MCCCLXXVIII

Anno diCristo mccclxxviii. Indiz. I.
Urbano VI papa 1.
Venceslao re de' Romani 1.

Dell'anno presente funestissima sempre fu e sarà la memoria nella Chiesa pel deplorabile scisma che accadde. Attendeva il pontefice Gregorio XI a risarcir le chiese di Roma, divenute nido di gufi, perchè abbandonate per più di settanta anni da' cardinali, che, immersi nelle delizie di Provenza, niun pensiero si metteano de' loro titoli, e tutto lasciavano andare in rovina. Scorgendo ancora, che sminuendosi ogni dì più la forza delle sue armi, più giovevole gli sarebbe riuscita la pace che la guerra co' Fiorentini e coi lor collegati, adoperò la mediazione del re di Francia per trattare d'un aggiustamento, nè poco vi contribuiva santa Caterina da Siena. S'interpose ancora Bernabò Visconte [Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.]; e però in Sarzana si tenne un congresso, dove spedì il papa per suo plenipotenziario Giovanni cardinale della Grangia, vescovo d'Amiens, e v'intervennero quattro ambasciatori fiorentini, quei della regina Giovanna, e de' Veneziani e Genovesi. In persona ancora vi fu lo stesso Bernabò Visconte, mostrandosi più degli altri portato alla concordia [Leonardus Aretin., Hist., lib. 9.]. Il dibattimento fu grande; ma ciò che arenava l'affare consisteva nella pretensione del papa, che voleva essere rifatto di ottocento mila fiorini, spesi, come egli dicea, in questa guerra per colpa de' Fiorentini; laddove i Fiorentini non si sentivano voglia neppur di pagare un soldo, essendo stati i cattivi ministri del papa i primi ad offendere. Mentre si agitavano questi punti, eccoti arrivare la morte di esso papa [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Lo aveano di nuovo sovvertito i cardinali franzesi per farlo ritornare in Francia, e si figurò la buona gente che Dio per questo tagliasse il filo de' suoi giorni, acciocchè si fermasse in Italia la corte pontificia, senza por mente agli innumerabili disordini e scandali che tennero dietro alla mancanza di questo pontefice. Succedette la di lui morte nel dì 27 venendo il dì 28 di marzo, e gli fu data sepoltura nella chiesa di Santa Maria Nuova [Vita Gregorii XI, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Per tale avvenimento restò sospeso il trattato della pace; e i ministri adunati in Sarzana se ne ritornarono alle lor case per aspettar la creazione di un nuovo pontefice. Congregaronsi a' dì 7 d'aprile a questo fine in conclave i cardinali che si trovavano allora in Roma [Raynaldus, Annal. Eccles. Vita Gregorii XI, ubi supra.]. Quattro soli erano i porporati italiani, dodici i franzesi. Per cattivo augurio fu preso che in quello stesso giorno un fulmine entrò nel conclave, e, bruciati alquanti arnesi, uscì per una finestra. Cominciò tosto la discordia ad imperversare fra loro. I primi volevano un papa di lor nazione, acciocchè si fermasse in Italia la sacra corte. Da' Franzesi, che sospiravano di ricondurla di là da' monti, se ne voleva un franzese [Acta apud Papebrochium.]; e fra essi Franzesi quei di Limoges, che erano i più, particolarmente il desideravano della loro città. Non fu difficile al popolo romano il conoscere l'intenzion de' cardinali oltramontani; e però si svegliarono dei tumulti nella plebe, che gridava: Romano lo volemo, romano. Dagli stessi magistrati furono inviati ambasciatori al sacro collegio, con pregarlo di dare per questa volta alla Chiesa di Dio un papa romano oppure italiano; e in fine si venne ad esigerne solamente un romano; e intorno al conclave si udivano le voci minacciose del popolo che richiedevano lo stesso. In grande imbroglio ed anche paura si trovavano per questo i cardinali: laonde, perchè non era creduto alcuno de' quattro porporati italiani atto a sì sublime ministero, finalmente di concorde volere elessero nel dì 8 di aprile Bartolomeo Prignano arcivescovo di Bari, di nazione Napoletano, che si abbattè allora in corte, sul riflesso che non potendo avere papa un nazionale i Franzesi, avrebbono almeno un suddito della casa di Francia, cioè della regina Giovanna. Accettò egli, dopo qualche renitenza, o vera o finta, la gran dignità. Ma non si attentavano i cardinali a pubblicar l'eletto, per timore che, non essendo romano, rimanessero esposte le lor vite al furore del popolo, il quale, subodorato che era seguita qualche elezione, più che mai insolentiva, e dimandava chi era l'eletto.

