfatti si trovavano i Fiorentini della lor lega co' Veneziani, parendo loro che quelli pensassero unicamente al loro vantaggio, come era succeduto in addietro, e neppure avessero caro che Lucca venisse alle lor mani [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital. Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital. Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 21.]. Spedirono a Venezia Cosimo de Medici; nè spediente vi fu per una buona concordia; sicchè raffreddossi forte la loro lega. Anzi il Sanuto [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.] scrive che questa andò per terra. Intanto il duca Filippo Maria inviò lettere e messi in Toscana al conte Francesco Sforza per ritrarlo al suo servigio: al qual fine principalmente fu adoperata la possente batteria delle nozze con lui di Bianca unica figliuola del duca medesimo, non però atta per anche al matrimonio, che gli si faceano credere immancabili. Inoltre il pregò d'interporsi coi Fiorentini, acciocchè lasciassero in pace la città di Lucca, raccomandata ad esso duca: altrimenti non poteva dispensarsi dall'inviare colà l'armi sue per liberarla dai loro insulti. Accordossi il conte col duca, e i Fiorentini, che di buon'ora s'erano accorti del maneggio, e lo riseppero anche dal conte, che era signor saggio e d'onore, presero anch'essi il partito di levar le offese da Lucca nel dì 28 di marzo, e di trattar accordo coi Lucchesi. In fatti, essendo intervenuti gli ambasciatori del duca, ne seguì pace, con restare a Lucca il solo piano di sei miglia, e il resto delle castella prese in potere de' Fiorentini: pace perciò molto disgustosa ai Lucchesi, ma necessaria in sì scabrose contingenze alla lor salvezza.

Filippo Maria Visconte fu principe professore d'una strana politica. Prometteva oggi per mancar di fede domani. Le vampe della vendetta e dell'ambizione tali erano in lui, che per qualunque pace non mai si estinguevano in suo cuore. Perciò familiari a lui erano le finzioni e le cabale per offendere altrui, e per mostrarsi innocente di quelle offese. S'era egli pacificato con papa Eugenio; ma si vide ben presto sollecitare ed animare per mezzo de' suoi ambasciatori il concilio di Basilea contra di lui. Peggio poi fece, siccome fra poco dirò. Avea tirato dalla sua di nuovo il conte Francesco Sforza con tale apparenza di voler effettuare il matrimonio di sua figliuola con lui, ch'era fin giunto a far tagliare le vesti e a pubblicar l'invito per quelle nozze; eppure era dietro a burlarlo. Si mostrava eziandio in apparenza amicissimo del re Alfonso; ma perchè il re non avea eseguito quanto largamente gli avea promesso in Milano, l'odiava, e sembrava sospirare la di lui rovina. Adunque per soddisfare a queste segrete passioni, facendo vista che Francesco Sforza fosse in sua libertà, gl'insinuò occultamente di passare con pretesti nel regno di Napoli a sostenere il partito del re Renato d'Angiò, e pubblicamente il pregò nel medesimo tempo [Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.] di non offendere il re d'Aragona, come considerato da lui pel maggiore amico ch'egli avesse al mondo. Fece nello stesso tempo credere ad Alfonso d'essere con lui [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 4, tom. 21 Rer. Italic.], coll'inviare Francesco figliuolo di Niccolò Piccinino con un corpo di truppe, in aiuto del re medesimo. Ma costui giunto che fu ad Ascoli, unito coi fuorusciti di quella città, si perdè a saccheggiar quel paese, e, se non era il conte Francesco che inviasse soccorso a quei cittadini, Ascoli si perdeva. Tentò il giovane Piccinino anche Fermo; ma, essendo stato spedito dal conte Francesco colà Taliano Furlano, desistè dall'impresa. Quello onde si dolse non poco il conte Francesco, fu che per ordine del duca di Milano il Piccinino suddetto esibì sì vantaggiose condizioni ad esso Taliano, che lo staccò dal suo servigio e il trasse a quello del duca. Unito poscia con esso Taliano e coi Camerinesi, fece guerra alle terre del conte Francesco. E in tale occasione fu, secondo Simonetta, e per attestato ancora della Cronica di Rimini [Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.], che Francesco Piccinino col suddetto Taliano, chiamato in aiuto dell'abbate di Monte Casino, ch'era assediato nella fortezza di Spoleti, entrò in quella città e la mise barbaramente a sacco, senza perdonare neppur ai luoghi sacri, come all'anno precedente ci fece sapere il Rinaldi. Passò intanto dalla Toscana nell'Umbria colle sue valorose milizie il conte Francesco Sforza. Venne alle sue mani Assisi. Erano i Norcini allora addosso ai Cerelani; li mise in rotta un corpo di gente ch'esso conte spedì contra di loro, e forzogli ancora ad implorar