MCCXC

Anno diCristo mccxc. Indizione III.
Niccolò IV papa 3.
Ridolfo re de' Romani 18.

Stendeva ogni dì più l'ali Guglielmo potentissimo marchese del Monferrato. Già oltre agli antichi suoi Stati, a' quali aveva aggiunto Casale di Sant'Evasio [Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.], oggidì città, egli signoreggiava nelle città di Pavia, Novara, Vercelli, Tortona, Alessandria, Alba ed Ivrea. Era dietro a cose più grandi, ma non gli mancavano dei potenti nemici [Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 329.]. Con un copioso esercito uscito di Pavia, ostilmente passò nel mese d'agosto nel Milanese, per vendicarsi di quel popolo che dianzi avea fatta un'incursione nel Novarese, e presi alcuni luoghi [Corio, Istoria di Milano.]. Seco erano Mosca ed Arrigo dalla Torre cogli usciti di Milano, appellati Malisardi. Arrivò sino a Morimondo; ma mossisi i Milanesi coi Comaschi, Cremonesi, Bresciani e Cremaschi, egli se ne tornò indietro [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. Fece inoltre un'irruzione nel Piacentino; ma il popolo di Piacenza gli rendè ben la pariglia. Ebbe lo stesso marchese guerra ancora cogli Astigiani, i quali ben si provvidero per non essere ingoiati, facendo lega coi suddetti Milanesi, Piacentini, Genovesi, Cremonesi e Bresciani, i quali comuni inviarono ad Asti quattrocento uomini d'armi a due cavalli l'uno. Condussero anche al loro soldo Amedeo conte di Savoia, che con cinquecento lancie venne in loro servigio. La Cronica di Parma asserisce ch'esso conte vi condusse mille ducento cavalieri, e gran copia di balestrieri e fanti. Rinforzato da questi aiuti quel popolo fece delle ostilità nel Monferrato, e collo sborso di dieci mila fiorini d'oro ebbe a tradimento Vignale, da dove fra l'altre robe fu asportato il vasto padiglione del marchese, a condurre il quale appena bastarono dieci paia di buoi. Ordirono inoltre gli Astigiani una segreta trama cogli Alessandrini, promettendo loro trentacinque mila fiorini d'oro, se faceano un bel colpo. Il marchese, che non dormiva, avuto qualche sentore di questi maneggi, volò ad Alessandria con assai gente, per opprimere i congiurati; ma questo servi ad affrettar la risoluzione de' cittadini [Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.]; e però, levati a rumore nel dì 8 di settembre, presero il marchese con tutti i suoi provvisionati. Lui chiusero in gabbia di ferro sotto buone guardie, e lasciarono andar con Dio il resto di sua gente, ma spogliata. In quella barbarica carcere stette languendo dipoi il marchese sino al dì 6 di febbraio dell'anno 1292, in cui colla morte diede fine ai presenti guai. E in questa tragica maniera andò a terminar sua vita Guglielmo marchese di Monferrato, il cui nome e le cui imprese risonarono un pezzo entro e fuori d'Italia. Grandi furono le di lui virtù, maggiori nondimeno i suoi vizii, per li quali era odiatissimo: felice se seppe profittar del tempo che Dio gli lasciò per far di cuore penitenza de' falli suoi! Successore ed erede restò Giovanni marchese suo figliuolo in età assai giovanile, che andò a trovare Carlo II re di Napoli, che era ito in Provenza. Dopo la caduta di questo principe fecero a gara i popoli per mettersi in libertà e per iscaldarsi tutti, giacchè al bosco era attaccato il fuoco. Gli Astigiani s'impadronirono di varie terre; altrettanto fece il popolo d'Alba e quello d'Alessandria. Pavia scosse il giogo anch'ella, ed essendovi rientrato Manfredi, ossia Manfredino da Beccheria, gli fu data la signoria della città per dieci anni: il che fu cagione che i Torriani con altri assai del partito a lui contrario uscirono di Pavia. Profittò di così bella congiuntura anche Matteo Visconte capitano de' Milanesi, che in varie storie viene chiamato Maffeo, perchè ottenne di essere dichiarato suo capitano dalla città di Vercelli per cinque anni. Quasi lo stesso era allora l'essere capitano che signore.

