MCCCLIII

Anno diCristo mcccliii. Indizione VI.
Innocenzo VI papa 2.
Carlo IV re de' Romani 8.

Il poco profitto che faceano l'armi di Giovanni Visconte in Toscana l'indusse finalmente a cercare o ad ascoltare trattati di pace coi comuni di Firenze, Siena e Perugia [Matteo Villani, lib. 3, cap. 59.]. E tanto più vi condiscese egli, perchè ben seppe che quei comuni aveano fatto gagliardo ed efficace maneggio per far calare in Italia Carlo IV re de' Romani: il che a lui non piaceva. Tenutosi dunque un congresso fra gli ambasciatori in Sarzana, nel gennaio di quest'anno fu stabilita e poi pubblicata la pace con condizioni onorevoli per ambedue le parti. Seguitando più che mai l'izza de' Genovesi e Veneziani, i primi allestirono sessanta galee, e fecero lega con Lodovico re d'Ungheria, principe che non avea mai dimesso l'odio e le pretensioni sue contra de' Veneziani per le città della Dalmazia. Infestarono ancora l'Adriatico con alcuni loro legni, e fecero delle insolenze fino alla città di Venezia. Dal canto loro anche i Veneziani rinnovarono la lega con Pietro re di Aragona a danni de' Genovesi, essendosi convenuti che questo re armasse trenta galee al suo soldo, e venti al soldo de' Veneziani. Se ne armarono altre venti in Venezia, di modo che misero insieme una flotta di settanta galee. Vennero ad unirsi coi Catalani i legni veneti verso la Sardegna [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], e i Genovesi affrettatisi con cinquantadue galee per trovarli separati, non ostante la loro unione, vennero a battaglia nel dì 29 di agosto verso Loiera, ossia alla Linghiera. La più ardita ed arrischiata gente che fosse allora in mare erano i Genovesi, e perciò sprezzatori d'ognuno. Quivi si fiaccò la loro alterigia. Per viltà d'Antonio Grimaldi loro ammiraglio, che con diecinove galee se ne fuggì, rimase il rimanente sconfitto. Di loro perirono circa due mila persone; trenta galee vennero in potere dei vincitori, e da tre mila e cinquecento furono i prigioni, fra' quali molti de' grandi e principali di Genova. Col calore di questa vittoria occuparono dipoi i Catalani varie terre suddite dei Genovesi in Sardegna; ma avendo anche voluto soggiogare il giudice d'Arborea, ne ebbero sì cattivo mercato, che perderono l'acquistato, e la maggior parte ancora di quel che possedevano prima. Avvilironsi talmente per la disavventura suddetta i Genovesi, che parea loro d'essere affatto perduti. Tutto era lamenti e pianto; trovavansi anche in gran penuria di viveri, senza poterne ricevere per mare, perchè i nemici ne erano padroni. Nè per terra ne poteano sperare, perchè Giovanni Visconte arcivescovo di Milano, che già avea l'occhio a profittar delle loro disgrazie, non ne lasciava passare. Crebbe dunque la confusione in Genova, e le fazioni dei Guelfi e Ghibellini risvegliate l'accrebbero a dismisura. Venne finalmente quel popolo, con istupore d'ognuno, alla risoluzione di darsi al medesimo Giovanni Visconte. Pietro Azario, non so come, scrive [Petrus Azarius, Chron., tom. 12 Rer. Ital.] che Simonino Boccanegra allora doge ne fece il trattato, per ricavarne anche del vantaggio in suo pro, quando il Boccanegra tanto prima era stato deposto, ed in que' tempi Giovanni di Valente portava questo titolo. Adunque nel dì 10 di ottobre l'arcivescovo fece prendere il possesso di Genova con settecento cavalieri e mille e cinquecento fanti, diede loro per governatore Guglielmo marchese Pallavicino di Cassano; ampie provvisioni di grano v'inviò, e insieme di danaro: sicchè rifiorì quivi la pace, ogni discordia cessò, e il coraggio tornò in cuore a quell'ardito popolo. Lodansi gli storici genovesi del governo del Visconte, perchè li trattò con amore; fece fabbricar l'orologio del pubblico, fin qui cosa nuova fra loro, e slargare le strade da Genova a Nizza con grande utilità della mercatura; e rimise in credito le armi e la potenza de' Genovesi, siccome diremo all'anno seguente.