misericordia. Era parimente ribello del papa Corrado dei Trinci signor di Foligno. Tal terrore gli misero l'armi del conte, che mandò immantenente a raccomandarsi, e si sottomise agli ordini del sommo pontefice. Marciò poscia il conte nel regno di Napoli, e fece guerra a Josia Acquaviva aderente del re Alfonso, con impadronirsi di varie di lui terre sino al fiume Pescara, e insieme della città di Teramo. Gran confusione si mirava allora nel regno di Napoli [Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]. Era riuscito all'assennato re Alfonso di attaccar di nuovo al suo partito il principe di Taranto, il conte di Caserta ed altri baroni, e in bella positura si trovavano i suoi affari. Ripigliarono poi migliore aspetto quei del re Renato, perch'egli sciolto dalle prigioni del duca di Borgogna col riscatto di ducento mila dobble d'oro, per la qual somma fu necessitato ad impegnare Stati ed amici, finalmente nel dì 19 di maggio arrivò a Napoli con dodici galee ed altri pochi legni, e fu con somma allegrezza accolto da quel popolo. Ma egli era povero; nè uscendo dalla sua borsa le aspettate rugiade, si raffreddò in breve la stima e l'amore de' Napoletani verso di lui. Ai suoi servigi si esibì pronto con tutte lo sue soldatesche Jacopo Caldora; e Micheletto Attendolo suo generale anch'egli si accinse vigorosamente alla di lui difesa. Ora il re Alfonso, per indebolire i suoi avversarii, calde lettere in primo luogo scrisse al duca di Milano, pregandolo di interporre i suoi uffizii presso il conte Francesco, acciocchè non gli fosse nemico. E il duca intenerito non mancò di farlo, anzi per questo scrisse anche ai Fiorentini che pagavano il conte, pregandoli di richiamarlo, usando eziandio minaccie, se nol faceano. Intervennero appresso altre mutazioni, per le quali infatti il conte ebbe da ritirarsi dal regno di Napoli. Secondariamente il re Alfonso, affine di allontanare il Caldora dal re Renato, marciò con tutte le sue forze in Abbruzzo; ebbe Sulmona, e mise il terrore per tutta quella provincia. Accorso colà Jacopo Caldora, fu a fronte del re; e, benchè egli fosse inferiore di forze, il tenne a bada con fargli credere di volersi accordar seco; tanto che il re Renato con Michele Attendolo venne ad unirsi seco nel dì 19 d'agosto. Era la loro armata di dieciotto mila persone; e però mandarono il guanto della disfida al re Alfonso, che lietamente l'accettò; ma per risposta mandò che gli aspettava in Terra di Lavoro, e quivi sarebbe venuto al fatto d'armi. Dopo di che, sapendo che poca gente d'armi si trovava in Napoli, passò colà, e nel dì 27 di settembre l'assediò per mare e per terra, facendo ben giocare le artiglierie. Vi stette sotto trentasei giorni; nel qual tempo una palla di bombarda sparata dai Napoletani percosse di balzo in testa l'infante don Pietro, fratello d'esso Alfonso, e il fece cader morto con incredibil cordoglio del medesimo re e di tutti i suoi. Perdute perciò le speranze di vincere quella città, Alfonso se ne tornò a Capoa; e il re Renato nel dì 9 di dicembre rientrò in Napoli.

Diede maggiormente a divedere in quest'anno il sempre inquieto duca di Milano qual fosse l'animo suo verso papa Eugenio IV [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Italic.]. Imperciocchè, mentre esso pontefice era intento in Ferrara al concilio, spedì nel dì 24 di marzo sul Bolognese Niccolò Piccinino suo generale con gran corpo d'armati. Andò costui girando per quei contorni, finchè ebbe, con gli Zambeccari ed altri amici de' Bentivogli ben concertato d'insignorirsi della stessa città di Bologna. In fatti nella notte antecedente al dì 21 di maggio, rotta la porta di San Donato, egli v'entrò colle sue genti, e ne prese il dominio per sè, con aver ben trattati que' cittadini. Fu cagione questo avvenimento che anche Imola e Forlì si ribellassero alla Chiesa [Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], e il simile fecero tutte le castella di que' contadi. Entrò in Forlì Antonio degli Ordelaffi, e ne ripigliò la signoria; ma nel castello fu posto presidio dal Piccinino. Prima di questi fatti Astorre ossia Astorgio de' Manfredi signor di Faenza, unitosi colle sue genti ad esso Piccinino [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 7. Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.], avea occupato Bagnacavallo ed altre castella del territorio ravegnano; nel qual tempo, cioè nel dì 16 d'aprile, il Piccinino strinse d'assedio la stessa città di Ravenna; e, quantunque i Veneziani vi mandassero soccorso [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.], pure Ostasio da Polenta, signore di quella città, fu costretto da lì a poco, cioè nel dì 21 d'esso mese, a dimandar accordo, per cui cacciò di Ravenna i Veneziani, e si dichiarò aderente al duca di Milano. Se di tali novità fosse malcontento il pontefice Eugenio, sel può ciascuno immaginare. Per quanto s'ha dagli Annali di Forlì [Annal. Foroliviens., tom. eod.], anche la bella terra ossia Borgo Santo Sepolcro fu proditoriamente tolta in quest'anno nel dì 26 d'agosto alla Chiesa romana. Per tali e tante turbolenze e movimenti di guerra, che il duca di Milano fingeva fatti dal Piccinino senza ordine suo, e mostrava anzi di lamentarsene, i Fiorentini richiamarono dal regno di Napoli il conte Francesco Sforza, che già s'era accorto d'essere beffato dal duca di Milano. Se ne tornò egli nella Marca, e volendo, secondo l'iniquo costume dei guerrieri d'allora, rallegrar le sue truppe con qualche saccheggio, trovati dei pretesti, che non mancano mai a chi vuol far del male, andò addosso alla ricca e popolata terra di Sassoferrato, patria di Bartolo celebre giurisconsulto, nelle vicinanze di Fabriano [Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital. Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Italic.]; e senza cercar accordo, in tre ore d'assalto v'entrò dentro. Quivi ancora fu commessa ogni sorta di crudeltà e disonestà nel terribil saccomano dato a quei cittadini e alle lor chiese. Ciò fatto, ridusse parimente colla forza Tolentino già ribellato a ritornare alla sua ubbidienza. Anche il popolo di Camerino si ridusse a chiedergli perdono e pace; dopo di che, messe a quartier d'inverno le sue soldatesche, attese a reclutarle per poter nella seguente primavera comparir forte in campagna. Terminò i suoi giorni nel dì 14 di novembre Malatesta signore di Pesaro.

Sole non furono in quest'anno le imprese di sopra narrate di Niccolò Piccinino. Siccome egli era un infaticabil capitano, nè si dava mai posa, appena sbrigato dalla Romagna, corse nel mese di giugno a Casal Maggiore, e mise il campo a quella nobil terra posseduta dai Veneziani [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. Non finì il mese, che si renderono que' cittadini con buoni patti. Passò poi l'Oglio fiume, mise il terrore per tutto il Bresciano, ed, arrivato al lago di Garda, s'impadronì di Rivoltella e dell'isola di Sermione. Minutamente son descritti questi ed altri fatti da Cristoforo da Soldo Bresciano nella sua Storia [Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.], e dal Platina [Platin., Hist. Mant., lib. 5.] in quella di Mantova. Gian-Francesco da Gonzaga, stato finora generale dei Veneziani, non fidandosi di loro, giacchè era terminata la sua condotta, non solamente nel dì 3 di luglio si licenziò dal loro servigio, ma si accordò anche col duca di Milano, per militare in favore di lui; ed in oltre, fatte correre le sue genti sul Veronese, presa Nogarola ed altri luoghi, vi fece molti prigioni. Di questo, come se fosse un grave tradimento, si lagnarono forte i Veneziani: intorno a che son da vedere le ragioni del Gonzaga addotte dal Platina. Prepararono dunque un'armata navale, e nel dì 28 d'agosto la spedirono su per Po ai danni del duca e del marchese di Mantova. Ed affinchè Niccolò marchese di Este signor di Ferrara non prendesse partito col duca, il quetarono con rilasciargli liberamente Rovigo con tutto il suo Polesine, tanti anni prima dato loro in pegno da esso marchese, quando era in verde età, per sessanta mila fiorini di oro. Continuò in questo mentre i suoi progressi Niccolò Piccinino, con insignorirsi di Gavardo, Garda, Salò, Lacise. E colla medesima prestezza, saltando or qua or là, ridusse in suo potere Chiari, Pontoglio, Soncino ed altri luoghi, tutti menzionati da Cristoforo da Soldo. Ma ritrovandosi egli a Roado, all'improvviso gli arrivò addosso Stefano detto il Gattamelata, che nel dì 10 d'agosto gli diede un pelata con prendere circa quattrocento cavalli de' suoi, ed ucciderne altrettanti. Prese all'incontro il Piccinino cento cavalli veneziani e cento fanti, ed in oltre ebbe Roado e Palazzuolo. Trovossi allora il Gattamelata come bloccato in Brescia; e perchè il senato veneto non avea esercito dalla parte di Verona (cosa che molto gli premea), il Gattamelata per quel di Lodrone e di Trento con tre mila cavalli e due mila fanti passò sino a Verona, e per ricompensa ebbe il bastone di generale. Tentò l'armata veneta navale sul Po Sermido, terra del marchese di Mantova, ma con poca fortuna, e se ne tornò indietro. Pietro Loredano comandante d'essa, giunto a Venezia, tardò poco a sbrigarsi da questa vita, e fu detto per malinconia della sua sfortunata spedizione. Intanto Niccolò Piccinino pose l'assedio alla città di Brescia, e intorno ad essa fabbricò alquante bastie. Fu gran peste nell'anno presente in Genova, e portò al sepolcro migliaia di persone.