Nè queste sole mutazioni accaddero in Lombardia. Trovavasi afflitta per le tante guerre civili anche la città di Reggio [Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.], e mirando la quiete, di cui già godea Modena sotto il pacifico e dolce governo di Obizzo marchese d'Este e signor di Ferrara, tanto i cittadini dominanti, quanto i fuorusciti, si accordarono ad eleggere esso marchese per tre anni loro signore nel dì 15 di gennaio del presente anno. Il perchè egli tosto, accompagnato da molta cavalleria e fanteria, si portò colà, e vi fu con grande amore accolto. Licenziò egli tutti i soldati forestieri, ridusse in città i Roberti, soprannominati da Tripoli, e quei da Sesso e da Fogliano con tutti gli altri usciti; e diede insieme buon ordine, perchè rifiorisse fra loro la pace. Per questi benefizii fu poco appresso proclamato signore perpetuo di quella città. Nè mancarono novità in Piacenza [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]. Più d'una volta fece oste quel popolo addosso ai Pavesi, saccheggiando e bruciando; e specialmente nel mese di maggio con tutta la lor milizia e con tutta quella di Cremona, e con rinforzo di Milanesi e Breciani, uscirono essi Piacentini in campagna contra de' medesimi Pavesi. Ma, dopo aver prese e bruciate le terre di Casegio e Broni, nacque nel loro campo discordia, nè volendo passar oltre i Cremonesi, se ne tornò indietro quell'armata con poco onore. Per questo fu molto rumore in Piacenza, ed, incolpati alcuni, ebbero il bando dalla città. Seppe in tale occasione Alberto Scotto farsi dichiarar capitano e signore perpetuo di quella città. Ed ecco come in poco tempo tante repubbliche di Lombardia cominciarono a passare ad una specie di monarchia: colpa delle matte fazioni de' Guelfi e Ghibellini; colpa delle frequenti animosità fra la nobiltà ed il popolo, oppure della divisione e discordia de' cittadini per altri motivi di ambizione, di vendetta o di liti civili. Il vero è nondimeno che, dato il governo ad un solo, d'ordinario cessavano le gare dei privati. Ho quasi tralasciato di dire che anche i Pisani, veggendosi a mal partito, perchè circondati all'intorno da potenti nemici, Genovesi, Fiorentini, Lucchesi, ed altri di parte guelfa, fin dall'anno 1288 cercarono di avere un valente capitano di guerra che li sostenesse ne' lor bisogni. Fecero dunque venire a Pisa Guido conte di Montefeltro, che era stato mandato dal papa ai confini, e soggiornava in Asti [Ptolomaeus Lucens. Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital. Hist. Pisana, tom. 24 Rer. Ital.]. Il ricevettero con grande onore, e a lui diedero la signoria della loro città per tre anni. Abbiamo da Giovanni Villani [Giovanni Villani, lib. 7, cap. 127.] e dal Rinaldi [Raynaldus, in Annal. Eccl.] che il pontefice, stando in Orvieto, nel dì 18 di novembre dell'anno presente, sottopose all'interdetto la città di Pisa per questo, e scomunicò esso conte Guido, se entro lo spazio di un mese non abbandonava il governo di quella città: pena che parrà strana ai tempi nostri, giacchè si trattava di città libera e non suggetta nel temporale ai romani pontefici. Cominciò il conte Guido a ricuperar le terre tolte ai Pisani; ma non potè impedire [Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.] che i Genovesi non prendessero l'isola dell'Elba in quest'anno, e che poscia nel mese di settembre uniti coi Fiorentini e Lucchesi non facessero oste a Porto Pisano, e lo prendessero. Furono allora disfatte le torri (che o non furono dianzi guaste, o erano state rifatte), il fanale, e tutte le case di quel luogo; e colla stessa rabbia fu guasto il poco distante Livorno. Dopo di che trionfanti se ne tornarono que' popoli alle lor case; ma dappoi il conte Guido ripigliò ai Fiorentini le castella di Monto Foscolo e di Montecchio.

