MDCCXLVI

Anno diCristo MDCCXLVI. Indizione IX.
Benedetto XIV papa 7.
Francesco I imperadore 2.

Nel più bell'ascendente pareano gli affari de' Gallispani in Lombardia sul principio di quest'anno, trovandosi le armi loro dominanti nel di qua da Po, a riserva della bloccata Alessandria, ed essendo venuta la città di Milano con Lodi, Pavia e Como alla lor divozione, con restare il solo castello di Milano renitente ai loro doveri. Lusingaronsi allora i Franzesi di poter trarre, coll'apparenza di sì bel tempo Carlo Emmanuele re di Sardegna nel loro partilo, o almeno di staccarlo colla neutralità dalla lega austriaca ed inglese. Da Parigi e da altre parti volavano nuove che davano per certo e conchiuso l'accomodamento colla real corte di Torino; nè si può mettere in dubbio che qualche maneggio, durante il verno, seguisse fra le due corti per questo. Ma o sia che le esibizioni della Francia non soddisfacessero al re di Sardegna; o pure, come è più probabile, e protestò dipoi esso re per mezzo de' suoi ministri alle corti collegate, ch'egli più pregiasse la fede ne' suoi impegni, che ogni altro proprio vantaggio, e gli premesse di reprimere la voce sparsa che l'instabilità nelle leghe passasse per eredità nella real sua casa: certo è che svanirono in fine quelle voci, e si trovò più che mai il re sardo costante ed attaccato alla lega primiera, con aver egli fatto tornare indietro mal soddisfatto il figlio del maresciallo di Maillebois, che, venuto ai confini, portava seco, non dirò la speranza, ma la sicurezza lusinghevole di veder tosto sottoscritto l'accordo. Stavano intanto i curiosi aspettando, che s'imprendesse l'assedio formale del castello di Milano, giacchè il ridurlo col blocco e colla fame sarebbe costato dei mesi, e intanto potea mutar faccia la fortuna. Ma il cannon grosso penava assaissimo ad essere trasportato per le strade troppo rotte da Pavia a Milano, e però di una in altra settimana s'andava differendo il dar principio a quell'impresa. Intanto, perchè si lasciarono vedere alcuni armati spagnuoli nel borgo degli Ortolani, o sia porta Comasina, che è in faccia al castello, le artiglierie d'esso castello gastigarono gl'innocenti padroni di quelle case con diroccarle. Attendeva il real infante don Filippo a solazzarsi in questa metropoli con opere di musica, ed altri divertimenti; il duca di Modena se ne passò a Venezia per rivedere la sua famiglia, e restituissi poscia nel febbraio a Milano; e il generale Gages col nerbo maggiore delle truppe Spagnuole andò a postarsi alle rive del Ticino verso il lago Maggiore, per impedire qualunque tentativo che potesse fare il principe di Lictenstein, il quale avea piantato il suo campo ad Oleggio ed Arona, e in altri siti del Novarese, alla riva opposta del fiume suddetto.

Non attendeva già a solazzi in Vienna l'imperadrice regina, ma con attività mirabile, a cui non era molto avvezza in addietro la corte austriaca imperiale, provvedeva ai bisogni de' suoi in Lombardia. Era già stata conchiusa e ratificata la pace col re di Prussia. Pertanto, sbrigata da quel potente nemico essa regina col consorte Augusto, spedì subito ordine che una mano de' suoi reggimenti marciasse alla volta d'Italia. Rigoroso era il verno; le nevi e i ghiacci dappertutto; convenne ubbidire. Gran copia ancora di reclute si mise allora in viaggio. Cagion fu la suddetta inaspettata pace, e la spedizion di tanti armati austriaci, a poco a poco nel febbraio arrivati sul Mantovano, che andasse in fumo ogni disegno degli Spagnuoli (se pure alcuno mai ve ne fu) di mettere l'assedio al castello di Milano. E perciocchè s'ingrossavano forte gli Austriaci nel di qua da Po a Quistello, a San Benedetto, ed altri luoghi, rivolsero essi Spagnuoli i lor pensieri alla difesa di Piacenza, Parma e Guastalla, nella qual ultima piazza erano anche entrati. Occuparono anche la città di Reggio, dove quel comandante Boselli Piacentino s'ingegnò di lasciare un brutto nome, peggio trattandola che i paesi di conquista. Fu dunque posto grosso presidio in Guastalla, ed inviata gente con qualche artiglieria in rinforzo di Parma; nè in questi medesimi tempi cessavano di arrivare sul Genovesato munizioni e soldatesche spedite dalla Spagna e da Napoli, passando felicemente per mare, ancorchè girassero di continuo per quelle acque i vascelli e le galeotte inglesi. Anche per la riviera di Ponente passarono verso Genova tre reggimenti di cavalleria; ma non si vedevano già comparire in Italia nuove truppe franzesi.

Diedesi, appena venuto il mese di marzo, principio alle mutazioni di scena, che andarono poi continuando e crescendo in tutto l'anno presente nel teatro della guerra d'Italia. Il primo a fare un bel colpo fu il re di Sardegna, i cui movimenti finirono di dissipar le ciarle del sognato suo accordo colla Francia. Spedito il barone di Leutron con più di dieci mila combattenti, all'improvviso nel dì 5 del mese suddetto piombò sopra la città di Asti. Circa cinque mila Franzesi con più di trecento uffiziali si godevano quivi un buon quartiere. Spedì bensì il tenente generale signor di Montal comandante di quelle truppe, al Maillebois l'avviso del suo pericolo, insieme con ottanta mila lire da lui ricavate di contribuzione; ma caduto il messo colla scorta negli Usseri, cotal disgrazia ragion fu che i Franzesi non fecero difesa che per tre giorni, e furono obbligati a rendersi prigionieri, con sommo rammarico del maresciallo, il quale non fu a tempo per soccorrerli, e rovesciò poi tutta la colpa di quell'infelice avvenimento sul comandante suddetto. Mentre egli sconcertato non poco si ritirò per coprire Casale e Valenza, i vincitori Piemontesi, rastrellando in varii siti altre picciole guernigioni franzesi, s'inoltrarono alla volta della già languente cittadella d'Alessandria pel sofferto blocco di tanti mesi, seguitati da un buon convoglio di viveri condotto dal marchese di Cravenzana. Sminuito per li patimenti quel presidio, comandato dal valoroso marchese di Carraglio, era anche giunto a combattere colla fame; e già per la mancanza delle vettovaglie si trovava alla vigilia di darsi per vinto: quando i dieci battaglioni franzesi esistenti nella città, all'udire avvicinarsi il grosso corpo de' Piemontesi, giudicarono meglio di abbandonarla, lasciando in quello spedale qualche centinaio di malati, che rimasero prigioni del re di Sardegna. Intanto, per conservar la comunicazione con Genova, ritirossi il Maillebois a Novi. Questi colpi, e l'ingrossarsi continuamente verso l'Adda e nel Mantovano di qua da Po le milizie austriache, fecero conoscere all'infante don Filippo che l'ulteriore soggiorno suo e delle sue truppe in Milano era oramai divenuto pericoloso. Cominciarono dunque a sfilare verso Pavia i cannoni grossi venuti per l'ideato assedio del castello di Milano, ed ogni altro apparato militare. Ciò non ostante, nel dì 15 di marzo, giorno natalizio dell'infante suddetto, il duca di Modena diede una suntuosa festa a tutta la nobiltà di Milano. Ma da che s'intese che il general tedesco Berenclau da Pizzighettone con circa dieci mila de' suoi, dopo l'acquisto di Codogno, s'incamminava verso Lodi, di colà ritiratisi gli Spagnuoli, si salvarono quasi tutti a Piacenza. Gli altri parimente, che erano a Como Lecco e Trezzo, ed assediavano il forte di Fuentes, tutti se ne vennero a Milano. Ma ecco cominciar a comparire alla porta di quella città le scorrerie degli Usseri. Allora fu che il generale conte di Gages andò ad insinuare al real infante che tempo era di ricoverarsi a Pavia, aggiungendo essere venuto quel giorno ch'egli sì chiaramente avea predetto all'altezza sua reale, prima di muoversi alla volta di Milano. Era sul far dell'alba del dì 19 di marzo, in cui quel real principe col duca di Modena e col corpo di sua gente prese commiato da quella nobil città. Quanto era stato il giubilo nell'entrarvi, altrettanto fu il rammarico ad abbandonarla. Due ore dopo la loro partenza ripigliarono gli Austriaci il possesso di Milano, ed ebbero tempo di solennizzare la festa di san Giuseppe con tutti i segni di allegria, sì per la felice liberazione della città, che pel nome del primogenito arciduchino.

Non poterono allora i politici contenersi dal biasimare la condotta degli Spagnuoli, che invece di attendere ad assicurar meglio il di qua da Po coll'espugnazione della cittadella d'Alessandria, aveano voluto sì smisuratamente slargar l'ali e prendere tanto paese, senza ben riflettere se aveano forze da conservarlo. Esercito troppo diviso non è più esercito. Erano sparpagliati i Gallispani per tutto il di qua da Po, ed arrivava il dominio d'essi da Asti per Piacenza e Parma fino a Reggio e Guastalla. Tenevano Pavia, Vigevano e la città di Milano, ma con un castello forte che minacciava non meno essi che la città. Occupavano ancora Lodi e le fortezze dell'Adda. Dappertutto conveniva tener presidii, e però dappertutto mancava una armata; e ciò che parea accrescimento di potenza, non era che debolezza. Non fu già consiglio del duca di Modena, nè del generale Gages, che si andasse a far quella bella scena o sia comparsa in Milano; ma convenne ubbidire al real infante, o, siccome è più credibile, agli ordini precisi venuti da Madrid. Troppo spesso sogliono prendere mala piega le imprese, qualora i gabinetti lontani vogliono regolar le cose, e saperne più di un general saggio che sul fatto conosce meglio la situazion delle cose, e secondo le buone o cattive occasioni dee prendere nuove risoluzioni. Contuttociò si ha da riflettere che non poterono gli Spagnuoli prevedere l'improvvisa pace dell'imperadrice regina col re prussiano, nè seppero figurarsi ch'ella nell'aspro rigore del verno avesse da far volare in Italia sì gran forza di gente: tutti avvenimenti che sconcertarono le da loro forse ben prese misure. A questi impensati colpi e vicende gli affari delle guerre e delle leghe son sottoposti. Anche dalla parte di Levante non tardò la fortuna a dichiararsi per l'armi austriache. Nel dì 26 di marzo il generale comandante conte di Broun, essendosi mosso dal Mantovano di qua da Po col suo corpo di armata, diviso in tre colonne, l'una comandata da lui, e le altre dai generali Lucchesi e Novati, s'inviò alla volta di Luzzara e di Guastalla. Trovavasi in questa città di presidio il maresciallo di campo conte Coraffan, valoroso uffiziale del re di Napoli, col suo reggimento di Albanesi, consistente in circa mille e cinquecento delle migliori soldatesche napoletane, ma senza artiglieria, e sprovveduto anche di altre munizioni da guerra e da bocca. Ricorse egli per tempo al marchese di Castellar, che con alquanti reggimenti era venuto alla difesa di Parma, rappresentandogli il bisogno e il pericolo. Ordine andò a lui di ritirarsi a Parma, ma a tempo non arrivò quell'ordine. Intanto il Castellar con tre mila de' suoi venne a postarsi al ponte di Sorbolo, per secondare la supposta ritirata del Coraffan. Poco vi fermò il piede, perchè un grosso distaccamento da lui inviato al ponte del Baccanello, assalito dal generale unghero Nadasti, fu forzato a tornarsene con poco piacere a Parma, lasciando indietro molti morti e prigioni. Piantati intanto alcuni pezzi di grossa artiglieria sotto Guastalla, non potendosi sostenere quel presidio, si rendè prigioniere di guerra con gravi lamenti contra del Castellar, quasi che gli avesse sacrificati al nemico. Cagion furono questi avvenimenti che anche gli Spagnuoli esistenti in Reggio, abbandonata quella città, si ritirarono al ponte d'Enza; laonde spedito da Modena il conte Martinenghi di Barco, colonnello del reggimento savoiardo di Sicilia, con alcune centinaia de' suoi e con un rinforzo di Varasdini, ripigliò il possesso di quella città; e poi passò al suddetto ponte, per iscacciarne i nemici. Quivi fu caldo il conflitto; vi perirono da trecento e più Austriaco-sardi con alcuni uffiziali; vi restò anche gravemente ferito lo stesso colonnello; ma in fine si salvarono gli Spagnuoli a Parma, lasciando libero quel sito ai Savoiardi. La perdita d'essi Spagnuoli in questi movimenti e piccioli conflitti si fece ascendere a circa quattro mila persone fra disertati, uccisi e prigioni.

Non istava intanto ozioso dal canto suo il re di Sardegna. Giunto egli e ricevuto nella città di Casale, fra pochi giorni, cioè nel dì 28 di marzo, col furore delle artiglierie costrinse i pochi Franzesi esistenti in quel castello a renderlo, col rimaner essi prigioni. Di colà poi passò all'assedio di Valenza, dove si trovavano di presidio due battaglioni spagnuoli, ed uno svizzero, truppe del re delle Due Sicilie. Il fuoco maggiore nondimeno si disponeva verso Parma. L'essere in concetto i Parmigiani di sospirare più il governo spagnuolo che quello degli Austriaci, concetto fondato, verisimilmente nell'aver taluno della matta plebaglia usate alcune insolenze al presidio tedesco, allorchè abbandonò quella città, e fatta quel popolo gran festa all'arrivo d'essi Spagnuoli: tale mal animo impresse in cuore delle milizie austriache, che non si sentivano che minaccie di trattar quel popolo da ribelle e nemico; e però marciavano quelle truppe alla volta del Parmigiano, come a nozze, per l'avidità dello sperato, e fors'anche promesso, bottino. Ma non così l'intese la saggia ed insieme magnanima imperadrice regina. Conoscendo essa qual deformità sarebbe il permettere pel reato di alcuni pochi il gastigo e la rovina di tante migliaia d'innocenti persone; e che in danno anche suo proprio ridonderebbe il ridurre in miserie una città che era e dovea restar sua: mandò ordine che si pubblicasse un general perdono in favore de' Parmigiani; e questo fu stampato in Modena. La disgrazia volle che alcuni di quegli uffiziali per tre giorni dimenticarono di averlo in saccoccia e di pubblicarlo; e però entrarono furiosi i Tedeschi in quel territorio, stendendo le rapine sopra le ville e case che s'incontravano, ed anche sfogando la rabbia loro contro quadri, specchi ed altri mobili che non poteano o volevano asportare. Nè pure andò esente dalle griffe loro il palazzo di villa della vedova duchessa di Parma Dorotea di Neoburgo, a cui pure dovuto era tanto rispetto, per essere ella madre della regina di Spagna, e prozia della regnante imperadrice. Si fece poi fine al flagello, da che niuno potè scusarsi di non sapere l'accordato perdono, e maggiormente dappoichè arrivò a quel campo il supremo comandante principe di Lictenstein, il quale con esemplar rigore di gastighi tolse di vita i disubbidienti, e massimamente i trovati rei di aver saccheggiate le chiese.

Con cinque mila fanti e buon nerbo di cavalleria dimorava alla custodia di Parma il tenente generale spagnuolo marchese di Castellar; ma prima d'essere quivi ristretto, felicemente avea rimandati di là dal Taro quasi tutti que' cavalli, giacchè, in caso di blocco o di assedio, gli sarebbe mancata maniera di sostenerli. Intanto il generale dell'artiglieria conte Gian-Luca Pallavicini con grossa brigata di granatieri, cavalli e pedoni andò nel dì 4 d'aprile a prendere posto intorno a Parma. Fatta fu la chiamata della resa dal general comandante conte di Broun; la risposta fu, che il Castellar desiderava d'acquistarsi maggiore stima presso di quell'austriaco generale. Così fu dato principio al blocco assai largo di Parma; il grosso dell'armata austriaca passò ad attendarsi alle rive del Taro, mentre lungo l'opposta riva aveano piantato il loro campo gli Spagnuoli. Posto fu il quartier generale d'essi coll'infante, col duca di Modena e col Gages a Castel Guelfo sulla strada maestra, o sia Claudia. Era già pervenuto da Vigevano sul territorio di Milano il principe di Lictenstein colla sua armata, da lui saggiamente conservata in addietro sul Novarese. Ora anch'egli, dopo aver lasciato un corpo di gente a Binasco, Biagrasso ed altri siti, per reprimere ogni tentativo degli Spagnuoli, tuttavia signori di Pavia, col resto di sua gente venne nel dì 11 di aprile all'accampamento del Taro, ed assunse il comando di tutta l'armata. Aveano nei giorni addietro gli Spagnuoli inviate per Po a Piacenza le artiglierie, attrezzi, munizioni e magazzini che tenevano in Pavia, dando abbastanza a conoscere di non voler fare le radici in quella città. In fatti, da che videro incamminato con tante forze il Lictenstein alla volta di Parma, abbandonarono, nel dì 5 d'aprile, quella città, e passarono a rinforzar la loro oste accampata al fiume suddetto. Così quella città ritornò all'ubbidienza dell'imperadrice regina.