Ora accadde che venuto ad una finestra il vecchio cardinale di San Pietro, Francesco Tebaldeschi Romano, per acquetar quel tumulto, corse voce che egli era eletto papa. Tutti allora a gran voce gridando: Viva San Pietro, corsero alla casa del cardinale, e le diedero il sacco; tornati poscia al conclave, giacchè era ancor chiuso, rotte le porte, entrarono dentro, volendo vedere il novello pontefice, e si diedero a venerare il cardinal di San Pietro, che in fine espressamente lor disse di non esser egli papa, ma bensì l'arcivescovo di Bari, personaggio ben più meritevole del triregno. Intanto se ne fuggirono alcuni de' cardinali, chi in castello Sant'Angelo, e chi nelle fortezze di Roma. Venuta la mattina del dì 9 di aprile, fece l'arcivescovo di Bari notificar l'elezione sua ai magistrati della città, che ne furono contenti, e corsero tosto a rendergli i tributi del loro ossequio. Non volle egli che si procedesse innanzi, se non venivano i sei cardinali rifugiati in castello Sant'Angelo, i quali assicurati dal senatore vennero, ed uniti con cinque altri, rinnovarono l'elezione, che fu di nuovo accettata. Si cantò dipoi il Te Deum, ed intronizzato il papa, prese il nome di Urbano VI. Seguì poi la sua coronazione nel dì 18 di aprile, giorno solenne, e a tutte le funzioni assisterono per alcune settimane i sedici cardinali che si ritrovavano allora in Roma; anzi col consiglio ed assenso de' medesimi furono spedite a tutti i re, principi e repubbliche le circolari, per notificar loro la canonica elezione del nuovo papa. Lo stesso scrissero questi porporati ai sei che erano rimasti in Avignone, di modo che pubblicamente e chiaramente tanto questi come quelli riconobbero per vero e legittimo pontefice Urbano VI. Ma non si può abbastanza deplorare il tradimento tanti anni prima fatto da Clemente V, con fissare la Sede apostolica di là dai monti. Quanti disordini da ciò provenissero, l'abbiam finora veduto. Il massimo forse è quello che ora son per dire. Aveano ben volontariamente consentito i cardinali franzesi all'elezion di Urbano; ma non sapeano darsi pace che si fosse guasto il nido delle lor delizie in Provenza, e che fosse ritornata in Italia la cattedra pontificia. Falso è quello che si legge presso d'alcuni storici, cioè che avessero eletto l'arcivescovo di Bari [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Gatari, Istor. di Padova, tom. eod.] solamente per liberarsi dalle violenze de' Romani, facendosi promettere da lui, che qualor fossero tutti in luogo libero, egli rinunzierebbe il papato. All'interno lor mal animo e dispiacere s'aggiunsero i disgusti che in poco tempo riceverono da Urbano [Thomas de Acerno, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Era egli in concetto di menar vita austera, e di nudrir molto zelo per la religione; ma non abbondava di prudenza, perchè l'alterigia e il credere troppo a sè stesso e agli adulatori gli toglieva la mano. Dicono ch'egli possedeva gran probità e molte altre virtù; ma o di queste non aveva egli se non la superficie, od almeno scomparvero tutte, dacchè fu salito al pontificato. In vece di usar l'umiltà, che sta bene anche ne' romani pontefici, per non dire di più; invece di guadagnarsi almeno sui principii l'affetto de' cardinali, e di lavorare a poco a poco la riforma della corte pontificia, che veramente gran bisogno avea di correzione, cominciò egli tosto a trattar con aspre maniere que' porporati, a detestar la loro dissolutezza, l'avarizia, la simonia, i conviti, ad esigere la residenza dei vescovi, ed a minacciar varie novità, tutte bensì lodevoli, ma che toccavano sul vivo chi era usato alla libertà ed anche al libertinaggio. Di più non ci volle, perchè i cardinali franzesi concepissero disegni di scisma, per liberarsi da un pontefice sì contrario ai loro interessi e alle concepute speranze; e massimamente perchè con rotonde parole disse loro di voler creare tanti cardinali italiani, che pareggiassero od anche superassero il numero de' franzesi.