Sì smisuratamente era portato papa Niccolò IV all'amore e all'ingrandimento della nobil casa romana dalla Colonna, che, per attestato di fra Francesco Pipino [Franciscus Pipinus, Chron., tom. 9 Rer. Italic.], dipendeva tutto dal consiglio dei Colonnesi, e non si saziava di votar sopra loro le grazie sue: di modo che in un libro di questi tempi, intitolalo Initium malorum, egli fu dipinto chiuso in una colonna, fuori di cui appariva solamente il suo capo mitrato, con due colonne davanti a lui. Probabilmente son qui disegnati i due cardinali allora viventi di casa Colonna, cioè Jacopo creato da Niccolò III, e Pietro promosso al cardinalato dallo stesso Niccolò IV. Abbiamo dalla Cronica di Forlì [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.] che anche Giovanni dalla Colonna fu creato marchese d'Ancona; e questi nell'anno precedente venne a Rimini per metter pace fra quella città e Malatesta da Verucchio. Fece ben liberar dalle carceri molti prigioni, ma non potè conchiudere quell'accordo. Oltre a ciò, il papa, non mai sazio di beneficar quell'illustre famiglia, creò ancora conte della Romagna Stefano dalla Colonna, signore di Ginazzano, con levar quel governo al Monaldeschi. Venne questo nuovo conte in Romagna, e perchè Corrado figliuolo di Dadeo, ossia Taddeo, conte di Montefeltro, aveva occupata la città d'Urbino, nè la volea rendere, coll'esercito colà condotto le diede un generale assalto, e l'obbligò alla resa. Fu poi onorevolmente ricevuto nelle città di Cesena, Rimini, Imola e Forlì, dove tenne un gran parlamento, e stabilì pace fra i Riminesi e Malatesta, mandando quest'ultimo a' confini nel suo castello di Roncofreddo. Ma nella stessa città di Rimini essendo insorta rissa fra quei di sua famiglia e i popolari, si fece un fiero conflitto colla morte di molti, e fu in pericolo lo stesso conte: perlochè egli dipoi privò di ogni onore quella città. Portossi ancora nel novembre a Ravenna, con pretendere tutte le fortezze di quella riguardevol città. Ostasio e Ramberto figliuoli di Guido da Polenta, che erano come signori di Ravenna, se gli opposero; e, temendo poi che Stefano se ne risentisse contra di loro, passarono ad un'ardita risoluzione. Cioè, fatta venire molta cavalleria e fanteria de' loro amici romagnuoli in Ravenna [Matth. de Griffonibus, tom. 18 Rer. Italic. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], una notte mossero a rumore il popolo, e fecero prigione il suddetto conte Stefano con un suo figliuolo ed un suo nipote, che era maresciallo, e con tutti i suoi stipendiati, dopo aver tolto loro arme e cavalli. Gran rumore fece questa novità per quelle contrade, e diede moto a molte sollevazioni. In Imola le due fazioni degli Alidosi e Nordili vennero alle mani, e non pochi vi restarono morti; ma sopravvenuti i Bolognesi in soccorso dei Nordili, misero in fuga gli Alidosi, e poi spianarono tutti gli steccati, le fosse, ed ogni altra fortezza di quella città. Anche i Manfredi s'impadroniron di Faenza; ma non andò molto che ne furono scacciati da Maghinardo da Susinana, e da Ramberto da Polenta, i quali presero il dominio della città medesima. Nè già stette in ozio Malatesta da Verucchio, perchè anch'egli, scacciato da Rimini il podestà messovi dal conte, si fece proclamar signore da quel popolo. E nel dì 20 di dicembre i suddetti Maghinardo e Lamberto, signori di Faenza, Guido da Polenta coi Ravegnani, e Malatesta con quei di Rimini, di Cervia, Forlimpopoli e Bertinoro, andarono a Forlì, e ne occuparono il dominio. Ecco se fieramente si sconvolse la Romagna in questi tempi. Da Girolamo Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.] e dalla Cronica Forlivese [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.] minutamente si veggono descritte colali rivoluzioni, le quali io per amor della brevità ho solamente accennate.