Posavano in questa maniera le due poderose armate, l'una in faccia all'altra, separate dal solo Taro; e gli uni miravano i picchetti dell'altro campo nella riva opposta, ma senza voglia e disposizione di azzuffarsi insieme. Conto si facea che cadauna ascendesse a trenta mila combattenti, avendo dovuto gli Austriaci lasciare un altro buon corpo a Pizzighettone, per assicurarsi da ogni insulto degli Spagnuoli, che teneano un fortissimo e ben armato ponte sul Po a Piacenza, e grosso presidio in quella città. I Franzesi col maresciallo di Maillebois tranquillamente riposavano tra Voghera è Novi, a fin dì conservare il passo a Genova, d'onde continuamente venivano munizioni da bocca e da guerra, ma non mai vennero que' quaranta nuovi battaglioni che si decantavano destinati per la Lombardia dal re Cristianissimo. Stava sul cuore del generale Gages la guarnigione rinchiusa in Parma in numero di più di sei mila armati, ed esposta al pericolo di rendersi prigioniera di guerra, giacchè senza il brutto ripiego di tentare una battaglia non si potea quella città liberare dal blocco, nè v'era sussistenza di viveri, se non per poco, e le bombe aveano cominciato a salutarla con gran terrore de' cittadini. Segretamente dunque concertò egli col marchese di Castellar la maniera di farlo uscire di gabbia. Nella notte seguente al dì 19 d'aprile gran movimento si fece nell'armata spagnuola; si appressarono al fiume in più luoghi le loro schiere in apparenza di volerlo passare, e tentarono anche di gittare un ponte. Si disposero a ben riceverle anche gli Austriaci, tutti posti in ordine di battaglia. In questo mentre, cioè in quella stessa notte, il marchese di Castellar, lasciato poco più di ottocento uomini, parte anche invalidi, con sessanta uffiziali nel castello, alla sordina, e senza toccar tamburo, se ne uscì colla sua gente di Parma, seco menando quattro pezzi di cannone e trenta carra di bagaglio e munizioni; e dopo avere sorpreso un picciolo corpo di guardia degli Austriaci, s'incamminò alla volta della montagna, cioè di Guardasone e Monchierugolo, con disegno di passare per la Lunigiana nel Genovesato, e di là alla sua armata. Lasciò questa gente la desolazione per dovunque passò, e non poco ancora ne sofferirono le confinanti terre del Reggiano. Tardi gli Austriaci, formanti il blocco, si avvidero di questa inaspettata fuga. Dietro ai fuggitivi fu spedito il tenente maresciallo conte Nadasti co' suoi Usseri e con un corpo di Croati, che gl'inseguì per qualche tempo alla coda. Seguirono perciò varie battagliole; ma in fine il Nadasti fu obbligato a lasciar in pace i fuggitivi, perchè non poteano i suoi cavalli caracollar per quei monti, e caddero anche in qualche imboscata con loro danno. Molti di quella truppa spagnuola, ma di varie nazioni, e probabilmente la metà di essi, in questa occasione disertarono. Il resto dopo un gran giro arrivò in fine ad unirsi coll'esercito del real infante, ridotto a poco più di tre mila persone. Non mancò poi chi censurò il Castellar, perchè, avendo sotto il suo comando dieci mila soldati, creduti le migliori truppe dell'esercito spagnuolo, per non essersi ritirato quando era tempo, ne avea perduta la maggior parte. Pel Reggiano tornarono indietro molti degli Usseri, e si rifecero sopra i poveri abitanti di quello che non aveano trovato nel Parmigiano, saccheggiato prima dagli altri. Per la ritirata improvvisa del Castellar, che niun pensiero s'era preso della lor salvezza, in grande spavento rimasero i cittadini di Parma. Passò da lì a non molto la paura, perchè nella seguente mattina del dì 20 rientrarono pacificamente in quella città i Tedeschi col generale conte Pallavicini plenipotenziario della Lombardia austriaca, il quale tosto vi fece pubblicare un general perdono con rincorare gli afflitti ed intimoriti cittadini. Poco poi si fece pregare il presidio di quel castello a rendersi prigioniere di guerra, con ottener solamente di salvare l'equipaggio tanto suo che degli altri Spagnuoli, rifugiato in quella poco forte fortezza; che questa appunto era stata la mira del marchese di Castellar. Trovaronsi in esso castello ventiquattro cannoni, quattro mortari, ed altri militari attrezzi e munizioni.

Solamente nel dì 19 d'aprile per cagion delle frequenti pioggie poterono le soldatesche del re di Sardegna aprire la breccia sotto Valenza. Era diretto quell'assedio dal principe di Baden Durlach, e coperto dal barone di Leutron, dichiarato ultimamente generale di fanteria. Continuarono le offese contro di quella piazza sino al dì 2 di maggio, nel quale dopo avere i Piemontesi presa la strada coperta ed aperta la breccia, si vide quel presidio obbligato ad esporre bandiera bianca. V'erano dentro circa mille e cinquecento difensori, ai quali toccò di restar prigionieri. Dai Franzesi intanto occupata fu la città di Acqui; ma acquisto che durò ben poco. Avea già ottenuto il generale Gages l'intento suo di disimbrogliare da Parma il marchese di Castellar; e nulla a lui giovando il fermarsi più lungamente alle rive del Taro, dove patì gran diserzione di sua gente, finalmente nel dì 5 di maggio levò il campo, e s'inviò verso il fiume Nura in vicinanza maggiore a Piacenza, per quivi cominciare un altro giuoco. S'innoltrò per questo anche l'armata austriaca sino a Borgo San Donnino, con estendersi poi a poco a poco più oltre, cioè a Firenzuola, e di là sino alla Nura. Riuscì agli Usseri che inseguivano nella loro ritirata gli Spagnuoli, di sorprendere in mezzo ai loro corpi tutto il bagaglio del duca di Modena, per essersi a cagion d'un equivoco, messo in viaggio senza aspettare l'armata: argenterie, cavalli, muli e carrozze, tutto andò. Non consiste la gloria de' prodi condottieri d'armate solo in dar con vantaggio delle battaglie, ma anche nella maestria di ordire stratagemmi in danno de' nemici. Ben istruito di questo mestiere si mostrò in più congiunture il generale conte di Gages. Avea egli spediti innanzi verso Piacenza varii distaccamenti, consistenti in dieci mila combattenti, col pretesto di scortare il bagaglio; e ordinato che sotto essa città di Piacenza si preparasse loro uno stabile quartiere; nè se n'erano accorti gli Austriaci, esistenti di qua da Po. Prima nondimeno aveano avuto ordine circa cinque mila tra fanteria e cavalleria tedesca di passare da Pizzighettone a Codogno, e di postarsi quivi per vegliare agli andamenti degli Spagnuoli; i quali, per avere sul Po a Piacenza un ben fortificato ponte, avrebbero potuto recare insulti al di là da Po. Alla testa d'essi v'erano i generali Cavriani e Gross. Contra di questo corpo di gente erano indirizzate le segrete mene del conte di Gages. Appena giunto a Piacenza il tenente generale Pignatelli fece vista di disfare il ponte suddetto: il che servì ad addormentare i nemici. Poscia rimesso il ponte nella notte del dì 5 di maggio vegnendo il 6, colla maggior parte de' suddetti Spagnuoli passò alla sordina di là dal Po. Dopo avere avviluppati e sorpresi i picchetti avanzati de' nemici, senza che questi potessero recarne avviso alcuno ai lor comandanti, inaspettato arrivò la mattina seguente addosso a' Tedeschi, esistenti in Codogno, che allora faceano l'esercizio militare. Come poterono, si misero questi in difesa con sei cannoni ed alcuni falconetti carichi a cartoccio, che erano sulla piazza; ma avanzatisi gli Spagnuoli con baionetta in canna, e impadronitisi di que' bronzi, gli obbligarono a ritirarsi parte ne' chiostri e parte nelle case e nel palazzo Triulzio, dove per quattro ore valorosamente si sostennero facendo fuoco. Ma in fine soperchiati dal maggior numero de' nemici, quei ch'erano restati in vita per mancanza di munizioni si renderono prigioni. Quasi due mila furono i prigioni, circa mille e quattrocento i morti e feriti; e il resto trovò scampo nella fuga. La perdita dalla parte degli Spagnuoli non si potè sapere. Restarono in loro potere dieci bandiere, due stendardi, i suddetti cannoni e i bagagli di quelle genti, a riserva di quello del general Gross, che, nel darsi per vinto, salvò il suo e quello degli altri uffiziali ch'erano con lui. Se ne tornarono con tutto comodo i vincitori a Piacenza, nè dimenticarono di condurre colà quanti grani, foraggi e bestie bovine poterono cogliere nel loro ritorno.

Erasi postato l'esercito spagnuolo sotto Piacenza, e quivi fortificato con buoni trincieramenti, guerniti di molta artiglieria. Gran copia ancora di cannoni si stendeva sulle mura della città. Passata la spianata, ch'è intorno ad essa città, e sulla strada maestra dalla parte di levante, stava situato il seminario di San Lazzaro, fabbrica grandiosa, eretta con grandi spese dal cardinale Alberoni, per quivi educare gratis e istruire i cherici di Piacenza sua patria. In quel magnifico edifizio furono posti di guardia due mila Spagnuoli, ed alzate fortificazioni all'intorno. Ma da che l'esercito austriaco ebbe passata la Nura, ansioso d'accostarsi il più che fosse possibile a Piacenza, determinò di sloggiare di colà i nemici. Pertanto nel dì 18 di maggio si avanzarono alla volta d'esso seminario alcuni battaglioni con artiglierie, e tutta la prima linea dell'armata si mise in ordine di battaglia per sostenerli, con risoluzione ancora di venire ad un fatto d'armi, se fossero accorsi gli Spagnuoli, per maggiormente contrastare quel sito. Ma eglino punto non si mossero; e però, dopo avere quel presidio mostrato per un pezzo la fronte agli aggressori, prese il partito di cedere il luogo, con ritirarsi alla città. Le cannonate contra d'essa fabbrica sparate dagli Austriaci per impadronirsene, e poi le altre degli Spagnuoli per incomodargli, dappoichè se ne furono impadroniti, sommamente danneggiarono, anzi ridussero quasi come uno scheletro quel grande edifizio. Il cardinale, che costante volle dimorare in Piacenza, senza punto alterarsi o scomporsi, ne mirò l'eccidio. Con tale acquisto si stese la prima linea degli Austriaci in vicinanza del seminario suddetto; dalla parte ancora della collina furono tolte agli Spagnuoli alcune cascine, il castello di Ussolengo, ed altri siti sino alla Trebbia; sicchè da quella parte ancora fu ristretta Piacenza. Alzatesi poi a San Lazzaro da' Tedeschi alcune batterie di cannoni e mortari, cominciarono nel fine del mese di maggio colle bombe ad infestare la città; così che convenne a quegli abitanti di evacuare i monisteri e le case dalla parte orientale della medesima, benchè in fine si riducesse a poco il loro danno per la troppa lontananza delle batterie e de' mortari nemici. Riuscì ancora nel dì 4 di giugno agli Austriaci di occupare di là dalla Trebbia a forza d'armi il castello di Rivalta, con farvi prigionieri circa cinquecento uomini di fanteria ed alcuni pochi di cavalleria. Anche Monte Chiaro si arrendè ai medesimi Austriaci.

Certo è che non poco svantaggiosa oramai compariva la situazion degli Spagnuoli, perchè confinati nell'angustie dei loro trincieramenti intorno alla città, e colla comunicazione di Genova, divenuta pericolosa per le scorrerie degli Usseri. Peggiore senza paragone si scorgeva lo stato di quella cittadinanza, chiusa entro le mura, col suo territorio e poderi tutti in mano dei nemici, senza speranza di ricavarne alcun fruito, e colla sicurezza di ritrovar la desolazione dappertutto. Scarseggiavano essi in oltre di viveri, senza potersene provvedere, al contrario degli Spagnuoli, che pel ponte del Po scorrendo di tanto in tanto nel Lodigiano e Pavese, ne riscotevano contribuzioni, e ne asportavano bestiami ed altre vettovaglie per loro uso. Ma nè pure dal canto loro aveano di che ridere gli Austriaci, perchè imbrogliati dalla sagacità del generale conte di Gages, che, coll'essersi posto a cavallo del Po, frastornava ogni loro progresso, e gli obbligava a tener divise le loro forze nel di qua e nel di là. Se avessero voluto ingrossarsi molto sul Piacentino, avrebbero lasciati troppo esposti alle scorrerie e ai tentativi degli Spagnuoli i territorii di Lodi, Pavia e Milano. E se infievolivano l'oste di qua, per soccorrere il di là, si poteano aspettare qualche brutto scherzo dai nemici, ai quali era facile l'unirsi tutti in Piacenza. Cagion fu questa divisione che sul principio di giugno liberamente scorse un grosso distaccamento di Spagnuoli sino a Lodi. Entrato nella città, ne fece chiudere tosto le porte; volle il pagamento della diaria per due mesi; occupò tutto il danaro dei dazii e della cassa regia, ed intimò una contribuzione al pubblico. Poscia preso quanto di sale, farina, legumi, formaggio e carne porcina si trovò in quelle botteghe e magazzini, dopo avere ordinato che coll'imposta contribuzione fossero soddisfatti i particolari, tutto portarono a salvamento in Piacenza.

Mentre in questa inazione dimoravano intorno a Piacenza le due nemiche armate, nel dì 13 di giugno si cominciò a prevedere qualche novità, stante l'essersi mosso con tutta la sua gente (erano circa dodici mila combattenti) il maresciallo di Maillebois alla volta di Piacenza. Schivò egli nella marcia le truppe del re di Sardegna che erano in moto contra di lui. Per aver egli abbandonato Novi, ricca terra de' Genovesi, non trovarono difficoltà i Piemontesi ad entrarvi, ed imposero tosto a quel popolo una contribuzione di ducento mila lire di Genova. Si spinsero ancora sotto Serravalle, terra già del Tortonese, e ceduta dai Gallispani ai Genovesi. Nel dì 14 s'unirono con gli Spagnuoli in Piacenza le truppe suddette franzesi; colà ancora erano stati richiamati tutti i distaccamenti inviati di là da Po. Non mancarono spie che riferirono all'esercito austriaco questi andamenti dei Gallispani, nè molto studio vi volle per comprendere la lor voglia di venire ad un fatto d'armi. Il perchè notte e giorno stettero in armi i Tedeschi, per non essere colti sprovvisti, e fu chiamato da Firenzuola il supremo comandante principe di Lictenstein, che colà trasferitosi per cercare riposo alla sua indisposizione d'asma, avea lasciata la direzion dell'armi, al marchese Antoniotto Botta Adorno, cavaliere di Malta, generale di artiglieria, a cui per l'anzianità del grado conveniva appunto quel comando. Fu anche richiamata al campo la maggior parte della gente comandata dal generale Roth, che era a Pizzighettone. Dappoichè nel dì 15 di giugno ebbero preso riposo le truppe franzesi, e dopo avere il maresciallo di Maillebois, il duca di Modena e il generale Gages nel consiglio di guerra tenuto in camera del real infante don Filippo, stabilita la maniera di procedere al meditato conflitto, sull'imbrunir della sera cominciarono ad ordinare col maggior possibile silenzio le loro schiere; formando tre principali colonne, per assalire da tre parti il campo tedesco. Tale era il loro disegno. L'ala diritta, comandata dal Maillebois coi Franzesi, rinforzati da alquanti battaglioni e squadroni spagnuoli, dovea pervenire alla collina, e, dietro ad essa camminando, assalire alla schiena il nemico accampamento, dove nè buoni trincieramenti, nè preparamento di artiglierie si ritrovavano. Dovea fare altrettanto l'ala sinistra, marciando al Po morto per le due vie, l'una maestra e l'altra più breve, che da Piacenza guidano verso Cremona. Il centro o sia corpo di battaglia, che era in faccia al seminario di San Lazzaro sulla via maestra o sia Claudia, dovea tenere a bada ed occupar l'altre forze degli Austriaci, la prima linea de' quali era postata in vicinanze d'esso seminario, e la seconda non molto distante dal fiume Nura. Conto si facea che l'oste austriaca ascendesse a circa trentacinque o quaranta mila combattenti, e la gallispana a quarantacinque mila; se non che voce comune correa fra essi Spagnuoli e Franzesi d'esser eglino superiori di quindici mila persone ai nemici; talmente che, attesa la decantata presunzione, che i più vincono i meno, non si può dire con che allegria e coraggio uscissero di Piacenza e fuori de' lor trincieramenti le truppe gallispane, parendo a ciascuno di andare non ad un pericoloso cimento, ma ad un sicuro trionfo. All'oste austriaca non mancarono sicuri avvisi di quanto meditavano i nemici, e però si trovarono ben preparati a quella fiera danza.

Sulla mezza notte adunque precedente il dì 16 di giugno marciò segretamente il maresciallo franzese Maillebois colle sue milizie, e dopo aver occupato Gossolengo, credette di prendere il giro sotto la collina; ma o perchè mal guidato, o perchè non fossero a lui noti tutti i posti avanzati de' Tedeschi, andò ad urtare in alcune cascine guernite dai medesimi, e quivi si cominciò a far fuoco, e a metter l'all'armi in tutto il campo austriaco. Oltre alla strage di molti Schiavoni, Usseri ed altri, che erano, o accorsero in quella parte, fecero prigionieri circa quattrocento uomini, che tosto inviarono alla città con due piccioli pezzi di cannone presi: il che fece credere in Piacenza già sbaragliati i nemici. Tutti poi in galleria pel primo buon successo, marciarono verso la strada di Quartizola, dove il generale austriaco conte di Broun, che comandava l'ala sinistra, gli stava aspettando con alquanti cannoni d'un ridotto carichi a cartoccio. Non sì tosto si presentarono sul far del giorno i Franzesi ai trincieramenti nemici, che furono salutati con lor grave danno da quei bronzi. Ciò non ostante, a' fianchi e alla schiena assalirono i ridotti degl'Austriaci, e il conflitto fu caldo, ma senza che essi potessero superar i gran fossi della circonvallazione. Trovandosi all'incontro esposti alle palle due o tre de' migliori reggimenti Tedeschi di cavalleria, ed impazientatisi, chiesero più d'una volta al generale Lucchesi di poter uscire in aperta campagna contra de' Franzesi. Bisognò in fine di esaudirli. Stupore fu il vedere come questi cavalli passarono un alto e largo fosso del canale di San Bonico, e s'avventarono contro la fanteria franzese. Non aveva quivi seco il Maillebois che circa cinquecento cavalli, essendo restato addietro il maggior nerbo della sua cavalleria: del che può essere che fusse a lui poscia fatto un reato di poco maestria di guerra nella corte di Francia. Caricata dunque la fanteria franzese dall'urto della nemica cavalleria, maraviglia non è, se cominciò a piegare e a ritirarsi il meglio che potè, ma con grave sua perdita e danno. In meno di tre ore terminò quivi il combattimento, e con ciò rimasta libera l'ala sinistra degli Austriaci, potè somministrar poscia de' rinforzi alla destra, la quale nello stesso tempo era stata assalita a' fianchi dagli Spagnuoli condotti dal generale conte di Gages e da altri lor generali.

Quivi fu il maggior calore delle azioni guerriere, e durò il fiero combattimento fin quasi alla sera. Aveano essi Spagnuoli con gran fatica passato il Po morto; dopo di che si scagliarono contro i ridotti del campo nemico; alcuni ne presero, e s'impadronirono di qualche batteria; ma vennero anche costretti dalla forza degli avversarii a retrocedere. Per più volte rinovarono gli assalti e progressi con far tali maraviglie di valore, spezialmente i soldati valloni, che confessarono dipoi gli stessi Austriaci di essere stati più volte sull'orlo di vedere dichiarata la fortuna per gli Spagnuoli. Ma così forte resistenza fecero, e buon provvedimento diedero da quella parte i generali Berenclau e Botta Adorno, che furono in fine respinti gli aggressori, e posto fine allo spargimento del sangue. Fu detto che anche il centro di battaglia de' Gallispani s'inoltrasse verso il seminario di San Lazzaro, e che ancora se ne impadronisse; ma che dal conte Gorani fosse bravamente ricuperato quel sito. Altri v'ha che niegano tal fatto. Bensì è certo che il general comandante principe di Lictenstein in questo terribil conflitto accudì a tutte le parti, esponendo sè stesso anche ai maggiori pericoli; e da che gli fu ucciso sotto un cavallo, allora prese la corazza. Sentimento ancora fu di alcuni, che se gli Spagnuoli avessero condotta seco la provvision necessaria di assoni e fascine, per passare i fossi profondi e pieni d'acqua degli Austriaci, avrebbero probabilmente cantata la vittoria. Comunque ciò fosse, convien confessare che non giuocarono a giuoco eguale queste due armate. Tenevano i Tedeschi per tutto il campo loro delle buone fortificazioni, de' fossi e contraffossi pieni d'acqua, e dei ridotti ben guerniti di artiglierie. Negli stessi fossi sott'acqua erano posti cavalli di Frisia, nei quali s'infilzava o imbrogliava chi si metteva a passarli. Trovaronsi anche le truppe tedesche non sorprese, ma ben preparate e disposte al combattimento. Il generale conte Pallavicini comandando la seconda linea, senza che fosse più frastornato dai nemici, inviava di mano in mano rinforzi a chi ne abbisognava. Questa vantaggiosa situazion di cose quanto giovò ad essi, altrettanto pregiudicò agli sforzi de' Gallispani, obbligati ad andare a petto aperto contro la tempesta dei cannoni e fucili nemici, e fermati di tanto in tanto da' ridotti e fossi suddetti, per cagion de' quali poco potè la lor cavalleria far mostra del suo valore. Però avendo anch'essi provato che non si potea superare quella forte barriera di uomini, cavalli, artiglierie e fortificazioni, finalmente tanto essi che i Franzesi se ne tornarono in Piacenza con volto e voce ben diversa da quella con cui ne erano usciti.

