MCCCXXVI
| Anno di | Cristo mcccxxvi. Indizione IX. |
| Giovanni XXII papa 11. | |
| Imperio vacante. |
Non si sa che Galeazzo Visconte in questi tempi cosa alcuna di rilievo operasse, forse perchè trattava qualche aggiustamento col papa, o perchè non si fidava de' suoi parenti e de' nobili di Milano. Perciò Passerino, restato quasi solo in ballo, nel dì 28 di gennaio [Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.] fece una pace svantaggiosa coi Bolognesi, come se avesse ricevuta egli, e non data una rotta nell'anno antecedente; imperocchè restituì loro Bazzano e Monteveglio, con tutti i prigioni [Johannes de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Italic.], a riserva di Sassuolo da Sassuolo, che condusse a Mantova, e di cui poscia si sbrigò col veleno. A lui restituirono i Bolognesi Nonantola e la torre di Canoli. Ma nulla giovò a Passerino questa pace. Venne in questi tempi il cardinal Beltrando a Parma, e quel popolo nel dì 27 di settembre si diede a lui, vacante imperio. Altrettanto fece nel dì 4 di ottobre la città di Reggio [Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Avea già esso legato mosse le sue armi contra del medesimo Passerino dominante in Mantova e Modena. Verzusio Lando capitano della Chiesa, colla armata pontificia venuto nel marzo sul Modenese, pose l'assedio a Sassuolo, ed in pochi dì s'impadronì del borgo e della rocca. Prese dipoi Gorzano, Spezzano e Marano. Per forza ebbe Castelvetro, con mettere a filo di spada quel presidio, eccettochè i due podestà. Nel dì 3 di luglio lo stesso Verzusio, coi fuorusciti di Modena, cioè Rangoni, Pichi dalla Mirandola, Sassuoli, Savignani, Guidoni, Grassoni, Boschetti, ed altri, venne sotto Modena, mettendo a ferro e fuoco tutti i contorni. Bruciò due borghi della città, cioè quei di Bazovara e Cittanuova; e i cittadini stessi diedero poscia alle fiamme gli altri due di Ganaceto e d'Albareto. Si sottopose a Verzusio il castello di Formigine, e così a poco a poco venne in suo potere tutto il contado, se si eccettuano Campo Galliano, il Finale, San Felice e Spilamberto. Passò egli dipoi a' danni di Carpi, e bruciò in quelle parti più di secento case. Anche i Bolognesi [Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.], dimentichi ben tosto della pace fatta, corsero ai danni del Modenese. Un'altra parte dell'esercito pontificio inviata a Borgoforte, tolse a Passerino parte del suo territorio di qua da Po, e gli diede anche una rotta su quel di Suzara. Tentarono bensì Obizzo marchese d'Este [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.] ed Azzo Visconte, uniti con Passerino, di fare una diversione all'armi pontificie, venendo con grosso naviglio per Po a Viadana e Cremona, ma senza operar cosa alcuna di riguardo. Non si sa che Cane dalla Scala in quest'anno facesse veruna impresa. Probabilmente era anche egli in qualche trattato col pontefice; e sappiamo dalla Cronica Veronese [Chron. Veronense, tom. 8 Rer. Ital.], che nel dì 9 di luglio comparvero a Verona gli ambasciatori di papa Giovanni XXII e del re Roberto, ed ebbero molti ragionamenti con esso Cane, ma senza penetrarsi i lor segreti. Si tenne ancora un parlamento in San Zenone di Verona nel dì suddetto, dove intervennero Passerino, i marchesi estensi, e Galeazzo Visconte, per trattare dei fatti loro.