Andavano intanto alla peggio gli affari della cristianità in Soria [Raynaldus, in Annal. Eccles.]. Nel precedente anno presa fu dagl'infedeli l'importante città di Tripoli con altre terre. La stessa disavventura veniva minacciata alla ricca e mercantile città di Accon, ossia d'Acri. Perciò non ommise il pontefice Niccolò premura e diligenza veruna per soccorrere que' cristiani, con far predicare la crociata non solamente per tutta l'Italia, ma anche per tutti i regni cristiani, e intimar decime, e somministrar egli quanto oro potè per quella sacra spedizione. Per attestato della Cronica Parmigiana, circa secento persone nella città di Parma presero la croce, e si mossero per passare in Levante. Così a proporzione fecero altre città. Armaronsi in Venezia venti galee pel trasporto di questa gente. Non si sa che i Genovesi si movessero punto per questa crociata, essendo essi unicamente intenti a pelare i Pisani. Di molto avrebbe potuto far Giacomo re di Sicilia, siccome principe provveduto di molti legni e di un valente ammiraglio [Bartholomaeus da Neocastro, tom. 13 Rer. Ital.]; ed egli ancora, con ispedire alla corte pontificia Giovanni da Procida, fece l'esibizion di tutte le sue forze al papa, purchè potesse aver pace, ed essere rimesso in grazia della Chiesa romana. Ma restò senza frutto cotesta ambasceria, e gl'interessi particolari de' Franzesi e di Carlo II re di Napoli guastarono ogni buon concerto per sostenere il pubblico della cristianità. Passando per Messina Giovanni di Grilliè Franzese, che era stato inviato dai cristiani di Soria al sommo pontefice per ottener soccorso, il re Giacomo gli diede sette galee ben armate di Siciliani, acciocchè per quattro mesi militassero in favor de' cristiani in Levante. Mancò di vita nel luglio di quest'anno [Bonfin., Rer. Hung., Dec. 2, lib. 9.] senza successione maschile Ladislao re d'Ungheria. Oltre al re Ridolfo, che pretendea quel regno con titolo di feudo dell'impero, e giunse anche ad investirne Alberto duca d'Austria suo figliuolo, vi aspirava ancora Carlo Martello primogenito di Carlo II re di Napoli, siccome figliuolo di Maria sorella dello stesso re Ladislao [Giovanni Villani, lib. 7, cap. 134.]. Ed infatti il re Carlo suo padre nel dì della Natività della Vergine il fece solennemente coronare da un legato del papa re d'Ungheria in Napoli. Ma Andrea III figliuolo di Stefano, nato da Andrea II re d'Ungheria e da Beatrice Estense, che, dopo avere sposata Tommasina dei Morosini, soggiornava in Venezia, udita la morte di Ladislao, chiamato anche dai nazionali, volò in Ungheria, entrò in possesso di quel regno, e poscia acconciò i fatti suoi con Alberto duca d'Austria, col prendere in moglie una di lui figliuola. Fu in quest'anno guerra fra i Bresciani e Bergamaschi [Chronic. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.], e riuscì ai primi di prendere ai secondi la torre di Mura, e di dar loro qualche percossa; ma, frappostisi dei pacieri, ritornò la quiete fra loro. Se noi avessimo la storia romana di questi tempi, meglio s'intenderebbe una rilevante particolarità a noi conservata dall'autore della Cronica di Parma, degno di fede, perchè contemporaneo. Scrive egli che i Romani crearono loro signore Jacopo dalla Colonna, e il condussero per Roma sopra un cocchio a guisa degli antichi imperadori, con dargli anche il titolo di Cesare. Fecero oste di poi sopra Viterbo e contro altre terre, ma senza vedere effettuati i loro disegni. Come ciò fosse, e come il papa, sì forte portato a favorire i Colonnesi, sofferisse un tale attentato, lo tace la storia.