Non si potè mettere in dubbio che la vittoria restasse agli Austriaci, e fossero giustamente cantati i loro Te Deum. Imperciocchè, oltre all'esser eglino rimasti padroni del campo, guadagnarono qualche pezzo di cannone, e più di venti fra bandiere e stendardi, e una gravissima percossa diedero alla nemica armata. Fu creduto che intorno a cinque mila fossero i morti dalla parte de' Gallispani, più di due mila i prigionieri sani, e almeno due mila i feriti, che rimasti sul campo furono anch'essi presi per prigioni, e rilasciati poscia ai nemici uffiziali. Pretesero altri di gran lunga maggiore la loro perdita. Spezialmente delle guardie vallone e di Spagna, e di due reggimenti franzesi, pochi restarono in vita. Chi ancora dal canto di essi volle disertare, seppe di questa occasione ben prevalersi, e furono assaissimi. Quanto agli Austriaci, si sa che alcuni loro reggimenti rimasero come disfatti; ma le relazioni d'essi appena fecero ascendere il numero de' lor morti, feriti e prigionieri a quattro mila persone. Sparsero voce all'incontro gli Spagnuoli di aver fatto prigioni in tale occasione più di mille e cinquecento nemici. Se ne può dubitare. Certo è che i Franzesi si dolsero degli Spagnuoli, ma questi ancora molto più si lamentarono de' Franzesi, rovesciando gli uni su gli altri la colpa della male riuscita impresa. Il più sicuro indizio nondimeno degli esiti delle battaglie, e de' guadagni e delle perdite, si suol prendere dai susseguenti fatti. Certo è che i Gallispani, benchè tanto indeboliti, pure o per necessità, o per far credere che un lieve incomodo avessero sofferto nella pugna suddetta, più vigorosi che mai si fecero conoscere poco dipoi. Cioè quasichè nulla temessero, anzi sprezzassero il campo nemico assediatore di Piacenza, da che ebbero lasciato un sufficiente corpo di gente alla difesa delle loro straordinarie fortificazioni, con più di dieci mila combattenti passato sui loro ponti il Po, si stesero a Codogno, San Colombano ed altri luoghi del Lodigiano. Un corpo ancora di Franzesi passò il Lambro, per raccogliere foraggi dal Pavese. Trovossi allora la città di Lodi in gravissimi affanni, perchè, entrativi gli Spagnuoli, richiesero a quel popolo quindici mila sacchi di grano, altrettanti di avena o segala, e sei mila di farina, e tutto nel termine di due giorni. Colà eziandio comparvero più di tre mila muli per caricar tanto grano, e condurlo al loro quartier generale di Fombio e a Piacenza: città divenuta in questi tempi un teatro di miserie. Piene erano tutte le case di feriti; per le strade abbondavano le braccia e gambe tagliate, e i cadaveri de' morti; gran fetore dappertutto; e intanto il povero popolo faceva le crocette per la scarsezza de' viveri. Buona parte de' religiosi non potendo reggere in tali angustie, e non pochi ancora dei nobili si ritirarono chi a Milano, chi a Crema, ed altri luoghi. Chiunque non potè di meno, rimase esposto a molti involontarii digiuni. Nelle precedenti guerre aveano le città di Piacenza e Parma goduto di molte esenzioni e privilegii: ecco che secondo le umane vicende sopra di loro piovvero a dismisura i disastri, ma più senza comparazione sulla prima che sulla seconda. Fra Piacenza e Genova era in questi tempi interrotta ogni comunicazione, attesa la permanenza delle soldatesche piemontesi in Novi.

Ancorchè non desistessero gli Austriaci di tenersi forti e copiosi nei loro trincieramenti sotto Piacenza, minacciando scalate ed altri tentativi, pure il teatro della guerra parea trasportato di là da Po sul Lodigiano sino al Lambro e all'Adda. Quivi gli Spagnuoli dall'un canto e i Franzesi dall'altro faceano alla lunga e alla larga da padroni coll'esterminio di quei poveri contadini ed abitanti, ai quali nulla si lasciava di quello che serviva al bisogno del campo e alla particolare avidità d'ogni soldato. Giugnevano i loro distaccamenti a Marignano, e fino in vicinanza di Milano e Pavia, mettendo quel paese tutto in contribuzione. Gran suggezione ancora recavano al forte della Ghiara, anzi allo stesso Pizzighettone; giacchè aveano gittato un ponte sull'Adda, e ricavavano da Crema co' loro danari molte provvisioni, delle quali abbisognavano. Per ovviare a questi andamenti degli Spagnuoli, furono spediti grossi rinforzi di gente al generale Roth comandante in Pizzighettone, e si accrebbero le guernigioni di Cremona e Guastalla. E perciocchè si prevedeva che, a lungo andare, non avrebbero potuto sussistere i Gallispani in quel ristretto territorio, senza più potere ricevere nè genti, nè munizioni da guerra da Genova; corse sospetto che i medesimi potessero tentare di mettersi in salvo col passare o di qua o di là dell'Adda verso il Cremonese e Mantovano. Ma queste erano voci del solo volgo. Intanto il re di Sardegna, seriamente pensando ai mezzi più pronti per procedere contro i Gallispani, venne col nerbo maggiore delle sue forze verso la metà di luglio alla Trebbia, e fece con tal diligenza gittare un ponte sul Po a Parpaneso, e passare di là il generale conte di Sculemburgo con assai milizie, che si potè assicurarne la testa, ed essere in istato di ripulsare i nemici, se fossero venuti per impedirlo, siccome seguì, ma senza alcun profitto. Ciò eseguito, nel dì 16 di luglio gli Austriaci accampati sotto Piacenza, dopo aver fatto spianare i loro ridotti e batterie, e messe in viaggio tutte le artiglierie, munizioni e bagagli, levarono il campo, e s'inviarono alla volta della Trebbia, abbandonando in fine i contorni della misera città di Piacenza. Prima di mettersi in viaggio, minarono il seminario di San Lazzaro, per farlo saltare in aria; non ne seguì già il rovesciamento da essi preteso: tuttavia qualche parte ne rovinò, e se ne risentirono tutte le muraglie maestre, riducendosi quel grande edifizio ad uno stato compassionevole, benchè non incurabile. Fermossi l'oste austriaca alla Trebbia, e i generali marchese Botta Adorno, conte Broun e di Linden, colla uffizialità maggiore si portarono ad inchinare il re di Sardegna, il quale assunse il comando supremo di tutta l'armata. Tennesi poi fra loro un consiglio generale di guerra, a fine di determinar le ulteriori operazioni della presente campagna. Per l'allontanamento de' Tedeschi ognun crederebbe che si slargasse di molto il cuore agl'infelici Piacentini dopo tanti patimenti sofferti in così lungo assedio. Ma appena poterono eglino passeggiar liberamente per li contorni, che videro un orrido spettacolo di miserie, nè trovarono se non motivi di pianto. Per più miglia all'intorno quelle case che non erano diroccate affatto, minacciavano almeno rovina; erano fuggiti i più de' contadini; perite le bestie; si scorgeva immensa la strage degli alberi. E come vivere da lì innanzi, essendo in buona parte mancato il raccolto presente, e tolta la speranza di ricavarne nell'anno appresso, non restando maniera di coltivar le terre? Molto oro, non si può negare, sparsero gli Spagnuoli per le botteghe di quella città, per provvedersi massimamente di panni e drapperie; ma il resto del popolo languiva per la povertà e penuria de' grani. Per sopraccarico venuti i Franzesi, nè potendo ottenere dagli Spagnuoli frumento o farine, richiesero, sotto pena della vita, nota fedele di quanto se ne trovava presso dei cittadini; e ne vollero la metà per loro. Non andarono esenti dalla militar perquisizione nè pure i monisteri delle monache.

In questa positura erano gli affari della guerra in Lombardia, quando eccoti portata da corrieri la nuova d'una peripezia che ognun conobbe d'incredibile importanza per la Francia, e per chiunque avea sposato il di lei partito. Il Cattolico monarca delle Spagne Filippo V godeva al certo buona salute; ma per la mente troppo affaticata in addietro era divenuto, per così dire, una pura macchina. Assisteva a' consigli, ma più per testimonio che per direttore delle risoluzioni. Queste dipendevano dal senno de' suoi ministri, e più dai voleri della regina consorte Elisabetta Farnese, i cui principali pensieri tendevano sempre all'esaltazione de' proprii figli. Da molti anni in qua usava il re di fare di notte giorno, costume preso allorchè soggiornò in Siviglia. Nel dopo pranzo adunque del dì 9 di luglio, quando stava per levarsi di letto, fu sorpreso da un mortale deliquio, alcuni dissero di apoplessia, ed altri di rottura di vasi, che in sette minuti il privò di vita. Mancò egli fra le braccia della real consorte in età di anni sessantadue, sei mesi e giorni venti, essendo inutilmente accorsi i medici e il confessore. Morto ancora il trovarono i reali infanti. Lasciò questo monarca fama di valore, per avere ne' tanti sconcerti passati del regno suo intrepidamente assistito in persona alle militari imprese; maggiore nondimeno fu il concetto che restò dell'incomparabile sua pietà e religione, in ogni tempo conservata, con pari tenore di vita, talmente che fu creduto esente da qualunque menoma colpa di piena riflessione. Tanto nondimeno i suoi popoli che i suoi avversarii notarono in lui peccata Caesaris, per le tante guerre non necessarie che impoverirono i suoi sudditi con arricchir gli stranieri, e per la poca fermezza ne' suoi trattati. Ma son soggetti anche i buoni regnanti alla disavventura di aver ministri che sanno dar colore di giustizia ai consigli dell'ambizione, e far credere la ragione di Stato una legge superiore a quella del Vangelo. A così glorioso regnante succedette il real principe d'Asturias don Ferdinando, figlio del primo letto, nato nell'anno 1713 a dì 23 di settembre da Maria Luisa Gabriella di Savoia. Avea questo nuovo monarca fin l'anno 1729 sposata l'infante donna Maria Maddalena di Portogallo; e per quanto appariva agli occhi degli uomini, gareggiava col padre, se non anche andava innanzi, nella pietà e religione. Gran saggio diede egli immediatamente dell'animo suo eroico, col confermare tutte le cariche (anche mutabili) conferite dal re suo genitore, e fin quelle di chi avea poco curata, anzi disprezzata, la di lui persona in qualità di principe ereditario. Vie più ancora si diede a conoscere l'insigne generosità del suo cuore pel gran rispetto e per le finezze ch'egli usò verso la regina sua matrigna, approvando per allora tutti i lasciti a lei fatti dal re defunto, e non volendo ch'ella si ritirasse in altra città, ma soggiornasse in Madrid; al qual fine la provvide per lei e pel cardinale infante di due magnifici palagi uniti, e di tutti i convenevoli arredi del lutto. Osservossi eziandio in lui (cosa ben rara) un tenero amore verso de' suoi reali fratelli, e massimamente verso dell'infante don Carlo re delle Due Sicilie. Per conto poi d'essa real matrigna, e per varii assegnamenti fatti dal re defunto, si presero col tempo delle alquanto diverse risoluzioni.

Arrivata la nuova di questo inaspettato avvenimento in Italia e in tutti i gabinetti d'Europa, svegliò la gioia in alcuni, il timore in altri, riflettendo ciascuno che poteano provenire mutazioni di massime, essendo sopra tutto insorta opinione che questo principe, perchè nato in Ispagna, tuttochè della real casa di Borbone, sarebbe re spagnuolo, e non più franzese; e che la Spagna uscirebbe di minorità e tutela, quasichè in addietro nel gabinetto di Madrid dominasse al pari che in quello di Versaglies, la corte di Francia. Non passò certamente gran tempo che gl'Inglesi, con rivolgersi al re di Portogallo, per mezzo suo cominciarono a far gustare al nuovo re proposizioni di concordia e pace. Men diligenti non furono al certo i Franzesi a mettere in ordine le batterie della loro eloquenza, per contenerlo nella già contratta alleanza: con qual esito, si andò poi a poco a poco scoprendo. Ma in questi tempi un altro impensato accidente riempiè di duolo la corte di Francia. Si era già sgravata col parto d'una principessa la moglie del delfino di Francia Maria Teresa, sorella del nuovo monarca spagnuolo; quando sopraggiunta una febbre micidiale, nel termine di tre giorni troncò lo stame del di lei vivere nel dì 23 di luglio in età di poco più di vent'anni. Andava intanto il re di Sardegna insieme co' generali tedeschi meditando qualche efficace ripiego, per costringere i Gallispani ad abbandonare la città e l'afflitto territorio di Lodi. Fu perciò ordinato al generale conte di Broun di passare il Po a Parpaneso con un grosso corpo d'armati, e di occupare la riva di là del Lambro. Sul principio d'agosto anche lo stesso re sardo colle maggiori sue forze passò colà a fine di ristrignere gli Spagnuoli non men da quella parte che da quella di Pizzighettone. Uniti poscia i Piemontesi ed Austriaci ebbero forza di passare sull'altra parte del Lambro, e di piantare due ponti su quel fiume, alla cui sboccatura s'era fortificato il maresciallo di Maillebois, stando a cavallo del medesimo. Furono cagione tali movimenti che gli Spagnuoli si ritirarono dall'Adda. Abbandonato anche Lodi, inviarono a Piacenza le loro artiglierie e munizioni, raccogliendosi tutti a Codogno e Casal Pusterlengo. Precorse intanto voce che per l'ordine del novello re di Spagna Ferdinando VI circa sei mila Spagnuoli, già mossi per passare in Italia, non progredissero nel viaggio, e fosse anche fermata gran somma di danaro, che s'era messo in cammino a questa volta: tutti preludii di cangiamento d'idee in quella corte.

Non poteano in fine più lungamente mantenersi nel di là da Po i Gallispani, troppo inferiori di forze ai loro avversarii, perchè sempre più veniva meno il foraggio con altre provvisioni, nè adito restava di procacciarsene senza pericolo. Stavano i curiosi aspettando di vedere qual via essi eleggerebbono, cioè se quella di ritirarsi verso Genova, o pure d'inviarsi alla volta di Parma; nè mancavano gli Austriaco-Sardi di stare attenti a qualunque risoluzione che potesse prendere la nemica armata; al qual fine il generale marchese Botta Adorno con più migliaia di Tedeschi s'era postato di qua dalla Trebbia verso la collina, per accorrere, ove il chiamasse la ritirata de' Gallispani. Fu anche spedito il conte Gorani con alcune compagnie di granatieri e di cavalleria al ponte di Parpaneso per vegliare agli andamenti de' nemici, caso che tentassero di voler passar il Po verso la bocca del Lambro, e per dar loro anche dell'apprensione. Tennero intanto i Gallispani consiglio segreto di guerra, per uscire di quelle strettezze. Fu detto che fossero diversi i sentimenti del consiglio di guerra, e fra gli altri del Gages e Maillebois, tra' quali passarono parole assai calde. Proponeva il Gages di ridursi in Piacenza, dove non mancavano provvisioni per due ed anche per tre settimane, persuaso che i nemici per mancanza di foraggi non avrebbero potuto fermarsi di là dalla Trebbia; nè a cagion del puzzo tornare sotto Piacenza: sicchè sarebbe restato libero il ritirarsi a Tortona. Ma prevalse in cuore del reale infante il parere del Maillebois, perchè creduto migliore, o perchè parere franzese. Nella notte dunque precedente al dì 9 di agosto i Gallispani, lasciate scorrere pel fiume Lambro nel Po le tante barche da loro adunate, con somma diligenza si diedero a formar due ponti sopra esso Po, e per tutto quel giorno attesero a passare di qua coll'intera loro armata, cannoni e bagaglio; e nella notte e dì seguente, dopo avere rotti i ponti, cominciarono a sfilare alla volta di Castello San Giovanni. Ma essendo giunto l'avviso della loro ritirata al suddetto generale marchese Botta, prese egli una risoluzione non poco ardita, e che fu poi scusata per la felicità del successo: cioè di portarsi ad assalire i nemici, tuttochè il corpo suo forse non giugnesse a sedici mila armati; laddove quel de' nemici si faceva ascendere a ventisette mila, computati quei che nello stesso dì uscirono di Piacenza. Contro le istruzioni a lui date era prima passato di qua dal Po pel ponte di Parpaneso il conte Gorani col suo picciolo distaccamento. Per farsi onore, fu egli il primo a pizzicare la retroguardia dei Gallispani, che era pervenuta a Rottofreddo in vicinanza del picciolo fiume Tibone; e all'incontro di mano in mano che andavano arrivando i battaglioni del generale Botta, entravano in azione. Fu dunque obbligata la retroguardia suddetta a voltar faccia, e a tenersi in guardia, colla credenza che ivi fosse tutto il forte degli Austriaci, cioè senza avvedersi di combattere sulle prime contra di pochi, che si poteano facilmente avviluppare o mettere in rotta. Andò perciò sempre più crescendo il fuoco, finchè giunti tutti i Tedeschi, divenne generale il conflitto. Fu spedito all'infante, pervenuto già col duca di Modena e col corpo maggiore di sua gente a Castello San Giovanni, acciocchè inviasse soccorso, siccome fece, con alcuni reggimenti di cavalleria. Era allora alto il frumentone, o sia grano turco; coperti da esso combattevano i fucilieri tedeschi. Giocavano la artiglierie, e massimamente una batteria di quei cannoni alla prussiana, che presto si caricano, nè occorre rinfrescarli che dopo molti tiri, posta dagli Austriaci sopra un picciolo colle caricata a sacchetti. Appena si accostarono alla scoperta le nemiche schiere, che con orrida gragnuola si trovarono flagellate. Per più ore durò il sanguinoso cimento; rispinta e più di una volta fu messa in fuga la fanteria tedesca dalla cavalleria spagnuola; finchè giunto a quella danza anche il marchese di Castellar, che seco conduceva il presidio di Piacenza, consistente in cinque mila combattenti, gli Austriaci si ritirarono, tanto che potè l'oste nemica continuare il viaggio, e giugnere in secreto al suddetto castello di San Giovanni. Si venne poscia ai conti, e fu creduto che restassero sul campo tra morti e feriti quasi quattromila Gallispani, e che almeno mille e ducento fossero i rimasti prigioni, senza contare quei che disertarono; perciocchè abbondando l'oste spagnuola della ciurma di molte nazioni, non mai succedeva fatto d'armi o viaggio, che non fuggisse buona copia di essi. Restò il campo in poter dei Tedeschi con circa nove cannoni, e undici tra bandiere e stendardi; ma in quel campo si contarono anche di essi tra estinti e feriti circa quattro mila persone. Vi lasciò la vita fra gli altri uffiziali il valoroso generale barone di Berenclau, e tra i feriti furono i generali Pallavicini, conte Serbelloni, Voghtern, Andlau e Gorani. Di più non fecero i Gallispani, perchè loro intenzione era non di decidere della sorte con una battaglia, ma bensì di mettere in salvo i loro sterminati bagagli, e di ritirarsi. Fu nondimeno creduto che se il conte di Gages avesse saputa l'inferiorità delle forze nemiche, potuto avrebbe in quel giorno disfare l'armata tedesca.

