MDCCXI

Anno diCristo MDCCXI. Indizione IV.
Clemente XI papa 12.
Carlo VI imperadore 1.

Fece la morte in quest'anno moltiplicar le gramaglie nell'Europa, perchè nel dì 3 di febbraio rapì dal mondo Francesco Maria de Medici, fratello del gran duca Cosimo, e principe da noi veduto cardinale nei precedenti anni, che non lasciò alcun frutto del suo matrimonio colla principessa Leonora Gonzaga di Guastalla. Poscia nel dì 14 d'aprile mancò di vita pel vaiuolo Luigi Delfino di Francia, unico figlio del re Luigi XIV, principe degno di più lunga vita: con che il duca di Borgogna suo primogenito assunse il titolo di Delfino. Ma ciò che più mise in agitazione i pensieri di tutti i politici interessati e non interessati nel teatro delle correnti guerre, fu l'immatura morte di Giuseppe imperadore, accaduta nel dì 17 del mese suddetto d'aprile. Questo monarca, che in vivacità di spirito, in affabilità e in altre belle doti superò moltissimi dei suoi gloriosi antenati, non avea ben saputo reggere il suo fuoco, portato ai piaceri; e contuttochè l'impareggiabile augusta sua consorte Amalia Guglielmina di Brunsvich si studiasse, per quanto potè, di tenerlo in freno, non reggeva questo freno all'empito delle sue voglie. Mancò veramente anch'egli di vaiuolo, ma fu creduto che gli strapazzi della sua sanità aiutassero di molto quel male a levarlo di vita. Niun discendente maschio lasciò egli dopo di sè, ma solamente due arciduchesse, cioè Maria Gioseffa e Maria Amalia, che poi passarono a fecondar le elettorali case di Baviera e Sassonia. Questo inaspettato colpo delle umane vicende non si può dire quanto sconcertasse le misure delle potenze collegate contro la real casa di Borbone; perchè si pensò ben tosto, e si fecero tutti gli opportuni negoziati per far cadere la corona imperiale in testa del re Carlo III suo fratello; ma tosto ancora si conobbe che questo passo verrebbe ad assodar quella di Spagna sul capo del re Filippo V. Nè pure agli stessi collegati, non che alla Francia, compliva il vedere uniti in una sola persona l'imperio e i regni di Spagna e della casa di Austria. Però si cominciarono nuove tele, persistendo nondimeno tutti nella determinazione di continuar più vigorosamente che mai le ostilità contra dei Franzesi.