Fra Moriale, cavaliere di Rodi, e non già del Tempio, che fu cacciato da Aversa, s'era acconcio col prefetto di Vico, e con esso lui avea inutilmente assediato Todi. Perchè non correano le paghe, costui, siccome uomo avvezzo alle prede, staccossi da lui, e cominciò a formare una di quelle compagnie di soldati ladroni e masnadieri che abbiam di sopra veduto; nè questa fu già la prima, come stimò Matteo Villani. Fatto correr voce per l'Italia che darebbe soldo a tutti, mise insieme da mille e cinquecento barbute e più di due mila fanti, e cominciò le sue imprese dal vendicarsi di Malatesta signor di Rimini, che gli avea fatto sì brutto giuoco in Aversa. Era Malatesta all'assedio di Fermo, ed avea ridotta quasi all'estremo quella città, quando fra Moriale, ad istanza di Gentile da Mogliano, signore o tiranno di quella terra, costrinse Malatesta a ritirarsi. Cresciuto poi di gente, si diede a saccheggiar le terre della Marca e il contado di Fano. L'anno fu questo, in cui papa Innocenzo VI [Raynaldus, Annal. Eccles.], veggendo oramai tutte le città della Chiesa in Italia cadute in mano di tiranni; e massimamente dolendogli che il prefetto da Vico avesse ultimamente occupate quasi tutte le terre del Patrimonio e di Roma, ed anche Orvieto; spedì in Italia Egidio Albornoz cardinale spagnuolo, personaggio di gran petto e mente, che avvezzo nelle armi prima di portare la sacra porpora, sapea far non meno da generale d'armata che da legato apostolico. Con ampia facoltà venuto egli in Italia, magnificamente fu accolto e trattato in Lombardia per tutte le città dall'arcivescovo di Milano, fuorchè in Bologna, dove nol lasciò entrare. Nel dì 11 di ottobre arrivò a Firenze, e poscia ito a Montefiascone, ebbe sulle prime il contento di tirar con un accordo i Romani a riceverlo per protettore, e a seco unirsi contra di Giovanni da Vico prefetto di Roma, signor di Viterbo, ed usurpatore di tante terre della Chiesa romana. Di grandi dissensioni e guerre nell'agosto di quest'anno erano state in Roma per le fazioni degli Orsini, Colonnesi e Savelli. Il popolo a furore avea lapidato e morto Bertoldo degli Orsini senatore [Vita di Cola di Rienzo, Antiquitat. Ital.]; ma finalmente, coll'eleggere loro tribuno Francesco Baroncelli, cioè il notaio del senatore, ridussero le cose in migliore stato; ma il rimedio fu di corta durata, e però si mise la città sotto la protezione del valente cardinale legato.

Per li buoni uffizii della corte pontificia, cioè del fu Clemente VI papa, erano stati da Lodovico re d'Ungheria rimessi in libertà sul fine dell'anno precedente i Reali di Napoli [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], tenuti fino allora prigioni, cioè Roberto principe di Taranto e Luigi duca di Durazzo, coi lor fratelli. Nel gennaio di questo anno giunsero a Venezia, e furono ben accolti dipoi nei suoi Stati da Aldrovandino marchese di Este, e in fine giunsero a Napoli. Si udì poco fa menzione di Gentile da Mogliano signore di Fermo, e delle discordie fra lui e Malatesta padrone di Rimini. Non avea forse Gentile da contrastare con sì possente e valoroso nemico. Venuto in Lombardia, niun aiuto potè ricavar da Giovanni Visconte, nè dal marchese Aldrovandino. Da Francesco degli Ordelaffi signor di Forlì, e nemico de' Malatesti, ottenne dodici bandiere; ma nel viaggio furono disfatte, e quasi tutte prese in un'imboscata dal Malatesta, il quale, prevalendosi della vittoria, passò dipoi all'assedio di Fermo; ma, interpostosi l'arcivescovo Visconte, tregua fu fatta sino al dì 20 d'agosto. Finita questa, Galeotto de' Malatesti col fratello Malatesta tornò a stringere d'assedio la medesima città. Nel dì 26 d'agosto il marchese Francesco d'Este, che s'era ritirato da Ferrara, unito un poderoso esercito nella Romagna e Marca, in compagnia di Malatesta giovane, figliuolo del suddetto Malatesta, venne sul Ferrarese, credendosi d'ingoiare la città d'Argenta. Ma avendola il marchese Aldrovandino signor di Ferrara premunita con poderosa guarnigione, e vedendo il Malatesta vano il suo tentativo, passò ad impadronirsi di Porto Maggiore. Le forze di Aldrovandino e una malattia sopraggiunta ad esso Malatesta li fecero ritornar colle bandiere nel sacco a Rimini a dì 26 di agosto. Si erano nello stesso tempo mossi anche i Mantovani e Padovani ai danni d'Aldrovandino. In sua difesa uscì in campagna Can Grande dalla Scala: il che bastò a dissipar questi nuvoli, e a far conoscere al marchese chi dovea egli tener per amico e chi per nemico.