Non sì tosto ebbe fine l'atroce combattimento, che sull'avviso della secreta partenza del marchese di Castellar da Piacenza un distaccamento austriaco si presentò sotto quella città, e ne intimò immediatamente la resa; e perchè non furono pronti i cittadini a spalancar le porte, per aver dovuto passar di concerto coi Gallispani, ivi rimasti o malati o feriti, si venne alle minaccie d'ogni più aspro trattamento. Uscirono in fine i deputati della città, e dopo aver giustificati i motivi del loro ritardo, fu conchiuso il pacifico ingresso de' Tedeschi nella medesima sera, con rilasciare libero il bagaglio alla guernigione gallispana tanto della città che del castello, la quale restò in numero di ottocento uomini prigioniera di guerra. Vi si trovò dentro più di cinque mila (altri scrissero fino ad otto mila) tra invalidi, feriti ed infermi, compresi fra essi quei della precedente battaglia; più di ottanta pezzi di grosso cannone, oltre ai minori; trenta mortari, e quantità grande di palle, bombe, tende ed altri militari attrezzi, con varii magazzini di panni e tele, di grano, riso e fieno entro e fuori delle mura. Presero gli Austriaci il possesso di quella città; ed ancorchè nei dì seguenti vi entrassero i ministri, e un corpo di gente del re di Sardegna che ne ripigliò il civile e militare governo, pure anch'essi continuarono ivi il loro soggiorno per guardia delle artiglierie e de' magazzini, finchè si ultimasse la proposta divisione di tutto, cioè della metà d'essi per ciascuna delle corti. Allora fu che veramente sotto l'afflitta città di Piacenza ebbe fine il flagello della guerra militare; ma un'altra vi cominciò non men lagrimevole della prima. Gli stenti passati, il terrore, ma più di ogni altra cosa il puzzore e gli aliti malefici di tanti cadaveri di uomini e di bestie seppelliti (e non sempre colle debite forme) tanto in quella città che nei contorni, cagionarono una grande epidemia negli uomini: dura pensione provata tante altre volte dopo i lunghi assedii delle città. Ne seguì pertanto la mortalità di molta gente, talmente che in qualche villa non potendo i preti accorrere da per tutto; senza l'accompagnamento loro si portavano i cadaveri alle chiese.

Era già pervenuta a Voghera l'armata gallispana, ridotta, per quanto si potè congetturare, a quattordici mila Spagnuoli e sei mila Franzesi, inseguita sempre e molestata nel viaggio da Usseri e Schiavoni. Giacchè i Piemontesi non aveano voluto aspettare in Novi l'arrivo di tanti nemici, e s'era perciò aperta la comunicazione de' Gallispani con Genova, ed inoltre un corpo di circa otto mila tra Franzesi e Genovesi, condotto dal marchese di Mirepoix, scendendo dalla Bocchetta, era venuta sino a Gavi, per darsi mano con gli altri: venne dal maresciallo di Maillebois e dal generale conte di Gages, nel consiglio tenuto col reale infante e col duca di Modena, fissata l'idea di far alto in essa Voghera; ed ordinato a questo fine che si facesse per tre giorni un general foraggio per quelle campagne. Ma ecco improvvisamente arrivar per mare da Antibo il marchese della Mina, o sia de las Minas, spedito per le poste da Madrid, che giunto a Voghera, dopo aver baciate le mani all'infante don Filippo, presentò le regie patenti, in vigor delle quali, siccome generale più anziano del Gages, assunse il comando dell'armi spagnuole in Lombardia, subordinato bensì in apparenza ad esso infante, ma dispotico poi infatti. Ordinò egli pertanto che tutte le truppe di Spagna si mettessero in viaggio a dì 14 d'agosto alla volta di Genova. Per quanto si opponessero con varie ragioni i Franzesi, non si mutò parere; laonde anch'essi, scorgendo rovesciate tutte le già prese misure, per non restar soli indietro, si videro forzati alla ritirata medesima. Marciava questa armata verso la Bocchetta, e già scendeva alla volta di Genova, facendosi ognuno le meraviglie per non sapere intendere come que' generali pensassero a mantenere migliaia di cavalli fra le angustie e le sterili montagne di quella capitale: quando in fine si venne a svelar l'intenzione del generale della Mina, o, per dir meglio, gli ordini segreti a lui dati dal gabinetto della sua corte, cioè di prender la strada verso Nizza, e di menar le sue genti fuori d'Italia. Di questa risoluzione, che fece trasecolare ognuno, si videro in breve gli effetti; perchè egli, dopo avere spedito per mare tutto quel che potè di artiglierie, bagagli ed attrezzi, senza ascoltar consigli, senza curar le querele altrui, cominciò ad inviare parte delle sue truppe per le sommamente disastrose vie della riviera di Ponente verso la Provenza. L'infante don Filippo e il duca di Modena, rodendo il freno per così impensata e disgustosa mutazione di scena, si videro anch'essi forzati dopo qualche tempo a tener quella medesima via, non sapendo spezialmente il primo comprendere come s'accordassero con tal novità le proteste del fratello re Ferdinando, di avere cotanto a cuore i di lui interessi. Fu allora che non pochi Italiani delle brigate spagnuole non sentendo in sè voglia di abbandonare il proprio cielo, seppero trovar la maniera di risparmiare a sè stessi il disagio di quelle marcie sforzate. Il conte di Gages e il marchese di Castellar s'inviarono innanzi per passare in Ispagna. Era il Castellar richiamato colà. Al Gages fu lasciato l'arbitrio di andare o di restar nell'armata; ma anch'egli andò.

Pareva intanto che gli Austriaco-Sardi facessero i ponti d'oro a quella gente fuggitiva, quasichè non curassero più di pungerla o di affrettarla, come era seguito a Rottofreddo, e bastasse loro di vedere sgravata dalle lor armi la Lombardia. Ma tempo vi volle per ben assicurarsi delle determinazioni de' nemici. Chiarita la ritirata d'essi alla volta di Genova, allora passato il Po, andarono il generale Broun e il principe di Carignano con dodici mila armati ad unirsi a San Giovanni col generale Botta. Mossosi poi di là da Po anche il re di Sardegna, si avanzò sino a Voghera e Rivalta; dove concorsi tutti i generali, tenuto fu consiglio di guerra, e presa la risoluzione di procedere avanti contro di Genova. Opponevasi ai loro passi primieramente Tortona e poi Gavi. Perchè nella prima era restata una gagliarda guernigione di Spagnuoli e Genovesi, e gran tempo sarebbe costato l'espugnazion di quella piazza, solamente si pensò a strignerla con un blocco. A questa impresa furono destinati alquanti battaglioni, la metà austriaci e la metà savoiardi, che si postarono sulla collina contro la cittadella; al piano si stese un corpo di cavalleria. E perciocchè il più della lor gente a cavallo non occorreva per quell'impresa, e molto meno per la meditata di Genova, fu inviata a prendere riposo nel Cremonese, Modenese e Guastallese. Nel 19 d'agosto arrivò la vanguardia tedesca col generale Broun a Novi, bella terra del Genovesato, ma terra troppo bersagliata nelle congiunture presenti e sottoposta di nuovo ad una contribuzione più rigorosa delle precedenti. Il castello di Serravalle assalito dagli Austriaco-Sardi, e perseguitato con due mortari a bombe, non tenne forte che una giornata, e tornò all'ubbidienza del re di Sardegna. Fattesi poi le necessarie disposizioni, si prepararono gli Austriaci per inoltrarsi verso Genova, e nello stesso tempo il suddetto re colla maggior parte delle sue forze s'inviò verso le valli di Bormida ed Orba, per penetrare nella riviera genovese di Ponente verso Savona e Finale, a fine d'incomodar la ritirata de' nemici. Incredibil numero di cavalli perderono gli Spagnuoli nella precipitosa loro marcia per quelle strade piene di passi stretti, balze e dirupi. Tuttochè Gavi, vecchia fortezza, fosse mal provveduta di fortificazioni esteriori, però teneva tal presidio e treno d'artiglieria, che poteva incomodar di troppo i passaggi degli Austriaci, e la lor comunicazione colla Lombardia; fu perciò incaricato il generale Piccolomini di formarne l'assedio; al qual fine da Alessandria furono spediti cannoni e bombe. Intanto verso il fine d'agosto s'inoltrò il grosso dell'armata austriaca per Voltaggio alla volta della Bocchetta, passo fortificato dai Genovesi, e guernito di alquante compagnie d'essi e di Franzesi. Dopo aver fatto i due generali Botta e Broun prendere le superiori eminenze del giogo, inviarono all'assalto di quel sito tre diversi staccamenti di granatieri e fanti; e, se si ha da prestar fede alle relazioni loro, col sacrifizio di soli trecento de' loro uomini forzarono i Genovesi a prendere la fuga coll'abbandono de' cannoni e munizioni che quivi si trovarono. Pretesero all'incontro i Genovesi di avere sostenuto con vigore, e renduto vano il primo assalto degli Austriaci, e si preparavano a far più lunga resistenza, quando furono all'improvviso richiamati dal loro generale i Franzesi. Non avea mancato in questi tempi il maresciallo di Maillebois d'incoraggire il governo di Genova, con fargli sapere l'assistenza delle truppe di suo comando, ed una risoluzione diversa da quella degli Spagnuoli, che tutti in fine erano marciati verso ponente. Ma non durò gran tempo la sua promessa, perchè, vago anch'egli di mettere in salvo sè stesso e tutta la sua gente, la fece sfilare verso la Francia, lasciando in grave costernazione l'abbandonata infelice città di Genova. Il tempo fece dipoi conoscere che dalla corte di Versaglies non dovette essere approvata la di lui condotta, perchè, richiamato a Parigi, fu posto a sedere, e dato il comando di quella molto sminuita armata al duca di Bellisle. Se crediamo a' Genovesi il loro comandante rimasto alla Bocchetta dopo l'abbandonamento de' Franzesi scrisse tosto al governo, per ricevere ordini più precisi, esibendosi di poter sostenere quel posto anche per qualche giorno. L'ordine che venne, fu ch'egli si ritirasse colla sua gente; laonde non durarono poi gli Austriaci ulteriore fatica per impadronirsene, con inseguir anche e pizzicare i fuggitivi Genovesi. Liberata da questo ostacolo l'oste austriaca, non trovò più remora a' suoi passi, e potè francamente calare buona parte d'essa sino a San Pier d'Arena a bandiere spiegate, dove nel dì 4 di settembre si vide piantato il suo quartier generale.

Se battesse il cuore ai cittadini di Genova al trovarsi in così pericoloso emergente, ben facile e giusto è l'immaginarlo. Fin quando si vide l'esercito gallispano muovere i passi dalla Lombardia verso la loro città, ben s'era avveduto quel senato della brutta piega che prendevano i proprii interessi; e però furono i saggi d'avviso che si spedissero tosto quattro nobili alle corti di Vienna, Parigi Madrid e Londra, per quivi cercar le maniere di schivar qualche temuto anzi preveduto naufragio. Ma guai a quegl'infermi che, presi da micidial parosismo, aspettano la lor salute da' medici troppo lontani! Il perchè, peggiorando sempre più i loro affari, que' savii signori, già convinti d'essere abbandonati da ognuno, ed esposti ai più gravi pericoli, altra migliore risoluzione in così terribil improvvisata non seppero prendere, che di trattare d'accordo coi generali della regnante imperadrice. Non mancavano certamente, se alle apparenze si bada, forze a quel senato per difendere la città guernita di buone mura, anzi di doppie mura, di copiosa artiglieria e di grossi magazzini di grano, ed altri beni quivi lasciati dagli Spagnuoli, e con presidio di non poche migliaia di truppe regolate. Nè già avea lasciato in quella strettezza di tempo il governo di distribuir le guardie e milizie dovunque occorreva, e di disporre le artiglierie ne' siti più proprii per la difesa della città. Contuttociò battuti dalla parte di terra da' Tedeschi, angustiati per mare dalle navi inglesi, e perduta la speranza d'ogni soccorso, che altro potevano aspettar in fine, se non lo smantellamento delle lor suntuose case e delizie di campagna, ed anche la propria rovina e schiavitù? Nè pur sapeano essi ciò che si potessero promettere del numeroso bensì e vivace popolo di quella capitale, perchè popolo già mal contento, per essergli mancato il guadagno, e cresciuto lo stento, mentre da tanto tempo, sì dalla banda della Lombardia, che da quella del mare, veniva difficoltato il trasporto della legna, carbone, carni e varii altri commestibili; e forse popolo che declamava contro l'impegno di guerra preso dal consiglio di alcuni più prepotenti de' nobili. Aggiungasi che fra la dominante nobiltà ed esso popolo passava bensì in tempo di quiete la corrispondenza convenevole dell'ubbidienza e del comando, ma non già assai commercio di amore, stante l'altura con cui trattavano que' signori il minuto popolo, già degradato dagli antichi onori e privilegii; talmente che non si potea sperare che alcun d'essi volesse sacrificar le proprie vite per mantenere in trono tanti principi, che sembravano non curar molto di farsi amare da' loro sudditi. E se i nemici fossero giunti a salutar la città colle bombe, potea la poca armonia degli animi far nascere disegni e desiderii di novità in quella gran popolazione. Finalmente si trovava la città sì sprovveduta di farine, che la fame fra pochi dì avrebbe sconcertate tutte le misure. Saggiamente perciò da quel consiglio fu preso lo spediente di non resistere, e di comperar più tosto coi meno svantaggiosi patti che fosse possibile la riconciliazione coll'imperadrice e coi suoi alleati, che di azzardarsi ad un giuoco in cui poteano perdere tutto.

Eransi già accampate le truppe austriache alle spiaggie del mare, vagheggiando i movimenti di quello dai più d'essi non prima veduto elemento. Spezialmente sull'asciutte sponde della Polcevera non pochi reggimenti d'essi s'erano adagiati; nè sarebbe mai passato per mente a que' buoni Alemanni che quel picciolo torrente potesse, per così dire, in un istante cangiarsi in un terribil gigante. Ma nel dì 6 del suddetto settembre ecco alzarsi per aria un fiero temporale gravido di fulmini con impetuoso vento e pioggia dirotta, per cui scese sì gonfia di acque ed orgogliosa essa Polcevera, che trascinò in mare circa secento persone tra soldati, famigli ed anche alcuni uffiziali, assaissimi cavalli, muli e bagagli. Guai se questo accidente arrivava di notte, la terza parte dell'armata periva. Nel giorno stesso dei 4 in cui parte dell'esercito austriaco cominciò a giugnere a San Pier d'Arena, furono deputati dal consiglio di Genova alcuni senatori che andassero a riverire il generale Broun, condottiere di quel corpo di gente. Introdotti alla sua udienza, rappresentarono la somma venerazione della repubblica verso l'augusta imperadrice, mantenuta anche in questi ultimi tempi, nei quali aveano protestato e tuttavia protestavano di non aver guerra contro della maestà sua; e che essendo le di lei milizie entrate nel dominio della repubblica, il governo inviava ad offrire tutti i più sicuri attestati di amicizia ai di lei ministri, mettendosi intanto sotto la protezione e in braccio alla clemenza della cesarea reale maestà sua. Intendeva molto bene il Broun la lingua italiana; ma non arrivò mai a capire ciò che volesse dire quella protesta di non aver fatta guerra contro l'augusta sua sovrana. Pure, senza fermarsi in questo, rispose ai deputati, che stante la lor premura di godere della cesarea clemenza e protezione, e di non provare i disordini che potrebbe produrre l'avvicinamento dell'armi imperiali, egli manderebbe le guardie alle porte della città, affinchè si prevenisse ogni molestia e sconcerto nel di dentro e al di fuori d'essa. E perciocchè risposero i deputati, che a ciò ostavano le leggi fondamentali dello Stato, il generale alterato replicò loro, che non sapeva di leggi e di statuti, con altre parole brusche, colle quali li licenziò. Arrivato poi nel giorno appresso il marchese Botta Adorno, primario generale e comandante dell'esercito austriaco, si portarono a riverirlo i deputati. In lui si trovò più cortesia di parole, ma insieme ugual premura che fruttasse alla maestà dell'imperadrice la fortuna presente delle sue armi. Proposero di nuovo que' senatori la risoluzione della repubblica di mettersi sotto la protezione d'essa imperadrice, a cui darebbono gli attestati della più riverente amicizia, con ritirar da Tortona le loro genti; con far cessare le ostilità del presidio di Gavi; con rimettere tutti i prigionieri, ed anche i disertori, implorando nondimeno grazia per essi; col congedar le milizie del paese, e quelle eziandio di fortuna, ritenendo solamente le consuete per guardia della città, e con esibirsi di somministrare tutto quanto fosse in lor potere per comodo e servigio dell'armi austriache, rimettendosi in una totale neutralità per l'avvenire. Le risposte del generale Botta furono, che darebbe gli ordini, affinchè l'esercito cesareo reale desistesse da ogni ostilità, ed osservasse un'esatta disciplina; ma essere necessaria una promessa nella repubblica di stare agli ordini dell'augustissima imperadrice, dalla cui clemenza per altro si poteva sperare un buon trattamento: e che, per sicurezza della lor fede, conveniva dargli in mano una porta della città; e che intanto si lascierebbe intatta l'autorità del governo, la libertà e quiete della città. Portate al consiglio queste proposizioni, furono accettate, e si consegnò al generale Botta la porta di San Tommaso, sebben poscia egli pretese e volle anche l'altra della Lanterna.

