MCCCXCVIII

Anno diCristo mcccxcviii. Indiz. VI.
Bonifazio IX papa 10.
Venceslao re de' Romani 21.

Operarono quest'anno con forza Venceslao re de' Romani e Carlo VI re di Francia, ed altri re e principi, per ridurre alla pace la Chiesa troppo sconvolta a cagion dello scisma [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Stavano essi saldi in esigere che tanto papa Bonifazio IX, quanto il suo emulo Benedetto XIII antipapa rinunziassero; e a questo fine spedirono ambasciatori sì all'uno che all'altro. Ma ad ambedue troppo piacea questa sublime dignità, ed erano ben risoluti di non abbandonarla se non colla morte. Diede papa Bonifazio almen buone parole, ma nulla di preciso, tanto che si liberò da tali istanze. All'incontro l'antipapa, dimentico de' giuramenti e delle promesse fatte nella sua creazione e dipoi, apertamente protestò di non voler mai dimettere il suo papato. Da ciò presero motivo il re di Francia coll'Università e coi prelati franzesi di sottrarsi alla di lui ubbidienza, giacchè quel re non gradiva questo preteso papa spagnuolo, nè di lui si fidava. E perchè Benedetto ricalcitrava più che mai, il maresciallo di Boucicaut, ossia Bucicaldo, che vedremo a suo tempo governatore di Genova, d'ordine del re si portò all'assedio d'Avignone; nè volendo que' cittadini maggiormente sofferire i danni della guerra, capitolarono coll'uffiziale del re: laonde fuggì la maggior parte de' cardinali antipapali; e l'ostinato Benedetto rinserrato nel palazzo pontificio, ch'era fortificato a guisa di fortezza, e ben provveduto, per tutto il verno rimase assediato dalle milizie francesi. Non ometteva diligenza alcuna in questi tempi il pontefice Bonifazio per promuovere gl'interessi del re Ladislao, ed atterrare il nemico re Lodovico d'Angiò. Per mezzo di Giovanni Tomacello suo fratello si adoperò non poco per tirare nel partito di Ladislao Jacopo Marzano ammiraglio del regno, Goffredo Marzano, Jacopo Orsino e Jacopo Stantardo, baroni illustri. Leggesi negli Annali Ecclesiastici del Rinaldi la concordia stabilita fra loro e il re Ladislao nel dì 14 di maggio dell'anno presente. Non poco abbassamento per questo venne al re Lodovico. Andò in lungo il trattato della pace o tregua fra i collegati e Gian-Galeazzo duca di Milano [Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.]; ma finalmente fu conchiusa nel dì 11 di maggio una tregua di dieci anni con varii capitoli, e pubblicata nel dì 26 d'esso mese, giorno di Pentecoste. Per quanto scrive Andrea Gataro [Gatari, Istor. di Padov., tom. 17 Rer. Ital.], Francesco Gonzaga signore di Mantova quegli fu che forzò gli altri a farla; perciocchè, senza notizia dei confederati, chiamato a Mantova, travestito da frate minore, Jacopo del Verme, con esso lui trattò di riconciliarsi col duca: il che penetrato da Francesco da Carrara signore di Padova, senza che egli potesse far tornare indietro il Gonzaga, diede impulso a tutti di venire all'accordo suddetto. Ma Gian-Galeazzo, che avea il cuore troppo volto alle conquiste, soleva ben far paci e tregue, ma con animo di romperle al primo buon vento. Finse egli, giacchè facea l'amore a Pisa, di licenziare dal suo servigio Paolo Savello, ed altri condottieri d'armi, mandandoli in Toscana ad unirsi colle altre milizie quivi lasciate dal conte Alberico da Barbiano. Entrarono questi in Pisa [Ammirat., Istor. Fiorentina, lib. 16.], e in tempo di notte furono a parlare con Jacopo d'Appiano signore di quella città, richiedendogli a nome del duca di Milano la guardia della cittadella di Pisa, Cascina, Livorno e Piombino. Restò attonito alla dimanda l'Appiano; e siccome scaltro vecchio, con rispettosa risposta prese tempo a risolvere. La risoluzione fu, che ordinò a Gherardo suo figliuolo (giacchè Vanni, altro suo maggior figliuolo, e giovine di grandi speranze, era mancato di vita nell'anno precedente) che unisse tutti i suoi soldati e parziali, e che gli avesse pronti in armi per la mattina seguente [Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.]. Fatto giorno, assalì Gherardo le lancie di Paolo Savello, ne uccise buona parte, fece prigione il resto col medesimo Savello ferito di tre ferite. Per questo accidente cominciò a trattarsi di pace e lega fra i Pisani e Fiorentini; al che gli ultimi accudivano ben volentieri.

