MCCCLXVI
| Anno di | Cristo mccclxvi. Indizione IV. |
| Urbano V papa 5. | |
| Carlo IV imperadore 12. |
Nacque nel maggio dell'anno presente a Galeazzo Visconte in Pavia una figliuola da Bianca di Savoia, a cui fu posto il nome di Valentina [Corio, Istoria di Milano.], e col tempo passò in Francia, maritata in un principe di quella real casa. Per questa nascita si fecero mirabili feste in quella città. Ed essendo in tal congiuntura capitati colà Niccolò marchese d'Este e Malatesta Unghero, che andavano per loro affari alla corte del papa, tennero insieme con Amedeo conte di Savoia al sacro fonte la fanciullina. Passarono dipoi i due primi principi a Milano, dove ricevettero di grandi finezze da Bernabò, quando il lor viaggio ad Avignone avea per iscopo la rovina di lui, se la fortuna gli avesse assistiti. Giunti questi due principi al papa, il mossero a maneggiare una lega, in cui avessero luogo non solamente il papa stesso [Raynaldus, Annal. Eccles.], i suddetti due signori, Francesco da Carrara, Lodovico e Francesco da Gonzaga, ma anche lo stesso Carlo imperadore, a cui fu d'essa lega dato il baston da comando, e Lodovico re d'Ungheria. Questa poi fu conchiusa nel dì 7 d'agosto dell'anno seguente. Le apparenze erano che la volessero unicamente contro le compagnie de' soldati masnadieri, flagello insopportabil allora dell'Italia; ma creduto fu che segretamente si trattasse della depression de' Visconti, la potenza de' quali dava da gran tempo troppa gelosia a cadauno de' principi d'Italia. Appena l'accorto Bernabò ebbe sentore di questo maneggio, che per chiarirsi delle lor intenzioni diede ordine a' suoi ambasciatori di far istanza per essere ammesso in quella lega. Il papa li rimise allo imperadore, e l'imperadore gli andò menando a mano un pezzo, tanto che Bernabò si assicurò de' lor disegni. Il perchè comandò ad Ambrosio suo figliuolo, il quale si trovava allora nel Genovesato, di assoldar sempre più gente. Fu ubbidito. Pagava profumatamente, nè di più ci volea perchè tutti i ribaldi e malcontenti ed Inglesi e Tedeschi corressero a lui: laonde raunò un formidabile esercito [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Italic.]. Passò questa gente alla Spezia, e ad altri luoghi della riviera di Genova, saccheggiando dappertutto. Arrivarono a Levanto, andarono a Chiavari. Tutti fuggivano per quelle parti, e in Genova stessa era sommo lo spavento.
E pur crebbero gli affanni nel dì 13 di marzo, perchè Galeazzo Visconte mandò ad intimar la guerra a quel popolo. Si dubitò forte che bollissero intelligenze per deporre Gabriello Adorno doge, dacchè fu manifesto essersi unito coi nemici Lionardo di Montaldo, rivale dell'Adorno, e bandito in Genova. Fu dunque preso il partito dal consiglio di Genova di trattar accordo coi signori di Milano, e restò dipoi nell'anno seguente convenuto che i Genovesi pagassero loro ogni anno quattro mila fiorini d'oro, e mantenessero quattrocento balestrieri al loro servigio, e in tal guisa cessò quel rumore. Per questo accordo Ambrosio Visconte colle sue masnade si ritirò da que' contorni, e tornò con Giovanni Aucud a salassare i miseri Sanesi [Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.]. Se vollero essi levarsi d'addosso queste sanguisughe, dappoichè varii loro luoghi aveano patito il sacco e l'incendio, fu d'uopo pagare a' dì 23 di aprile dieci mila e cinquecento fiorini di oro e molte carra di armadure, oltre a varii altri regali di commestibili. Se ne andarono costoro col malanno alla volta di Roma. Al servigio dei Perugini dimorava allora Albaret Tedesco, capitano della compagnia della Stella. Perchè costui trattava un tradimento in danno di quella città, nel novembre tagliata gli fu la testa. D'ordinario andavano a finir male questi capi d'assassini. Colla morte naturale, che seguì nell'anno presente, di Giovanni da Oleggio, stato già tiranno di Bologna, la città di Fermo ritornò sotto il pieno dominio della santa Sede. Più istanze aveano fatte i Romani affinchè papa Urbano V riportasse la sedia pontificale e la residenza in Roma. Veggonsi ancora lettere esortatorie del Petrarca per questo. Forse niun bisogno avea egli di tali sproni, perchè, prima anche d'essere alzato al trono pontificale, attribuiva i disordini dello Stato della Chiesa, anzi dell'Italia tutta, alla lontananza dei papi, ed avea già mostrata la sua disposizione a levarsi dalla Provenza. Pertanto, avendo presa la risoluzion di venire a Roma, scrisse in questo anno al cardinale Egidio Albornoz che gli preparasse il palagio in Roma, ed un altro in Viterbo, dove pensava di passar la state dell'anno prossimo venturo.