Nel giorno seguente 6 di settembre portossi personalmente esso marchese in città per formare una capitolazion provvisionale, la quale sarebbe poi rimessa all'arbitrio della maestà dell'imperadrice. Ne furono ben gravose le condizioni; ma giacchè il riccio era entrato in tana, convenne ricevere le leggi da chi le dava non come contrattante, ma come vincitore; e furono: Che si consegnassero le porte della città alle soldatesche dell'imperadrice regina: il che non ebbe poi effetto, essendosi, come si può credere, tacitamente convenute le parti che bastassero le due sole già consegnate. Che le truppe regolate, o sia di fortuna, della repubblica s'intendessero prigioniere di guerra. Che l'armi tutte della città, e le munizioni da bocca e da guerra destinate per le milizie, si consegnassero agli uffiziali di sua maestà. Che lo stesso si intendeva di tutti i bagagli ed effetti delle truppe gallispane e napoletane, e delle loro persone ancora. Che il presidio e fortezza di Gavi, se non era per anche renduta, si rendesse tosto all'armi di essa imperadrice. Che il doge e sei primarii senatori nel termine di un mese fossero tenuti di passare alla corte di Vienna, per chiedere perdono dell'errore passato, e per implorare la cesarea clemenza. Che gli uffiziali e soldati d'essa imperadrice e de' suoi alleati si mettessero in libertà. Che subito si pagherebbe la somma di cinquanta mila genovine all'esercito imperiale, a titolo di rinfresco, e per ottenere il quieto vivere: del resto poi delle contribuzioni dovea intendersi la repubblica col generale conte di Cotech, autorizzato per tale incumbenza. Che quattro senatori intanto passerebbero per ostaggi di tal convenzione a Milano. Finalmente che questo accordo non sortirebbe il suo effetto, finchè non venisse ratificato dalla corte di Vienna. Tralascio altri meno importanti articoli. Non si sa che avesse effetto la consegna dell'armi e munizioni da guerra della città; ma sibbene alle mani dei ministri austriaci pervennero tutti i magazzini (erano ben molti) spettanti a' Gallispani; con che quell'esercito, poco prima bisognoso di tutto, si vide provveduto di tutto; e col ritorno dei disertori, ai quali fu accordato il perdono, venne aumentato di due mila persone. Non si tardò a sborsare le cinquanta mila genovine, il ripartimento delle quali fra gli uffiziali e soldati ebbe l'attestato delle pubbliche gazzette. Bisogno più non vi fu di trattare e disputare intorno al resto delle contribuzioni; perciocchè il suddetto conte di Cotech, commissario generale austriaco, il quale ne sapea più di Bartolo e Baldo nel suo mestiere, inviò al doge Brignole e senato di Genova una intimazione scritta di buon inchiostro. In essa esponeva, che essendosi la repubblica di Genova impegnata in una guerra manifestamente ingiusta contro la maestà dell'imperadrice regina e de' suoi collegati, ed aperto il varco a' suoi nemici per invadere gli Stati d'essa imperadrice e del re di Sardegna; giusta cosa sarebbe stata l'esigere da essa il rifacimento di tante spese e danni sofferti che ascendevano a somme inestimabili. Ma che avendo essa repubblica riconosciuto la mano dell'onnipotente, che l'avea fatta soccombere sotto l'armi giuste e trionfanti della maestà sua cesarea e reale; ed essendosi volontariamente offerta di soggiacere agli aggravii che le si doveano imporre: perciò esso conte di Cotech perentoriamente le facea intendere di dover pagare alla cassa militare austriaca la somma di tre milioni di genovine (cioè nove milioni di fiorini) in tanti scudi di argento, e in tre pagamenti: cioè un milione dentro quarantott'ore; un altro nello spazio di otto giorni; e il terzo nel termine di quindici giorni: sotto pena di ferro, fuoco e saccheggio, non soddisfacendo nei termini sopra intimati. Questa fu l'interpretazione che diede il ministro alla clemenza dell'imperatrice regina, a cui s'era rimessa quella repubblica.

Aveano gl'infelici Genovesi il coltello alla gola; inutile fu il reclamare; necessario l'ubbidire. Concorsero dunque le famiglie più benestanti al pubblico bisogno coll'inviare alla zecca le loro argenterie; si trasse danaro contante da altri; convenne anche ricorrere al banco di San Giorgio, depositario del danaro non solo de' Genovesi, ma di molte altre nazioni; tanto che nel termine di cinque giorni fu pagato il primo milione. Più tempo vi volle per isborsare il secondo, non potendo la zecca battere se non partitamente sì gran copia d'argento. Con parte di quel danaro furono non solamente soddisfatti di molti mesi trascorsi gli uffiziali austriaci, ma anche riconosciuto dalla generosità dell'augusta sovrana con proporzionato regalo il buon servigio de' suoi uffiziali. Parte d'esso tesoro fu condotto a Milano da riporsi in quel castello. A conto ancora del pagamento suddetto andò la restituzion delle gioie e di altri arredi della casa de Medici, impegnati in Genova dal regnante Augusto. Nè si dee tacere che videsi ancor qui una delle umane vicende. Tanta cura degl'industriosi Genovesi per raunar ricchezze andò a finire in una sì trabocchevol tassa di contribuzioni, la quale, tuttochè imposta ad una città cotanto diviziosa, pure a molti può fare ribrezzo. Non sarebbe ad una città povera toccato un così indiscreto salasso. E vie più dovette riuscire sensibile a quella nobil repubblica, perchè accaduto dappoichè appena ella s'era rimessa dalla lunga febbre maligna della Corsica, in cui non oso dire quanti milioni essi dicono di avere impiegato, ma che certamente si può credere costata a lei un'immensità di danaro. Fama corse che il re di Sardegna si lagnasse, perchè nè pure una parola si fosse fatta di lui nella capitolazione, e nè pure si fosse pensato a lui nell'imposta di tanto danaro e nella occupazione di tanti magazzini. Pari doglianza fu detto che facesse l'ammiraglio inglese.

Ciò che in sì improvvisa e deplorabil rivoluzione dicessero, almen sotto voce, gli afflitti e battuti Genovesi, non è giunto a mia notizia. Quel che è certo, entro e fuori d'Italia accompagnata fu la loro disavventura dal compatimento universale, e fino da chi dianzi non avea buon cuore per essi. Però dappertutto si scatenarono voci non men contra degli Spagnuoli che dei Franzesi, detestando i primi, perchè principalmente da lor venne il precipizio de' Genovesi; e gli altri, perchè mai non comparvero in Italia nell'anno presente quelle tante lor truppe che si spacciavano in moto sulle gazzette, e che avrebbero potuto esentare da sì gran tracollo gl'interessi proprii e quei de' loro collegati. Aggiugnevano i politici, che quand'anche il novello re di Spagna avesse preso idee diverse da quelle del padre, richiedeva nondimeno l'onor della corona che non si sacrificassero sì obbrobriosamente gli amici ed alleati; e in ogni caso poteva almeno e doveva il comune esercito procacciare, per mezzo di qualche capitolazione, condizioni men dure e dannose a chi avea da restare in abbandono. Finalmente diceano doversi incidere in marmo questo nuovo esempio, giacchè s'erano dimenticati i vecchi, per ricordo a' minori potentati del grave pericolo a cui si espongono in collegarsi co' maggiori; perchè facile è il trovar monarchi tanto applicati al proprio interesse, che fanno servir gli amici inferiori al loro vantaggio, con abbandonarli anche alla mala ventura, per risparmiare a sè stessi l'incomodo di sostenerli. Chi più si figurava di sapere gli arcani dei gabinetti, spacciò che fra la Spagna, Inghilterra e Vienna era già conchiuso un segreto accordo, per cui la Spagna dovea richiamar d'Italia le sue truppe; e gli Inglesi lasciar passare a Napoli dieci mila Spagnuoli; e l'imperadrice regina fermare a' confini del Tortonese i passi delle sue truppe: avere i primi soddisfatto all'impegno, ed aver mancato alla sua parte l'austriaca armata. Di qua poi essere avvenuto che la Spagna irritata poscia di nuovo s'unì colla Francia. Tutti sogni di gente sfaccendata. Nè pur tempo vi era stato per sì fatto maneggio e preteso accordo; e certo l'imperadrice regina, principessa generosa e d'animo virile, non era capace di obliar la propria dignità con tradire non solo gli Spagnuoli, ma anche i mediatori Inglesi, cioè i migliori de' suoi collegati. La comune credenza pertanto fu, che la Francia non pensò all'abbandono de' Genovesi; e se il suo maresciallo si lasciò trascinare dall'esempio degli Spagnuoli, non fu questo approvato dal re Cristianissimo. Quanto poscia alla corte del re Cattolico, si tenne per fermo, che sui principii cotanto prevalesse il partito contrario alla vedova regina Elisabetta, che si giugnesse a quella precipitosa risoluzione a cui da lì a non molto succedette il pentimento, essendo riuscito al gabinetto di Francia di tener saldo nella lega il re novello di Spagna, ma dopo essere cotanto peggiorati in Italia i loro affari, e con dover tornare all'abici, qualora intendessero di calar un'altra volta in Italia. Per conto poi de' Genovesi poco servì a minorare i loro danni ed affanni l'altrui compatimento, e il cangiamento di massime nella corte del re di Spagna. Contuttociò dicevano essi di trovar qualche consolazione in pensando, che ognuno potea scorgere, non essere le loro disavventure una conseguenza di qualche loro ambizioso disegno, ma una necessità di difesa; nè potersi chiamar poco saggio il loro consiglio per l'aderenza presa con due corone potentissime, le quali sole poteano preservarli dai minacciati danni: giacchè a nulla aveano servito i tanti loro ricorsi e richiami alle corti di Vienna, Inghilterra ed Olanda.

Ma lasciamo oramai i Genovesi, per seguitare Carlo Emmanuele re di Sardegna. Nè pur egli fu pigro a prendere la fortuna pel ciuffo. Colla maggior diligenza possibile fece egli calar le sue truppe per l'aspre montagne dell'Apennino sulla riviera di Ponente, a fin di tagliare la strada, se gli veniva fatto, ai fuggitivi Franzesi; e fama corse essere mancato poco che l'infante don Filippo e il duca di Modena non fossero sorpresi nel viaggio. Ma la principal mira d'esso re erano Savona e il Finale, paesi dietro ai quali s'erano consumati tanti desiderii de' suoi antenati, e sui quali la real casa di Savoia manteneva antiche ragioni o pretensioni. Giunsero colà le sue milizie nel dì 8 di settembre; ed arrivò anche lo stesso re nel dì seguente a Savona, incontrato dal vescovo e dai magistrati della città, che andarono a presentargli le chiavi. Colà giunse ancora il generale Gorani, spedito con alcuni battaglioni austriaci, per darsi mano a sottomettere il castello assai forte d'essa Savona. Trovavasi alla difesa di quello un comandante di casa Adorno nobile genovese, il quale alla chiamata di rendersi diede quella risposta che conveniva ad un coraggioso e fedele uffiziale; e tanto più perchè fu fatta essa chiamata per parte del re di Sardegna. Raccontasi che egli dipoi, come se quella piazza avesse da essere il sepolcro suo, distribuì ai soldati varii effetti e danari di sua ragione, e nel testamento suo dichiarò eredi suoi le mogli e i figli di quegli uffiziali che morrebbono nella difesa: al che egli dipoi si accinse con tutto vigore. Si tardò ben molto a cominciare le ostilità contra di quel castello, perchè non poteano volare per le aspre montagne i mortai e l'artiglieria grossa che occorreva a quell'assedio. Passarono le brigate austriaco-sarde al Finale, e il forte di quella terra non si fece molto pregare a capitolar la resa, con restar prigione il presidio, e coll'avere gli uffiziali ottenuto buon trattamento per loro e per i loro equipaggi. Giunse colà nel dì 15 di settembre il re di Sardegna; allora fu che, non potendosi più ritenere l'antico abborrimento di quel popolo al giogo genovese, scoppiò in segni d'incredibil allegrezza, e con sommo applauso, ed applauso di cuore accolse il novello sovrano. Proseguì poscia esso re colle milizie il viaggio, occupando di mano in mano i posti e le terre che i Franzesi andavano abbandonando, finchè giunse a Ventimiglia, Villafranca e Montalbano, all'assedio de' quali luoghi egli fu forzato a dover fermare il piede. Dovunque passarono l'armi sue vincitrici, segni ne restarono della singolar sua moderazione e della savia sua maniera di trattare chiunque a lui si arrendeva. Non la voleva egli contra la borsa di que' popoli; esatta disciplina osservavano le sue truppe; solamente, per buona precauzione, levò l'armi al conquistato paese. Impiegò egli in quei viaggi e nella conquista della riviera di Ponente il resto di settembre e la metà d'ottobre; nè altro considerabil avvenimento si contò, se non che il generale austriaco Gorani, nel riconoscere il posto della Turbia, nel dì 12 d'esso ottobre perdè la vita; i Franzesi nel dì 18 ripassarono il Varo; il castello di Ventimiglia nel dì 23 si sottomise all'armi de' Piemontesi.

Intanto la corte di Vienna, considerando il bell'ascendente dell'armi sue in Lombardia e nel Genovesato, e già cacciati di là da' monti i nemici tutti, vagheggiava il bel regno di Napoli, come un premio dovuto al valore e alla buona fortuna dell'armi sue nell'anno presente. Niun v'era de' ministri che, ricordevole delle tante pensioni e regali procedenti una volta da quel fruttuoso paese, non inculcasse venuto ormai il tempo di riacquistar giustamente ciò che s'era sì miseramente perduto negli anni addietro; avere l'imperadrice oziosi circa dieci mila cavalli, adagiati nel Modenese, Cremonese, Mantovano ed altri luoghi. Accresciuti questi da qualche quantità di fanteria, ecco un esercito capace di conquistare tutto quel regno; trovarsi il re di Napoli privo di gente, di danaro e di maniera per resistere; col solo presentarsi colà un esercito austriaco, altro scampo non restare a quel re, che di fuggirsene in Sicilia; e che la Sicilia stessa, qualora volessero dar mano gl'Inglesi, facilmente coronerebbe il trionfo dell'armi imperiali. Forti erano e ben gustate queste ragioni; e non è da dubitare che la corte cesarea ardesse di voglia di quell'impresa; al qual fine si videro anche sboccare in Italia alcune migliaia di fanti Croati e Schiavoni, gente mal in arnese, ma forte di corpo, reggimentata, e che sa, occorrendo, ben maneggiare i fucili e sciable. Ma altri furono in que' tempi i disegni dell'Inghilterra, cioè di quella potenza che avea come dipendenti, per non dire come servi, i suoi collegati, pel bisogno che tutti aveano delle sue sterline, cioè d'un danaro onde veniva il moto principale della macchina di quell'alleanza. Da che la Francia osò, se non di attaccare, almeno di secondare il fuoco nelle viscere della Gran Bretagna colla sedizion della Scozia, in cui non si trattava di meno che di detronizzare il regnante re Giorgio II, lo spirito della vendetta, o sia la brama di rendere la pariglia al re Cristianissimo, fece gran breccia nella corte britannica. Fu dunque risoluto l'armamento d'una possente flotta, per portare la desolazione in qualche sito delle coste di Francia; e in oltre, giacchè più non restavano in Lombardia nemici da combattere, questo parea il tempo di portare la guerra anche dalla parte d'Italia nel cuor della Francia, acciocchè ella non si gloriasse di farla sempre in casa altrui. A questa determinazione ripugnava non poco il gabinetto imperiale tra per li noti infelici tentativi altre volte fatti o nella Provenza o nel Delfinato, e perchè si vedeva interrompere l'impresa di Napoli, dove certo si conosceva il guadagno; laddove poco o nulla v'era da sperare nella Provenza. Per lo contrario, l'Inghilterra non solo desiderava, ma comandava una tale spedizione; e per questo fine ancora mosse il re di Sardegna a contribuir buona parte della sua fanteria.

Tali nondimeno divennero le forze austriache in Italia, tali i nuovi rinforzi inviati per accrescerle, che si figurò il ministero cesareo di poter accudire all'una impresa senza pregiudizio dell'altra; nè si può negare che ben pensati erano i suoi disegni. Ma ordinaria disavventura delle leghe è l'avere ogni contraente dei particolari interessi e desiderii che non s'accomodano con quei degli altri. In Londra v'erano delle segrete intenzioni contrarie a quelle di Vienna. Si voleva far del male alla Francia, è non già alla Spagna. Sempre fitto il re d'Inghilterra nella speranza d'una pace particolare col re Cattolico, fervorosamente maneggiata dall'austriaca regina di Portogallo, e creduta anche assai verisimile, per essersi scoperte nel novello re di Spagna delle massime ben diverse da quelle del re fu suo padre: con ogni riguardo procedeva verso gli Spagnuoli, astenendosi, per quanto mai poteva, dal recar loro danno, anzi da ogni menomo loro insulto; nemico in fine di solo nome, ma non già di fatti. Però la conquista del regno di Napoli, meditata in Vienna, che avrebbe infinitamente disgustata la corona di Spagna, si trovò ascosamente attraversata dagl'Inglesi, i quali fecero valere la necessità di entrare in Provenza colle maggiori forze possibili, per non soggiacere agl'inconvenienti patiti altre volte in sì fatte spedizioni, ed essere troppo pericoloso l'indebolir cotanto l'armata di Lombardia, coll'inviarne sì gran parte in sì lontane e divise contrade; e che costerebbe troppo il mantenere in tali circostanze quell'acquisto. Queste ed altre ragioni, delle quali il gabinetto di Vienna intendeva molto bene il perchè, fecero che l'imperadrice regina forzatamente desse bando ad ogni disegno sul regno di Napoli; e intanto il re Cattolico con varii convogli per mare spedì ad esso Napoli alcune migliaia delle sue truppe, le quali ebbero sempre la fortuna di non essere vedute dagl'Inglesi, nè di incontrarsi nelle lor navi, le quali pure padroneggiavano per tutto il mare Ligustico e Toscano.

Fissata dunque la spedizione austriaco-sarda contro la Provenza, per cui tanto all'imperadrice che al re di Sardegna uno straordinario aiuto di costa in moneta fu somministrato dall'Inghilterra, esso re sardo, per disporla ed animarla come generalissimo, passò a Nizza già abbandonata dai Franzesi. Quivi ricevette egli l'avviso che s'era renduto alle sue armi Montalbano, e che poco appresso, cioè nel dì 4 di novembre, avea fatto altrettanto il castello di Villafranca. Giunse anche da lì a poche settimane la lieta nuova che la cittadella di Tortona era tornata in suo dominio nel dì 25 del mese suddetto, con aver quella guernigione spagnuola ottenuta ogni onorevol capitolazione; giacchè anche esso re in tutta questa guerra ogni maggior convenienza e rispetto osservò sempre verso la corona di Spagna. Intanto sì dalla parte di Genova che di Lombardia andavano sfilando le soldatesche destinate per l'invasione della Provenza, facendosi la massa della gente a Nizza. Scelto per comandante di quell'armata il generale conte di Broun, questi verso la metà di novembre giunse per mare a quella città, e cominciò a prendere le misure per effettuare il meditato disegno. Giacchè si calcolava di non trovare nè viveri nè foraggi in Provenza, l'ammiraglio inglese Medier, chiamato a consiglio, assunse il carico di condurre dai magazzini di Genova e della Sardegna il bisognevole, siccome ancora le artiglierie, attrezzi e munizioni da guerra. Sopraggiunse in questi tempi gagliarda febbre al re di Sardegna, che grande apprensione ed affanno cagionò in quell'armata, ma più in cuore dei sudditi suoi, i quali perciò con pubbliche preghiere implorarono da Dio la conservazione d'una vita sì cara. Dichiarossi poi nel dì 25 di novembre il vaiuolo, e questo di qualità non maligna, talchè, passato il convenevol tempo richiesto da sì fatta malattia, cessò ogni pericolo e timore. A cagione nondimeno della convalescenza fu conchiuso ch'esso re passerebbe il verno in quella città. Finalmente sul fine di novembre si trovò raunato l'esercito destinato ai danni della Provenza, che si fece ascendere a trentacinque mila combattenti tra fanti e cavalli, cioè due terzi di Austriaci, e l'altro di Piemontesi comandati dal tenente generale marchese di Balbiano; perciò s'imprese il passaggio del fiume Varo.