Sbigottiti intanto i Fiorentini per li continui progressi di Castruccio, misero bensì nuove gabelle per adunar danaro, e spedirono in Germania ed altrove per assoldar gente [Giovanni Villani, lib. 9, cap. 328. Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.]; ma il migliore scampo e ripiego fu creduto quello di raccomandarsi ai capi primarii de' Guelfi, cioè a papa Giovanni e al re Roberto. Si servì Roberto di questa congiuntura per suggerire ai suoi ben affetti di Firenze che prendessero per loro signore Carlo duca di Calabria suo figliuolo. Il negozio si fece. Gli fu data la signoria di Firenze per dieci anni, con obbligo di mantenere in servigio di quel popolo mille cavalieri coll'assegno di ducento mila fiorini d'oro per anno. Nel dì 13 di gennaio in Napoli accettarono il re ed il duca questa elezione. Castruccio, sentendo sì fatte nuove, ne fu ben malcontento, e però, dato il fuoco a Segna, si ritirò a Carmignano, dove fece di molte fortificazioni. Il generale de' Fiorentini Pietro di Narsi nel dì 14 di maggio avea ordito un tradimento per torgli quella terra, e con ducento cavalieri de' migliori e cinquecento fanti andò a quella volta. Informatone Castruccio (forse questo trattato era doppio), il colse in un agguato, lo sconfisse e l'ebbe prigione con altri assai. Fecegli tagliar la testa, perciocchè avea contravvenuto al giuramento fatto di non essere contra di lui, allorché un'altra volta fu suo prigione. Mandò il papa per suo legato in Toscana il cardinal Giovanni degli Orsini, che seco condusse quattrocento cavalieri provenzali, ed entrò in Firenze nel dì 30 di giugno. Colà prima, cioè nel dì 17 di maggio, era pervenuto Gualtieri duca d'Atene e conte di Brenna con quattrocento cavalieri, inviatovi per suo vicario dal duca di Calabria, il quale da lì a cinque giorni pubblicò lettere papali, come il pontefice avea creato il re Roberto vicario d'imperio in Italia, vacante imperio. Poscia nel dì 12 di luglio arrivò a Siena [Chron. Sanense, tom. 10 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9, cap. ultim.] Carlo duca di Calabria con copiosa gente d'armi. Seco era la moglie e Giovanni principe della Morea, suo zio paterno, e gran baronia. Dimandò la signoria di quella città, e per questo vi fu non poco rumore; ma in fine consentì quel popolo di dargliela per cinque anni avvenire. Fatto far pace fra i Tolomei e Salimboni, se ne partì, e nel dì 30 di luglio arrivò a Firenze, ricevuto ivi con processione ed immenso onore. L'accompagnavano mille e cinquecento lance; e, richieste le amistà, ebbe da' Sanesi trecentocinquanta cavalieri, trecento da' Perugini, ducento da' Bolognesi, cento dagli Orvietani, cento dai Manfredi signori di Faenza, oltre a molti altri: di maniera che, congiunta questa gente con i quattrocento cavalieri già venuti col duca d'Atene, e colla fanteria e cavalleria dei Fiorentini, fu al suo comando una fioritissima armata. Tuttavia nulla di rilevante operò egli in quest'anno per la diligenza e prodezza di Castruccio, il quale ridusse a nulla gli sforzi del marchese Spinetta Malaspina collegato col duca di Calabria, e fece tornare a Firenze l'armata di esso duca senza aver conquistata veruna fortezza, e però con onta e vergogna. Cominciarono ben tosto i Fiorentini a provare il peso del novello loro signore, perchè non mantenne loro i patti, e mandò per terra l'autorità de' loro priori, e in un anno costò il suo governo a quella città più di quattrocento migliaia di fiorini d'oro. Ma il riccio era entrato nella tana, e i Fiorentini non trovarono miglior riparo contro al temuto ed odiato Castruccio, il quale tenne dipoi gran tempo a bada il legato ed il duca con lusinghe di pace e d'accordo.