Ma l'accorto duca di Milano col fingere di non curare quanto era succeduto, e con avere spedito a Pisa Antonio Porro a disapprovare il fatto de' suoi, e a confermar l'Appiano nella sua amicizia [Tronci, Annal. Pisani.], tanto fece, che mostrando l'Appiano anch'esso di non credere venuto dal duca quell'ordine, ruppe ogni trattato co' Fiorentini, i quali si trovarono ben delusi. Rimise ancora in libertà il Savello e gli altri prigionieri. Ma che? infermatosi il medesimo Jacopo d'Appiano, nel dì 3 di settembre passò all'altra vita. Gherardo suo figliuolo, già sustituito in suo luogo nel dominio qualche tempo prima, corse tosto la città, nè ebbe opposizione alcuna. Tardò poco a correre voce che Gherardo volea vendere Pisa al duca di Milano: il che allarmò non poco i Fiorentini. Perciò s'affrettarono essi a spedir colà ambasciatori con facoltà di prometter molto per distornare quel mercato, e per indurre alla pace il giovane Appiano. Mostrossi egli molto alieno dal dimettere il dominio della città, e si esibì mediatore della pace fra loro e il duca di Milano. Fu nel dì 6 di maggio di quest'anno mutazione nella città di Bologna [Matth. de Griffon. Chron., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod. Delayto, Chron., tom. eod.]. Fin qui la fazione degli Scacchesi ossia de' Pepoli avea signoreggiato. Carlo de' Zambeccari dottore coll'altra de' Maltraversi fece una sollevazione, e, deposti gli anziani, ne elesse de' nuovi, e cominciò a reggere la città a suo talento. Non seguì uccisione nè altro male per questo, solamente ciò fu principio d'altre maggiori rivoluzioni. Prese licenza da' Fiorentini il lor generale Bernardone [Sozomenus, Istor., tom. 16 Rer. Ital.], essendo terminata la sua ferma, e fatta la tregua suddetta. Passato in regno di Napoli ai servigi di Lodovico d'Angiò, a nome di lui s'impadronì della città dell'Aquila e di molte castella. Anche Broglio Trentino condottier d'armi, partito dal duca di Milano, fu assoldato da papa Bonifazio per un mese affine di far guerra ai Perugini. Finito il mese, il popolo d'Assisi, scacciato Ceccolino de' Michelotti loro signore, elessero il medesimo Broglio in luogo di lui. Nel dì 23 di luglio [Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.] all'improvviso giunse a Ferrara Francesco II da Carrara signore di Padova con quattrocento uomini d'armi, ed altra gente; e, prevalendosi dell'età giovanile dell'inesperto suo genero Niccolò marchese, quivi e negli altri Stati della casa d'Este fece da padrone, mutando uffiziali e governatori, e mettendovi chi più era a lui in grado: il che diede non poca gelosia e molto da mormorare al popolo di Ferrara. In quest'anno a tradimento fu ucciso Biordo Perugino, che era come signore di Perugia, dall'abbate di San Pietro; e fu creduto per ordine del papa. Ma non per questo il papa ricuperò Perugia. Anzi quel popolo, alzatosi a rumore, prese le armi, sconfisse i di lui uccisori. In Genova non poteva aver luogo la quiete [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Nel mese di luglio i Ghibellini del contado si sollevarono, e, crescendo la lor forza, nel dì 17 entrarono nella città, e quivi tutto fu in arme e furore fra essi e i Guelfi, di maniera che, atterrito il vescovo di Meaux governatore regio, se ne fuggì a Savona. Seguitarono in Genova le battaglie e i saccheggi sino al dì 29 del suddetto mese, in cui si fece pace; pace nondimeno che durò solamente sino al dì 11 d'agosto, con rinnovarsi i combattimenti e gl'incendii, che durarono molti giorni ancora. Poca gente perì in così fieri contrasti; ma si fe' conto che tra le case bruciate e i tanti saccheggi patisse allora Genova il danno di un milione di fiorini d'oro: frutto amaro della pazza discordia di que' cittadini. Essendo poi giunto colà nel dì 21 di settembre Colardo di Callevilla consiglier regio, mandato per governatore dal re di Francia, fu accolto con molto ossequio, e ritornò la quiete in essa città.