Credevasi di trovar quivi forte resistenza dalla parte de' Franzesi; ma non erano tali le forze di questi da poter punto frastornare i passi degli Austriaci e Savoiardi. S'erano già separate le milizie spagnuole dai Franzesi, e misteriosi parevano i loro movimenti, perchè ora sembrava che volessero prendere il cammino verso la Spagna, ed ora che pensassero a ritirarsi in Savoia. E veramente a quella volta tendevano i loro passi, quando arrivò in Tarascon al generale marchese della Mina un corriere dell'ambasciatore Cattolico esistente in Parigi, da cui veniva avvertito di tener le truppe di suo comando unite con quelle di Francia, stante una nuova convenzione stabilita fra le due corone di Madrid e Versaglies. Servì un tale avviso, perchè il marchese non progredisse innanzi, per aspettare più accertati ordini dalla corte del suo sovrano. Non ascendevano dal canto loro i Franzesi a più di cinque o sei mila persone sotto il comando del marchese di Mirepoix tenente generale, avendo pagato gli altri il disastroso ritorno dal Genovesato o con lunghe malattie o colla morte. Vero è che si trovarono alquanti corpi d'essi Franzesi qua e là postati al basso e all'alto del Varo, per contrastarne il passo a' nemici; due fortini ancora o ridotti teneano sulle sponde d'esso fiume; pure tra le batterie erette di qua dal fiume, che faceano buon giuoco, e pel cannone di tre vascelli e di altri legni minori inglesi che s'erano postati all'imboccatura del fiume stesso, animosamente in più colonne passarono gli Austriaco-Sardi, essendosi precipitosamente ritirati da tutti que' postamenti i Franzesi. Detto fu che solamente costasse quel passaggio ottanta persone, le quali ebbero anche la disgrazia di annegarsi. Fu dipoi formato un sodo ponte sul Varo; e volarono ordini perchè venissero le grosse artiglierie, per dar principio all'assedio d'Antibo, mira principale del generale Broun, che servirebbe di scala all'altro di Tolone.

Trovarono gli aggressori in que' contorni abbandonate le case, e fuggiti col loro meglio i poveri abitanti. Ma per buona ventura vi restarono le cantine piene di vino, e vino, come ognun sa, sommamente generoso di quelle colline, onde ne avrebbe quel popolo, secondo il costume, ricavato un tesoro. Giacchè altro nemico da combattere non aveano trovato i Tedeschi, gli Svizzeri ed anche gl'Italiani, sfogarono il loro valore e sdegno contra di quelle botti, e per tre giorni ognun trionfò di que' cari nemici. Era un bel vedere qua e là per terra migliaia di soldati che più non sapeano in qual parte del mondo si fossero: così ben conci erano dal tracannato liquore. Non sanno più i gran guerrieri del nostro tempo usare stratagemmi, nè studiano i libri vecchi, per impararne l'arte. Se quattro o cinque mila Franzesi, col muoversi di notte, avessero colto in quello stato i lor nemici, voglio dire quegli otri di vino, chi non vede qual brutto governo ne avrebbero potuto fare? il generale Broun per questo inaspettato accidente non sapea darsi pace, e vi rimediò come potè. Gli antichi preparavano buona cena alle truppe nemiche, per farne poi loro pagare lo scotto nella notte seguente. Tanto nulladimeno si affrettarono quei bravi bevitori a votar quelle botti, spandendo anche per le cantine il vino sopravanzato alla loro ingordigia, che ne fecero poi lunga penitenza, costretti sovente a bere acqua, per non trovare di meglio. Si stesero dipoi i loro staccamenti alle picciole città di Vences, Grasse ed altri luoghi, i vescovi delle quali città impiegarono con somma carità quanto aveano, per esentare i popoli da un duro trattamento. Trovarono un discreto nemico nel suddetto generale Broun, il quale portò poscia il suo quartiere generale sino a Cannes, sulla spiaggia del mare di là da Antibo, con bloccare quel porto, e dar principio alle ostilità contra del medesimo. Non trovando quelle soldatesche in alcun luogo opposizione alcuna, s'inoltrarono fino a Castellana, Draghignano ed altre lontane terre. Altro miglior partito non seppe trovare il re Cristianissimo, per mettere argine a questo torrente, che di ordinare la mossa di almen trenta mila combattenti delle truppe regolate esistenti in Fiandra, giacchè si conobbe insufficiente medicina a questo malore il formar de' nuovi reggimenti in Provenza. Uomini di nuova leva son per lo più soldati di nome, conigli di fatti. Un soccorso tale, che dovea far viaggio di più centinaia di miglia, per arrivare in Provenza, non frastornava punto i sonni e i passi dell'armata austriaca e savoiarda; la quale perciò nel dì 15 di dicembre giunse ad impadronirsi anche della città di Frejus, con istendere le contribuzioni per tutte quelle contrade. E perciocchè si trovò che le barche armate dell'isole di Sant'Onorato e di Santa Margherita infestavano non poco i convogli destinati pel campo di Cannes, ordinò il Broun che sopra molti legni venuti da Villafranca s'imbarcassero tre mila soldati, e facessero colà una discesa. Non indarno questa fu fatta. Capitolarono le picciole guernigioni dei due forti esistenti in quelle isole, e cederono il campo ai nuovi venuti. Molto dipoi costò ai Franzesi la ricupera di quei luoghi. Le speranze intanto di vincere il forte d'Antibo erano riposte nei grossi cannoni e mortai che si aspettavano da Genova; quando si sconcertarono tutte le misure per un inaspettato avvenimento, che sarà ben memorabile anche nei secoli avvenire.

Da che piegarono il collo i rettori di Genova sotto l'armi fortunate dell'imperadrice regina colla capitolazione che di sopra accennammo, restò quella nobil città ondeggiante fra mille tetri ed inquieti pensieri. Le apparenze erano che in quel governo durasse l'antica libertà e signoria; perchè il doge, il senato e gli altri magistrati continuavano come prima nell'esercizio delle loro funzioni ed autorità; tenevano le guardie dei lor proprii soldati (soldati nondimeno dichiarati prima prigionieri di guerra dei Tedeschi) a Belvedere e alle porte, a riserva di quelle di San Tommaso e della Lanterna cedute agli Austriaci. Gli stessi Austriaci pareva che non turbassero i fatti della città, giacchè non permetteva il Botta che alcuno de' suoi soldati entrasse in quella senza sua licenza in iscritto. Ma in fine tutta questa libertà non era diversa da quella degli uccelletti che legati per un piede si lasciano svolazzare qua e là. Se non entravano a centinaia e migliaia di Tedeschi in città a farvi da padrone, poteano ben entrarvi, qualora ne venisse loro il talento; e non pochi ancora v'entravano, con pagar poscia i viveri meno del dovere, e con vilipendere ed ingiuriare toccando forte sul vivo i poveri abitanti. Intanto di circa otto mila Tedeschi non andati in Provenza, parte acquartierata in San Pier d'Arena teneva in ceppi la città, e parte stesa per la riviera di Levante s'era impadronita di Sarzana, della Spezia e di altri luoghi in quelle parti. Nella fortezza di Gavi, ceduta da' Genovesi, comandava la guernigione austriaca; e per tutta la riviera di Ponente altro più non restava che inalberasse le bandiere della repubblica, fuorchè l'assediato castello di Savona, avendo il re di Sardegna conquistate tutte l'altre terre e città, con farsi anche giurare fedeltà dai Finalini. Ed allorchè fu per marciare l'armata in Provenza, credette ben fatto il generale Botta di occupare all'improvviso il bastione di San Benigno, guernito di gran copia di bombe e cannoni, che sovrasta alla Lanterna, e domina non men la città che il borgo di San Pier d'Arena. In tal positura di cose si scorgeva da ognuno ridotta al verde la potenza e libertà de' Genovesi. Aggiungasi il guasto de' poderi e delle case, con una man di estorsioni ed avanie, che più di uno degli uffiziali e soldati austriaci, non mai sazii di conculcare i vinti, andavano commettendo per tutti i luoghi dei loro quartieri. Nè da Vienna altra indulgenza finora avea potuto ottenere l'inviato della repubblica, se non l'esenzione che il doge e i sei senatori si portassero colà. Pretesero i Tedeschi insussistenti e vane tutte le suddette accuse. Il peggio era, che dopo avere il senato smunte le case de più ricchi, intaccato il banco di San Giorgio, e battute in moneta le argenterie de' benestanti, col giugnere in fine a pagar anche buona parte del secondo milione di genovine, animato a questo sforzo dalle molte speranze date che sarebbe condonato il resto: non istettero molto ad udirsi le richieste anche del terzo; e queste poi si andarono maggiormente inculcando, corteggiate dalle minaccie del commissario generale Cotech del saccheggio, e di ogni altro più aspro trattamento. La mirabil industria d'esso commissario avea saputo con tanta facilità, cioè con un solo tratto di penna, trovare il lapis philosophorum; si credeva egli che in essa penna durerebbe per sempre quella virtù. Intanto quel governo, di consenso del marchese Botta, scelse quattro cavalieri per inviarli a Vienna a rappresentar l'impotenza d'un ulterior pagamento, sperando pure migliori influssi dall'imperiale e real clemenza e protezione, in braccio a cui s'erano gittati. Ma o sia che non venisse mai dalla corte l'approvazione di tal deputazione, o che venisse in contrario: mai non si poterono ottenere dal marchese i necessarii passaporti. Se poi s'ha da credere tutto quanto concordemente asseriscono i Genovesi, giunse il conte di Cotech ad intimare, oltre al suddetto terzo milione, anche il pagamento di altre gravi somme per li quartieri del verno e quieto vivere, e ducento mila fiorini per li magazzini delle truppe genovesi dichiarate prigioniere di guerra, i quali non vi erano, ma vi dovevano essere. Allegò il governo l'impossibilità a più contribuire; e perchè succederono le minaccie, fu risposto che il Cotech prendesse quante risoluzioni volesse, ma che queste in fine non potrebbero essere che ingiuste. Non andò molto, che il generale Botta parimente richiese cannoni e mortari alla repubblica, per inviarli in Provenza; e non volendoli questa dare di buon grado, egli spedì gente a levarli dai posti per quel trasporto.

Questo era il deplorabile stato di Genova, cagione che già molti nobili e ricchi mercatanti aveano cangiato cielo, non sofferendo loro il cuore di mirare i mali presenti della patria, con paventarne ancora de' peggiori in avvenire. La troppo disgustosa voce del minacciato sacco, vera o falsa che fosse, disseminata oramai fra quel numeroso popolo, di troppo accrebbe il già prodotto fermento di odio, di rabbia, di disperazione. E tanto più crebbe, perchè, lamentandosi alcuni dell'aspro trattamento che provavano, scappò detto ad un uffiziale italiano nelle truppe cesaree, che si meritavano di peggio. Poi soggiunse: E vi spoglieremo di tutto, lasciandovi solamente gli occhi per poter piagnere. Meriterebbe d'essere cancellato dal ruolo de' cavalieri d'onore chi nudriva così barbari sentimenti, e si facea conoscere un tartaro, e non un cristiano. L'infima plebe imparò allora a lodare lo stato antecedente, perchè altro aspetto non aveva il presente che quello di sterminio e di schiavitù. Pure, non trovandosi chi osasse di alzare un dito, in soli segreti lamenti e combriccole andava a terminare il risentimento di ognuno: quand'ecco una scintilla va ad attaccare un grande impensato incendio. Era il dì 5 di dicembre, e strascinavano gli Alemanni un grosso mortaio da bombe, per inviarlo in Provenza. Sono assaissime strade di Genova vote al disotto, affinchè passino l'acque scendenti dalle montagne in tempo di pioggie, ed anche per le cloache. Al troppo peso di quel bronzo, nel passare pel quartiere di Portoria, si fondò la strada, onde restò incagliato il trasporto. La curiosità trasse colà non pochi del minuto popolo, che furono ben tosto sforzati a dar mano per sollevare il mortaio. E perchè mal volentieri facevano essi quel mestiere, perchè non pagati, e perchè parea loro cosa dura di faticare in danno della stessa lor patria: si avvisò uno de' Tedeschi di pagargli col regalo di alcune poche bastonate. Non sapea costui di che fuoco ed ardire sia impastato il popolo di Genova; ne fece immantenente la pruova. Il primo a scagliare contra di lui una buona sassata, fu un ragazzo, con dire prima ai compagni: La rompo? E all'esempio suo tutti gli altri diedero di piglio ai sassi, i quali ebbero la virtù di far fuggire i Tedeschi. Rinvenuti in sè quei soldati, tornarono poscia colle sciable nude per gastigar quella povera gente; ma ricevuti con più copiosa grandine di sassi, furono di nuovo obbligati a salvarsi colla fuga. Nulla di più avvenne in quel giorno. Nella notte quei che erano intervenuti a quella picciola commedia, andando per le strade, cominciarono a gridare all'armi, ripetendo sovente: Viva Maria: con che si raunò una gran brigata, tutta della feccia più vile della città. Deridevano gli Austriaci questo schiamazzo, insultandoli con gridare: Viva Maria Teresa. Presentossi poscia al palazzo pubblico la plebe, chiedendo armi con terribile strepito. Ordinò il governo che si chiudessero le porte, si raddoppiassero le guardie, si mettessero soldati fuori del rastrello con baionetta in canna. Nulla potendo ottenere, raddoppiarono le grida; e intanto sparso il romore per varii quartieri, maggiormente crebbe la folla de' sollevati, che tornata con più empito la seguente mattina, giorno 6 di dicembre, al palazzo, continuò a fare istanza d'armi, e tentò anche di scalar l'alte finestre dell'Armeria, ma con esserne rispinta. Nè mancò il governo di ragguagliare il generale Botta di questa novità. Giacchè era fallito questo colpo al popolo, si voltò alle guardie delle porte e sorprendendole s'impadronì dell'armi loro; sforzò le porte degli uffiziali militari; entrò in qualsivoglia bottega di armaiuoli, e quante armi trovò, tutte se le portò via, senza toccare il resto. Ma non v'era capo, ognun comandava, nè altro si mirava che confusione. Spediti dal governo alcuni de' cavalieri più accreditati fra il popolo, impegnarono indarno la loro eloquenza per frenarli. Andò poi l'infuriata gente alle porte di San Tommaso, credendosi di atterrire le guardie tedesche con una scarica di fucili e con altre grida. Chiusero gli Alemanni le porte, e si risero delle loro bravate. Ma non si rallentò per questo il coraggio del popolo, che corso a prendere un picciolo cannone, lo presentò a quelle porte per batterle. Questo fu un farne un regalo agli Alemanni, i quali, aperte all'improvviso le porte, e spedita fuori una man di granatieri, nè pur lasciarono tempo di spararlo, e sel portarono via. Fuori anche d'esse porte sboccò nella città una banda di quindici o venti uomini di cavalleria tedeschi, che, dopo la scarica delle lor carabine, colle sciable alla mano corsero per Acquaverde e strada Balbi fin sulla piazza dell'Annunziata. Di più non vi volle per dissipare l'indisciplinata gente, che sparpagliata prese sulle prime qua e là la fuga. Ma attruppatisi poi alcuni di essi, ed uccisi con moschettate due dei cavalli nemici, fecero ritirare il resto più che di fretta. Da questo fatto argomentarono molti, che se il generale Botta avesse inviato delle buone schiere e squadre d'armati nella città, avrebbe potuto in quel tempo sopire il tumulto, perchè movimento contraddetto dal governo, nè secondato da persona alcuna di conto.

Servì di scuola agli ammutinati il rischio corso a cagion dell'irruzione della poca cavalleria nemica per premunirsi; e però nella seguente notte barricò le principali strade con botti ed altra copia di legnami, e con replicati fossi. Era cresciuto a dismisura il popolaccio, e giacchè tutti i palazzi de' nobili si trovavano chiusi e ben custoditi, nè sito finora s'era trovato per farvi le loro sessioni, sforzarono il portone dei padri Gesuiti nella strada Balbi, ed impadronitisi di tutte quelle scuole e congregazioni, quivi piantarono il loro quartier generale. Fu creato un commissario generale, che scelse varii luogotenenti, ordinò pattuglie di giorno e di notte, per ovviare ai disordini, pubblicò editti rigorosi, che ognun dovesse accorrere alla difesa. In una parola assunse il governo e comando della città, senza nondimeno perdere il rispetto al doge e senato, se non che gli ordini del ceto nobile non erano attesi, e il magistrato popolare voleva essere ubbidito. Pretese dipoi quel popolo, che fosse nulla la capitolazione fatta dal governo con gli Austriaci, siccome fatta senza participazione e consenso del secondo e terzo ordine popolare, che a tenore delle leggi e convenzioni pubbliche si richiedeva. Avea comandato esso governo nobile che non si sonasse campana a martello, e intimato ai capitani delle popolatissime vicine valli del Bisagno e della Polcevera di non prendere l'armi. Se ubbidissero, staremo poco a vederlo. Intanto il generale marchese Botta avea spediti ordini pressanti alle milizie tedesche, sparse per le due riviere di Levante e Ponente, acciocchè accorressero a Genova. Prese eziandio altre precauzioni per sostenere le porte di San Tommaso, ed occupò varii postamenti, atti non meno all'offesa che alla difesa. Ma venuto il dì 7 di dicembre, ecco in armi tutto il gran quartiere di San Vincenzo ed il Bisagno, che si diedero mano con gli altri popolari. Andarono essi ad impossessarsi di tutte le artiglierie, poste nei lavori esteriori della città, e di una batteria detta di Santa Chiara. Con questi bronzi cominciarono a fulminare alcuni posti, dove erano i nemici, con farne anche prigioni alcuni. Al vedere sì stranamente cresciuto l'impegno, il generale Botta mandò a dire al governo che acquetasse il tumulto; e ricevuto per risposta dal palazzo di non aver forza da farlo, si esibì egli di andare al palazzo per comporre le cose; ma poscia non si attentò, o lo trattenne il decoro.