Prese dopo la morte dell'augusto figlio l'imperadrice Leonora Maddalena le redini del governo, e con replicate lettere si diede a tempestare il re Carlo III, acciocchè, lasciata la troppo pericolosa, anzi disperata, impresa della Spagna, venisse alla difesa e al godimento de' suoi Stati. Trovossi allora il buon principe in un ben affannoso labirinto; perchè dall'una parte il bisogno dei proprii Stati e la premura di salire sul trono imperiale non gli permettevano di fermarsi in Ispagna, e dall'altra non sapeva indursi ad abbandonare i miseri Barcellonesi e Catalani alla discrezione dell'irato Filippo V. Avea anche sulle spalle un'esorbitante copia di nobiltà spagnuola e di famiglie rifugiate sotto l'ombra sua per isfuggire i castighi della pretesa ribellione; e tutti dimandavano pane. Fu preso il ripiego di lasciar la regina sua sposa in Barcellona per pegno del suo amore, e per sicurezza degli sforzi ch'era per fare nella lor difesa. Scelta pertanto una parte dei rifugiati Spagnuoli che seco venissero, nel settembre s'imbarcò, e felicemente sbarcò alle spiagge di Genova, e senza perdere tempo s'inviò alla volta di Milano. Alla Cava nel dì 13 d'ottobre fu complimentato da Vittorio Amedeo duca di Savoia, e un miglio lungi da Pavia da Rinaldo duca di Modena. Arrivata che fu la maestà sua a Milano, poco stette a ricevere la lieta nuova che nel dì 12 del predetto mese, di comune consenso degli elettori, era stato proclamato imperador de' Romani. Le universali allegrezze dei popoli d'Italia solennizzarono sì applaudita elezione; il pontefice destinò il cardinale Imperiale con titolo di legato a latere a riconoscere in lui non meno la dignità imperiale che il titolo di re Cattolico. Comparvero ancora a questo fine a Milano pompose ambasciate delle repubbliche di Venezia, Genova e Lucca. Saputosi poi in Madrid come si fossero contenuti in tal occasione i principi d'Italia, il re Filippo ordinò che i loro pubblici rappresentanti sloggiassero da' suoi regni. Fermossi in Milano l'augusto sovrano sino al dì 30 di novembre, in cui si mosse alla volta dell'Alemagna. Nel dì 12 fu di nuovo ad inchinarlo il duca di Modena in San Marino di Bozzolo. Mantova qualche giorno godè della graziosa presenza di questo monarca; e ai confini dello Stato veneto gli fecero un soprammodo magnifico accoglimento gli ambasciatori di quell'inclita repubblica; dopo di che inviatosi egli a dirittura per la via di Trento e del Tirolo, nel dì 20 giunse ad Inspruch, dove prese riposo. Fattosi intanto in Francoforte il suntuoso preparamento per la sua coronazione, questa dipoi si effettuò nel dì 22 di dicembre con solennissima festa. Portò egli al trono imperiale un complesso di sode e rare virtù, quale non sì facilmente si trova in altri regnanti, e cominciò da lì innanzi ad essere chiamato Carlo VI Augusto.

Nulla di notabile operarono in questo anno gli alleati in Piemonte, e da alcuni ne fu attribuita la cagione al trovarsi tuttavia mal soddisfatto Vittorio Amedeo duca di Savoia della corte di Vienna, che con varie scuse gli negava il possesso tante volte promesso del Vigevanasco. Contuttociò quel sovrano col maresciallo Daun sul principio di luglio con potente esercito si mosse e valicò i monti, e passate le valli di Morienna e Tarantasia, calò nella Savoia, impadronendosi della città di Annicy, Chiambery, ed altre di quella contrada. S'aspettava il duca di Bervich che questo torrente s'incamminasse verso il Lionese; e però, dopo aver muniti i passi, fermò il suo campo sotto il forte di Barreaux. Intenzione del conte di Daun era di assalire i Franzesi in quel sito; ma insorta dissensione di pareri, finì tutta la campagna in sole minaccie contra dei Franzesi. E perchè l'armata non avrebbe potuto sussistere pel verno nella Savoia, divisa allora dall'Italia per cagion delle nevi, abbandonati di nuovo que' paesi, se ne tornarono tutti a cercare stanza migliore in Lombardia. Qualora i Tedeschi avessero tenuto più contento il sovrano di Savoia, forse in altra guisa sarebbero camminate le faccende in quelle parti. Erano di molto prosperate in Ispagna l'armi del re Filippo V col riacquisto della Castiglia e dell'Aragona, e coll'avere ristretti gli alleati nell'angusto paese della Catalogna. Ebbe egli ancora il contento nel gennaio di quest'anno di veder superata Girona dal duca di Noaglies, che con venti mila Franzesi ne avea formato l'assedio. Ma niun'altra impresa degna di osservazione si fece in quelle parti, se non che il duca di Vandomo nel mese di dicembre spedì il conte di Muret con grosso corpo di gente sotto Cardona. S'impossessò questo generale del Borgo, e ritiratasi la guernigion nel castello, cominciarono le artiglierie a tormentarlo. Vi fu spedito dallo Staremberg un buon soccorso di gente, che rovesciò le trincee dei nemici, ed entrati colà cinquecento uomini, fecero prendere al Muret la risoluzione di ritirarsi. Nè pure in Fiandra alcuno strepitoso fatto avvenne, altro non essendo riuscito ai collegati che di sottomettere la forte città di Bauchain, giacchè il maresciallo di Villars non lasciava ai nemici adito per azzuffarsi seco: cotanto sapea egli l'arte dei buoni accampamenti, per non venire a battaglia se non quando vi trovava i suoi conti.