Col pretesto dunque del caldo, i cardinali oltramontani l'un dietro all'altro usciti di Roma si raunarono nella città d'Anagni, e quivi diedero principio alle lor conventicole, invitando colà nel dì 20 di luglio i tre cardinali italiani che erano rimasti col papa, uno de' quali, cioè Francesco cardinale di San Pietro, mancò poi di vita nel seguente agosto, con protesta che Urbano era stato legittimamente eletto, e ch'egli il riconosceva per vero successor di San Pietro. Comunicati a Carlo V re di Francia i lor disegni, il trovarono quei cardinali disposto a secondarli per la voglia di riavere un papa franzese, e di tirar di nuovo oltramonti la corte pontificia. Alla regina Giovanna di sommo piacere era riuscita (se pur fu vero) l'elezione d'un papa napoletano [Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.], ed avea anche inviato Ottone duca di Brunsvich suo marito con suntuoso accompagnamento e ricchi donativi a prestargli ubbidienza. Ma essendo ritornati esso duca e gli altri uffiziali per alcune cagioni non ben conosciute disgustati del papa, la regina anch'ella si diede a proteggere l'empie mene de' cardinali franzesi. Il focoso pontefice si lasciò anche scappar di bocca, che avrebbe mandata quella regina a filare nel monistero di Santa Chiara. Gran fuoco partorirono queste parole [Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Conobbe allora, ma troppo tardi, papa Urbano VI, assai informato di queste macchine, gli amari frutti dell'imprudenza sua nell'essersi scoperto sì rigido sul principio del suo governo, e ne tentò anche il rimedio coll'inviare ad Anagni i tre cardinali italiani per placare gli ammutinati, oppure per propor loro un concilio generale [Vita Gregorii XI, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Non fu accettata l'offerta, perchè que' porporati aveano già fisso il chiodo di ribellarsi. Per sicurezza chiamarono alla lor guardia la compagnia de' Bretoni comandata da Bernardo da Sala, contra di cui si oppose parte del popolo romano in armi per impedirgli il passaggio. Bisognò venire ad una battaglia. Fu questa infausta ai Romani; più di cinquecento rimasero sul campo, moltissimi altri furono fatti prigioni; e per questo in Roma seguì una fiera sedizione contra di tutti gli oltramontani, massimamente franzesi, che furono spogliati e messi nelle carceri. Venne il dì 9 d'agosto, e i dodici cardinali che erano in Anagni, undici franzesi, e Pietro di Luna spagnuolo, pronunziarono papa Urbano usurpatore della Sede apostolica e scomunicato. Ciò che fu più strano, i tre cardinali italiani, cioè quel di Firenze Pietro Corsini vescovo di Porto, quel di Milano, cioè Simone da Borzano e Jacopo Orsino, uomo di somma ambizione, lasciato Urbano, andarono a trovar gli altri, che erano passati a Fondi, sotto la protezione di Onorato conte di quella città, divenuto nimico del papa. Tuttavia, per testimonianza di Tommaso da Acerno [Thomas de Acerno, Part. II, tom. eod.], essi non consentirono all'empie loro risoluzioni.

Quivi nel dì 20 di settembre i suddetti quindici cardinali elessero un antipapa; e questo infame onore toccò allo zoppo Roberto cardinale di Genova, che già abbiam veduto sì screditato per la sua crudeltà. Costui prese il nome di Clemente VII. Non ad altro motivo appoggiarono essi la loro sacrilega risoluzione, se non alla violenza loro usata dai Romani, per cui pretendeano nulla l'elezion precedente, per difetto di libertà. Il pontefice Urbano VI, trovandosi abbandonato da tutti i cardinali, nel dì 19 di dicembre (gli Annali Milanesi [Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.] riferiscono ciò al dì 28 d'ottobre; altri anche prima del dì 20 di settembre) fece una promozione di ventinove cardinali, tutti persone di merito, che, a riserva di tre, accettarono. Negli stessi Annali sono descritti uno per uno. Dichiarò parimente privati della porpora e scomunicati i cardinali ribelli col loro capo. Ed ecco formato un lagrimevole e terribile scisma, per cui restò dipoi lungamente sconvolta e lacerata l'occidental Chiesa di Dio, ne seguirono infiniti scandali, e crebbe a dismisura la depravazion de' costumi non meno ne' secolari che negli ecclesiastici. Tanto papa Urbano, quanto l'antipapa Clemente sostennero le loro ragioni alle corti dei re e principi cristiani. Tennero il partito dell'antipapa il re di Francia, la regina Giovanna di Napoli, la Savoia, ed altri paesi confinanti alla Francia. Pel legittimo pontefice si dichiararono il resto dell'Italia, l'Inghilterra, la Germania, la Boemia, l'Ungheria, la Polonia e il Portogallo. Papa Urbano, perchè il bisogno premeva, nel dì 24 di luglio dell'anno presente fece pace con Bernabò Visconte. Anche i Fiorentini aveano spedita a Roma un'ambasceria onorevole per riconoscere esso pontefice. Neppur essi stentarono ad ottener pace da lui, e a condizioni ben diverse dalle pretese dal precedente papa.