Arrivò il giorno 8 di dicembre, giorno solenne spezialmente in Genova per la festa della Concezione di Maria Vergine, che quel popolo tiene per sua principal protettrice; ed allora fu che altro nerbo, altro regolamento prese il fin qui ammutinato minuto popolo della città e del Bisagno. Imperciocchè, unitosi con loro il secondo ordine dei mercatanti ed artisti, si cominciò a dar pane, vino e danaro; si provvidero le occorrenti munizioni ed armi; si stabilì un'ospedale per li feriti, e si presero altre saggie misure, che accrebbero il coraggio ad ogni amator della patria. Per la strada Balbi in quel giorno crebbero le ostilità delle artiglierie dall'una e dall'altra parte, quando consigliato il popolo a proporre un aggiustamento, espose un panno bianco. Venuto a parlamento un uffiziale tedesco, intese le loro proposizioni, consistenti in richiedere che fossero lasciate libere le porte; riposti al suo sito i cannoni asportati; cessata ogni ulterior pretensione di danaro, e di qualsivoglia altra, benchè menoma, esazione, con dare per questo sei uffiziali in ostaggio. Rapportate furono al generale Botta e al suo consiglio quelle dimande, l'ultima delle quali mosse ciascuno a sdegno o riso, considerata la viltà dei proponenti, e la trionfal maestà di chi udiva tali proposizioni. La risposta fu, che si voleva tempo a rispondere. Giudicò bene d'interporsi, per veder pure se si poteva amichevolmente terminar questa pugna, il principe Doria, signore ben veduto dagli Austriaci, e insieme sommamente amato dal popolo per le sue belle doti e copiose limosine. Concorse anche per istanza e commission del governo a sì lodevol impresa il padre Visetti, rinomato sacro oratore della compagnia di Gesù, siccome persona molto stimata dal marchese generale Botta. Per quanto questi rappresentasse le triste conseguenze, che potea produrre la durezza de' Tedeschi contra di sì numeroso, ardito e disperato popolo, essendo egualmente pregiudiciale agl'interessi e alla gloria dell'imperadrice regina, il danno che sovrastava all'armata imperiale, e l'eccidio minacciato della città; non poterono fissare concordia alcuna. Si arrendeva il generale sul capitolo dell'esazione richiesta sopra il terzo milione, ma troppo abborriva il rilasciar le porte. Più volte andò il principe innanzi e indietro, con rapportar le risposte. Trovatosi il popolo risoluto in voler la libertà delle porte, parve che Il general Botta inchinasse a soddisfarlo, con trovarsi poi ch'egli intendeva di una porta, e non di tutte e due quelle di San Tommaso. Pretesero i Genovesi ch'esso generale tergiversasse o lavorasse di sottigliezze; ma certo egli si trovava in un mal passo, perchè, in qualunque maniera ch'egli avesse operato, mal intese sarebbero state le sue risoluzioni. Cioè se con cedere avesse calmata quella popolar commozione, gli sarebbe stato attribuito a delitto l'avere sacrificato l'onore dell'armi imperiali e l'interesse dell'imperadrice regina, condonando il milione promesso, e restituendo le porte senza licenza della corte. Se poi non cedeva, volendo più tosto aspettar la rovina che poi seguitò, sarebbe stato egualmente esposto al biasimo e alla censura il suo contegno. Dopo il fatto ognun la fa da giudice e spula sentenze; ma per giudicar bene, convien mettersi nel vero punto delle cose e delle circostanze prima del fatto.

Continuarono anche nel dì 9 di dicembre i trattati, ma senza frutto, talmente che il principe Doria, dopo aver battute tante ragioni e fatiche, se ne lavò le mani, e si ritirò lungi da Genova. Nè miglior fortuna ebbe l'eloquenza del padre Visetti. E perchè il generale austriaco andava prendendo tempo alle risoluzioni, spendendo intanto speranze e buone parole, pretese il popolo genovese ciò fatto ad arte, tanto che arrivassero al suo campo le truppe richiamate dalle due riviere. Tutto questo accresceva l'impazienza e i moti dei Genovesi, per tentare colla forza la sospirata liberazione. Frequenti furono in tutti que' dì le pioggie; pure nulla poteva ritenerli dal fare ogni opportuno preparamento per quell'impresa; nè loro mancò qualche sperto ingegnere che suggerì i mezzi più adattati al bisogno. Si videro a folla uomini, donne, ragazzi, e massimamente i facchini, tutti a gara portare chi fascine, chi palle, chi polve da fuoco e granate, chi formar palizzate e gabbioni, e chi colle sole braccia strascinar per istrade sommamente erte cannoni, mortai e bombe. Ne trassero fino alle alture di Prea, o sia Pietra minuta: il che parrebbe inverisimile, mirando quel sito. Parimente postò il popolo varie altre batterie di cannoni in siti che dominavano San Benigno, in strada Balbi, all'arsenale e altrove, dove maggiormente conveniva per offendere i nemici. Non mancavano armi, palle e polve ad alcuno. Mal digeriva il popolo le dilazioni che andava prendendo il generale suddetto, e tanto più perchè già si sentivano giunti in Bisagno circa settecento Tedeschi, ed esserne assai più in moto. Gli fu dunque dato un termine perentorio sino alle ore 16 del di 10 di dicembre. 0 sia che in quello spazio di tempo non venisse risposta, o che venisse quale non si voleva; o sia, come pretesero altri, che l'impaziente popolo la rompesse prima di quell'ora: certo è, ch'esso diede all'armi, da che si udì sonar campana a martello nella cattedrale di San Lorenzo, il cui esempio da tutte l'altre campane della città fu immediatamente imitato. In concordi altissime voci fu intonato il grido di battaglia, cioè viva Maria, il cui santo nome ispirava coraggio nei petti di ognuno. Cominciarono con gran fracasso le artiglierie a giocare contro la commenda di San Giovanni, ed atterrato quel campanile con altre rovine, fu obbligato quel presidio tedesco a rendersi prigioniere. La batteria superiore di Prea-minuta bersagliava le porte e l'altura de' Filippini, scagliando anche bombe e granate sulla piazza del principe Doria fuori della città dove erano schierate alcune centinaia di cavalleria nemica. Come stesse il cuore ai Tedeschi all'udir tante grida di quel numeroso infuriato popolo, e insieme il suono ferale di tante campane della città, di maggiore efficacia che quel dei tamburi, io nol so dire. La verità si è, che il generale marchese Botta, già credendo assai giustificata la sua risoluzione in sì brutto frangente, fece dar segno di tregua; e, cessato il fuoco, mandò pel padre Visetti a significare al governo che avrebbe ceduto le porte se gliene fosse fatta la dimanda. Accettò il governo, e fece il decreto di richiederle. Ma il popolo rispose di non voler più riconoscere per limosina ciò che non potea mancare alla propria industria e valore.

Ricominciate dunque le offese, più che mai fieramente continuarono, finchè gli Austriaci forzati abbandonarono la porta ed altri posti vicini, siccome ancora la porta di Lanterna e il posto di San Benigno. Colà, subentrati i popolari, cominciarono dal parapetto delle mura a fare un fuoco continuo sopra i nemici, e caricato a cartocci il cannone, tolto loro dinanzi, più volte Io spararono, e non mai in fallo. Andarono a poco a poco rinculando i Tedeschi dalle alture e da tutti gli occupati posti, ed uniti poi con gli altri, abbandonarono anche la piazza del principe Doria, ad altro non pensando che a ritirarsi verso la Bocchetta e Lombardia. Fu scritto, che giunti alla chiesa de' trinitarii, arrivarono loro addosso i popolari, e trovandoli disordinati e intenti a fuggire, ne fecero macello. La verità si è, che niun combattimento vi succedette. Forse non furono più di venticinque i Tedeschi uccisi, non più di dodici gli uccisi Genovesi; e a pochissimi si ridusse il numero de' feriti. Andavano gli Alemanni accompagnati da varie bombe e da molte cannonate della città; ed avendo que' della Cava ravvisato il general Botta, appuntarono contro di lui un cannone, la cui palla a canto a lui sventrò il cavallo del cavalier Castiglioni, e una scheggia di un muro percosso andò a leggiermente ferire in una guancia lo stesso generale. Ritiraronsi dunque, venuta la notte, gli Austriaci con gran fretta e disordine verso la Bocchetta: posto che prudentemente il generale suddetto avea per tempo fatto preoccupare sull'incertezza di quell'avvenimento. E buon per loro, che i Polceverini non si mossero per inseguirli o tagliar loro la strada: ne potea loro succedere gran male. Fu creduto che quella brava gente non facesse in tal congiuntura insulto ai fuggitivi, perchè ubbidiente all'ordine del governo di non prendere l'armi. Si figurarono altri che il generale austriaco regalasse il capitano della Valle, e gli facesse credere seguito un aggiustamento: il che non sembra verisimile, stante l'essere appena cessato lo strepito di tante armi e cannoni, quando si vide per quella lunga salita andarsene frettolosa la piccola armata tedesca. Eransi rifugiati più di settecento Alemanni in tre palagi di Albaro; ma quivi bloccati dai Bisagnini, ed infestati da una frequente moschetteria, e poscia da un cannone tirato da Genova, furono costretti ad arrendersi, con venire nel dì 14 di dicembre condotti prigioni alla città. Altri poi ne furono presi in San Pier d'Arena e in altri luoghi, di modo che conto si fece che più di quattro mila Austriaci rimasero nelle forze de' Genovesi, e fra loro circa cento cinquanta uffiziali. Molti dei primi, perchè non si potè mai riscattarli, vennero meno di malattie e di stento. E perciocchè quegli uffiziali sparlavano, pretendendosi non obbligati alla parola data, perchè presi da gente vile e non decorata del cingolo della milizia, e molto più perchè gli ostaggi dati dai Genovesi furono mandati nel castello di Milano: vennero in Genova trasportate ad altro monistero le monache dello Spirito Santo, e nel chiostro d'esse rinserrati e posti a far orazioni e meditazioni quegli uffiziali sotto buona guardia. Quegli Alemanni che restarono in quelle focose azioni feriti riceverono nello spedale della città ogni più caritativo trattamento.

Tale fu il fine della tragedia del dì 10 di dicembre, terminata la quale, il popolo vincitore nel dì seguente corse a San Pier d'Arena a raccogliere le spoglie della felice giornata. Vi si trovarono grossi magazzini di grano, di panni, di armi e di munizioni da guerra. Quivi ancora venne alle lor mani non lieve numero di Tedeschi feriti o malati; buona parte de' bagagli non solo dei poco dianzi fuggiti uffiziali, ma degli altri ancora che erano passati in Provenza. Furono eziandio sorprese non poche barche nel porto cariche di grano e d'ogni altra provvisione per l'armata della suddetta Provenza. Parimente in Bisagno restarono preda di quel popolo gli equipaggi d'altri Alemanni. In una parola, ascese ben alto il valore del copiosissimo bottino, ma non giù a quei tanti milioni che la fama decantò: corse anche voce che fossero presi cinque muli carichi della pecunia dianzi pagata da' Genovesi; ma questo danaro non vi fu chi lo vedesse. Per sì fortunati successi tutta era in festa la città; ma non già que' forestieri, per qualche ragione aderenti agli Austriaci, che non poteano fuggire, perchè durante questa terribil crisi non ischivarono di essere svaligiati. Fu anche messa solennemente a sacco dal popolo la posta di Milano, ultimamente piantata in quella città. Fin dentro ai monisteri delle monache andò l'avido popolo a ricercare quanto vi aveano rifugiato i Tedeschi. All'incontro, l'inviato di Francia, a cui non si farà già torto in credere che soffiasse non poco in questo fuoco, ed impiegasse anche buona somma di danaro, spedì tosto per mare due felucche a Tolone o Marsiglia, dando cento doble a cadauno de' padroni d'esse, e promettendone altre cento a chi di loro il primo arrivasse colà, per ragguagliare il maresciallo duca di Bellisle di sì importante metamorfosi di cose. E se non allora, certamente poco dipoi spedì anche il governo di Genova lettere premurose al generale medesimo, e delle altre supplichevoli al re Cristianissimo, implorando soccorsi. Dopo il fatto declamarono forte i Tedeschi, perchè il loro generale non avesse tolte l'armi a quella città, non avesse occupato Belvedere e tutte le porte, ed avesse permesso ai ministri di Francia, Spagna e Napoli il continuar ivi la loro dimora. Ciò sarebbe stato contro la capitolazione; ma non importa. Così la discorrevano essi. Altri poi (e con buon fondamento) asseriscono, che se gli Austriaci avessero saputo trattar bene quel popolo, e promettergli lo sgravio di alcuni dazi e gabelle, nulla era più facile che il far proclamare l'augusta imperadrice signora di quella nobil città. Ma, acciecati dal lieve guadagno presente, nulla pensarono all'avvenire.

Con rapido volo intanto portò la fama per tutta la Riviera di Levante l'avviso della liberata città; avviso, che siccome riempiè di terrore le schiere austriache sparse in Sarzana, Chiavari, Spezia ed altri luoghi, così colmò di allegrezza quegli abitanti. La gente saggia d'essi paesi, per evitare ogni maggiore inconveniente, quella fu che amichevolmente persuase a quelle truppe di andarsene con Dio; e se ne andarono, ma col cuor palpitante, finchè giunsero di qua dall'Apennino. Loro furono somministrate vetture, e conceduto lo spazio d'otto giorni pel trasporto de' loro spedali e bagagli. Un gran dire fu per tutta Europa dell'avere i Genovesi con risoluzione sì coraggiosa spezzati i loro ceppi; ed anche chi non gli amava, li lodò. Fu poi comunemente preteso, che se il ministro austriaco con più moderazione fosse proceduto in questa contingenza, maggior gloria di clemenza sarebbe provenuta all'imperadrice regina, ed avrebbono le sue armi sfuggito questo disgustoso rovescio di fortuna. Non si potè cavar di testa agli Austriaci, e dura tuttavia, anzi durerà sempre in loro la ferma persuasione che il governo di Genova manipolasse lo scotimento del giogo, e sotto mano se l'intendesse col popolo; fingendo il contrario ne' pubblici atti. Non si può negare: molti giorni prima gran bollore appariva negli abitanti di Genova, e si tenevano varie combriccole: del che fu anche avvisata la corte di Vienna, senza che nè essa nè gli uffiziali dell'armata ne facessero alcun conto, per la soverchia idea delle proprie forze e dell'altrui debolezza. Pure altresì è vero che in una repubblica, composta di tanti nobili, ciascun de' quali ha degl'interessi ed affetti particolari, e fra' quali e il popolo non passa grande intrinsichezza, sembra che non si potesse ordire una tela di tante fila, senza che in qualche guisa ne traspirasse il concerto. Non è capace di segreto un popolo; di tutti i moti della medesima plebe il governo andò sempre ragguagliando il generale austriaco. Si sa ancora che niuno de' nobili pubblicamente s'unì col popolo, se non dopo la liberazione della città. Vero è che il governo comunicò al popolo la risposta data al generale di non poter pagare un soldo di più, e si fece correr voce di gravi soprastanti malanni; ma non per questo si mosse mai il governo contro gli Austriaci.

Rimettendo io a migliori giudizii la decisione di questo punto, dirò solamente quel poco che da persone assennate e ben istruite di quegli affari ho inteso. Cioè: che i nobili del governo senza mai tramare rivolta alcuna, sempre onoratamente trattarono col comandante austriaco. Ma essere altresì vero che non era loro ignoto meditarsi dal popolo qualche rivoluzione. Questa poi scoppiò prima del tempo, e per l'accidente di quel mortaio, cioè quando non erano peranche all'ordine tutte le ruote. Quali poi fossero le conseguenze di quella strepitosa mutazion di cose, andiamo a vederlo. Avea bensì il conte della Rocca, comandante l'assedio della cittadella di Savona, avanzati i lavori sotto la medesima; tuttavia non potè mai, se non all'entrar di dicembre, procedere con braccio forte: tanta difficoltà si provò a trar colà tutte le artiglierie e gli ordigni di guerra. Solamente dunque allora cominciò a battere in breccia quella fortezza: quando eccoti giugnere l'avviso delle novità occorse in Genova, città distante non più di trenta miglia. Conobbesi ben tosto che penserebbe quella repubblica al soccorso di Savona; e però ordine fu dato che dal Mondovì, da Asti e da altri luoghi del Piemonte colà frettolosamente passassero alcuni battaglioni di truppe regolate e molte migliaia di miliziotti, per rinforzare quell'assedio, ed accelerare un sì rilevante conquisto. In fatti non trascurarono i Genovesi di spignere a quella volta per mare un grosso convoglio di gente e di munizioni da bocca e da guerra, scortato da tre galere. Inviarono anche per terra un corpo di forse tre o quattro mila volontarii pagati nondimeno dal pubblico; ma inviarono tutto indarno. Veleggiavano per quel mare le navi inglesi, che avrebbero ingoiato il convoglio, forzato perciò a retrocedere; e per terra esso conte della Rocca con forze molto superiori venne incontro alle brigate genovesi di terra; laonde queste giudicarono meglio di riserbare ad altre occasioni la loro bravura. Continuarono pertanto le ostilità e gli assalti, ne' quali perì qualche centinaio di Piemontesi, talchè la guernigione del castello di Savona composta di mille e cento uomini, perduta ogni speranza di soccorso, dovette nel dì 19 di dicembre rendersi prigioniera e cedere la piazza: colpo ben sensibile ai Genovesi, sì per la qualità del luogo, dove il porto da essi interrito se risorgesse, siccome uno dei migliori e più sicuri porti del Mediterraneo, darebbe un gran tracollo al commercio della stessa Genova, e sì perchè la real casa di Savoia su quella città, per cessione fattane dai marchesi del Carretto, ha sempre mantenuto vive le sue ragioni; e queste, colla giunta del possesso, venivano ad acquistare un incredibil vigore. Trovossi in quella fortezza gran copia di cannoni di bronzo.

Non provò già un'egual felicità l'impresa di Provenza. Sì perniciosa influenza ebbero le novità di Genova sopra i disegni degli Austriaco-Sardi in quelle contrade, che tutti andarono a voto. Da Genova aveano da venire i grossi cannoni e i mortai per vincere il forte d'Antibo, e procedere poscia alle offese di Tolone. Di là ancora si dovea muovere buona parte delle vettovaglie necessarie al campo, e delle munizioni da guerra. Ebbe il generale conte di Broun un bel aspettare: s'era cangiato di troppo il sistema delle cose di Genova. Sicchè tutte le prodezze di quell'esercito si ridussero a fare degli inutili giocolini sotto Antibo, e a liberamente passeggiare per quella parte di Provenza, tanto per esigere contribuzioni, quanto per tirarne foraggi e viveri da far sussistere l'armata. Era giunta, siccome dissi, l'ala sinistra d'essi fino a Castellana, luogo comodo per far contribuire le diocesi di Digne, Sanez e Riez dell'alta Provenza. Niun ostacolo aveano trovato ai lor passi, giacchè il marchese di Mirepoix, troppo smilzo di truppe, andava saltellando qua e là alla difesa delle rive de' fiumi, ma senza voglia alcuna di affrontarsi co' nemici. Arrivò poscia al comando dell'armi franzesi in Provenza il maresciallo duca di Bellisle, ed era in cammino a quella volta il gran distaccamento d'armati mosso dalla Fiandra, per somministrargli i mezzi di frenare il corso de' nemici, ed anche per obbligarli alla ritirata. Corrieri sopra corrieri spediva egli per affrettare il loro arrivo; ma più l'affrettavano i desiderii e le orazioni a Dio de' Provenzali, che o provavano di fatto o sentivano accostarsi l'oste nemica. Intanto il generale Botta, tenendo forte la Rocchetta, piantò il suo quartier generale a Novi, e fu rinforzato di nuova gente; ma perciocchè da gran tempo andava egli chiedendo alla corte di Vienna la permissione di passare alla sua patria Pavia, per cagione d'alcuni suoi abituali incomodi di salute, maggiormente rinforzò le suppliche sue per ottenere questa licenza, e in fine l'ottenne.