Altra maniera non seppe pensare il re Roberto per ridurre a' suoi voleri Federigo re di Sicilia, che di spedir ogni anno l'armata sua a dare il guasto a quell'isola, tanto che, stanchi quegli abitanti, si gittassero nelle sue braccia [Nicolaus Specialis, lib. 7, cap. 19, tom. 10 Rer. Italic. Giovanni Villani, lib. 9, cap. 347.]. Però in quest'anno ancora sul fine di maggio inviò colà una flotta di ottanta vele col conte Novello della casa del Balzo, che puntualmente eseguì gli ordini del re con guastar le contrade di Patti, Milazzo, Cattania, Agosta e Siracusa. Il che fatto, senza aver provato contrasto alcuno, se ne venne in Toscana, dove prese due castella ai conti di Santa Fiora. Trattando la città di Fermo nella marca in quest'anno accordo colla Chiesa, quei di Osimo con altri Ghibellini vi entrarono, e, messo il fuoco al palagio del comune, vi arsero o magagnarono molta buona gente, e sturbarono tutta la concordia. In Rimini la matta voglia di dominare fece vedere in quest'anno una brutta scena [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9, cap. 350. Cronica Riminese, tom. 15 Rer. Ital.]. Essendo mancato di vita nell'aprile Pandolfo Malatesta signore di quella città, gli succedette nel dominio Ferrantino figliuolo di Malatestino, e nipote di esso Pandolfo. Nel dì 9 di luglio Ramberto figliuolo del fu Giovanni Malatesta invitò esso Ferrantino con altri Malatesti ad un convito, dove fece prigione lui e Malatestino di lui figliuolo, e Frarino e Galeotto de' Malatesti. Fu a rumore tutta la città. Polentesa moglie di Malatestino, coraggiosa donna, corse colla spada sguainata in piazza, e, presa la bandiera, cercò di muovere in suo favore il popolo; ma perchè fu creduto che i presi fossero stati uccisi, non ebbe seguito. Da lì a tre dì Malatesta figliuolo del fu Pandolfo, che era a Pesaro, entrò in tempo di notte in Rimini, e, venuto il dì, fu obbligato Ramberto a fuggirsene alle sue terre di Ceola e Castiglione; e nel viaggio da quei di Santo Arcangelo gli furon tolti i prigioni, che se ne tornarono ben allegri a Rimini. Fece poi Ferrantino guerra alle terre d'esso Ramberto, il quale (mi sia lecito riferirlo qui fuor di sito) cercò da lì innanzi tutte le vie di rimettersi in grazia di lui. Erano corsi regali innanzi e indietro, e tutto parea ben disposto, quando nell'anno 1329 oppure 1330, Ferrantino (Girolamo Rossi [Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 6.] dice Malatestino figliuolo di Ferrantino, e così la Cronica di Cesena [Chron. Caesen. Cronica Riminese.]) fece ordinare una caccia: di tale occasione si servì Ramberto per presentarsegli davanti, e dimandargli colle ginocchia a terra perdono delle passate offese. La risposta che gli diede Ferrantino, ossia Malatestino, fu di cacciar mano ad un coltello, e scannarlo. Dominando in Cesena Ghello da Calisidio, nel dì 20 di giugno Rinaldo de' Cinci, fattolo prigione, occupò la signoria di quella città. Nel dì 12 di luglio Aimerigone, maresciallo delle genti del papa in Romagna, e Amblardo Visconte, nipoti d'Aimerigo arcivescovo di Ravenna e conte della Romagna, entrati con poca gente in Cesena, ed, alzato rumore nel popolo, presero il suddetto Rinaldo, al qual poscia fu mozzato il capo, e quella città restò pienamente in potere degli uffiziali pontificii. Nel marzo ancora di questo anno Azzo Visconte, signore di Cremona, coi fuorusciti di Brescia [Malvec., Chronic. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.] e coi rinforzi di Passerino signor di Mantova, ostilmente entrò sul Bresciano, e prese le castella di Trenzano, Roado, Coccai, Erbusco, Cazzago ed altri luoghi, dando un gran guasto a quel paese.