Gravido fu d'altri funesti avvenimenti questo infelice anno. Nel dì 29 di novembre diede fine alla sua vita in Praga Carlo IV imperadore, principe di molta pietà e buona intenzione, ma di poco valore, che tuttavia fu un eroe a petto del suo successore, cioè di Venceslao suo figliuolo [Albert. Argent., Chronic., Trithem. et alii.], già eletto re de' Romani, ed approvato poi anche da papa Urbano. Terminò parimente i suoi giorni nel dì 4 di agosto Galeazzo Visconte signor di Pavia, di molte altre città e della metà di Milano. Poco si dolsero di sua morte i sudditi suoi, perchè troppo aggravati da lui in occasion delle guerre passate. Se gli era attaccato ancora nel crescere degli anni il male de' vecchi, cioè l'avarizia; e non pagando egli i suoi soldati, cagione era che seguissero continui furti e rapine. In somma fu uomo cattivo, e considerato piuttosto come tiranno che come signore. Nel dominio de' suoi Stati succedette Galeazzo suo figliuolo, soprannominato conte di Virtù, che da lì innanzi fu appellato Giovan-Galeazzo [Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.]. La doppiezza ed ingordigia di questo novello principe cominciò tosto a scoprirsi nell'anno presente. Imperocchè il popolo d'Asti, malcontento del governo di Secondotto marchese di Monferrato [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Italic.], accordatosi con un fratello del marchese medesimo, che era governatore della città, negò ad esso marchese l'ingresso, allorchè egli ritornava da Pavia colla moglie Violante. Gian-Galeazzo, essendo ricorso a lui come cognato, il marchese non mancò d'unire con lui le sue armi; e fatte poi di belle promesse per quetare quel popolo, prese il possesso della città, e mediante una capitolazione cominciò a mettervi il podestà e gli uffiziali a nome del marchese. Ma fu questa una mascherata; per tal via Gian-Galeazzo s'impadronì d'Asti, nè più volle renderlo al cognato; mostrando bene quanto più poderosa sia l'ambizione che la parentela fra i principi. Era Secondotto un umor bestiale e quasi furioso. Per minimi accidenti uccideva di sua mano uomini e fanciulli. Con animo di passare in Monferrato, venne egli nel mese di dicembre a Cremona; ed arrivato a Langirano sul distretto di Parma, mentre era in una stalla, preso dal suo furore, strangolar volle un ragazzo di suo seguito. Allora un Tedesco, per salvar la vita al compagno, sguainata la spada, tal colpo diede sulla testa al marchese, che da lì a quattro giorni miseramente spirò l'anima sua, e fu seppellito in Parma [Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]. Succedette nella signoria di Monferrato Giovanni Terzo suo fratello, tuttavia incapace di governo, il quale nel gennaio seguente costituì governatore de' suoi Stati il duca Ottone di Brunsvich tornato di nuovo apposta da Napoli, siccome fedel tutore di quella casa, per accudire agl'interessi del pupillo principe, e per ricuperare la città d'Asti: il che non gli venne mai fatto. Mosse in quest'anno Bernabò Visconte le pretensioni di Regina dalla Scala sua moglie contra di Bartolommeo ed Antonio dalla Scala signori di Verona e Vicenza. Cioè pretendeva ella, per essere bastardi i fratelli, di dover succedere, siccome legittima e naturale, in quel dominio. Nel dì 18 d'aprile, giorno solenne di Pasqua, entrò all'improvviso il grande sforzo dell'armi di Bernabò sul Veronese, e quivi fabbricate due bastie, diede un gran sacco al paese [Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.]. Voce comune fu che a Bernabò non potea mancare la conquista di quelle due città; ma egli avea al suo soldo Giovanni Aucud co' suoi Inglesi, e il conte Lucio co' suoi Tedeschi, cioè due personaggi avvezzi ai tradimenti, perchè troppo facili a lasciarsi corrompere dal danaro. Di questo onnipotente mezzo si servirono gli Scaligeri. Accortosi perciò della trama Bernabò, licenziati e banditi questi due capitani colla lor gente, diede luogo ad un trattato d'accordo. Si convenne che gli Scaligeri pagassero a lui di presente cento sessanta mila fiorini d'oro, e poscia quaranta mila altri ogni anno per lo spazio di sei anni, in tutto quattrocento mila fiorini d'oro. Ma questa pace, siccome dirò, solamente seguì nell'anno susseguente, e diversamente ancora viene raccontato questo fatto dagli Annali Milanesi e da Daniello Chinazzi [Chinazzi, Istoria, tom. 15 Rer. Ital.]. Secondo essi, Francesco da Carrara mandò gagliardi soccorsi agli Scaligeri, e i Veronesi non solamente scorsero tutto il Bresciano, ma anche alzarono quattro bastie intorno a Brescia, di modo che Bernabò conchiuse nel settembre una tregua fino al principio di gennaio.