Nè si dee tacere che nel di 15 d'agosto dell'anno presente un colpo di apoplessia portò all'altra vita Giuseppe Maria Gonzaga, duca di Guastalla, principe a cui furono sì familiari le alienazioni di mente, che stette sempre in mano della duchessa Maria Eleonora di Holstein sua moglie, e de' ministri il governo di quel popolo: popolo ben trattato e felice in tal tempo, e popolo che sommamente deplorò la perdita di lui. Essendo egli mancato senza prole, terminò quell'illustre ramo della casa Gonzaga, e restò vacante il ducato di Guastalla, quello di Sabbioneta e il principato di Bozzolo. Al feudo della sola Guastalla era chiamato il conte di Paredes spagnuolo della nobil casa della Cerda, in vigore delle imperiali investiture, siccome discendente da una Gonzaga di quella linea. Sugli allodiali giuste e incontrastabili ragioni competevano al duca di Modena. Il bello fu che l'imperadrice regina fece prendere il possesso di tutti quegli Stati e beni, quasichè fossero dipendenze dello stato di Milano o del ducato di Mantova: del che fece querele il consiglio dell'imperadore consorte, con pretenderli spettanti alla sola giurisdizione sua. Fu intorno a questi tempi che gli Austriaci usarono una prepotenza, la qual certo non fece onore nè alla nazione alemanna, nè all'augusta imperadrice, a cui pure stava cotanto a cuore il pregio della giustizia e della clemenza. Cioè inviarono nel Ferrarese a fare un'esecuzione militare sugli allodiali della serenissima casa d'Este, benchè spettanti, in vigore di donazione paterna, in usufrutto alle principesse Benedetta ed Amalia sorelle del duca di Modena, intimando per essi una grossa contribuzione di danari e di naturali, fiancheggiata dalle minaccie di vendere tutte le razze de' cavalli, bestie bovine, grani e foraggi di quelle tenute. Operarono essi nello Stato di Ferrara con autorità non minore, come se si trattasse di un paese di conquista, e ciò con detestabil dispregio della sovranità pontifizia. Per non vedere la rovina di que' beni, forza fu di accordar loro quanto vollero in gran somma di danaro. Impiegarono poscia il nunzio pontifizio ed anche l'inviato del re di Sardegna i lor caldi uffizii presso le loro cesaree maestà, rappresentando il grave torto fatto ad innocenti principesse, e l'obbligo di rifondere almeno il denaro indebitamente percetto. Si ha tuttavia da vedere il frutto delle loro istanze, e lo scarico dell'imperiale coscienza. Nè fu men grande l'altra prepotenza, con cui trattarono il ducato di Massa di Carrara, non di altro reo, se non perchè quella duchessa Maria Teresa Cibò, sovrano sola di tale Stato, era congiunta in matrimonio col principe ereditario di Modena. Da esso popolo ancora colle minaccie di ogni più fiero trattamento estorsero una rigorosa contribuzione, tuttochè questa non fosse guerra d'imperio. In che libri mai (convien pur dirlo) studiano talvolta i potenti cristiani? Certo non sempre in quei del Vangelo. Ma ho fallato. Doveva io dir ciò non dei principi, che tutti oggidì son buoni, ma di que' ministri adulatori e senza religione, che tutto fanno lecito al principe, per maggiormente guadagnarsi l'affetto e la grazia di lui.

Sullo spirare dell'anno presente gran romore ancora cagionò in Napoli l'affare della sacra inquisizione. Ognun sa quale avversione abbia sempre mantenuto e professato quel popolo a sì fatto tribunale. Ma perciocchè la conservazion della religione esige che vi sia pure chi abbia facoltà di frenare o gastigare chi nutrisce sentimenti e dottrine contrarie alla medesima; e questo diritto in Italia è radicato almeno ne' vescovi, aveano gli arcivescovi di Napoli col tacito consenso dei piissimi regnanti introdotta una spezie di inquisizione, con avere carceri apposta, consultori, notai e sigillo proprio, per formare segreti processi, e catturare i delinquenti. Quivi anche si leggeva scolpito in marmo il nome del santo uffizio. Trovò lo zelantissimo e dignissimo cardinale Spinelli, arcivescovo di quella metropoli così disposte le cose; ed anch'egli teneva in quelle carceri quattro delinquenti solenni, processati per materia di fede, da due dei quali fu anche fatta una semipubblica abiura. Però egli pretese di non aver fatta novità; ma fu poscia preteso il contrario dalla corte. Ne fece grave doglianza il popolo, commosso da chi più degli altri mirava di mal occhio come introdotta sotto altro verso l'inquisizione; laonde l'eletto d'esso popolo, con rappresentare al re turbate le leggi del regno, e vilipese le antiche e recenti grazie regali in questo particolare concedute ai suoi sudditi, ebbe maniera d'indurre il re a pubblicare un editto, in cui annullò e vietò tutto quell'apparato di novità, bandì due canonici, ed ordinò che da lì avanti la curia ecclesiastica procedesse solamente per la via ordinaria, e colla comunicazion de' processi alla secolare, con altri articoli che non importa riferire; ma con tali formalità, che si potea tenere come renduta inutile in questo particolare la giurisdizione episcopale. Giudicò bene la corte di Roma d'inviare a Napoli il cardinale Landi, arcivescovo di Benevento, personaggio di sperimentata saviezza, per trattare di qualche temperamento all'editto. Qual esito avesse l'andata di lui, non si riseppe. Solamente fu detto, che affacciatisi alla di lui carrozza alcuni di quegli arditi popolari, gli minacciarono fin la perdita della vita, se non si partiva dalla città. Meritossi il re per quell'alto dal popolo un regalo di trecento mila ducati di quella moneta. Vuolsi anche aggiugnere, che durando i mali umori nella Corsica, nè potendo i Genovesi accudire a quegli interessi, perchè distratti da più importante impegno, le più forti case di quell'isola tumultuarono di nuovo, discontente del governo di Genova, quasichè non mantenesse le promesse de' capitoli stabiliti, e insieme disingannata che altre potenze non davano che parole: s'impadronirono della città e del castello di Calvi, della fortezza di San Fiorenzo e di altri luoghi. Avendo poscia chiamati ad una dieta generale i capi delle pievi, stabilirono una democrazia e reggenza, che da lì innanzi governasse il paese. Fu detto che dopo avere il popolo in Genova prese le redini, e ripigliata la libertà, implorasse l'aiuto dei Corsi, con promettere loro il godimento di qualsiasi antico privilegio. Ma fatta questa esposizione a gente che più non si fidava, niun buon effetto produsse. A tanti guai, che renderono quest'anno di troppo lagrimevole in Lombardia, si aggiunse il flagello dell'epidemia e mortalità de' buoi, che fece strage in Piemonte e Milanese, e passò anche nel Reggiano, Modenese e Carpignano, e toccò alquante ville del Bolognese e Ferrarese. Povere lasciò molte famiglie, e cessò dipoi nel verno. E tale fu il corso delle bellicose imprese ed avventure di quest'anno in Italia; alle quali si vuol aggiugnere, che nel dì 29 di giugno la santità di papa Benedetto XIV con gran solennità celebrò in Roma la canonizzazione di cinque santi. Fu anche dal medesimo pontefice, correndo il mese d'aprile approvato un nuovo ordine religioso, intitolato la congregazione de' Cherici Scalzi della passion di Gesù Cristo il cui istituto è di promuovere la divozion de' fedeli verso la stessa passione con le missioni ed altri pii esercizii.

Quanto alle guerre oltramontane, non potè nè pure il verno trattener l'armi franzesi da nuovi acquisti. Sul principio di febbraio, al dispetto de' freddi, delle pioggie e dei fanghi, il prode maresciallo di Francia conte di Sassonia, raunato un esercito di quaranta mila persone, dopo aver preso alcuni forti, all'improvviso si presentò sotto la riguardevol città di Brusselles, e senza dimora eresse batterie e minacciò la scalata. Non passò il di 20 di detto mese, che quella numerosa guernigione di truppe olandesi rendè la città e sè stessa prigioniera di guerra. Gran treno d'artiglieria quivi si trovò. Immenso danno e tristezza cagionò nei dì 25 del seguente marzo a tutta la Francia un orribile incendio, succeduto (non si seppe se per poca cautela, o per malizia degli uomini) nel gran magazzino della compagnia dell'Indie, situato nel porto d'Oriente sulle coste marittime della Bretagna. A più e più milioni si fece montare il danno recato da quelle fiamme, tanto alla regia camera, che alla compagnia suddetta. D'altro in questi tempi non risonavano i caffè che di vicina pace, quando tutti questi aerei castelli svanirono al vedere che il re Cristianissimo Luigi XV partitosi da Versaglies nel dì 4 di maggio, entrò in Brusselles, e poscia in Malines, e mise in un gran moto le divisioni della sua potentissima armata. Conobbesi allora che guerra e non pace avea anche nell'anno presente a far gemere la Fiandra e l'Italia. Dove tendessero le mire de' Franzesi, si fece poi palese ad ognuno nel dì 20 del suddetto mese, essendosi presentato un gran corpo d'essi sotto la nobil ed importante città d'Anversa; ancorchè fosse preveduto questo colpo, tuttavia gli alleati, siccome troppo inferiori di forze, dovendo accudire a molti luoghi non l'aveano rinforzata di sufficiente nerbo di gente per sostenerla. V'entrarono dunque pacificamente i Franzesi, e tosto si applicarono a formar l'assedio di quella cittadella, guernita d'un presidio di due mila persone. Non son più quei tempi che gli assedii durano mesi ed anni. Ai Franzesi spezialmente, che han raffinata l'arte di prender le piazze, costa poco tempo il forzarle a capitolare. In fatti, nel dì ultimo di maggio il comandante della cittadella suddetta giudicò meglio di cederla agli assedianti, con ottener delle convenevoli condizioni, ma insieme con lasciare ai Franzesi anche i forti esistenti lungo la Schelda.

Dopo sì glorioso acquisto se ne tornò il re Cristianissimo a Versaglies, per assistere al parto della delfina; e il principe di Conty, a cui fu confidato il supremo comando dell'armi in Fiandra, imprese nel dì 17 di giugno l'assedio della città di Mons. Incamminossi intanto verso la Fiandra il principe Carlo di Lorena, per assumere il comando dell'armata collegata, nel mentre che lentamente marciava dalla Germania un copioso corpo di milizie austriache a rinforzarla. Ma vi arrivò ben tardi, e non mai giunsero l'armi d'essi alleati a tal nerbo da poter impedire i progressi delle milizie franzesi. L'aver dovuto accorrere gl'Inglesi, ed anche gli Olandesi, alla guerra bollente in Iscozia, sconcertò di troppo le lor misure in Fiandra, ed agevolò ai Franzesi il buon esito d'ogni loro impresa. In fatti, la sì forte città di Mons, dopo una vigorosa difesa nel dì 12 di luglio dovette soccombere alla forza dei Franzesi, e la guernigione di circa cinque mila collegati non potè esentarsi dal restar prigioniera di guerra. La medesima fortuna corse dipoi la fortezza di san Ghislain, al cui presidio nel dì 24 di luglio altra condizione non fu accordata che quella di Mons. Ciò fatto, passarono i Franzesi all'assedio di Charleroy, piazza che nel dì 2 d'agosto si trovò costretta a mutar padrone, con restar prigioni di guerra i suoi difensori. Inutili erano riusciti fin qui tutti i maneggi fatti dalle cesaree maestà per far dichiarare guerra dell'imperio la presente, avendo i principi e le città della Germania, fomentate spezialmente dal re di Prussia, ricusato di far sua la causa dell'augusta casa d'Austria. Nè la corte di Francia avea mancato di divertir la dieta Germanica dall'entrare in verun impegno, con assicurarla che dal canto suo non s'inferirebbe molestia alcuna alle terre dell'imperio. Questo contegno fece credere a molti che la nazion germanica coll'ultima mutazion di cose si fosse alquanto emancipata: il che da altri veniva riprovato, sul riflesso, che il lasciare la briglia al sempre maggiore ingrandimento della Francia era un preparar catene col tempo alla Germania stessa. In fatti, non ostante le lor belle promesse, allorchè i Franzesi s'avvidero di poter fare un bel colpo, non sentirono scrupolo a rompere i confini delle terre germaniche, e ad impossessarsi nel dì 21 di agosto di Huy, appartenente al principato di Liegi, e di fortificarlo, tuttochè sia da credere che assicurassero il cardinale principe di nulla voler usurpare del suo dominio. L'occupazione di quel posto avea per mira di obbligare l'esercito collegato a ripassar la Mosa per la penuria de' viveri, siccome appunto avvenne. Allora fu che il maresciallo conte di Sassonia si appigliò a formare l'assedio di Namur, piazza fortissima, se pur alcuna di forte v'ha contro i Franzesi; e nel dì 11 di settembre cominciarono a far fuoco le batterie. Non era molto lungi di là l'esercito de' collegati; ma il maresciallo, che ben situato copriva l'assedio, non si sentiva voglia di accettare l'esibizion d'una battaglia. Fino al dì 20 del suddetto mese fece resistenza la città di Namur, e quella guernigione ne accordò la resa, per ritirarsi alla difesa del castello, sotto cui fu immediatamente aperta la trincea. Non andò molto che la breccia fatta consigliò a que' difensori nel dì 30 del settembre suddetto di prevenire i maggiori pericoli, con proporre la resa della piazza, ma senza potersi esentare dal rimaner prigioniera di guerra.

Le apparenze erano, che, terminata sì felice impresa, prenderebbero riposo l'armi franzesi; e tanto più perchè in questi tempi rondava una potente flotta inglese, con animo di qualche irruzione sulle coste di Francia, alla difesa delle quali parea che avesse da accorrere parte della franzese armata. Così non fu. Il maresciallo conte di Sassonia, dopo avere colla presa di Namur ridotti i Paesi Bassi austriaci in potere del re Cristianissimo, sentendosi molto superior di forze all'oste de' collegati, meditava pur qualche altro colpo di mano contra de' medesimi. Per coprire Liegi dagl'insulti de' Franzesi, s'era in varii siti ben postata l'armata d'essi alleati fra Mastricht e quella città. Spedì il maresciallo un forte distaccamento verso lo stesso Mastricht, affinchè se il principe Carlo di Lorena, che in quelle vicinanze avea fissato il quartiere con grosso corpo di gente, volesse accorrere in difesa de' suoi, egli potesse assalirlo per fianco. Ciò fatto nel dì 7 d'ottobre a bandiere spiegate marciò contro l'ala sinistra de' collegati, comandata dal principe di Waldech, generale degli Olandesi, in vicinanza di Liegi. Per più ore durò il fiero combattimento. Fu detto che due reggimenti di cavalleria olandese, come se bruciasse l'erba sotto i loro piedi, si ritirassero dal conflitto. Certo è che in fine gli alleati, senza potere ricevere soccorso dal principe di Lorena, piegarono, e ritirandosi, come poterono il meglio, lasciarono il campo di battaglia ai vincitori Franzesi. Si sparse voce che quattro mila collegati vi avessero perduta la vita, e che in mano de' Franzesi restassero molti cannoni, bandiere e stendardi, con grosso numero di prigionieri tra sani e feriti. Pretesero altri che non più di mille fossero da quella parte gli estinti; nè si seppe quanto costasse a' Franzesi la loro vittoria. Passarono poscia i vincitori, divisi in varie parti, a godere i quartieri del verno.

Altra guerra fu nell'anno presente tra i Franzesi e gl'Inglesi. Riuscì a questi ultimi di torre agli altri, nell'America settentrionale, capo Bretone, posto di somma importanza, e riputato dagl'Inglesi d'incredibil utilità per la pesca di quei contorni. All'incontro i Franzesi, siccome accennammo nel precedente anno, colla spedizione del cattolico principe di Galles Carlo Odoardo Stuardo, aveano attaccato il fuoco nella Scozia, e con quella diversione facilitati a sè i progressi nei Paesi Bassi austriaci. Trovò quel principe fra que' popoli gran copia di aderenti alla real sua casa, che presero l'armi, e sparsero il terrore sino nel cuore dell'Inghilterra; perciocchè venne a lui fatto di dare una rotta alle truppe inglesi a Preston, e poi nel di 28 di gennaio a Falkirk, di prendere Carlisle, Inverness, e di fare altre conquiste nei confini della stessa Inghilterra. Per dubbio che qualche cattivo umore si potesse covare in Londra stessa, prese il re Giorgio II la precauzione di tenere alla guardia d'essa città e della real corte un buon sussidio di soldatesche: ed inviò il suo secondogenito Guglielmino Augusto duca di Cumberland con gagliarde forze contra del principe Stuardo. Varie furono le vicende di quella guerra; ma si venne a conoscere che gl'Inglesi non amavano di mutar regnante, e si mostravano zelanti della conservazion della real casa di Brunsvich. All'incontro non s'udiva che imbarco di soccorsi franzesi spediti di tanto in tanto al principe suddetto; e pur egli, a riserva di alquanti ufficiali irlandesi e di poche milizie franzesi, non ricevette mai rinforzo alcuno di gente bastante a continuare la buona fortuna dell'armi sue. Troppe navi inglesi battevano il mare, e custodivano le coste, per impedire ogni sbarco di truppe straniere. Andarono finalmente a fare naufragio tutte le speranze del principe Stuardo in un fatto d'armi accaduto nel dì 27 di aprile presso d'Inverness, dove l'esercito suo rimase disfatto. Peggiorarono poi da lì innanzi i di lui affari; molti anche della primaria nobiltà di Scozia ed anche lordi suoi seguaci, caddero in mano del duca di Cumberland, ed alquanti di loro lasciarono poi la vita sopra un catafalco in Londra. Le avventure dello sventurato principe per salvar la sua vita, mentre da tutte le parti si facea la caccia di sua persona, tali furono dipoi, che di più curiose non ne inventarono i romanzi. Contuttociò ebbe la fortuna di giugnere felicemente nelle spiagge di Francia sano e salvo nel mese di ottobre; e passato alla corte di Versaglies, si vide colle maggiori finezze ed onori accolto, come principe di gran valore e senno, dal re Cristianissimo Luigi XV. Sbrigati che furono gl'Inglesi da questo fiero temporale, pensarono anch'essi alla vendetta; e a questo fine allestirono un possente stuolo di navi con più migliaia di truppe da sbarco. Non era un mistero questo lor disegno, e però si misero in buona guardia le coste della Francia. Sul fine appunto del mese di settembre comparve la flotta inglese alle vicinanze di Porto-Luigi in Bretagna, sperando di mettere a sacco il porto di Oriente, dove si conservano i magazzini della compagnia dell'Indie, ricchi di più milioni. Ne era già stato trasportato il meglio. Sbarcarono gl'Inglesi; fecero del danno alla compagnia; ma invece di superar quel porto, ne furono rispinti colla perdita di molta gente, e di alcuni pochi pezzi di cannone. Quattro lor navi ancora, rapite da vento furioso, andarono a trovar la loro rovina in quegli scogli. Tornarono essi da lì a non molto a fare un altro sbarco, e non ebbero miglior fortuna; se non che lasciarono in varii luoghi de' vivi monumenti della lor rabbia, collo aver dato alle fiamme alcune ville e conventi di religiosi nella suddetta provincia di Bretagna. Gran tesoro costò loro quella spedizione, e non ne riportarono che danno e pentimento.