Parea dunque che si cominciasse a raffreddare il bollore di questa guerra, nè se ne intendeva allora il perchè; ma a poco a poco si venne poi svelando il mistero. Convien confessarlo: sanno egregiamente i Franzesi combattere con armi di ferro, ma egualmente ancora valersi di armi d'oro per espugnare chi alla lor potenza resiste. Già dicemmo accaduta in Londra non lieve mutazione nel ministero, ed essere toccata la superiorità al partito dei Toris. La regina Anna, che fin qui tanto ardore avea mostrato contro la real casa di Borbone, cominciò, per quanto fu creduto, a sentire rialzarsi in suo cuore la non mai estinta affezione al proprio sangue stuardo, siccome figlia del fu cattolico re Giacomo II. Mossa da compassione verso l'abbattuto vivente suo fratello Giacomo III, re solamente di nome della Gran Bretagna, concepì dei segreti desiderii ch'egli divenisse tale di fatto, e fosse anteposto all'elettoral casa di Brunswich, a cui già per gli atti pubblici del parlamento era stato assicurata la successione del regno, qualora mancasse la regina medesima. All'avveduta corte del re Cristianissimo trasparì qualche barlume del presente sistema di quella di Londra; e il maresciallo di Tallard, detenuto prigioniere nella città di Notingam, fu creduto che suggerisse buoni lumi per giugnere a guadagnare il cuore d'essa regina. Segretamente dunque il re Luigi XIV ebbe maniera di far introdurre per mezzo del milord Halei, che poi divenne conte d'Oxford, e di qualche altra persona favorita dalla regina, parole di pace fiancheggiate da rilevanti vantaggi in favore della nazione inglese. Se riusciva al gabinetto franzese di staccare quella potenza dalla grande alleanza, ben si conosceva terminata la memorabil tragedia della guerra presente. Gustò la regina il dolce di quelle proposizioni, e cominciarono ad andare innanzi e indietro segrete lettere e risposte per ismaltire le difficoltà, e stabilire i principali articoli dell'accomodamento. Di queste mene si avvidero bensì gli Olandesi e la corte di Vienna, e si studiarono di fermarle; ma senza profitto alcuno. Troppa impressione aveano fatto nella regina Anna le offerte della Francia, cioè la cessione di Gibilterra e di Porto Maone all'Inghilterra (punto di gran rilievo pel commercio di quella nazione), l'Assiento, cioè la vendita de' Mori per servigio dell'America Spagnuola, che si accorderebbe per molti anni agl'Inglesi; la demolizione di Dunquerque: una buona barriera di piazze per sicurezza degli Olandesi; all'imperador Carlo VI la Fiandra, lo Stato di Milano, Napoli e Sardegna. Già divenuto come impossibile il cavar dalle mani del re Filippo V la Spagna, restava questa monarchia divisa dalla franzese: a che dunque consumar più tanto oro e sangue, se nulla di più si potea ottener colla guerra di quel che ora si veniva a conseguir colla pace? Passò per questo in Inghilterra nel gennaio seguente il principe Eugenio, nè altro gli venne fatto che d'indurre la regina a procedere senza fretta e con gran cautela in sì importante affare. Intanto gli Olandesi si videro astretti a consentire ad un luogo per dar principio ai congressi, e fu scelta per questo la città d'Utrecht, dove nel gennaio seguente avessero da concorrere i plenipotenziarii delle parti interessate. E tali furono i primi gagliardi passi per restituire la tranquillità all'afflitta Europa.