MCCCXL

Anno diCristo mcccxl. Indizione VIII.
Benedetto XII papa 7.
Imperio vacante.

Cessata la guerra, sopravvennero in quest'anno all'Italia altre calamità, cioè la carestia e la peste, portate da oltramare [Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 11, cap. 113.]. Vivevano allora alla buona gli Italiani; specialmente i Veneziani e Genovesi, per cagion della mercatura, frequentavano le coste dell'Egitto, della Soria e dell'imperio greco, trafficando fino al mar Nero. Erano anche in guerra queste due nazioni nei tempi presenti. Se in quei paesi regnava la peste (e va ella sempre saltellando dall'un paese all'altro), facilmente la portavano in Italia le navi cristiane. Siccome allora non vi erano lazaretti, nè si faceano spurghi, nè si usavano altre diligenze e cautele che inventò poi la saggia provvidenza de' posteri per impedire l'ingresso a questo terribil malore, o per estinguerlo venuto; così a man salva veniva esso a metter piede nelle nostre contrade. Cominciò dunque nell'anno presente ad infierire la pestilenza in Italia, e ci durò gran tempo, siccome diremo [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Nella sola città di Firenze morirono dodici mila persone. Siena anch'essa perdè gran copia de' suoi migliori cittadini. Giunto poi all'eccesso il prezzo de' viveri, perchè o la gran neve caduta nel verno, che non si sciolse se non verso il fine di marzo, o altra cagione guastò i raccolti. E fu questo solo malanno bastante a generar malattie, e a popolar di cadaveri i sepolcri. Avea già dato principio Luchino Visconte al suo governo di Milano e degli altri suoi Stati con vigore [Petrus Azarius, Chron., cap, 9, tom. 16 Rer. Ital.]; ma i Milanesi, avvezzi a quello del savio ed amorevol principe Azzo, si rattristavano al vedersi sotto Luchino di costumi ben diverso dal suo predecessore. Fin qui aveva menata una vita da prodigo, conversando più coi cattivi che coi buoni, dormendo il giorno e vegliando la notte; e dato alla sensualità in maniera, che quantunque prima avesse avuta per moglie una degli Spinoli, che giovane mancò di vita, ed avesse allora per moglie Isabella de' Fieschi, giovane di rara bellezza, pure da altre donne avea procreato varii bastardi, fra i quali Brusio, che per la sua bravura e magnificenza fece dipoi gran figura nel mondo. Leggevasi inoltre in faccia a Luchino l'austerità; cosa forestiera in lui era il perdonare; e fuorchè i proprii figliuoli, niun altro mai seppe amare, e neppure i parenti, de' quali anzi fu persecutore. Fra gli altri viveano allora Matteo, Bernabò e Galeazzo, figliuoli di suo fratello, giovani di molta avvenenza e cari al popolo. Mandolli tutti e tre a' confini Luchino, siccome uomo pien di sospetti, nè mai volle ascoltar preghiere in lor favore. Fors'anche n'ebbe qualche fondamento, per un avvenimento che appartiene all'anno presente [Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.]. Odiava Luchino e trattava male chiunque era stato ministro, o uffiziale, o amico del suo nipote Azzo, perchè a' tempi di lui tenuto assai basso, quando i consiglieri e cortigiani d'Azzo tutti aveano gran potere, ed erano smisuratamente cresciuti in ricchezza. Fra gli altri Lombardi veniva riputato il più facoltoso Francesco da Posterla, già consigliere d'Azzo; e questi tra per lo sdegno di vedersi maltrattato da Luchino, e per la conoscenza dell'animo alterato de' Milanesi verso questo nuovo padrone, tramò con assaissimi nobili una congiura contra di lui, con pensiero di esaltare i tre nipoti suddetti dello stesso Luchino. S'eglino ne avessero contezza, non si sa. Fu scoperta la congiura; il Posterla co' suoi figliuoli ebbe tempo da fuggire in Avignone. Ma Luchino nol perdè mai di vista. Lettere finte sotto nome di Mastino dalla Scala l'invitarono a Verona con esibizioni larghe. Per questo venne egli in nave alla volta di Pisa, dove preso ad istanza di Luchino, e condotto nel 1341 a Milano, dopo avere rivelato varii complici, lasciò co' suoi figliuoli e con altri la testa sopra d'un palco. Non venne più voglia ad alcuno de' Milanesi di far trattato contra di Luchino: tal terrore mise in tutti la severità ed implacabilità di quest'orso. Ed egli da lì innanzi usò di tener due fieri cani corsi davanti alla camera dove dormiva. Ed uscendo per città, gli aveva sempre a lato. Guai se alcuno facea qualche cenno indiscreto verso di lui; se gli avventavano questi cani, e lo stendevano a terra. Per altro, non mancarono delle virtù e delle belle doti a Luchino: del che parleremo altrove.

Fu fatta in quest'anno una cospirazione di molti nobili di Genova contra di Simonetto Boccanegra, novello doge di quella città [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 11, cap. 101.]. Si scoprì essa nel dì cinque di settembre; e siccome il Boccanegra era uomo franco e valente, essendo caduti in sua mano due de' maggiori nobili di casa Spinola, formatone il processo, fece loro tagliare il capo: con che atterrì gli altri, e fortificò non poco il suo stato. Ottaviano di Belforte nel settembre di questo anno occupò il dominio della città di Volterra, e ne scacciò il vescovo, che era suo nipote. Anche in Firenze venne alla luce in quest'anno una congiura, per cui fu gran rumore in quella città, e si mandarono a' confini assaissimi nobili, massimamente della casa de' Bardi. Sul fine poi di giugno gli Spoletini diedero una sconfitta a quei di Rieti, che assediavano il castello di Luco. E nel luglio avendo Malatesta signore di Rimini assediato il castello di Mondaino e Verucchio, Ubertino da Carrara signore di Padova, e marito d'Anna Malatesta, vi mandò gente assai, che diede una rotta all'esercito del Malatesta. Era tuttavia in disgrazia del papa la città di Bologna per l'espulsione del legato pontificio [Raynaldus, in Annal. Ecclesiast. Matthaeus de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 11 Rer. Ital.]. Diede mano il buon papa Benedetto XII ad un accomodamento, con cui nel dì 21 d'agosto dichiarò vicario di quella città per la santa Sede Taddeo de' Pepoli, impostogli l'obbligo di pagare ogni anno a titolo di censo otto mila fiorini d'oro. Tenuta fu in Mantova nel dì 8 di febbraio una solennissima corte bandita [Gazata, Chron. Regiens., tom. eod. Johannes de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.], a cui intervennero Mastino dalla Scala, Obizzo marchese d'Este e Matteo Visconte. Il motivo di tale festa fu che il vecchio Luigi da Gonzaga signor di Mantova e Reggio fece promuovere all'ordine della cavalleria i tre suoi figliuoli Guido, Filippino e Feltrino, ed altri nobili; e seguirono in tal congiuntura alcuni maritaggi di quei principi, fra' quali Ugolino figliuolo di Guido sposò una sorella di Mastino. Nel settembre essendosi sollevato il popolo di Fermo contra di Mercenario tiranno di quella città, ed avendolo ucciso, tornò all'ubbidienza della Chiesa romana con altri luoghi della marca d'Ancona.