Di maggiore importanza e strepito fu un'altra guerra che si accese in questo anno: cioè contra dei Veneziani fecero lega insieme i Genovesi, Francesco da Carrara signor di Padova, Lodovico re di Ungheria e il patriarca d'Aquileia. Tutti aveano motivi o pretesti contra di quella repubblica, la quale in tanto bisogno non contrasse lega se non coi Visconti e col re di Cipri, ma poco o niun soccorso ne ricavò dipoi. Non si dee tacere che la scintilla di questa atroce guerra venne dall'Oriente. Nell'agosto dell'anno 1376 i Genovesi, presa la protezione di Andronico Paleologo, figliuolo accecato per ordine di Caloianni suo padre imperadore vivente, l'alzarono al trono, con deporre lo stesso suo padre amicissimo de' Veneziani. Per questa scelleraggine Andronico promise loro il castello e l'isola di Tenedo. Era quella una fortezza importantissima a cagione del passo nel mar Maggiore. Ma non ebbero effetto le promesse, perchè quel governatore, fedele a Caloianni, negò di consegnarla ai Genovesi, anzi la diede dipoi a' Veneziani. Montarono in furia per questo i Genovesi, e cominciarono le ostilità per mare contra di loro. Daniello Chinazzi e Andrea Redusio [Andreas de Redusio, Chron., tom. 19 Rer. Italic.], scrittori esattissimi e minuti di tutti gli avvenimenti di questa rabbiosa guerra, narrano i diversi incontri delle nemiche armate. Favorevole fu in quest'anno ai Veneti la fortuna, e fra le altre imprese Vittor Pisani general di essi diede una rotta a Luigi del Fiesco generale de' Genovesi, costringendolo alla fuga, dopo aver prese cinque loro galee. Maritò Bernabò in quest'anno Valentina sua figliuola a Pietro Lusignano re di Cipri [Cronica Estense, tom. 15 Rer. Ital.], e nell'aprile coll'accompagnamento di secento quarantasei cavalli per Modena e Ferrara la mandò a Venezia, da dove, scortata da una squadra di navi veneziane, arrivò in Cipri. Ma non riuscì ad essi Veneti di ritorre a' Genovesi Famagosta capitale di quell'isola. Loro bensì venne fatto di obbligare a ritirarsi Francesco da Carrara, che avea stretto d'assedio la terra di Mestre. Fu in quest'anno, correndo il mese di luglio, in Firenze la congiura de' Ciompi [Gino Capponi, del tumulto de' Ciompi, tom. 18 Rer. Ital. Ammirati, Istoria di Firenze, lib. 14. Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.], cioè della più vil plebe, che saccheggiò e bruciò molti palagi de' nobili. Capo d'essi fu Silvestro de' Medici; ma poco durò la sua autorità, e fu dispersa quella canaglia. Ampia descrizione ce ne lasciò Gino Capponi, da me dato alla luce. Stesesi la pessima influenza di questo funestissimo anno anche a Genova. Benchè Domenico da Campofregoso doge di quella repubblica tenesse sempre ai fianchi la prudenza nel governo suo, pure il genio sempre tumultuoso di que' cittadini si mosse a rumore contra di lui, e nel dì 17 di giugno, in concorrenza di Antonio Adorno [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], fu eletto doge Niccolò di Guarco, uomo manieroso, ed amico anche de' nobili, che, per assicurarsi della sua signoria, rinserrò tosto in dure carceri il Campofregoso suo predecessore, e Pietro di lui fratello.