MDCCXXIV
| Anno di | Cristo MDCCXXIV. Indizione II. |
| Benedetto XIII papa 1. | |
| Carlo VI imperadore 14. |
Grande strepito per Italia fece nell'anno presente l'atto eroico del Cattolico re Filippo V. Questo monarca fin da' suoi primi anni imbevuto delle massime della più soda pietà, che egli poi sempre accompagnò colle opere, stanco e sazio delle caduche corone del mondo, prese la risoluzione di attendere unicamente al conseguimento di quella corona che non verrà mai meno nel regno beatissimo di Dio. Perciò, dopo avere scritta a don Luigi principe di Asturias suo primogenito una sensata ed affettuosissima lettera, in cui espresse i principali doveri d'un saggio re cristiano, nel dì 16 di gennaio solennemente gli rinunziò il governo dei regni, dichiarandolo re. Riserbossi il solo palazzo e castello di Sant'Idelfonso col bosco di Bulsain, e una pensione annua di cento mila doble per sè e per la regina sua moglie Elisabetta Farnese. Di convenevoli appannaggi provvide gl'infanti figli, cioè don Ferdinando, don Carlo e don Filippo. Grande animo si esige per far somiglianti sacrifizii, maggiore per non se ne pentire. Con somma saviezza e plauso continuava il suo pontificato Innocenzo XIII, ed era ben degno di più lunga vita, quando venne Dio a chiamarlo ad una vita migliore. Infermatosi egli sul principio di marzo, terminò poi nella sera del dì 7 d'esso mese i suoi giorni con dispiacere universale, e massimamente del popolo romano. Benchè egli fosse modestissimo ed umilissimo, pure amava la magnificenza, e niun più di lui seppe conservare la dignità pontificia. Maestoso nel portamento, senza mai adirarsi o scomporsi, con poche parole, ma gravi, e sempre con prudenza, rispondeva e sbrigava gli affari. In lui si mirava un vero principe romano, ma di quei della stampa vecchia. Resta perciò tuttavia una vantaggiosa memoria del saggio suo governo; governo bensì breve, ma pieno di moderazione, e che potè in parte servir di esempio a' suoi successori.
Aprissi dipoi il sacro conclave, e non pochi furono i dibattimenti e gl'impegni per provvedere d'un nuovo pastore la greggia di Cristo. Videsi anche allora come i consigli umani cedono all'occulta provvidenza che governa il mondo e la Chiesa sua santa; perciocchè caddero tutti i pretendenti a quella suprema dignità, e andò a terminare inaspettatamente la concorde elezione in chi non pensava al triregno, nè punto lo desiderava, anzi fece quanta resistenza potè per non accettarlo, e sarebbe anche fuggito, se avesse potuto. Fu questi il cardinale Vincenzo Maria Orsino, di una delle più illustri famiglie romane, che quattro sommi pontefici avea dato nei secoli addietro alla Chiesa di Dio. Suo nipote era il duca di Gravina. Nato egli nel febbraio del 1649, conservava tuttavia gran vigore di mente e di corpo. Nell'ordine dei predicatori aveva egli fatto professione, ed anche attese a predicare la parola di Dio. In età di ventitrè anni era stato promosso alla sacra porpora da Clemente X. Fu prima vescovo di Siponto, poi di Cesena, e in questi tempi si trovava arcivescovo di Benevento. Ciò che mosse i sacri elettori ad esaltare quasi in un momento questo personaggio, fu il credito della sua sempre incolpata vita, della sua incomparabil pietà e zelo ecclesiastico, e del suo sapere: doti singolari, delle quali avea dato di grandi pruove in addietro nel suo pastoral governo. Convenne chiamare il generale dei domenicani, riconosciuto sempre da lui per superiore, acciocchè gli ordinasse in virtù di santa ubbidienza di accettare il papato. Prese egli il nome di Benedetto XIII in venerazione di Benedetto XI, pontefice di santa vita e dello stesso ordine di San Domenico. La sua gratitudine verso tutti i cardinali concorsi all'elezione sua maggiormente attestò le qualità dell'ottimo suo cuore; spezialmente stese la beneficenza sua verso i due cardinali Albani.
Correano già molti anni che il fisco imperiale si manteneva in possesso della città di Comacchio e suo distretto. Agitata in Roma la controversia di chi ne fosse legittimo padrone, o la camera apostolica o il duca di Modena (la cui nobilissima casa estense da più secoli riconosceva quella città dalle investiture cesaree, e non già dalle pontificie), tuttavia restava pendente. Fece il saggio pontefice Innocenzo XIII ogni sforzo per ricuperarne il possesso, ben consapevole di che conseguenza sia, in materia massimamente di Stati, questo vantaggio, ed avea già disposta la corte imperiale a sì fatta cessione. Ma non potè esso papa godere il frutto dei suoi maneggi, perchè rapito troppo presto dalla morte. Diede compimento a questo affare il suo successore Benedetto XIII nel dì 25 di novembre dell'anno presente, con accordare a sua maestà cesarea le decime ecclesiastiche per tutti i suoi regni, con rilasciare tutte le rendite percette, e poscia premiare con un cappello cardinalizio il figlio del conte di Sinzendorf, primo ministro cesareo, che avea cooperato non poco all'accordo. Fu dunque conchiusa in Roma fra i cardinali Paolucci e Cinfuegos plenipotenziarii delle parti la restituzione del possesso di Comacchio alla santa Sede, con espressa dichiarazione nondimeno: Possessionem Comacli a sacra Caesarea majestate eo dumtaxat pacto dimitti, ut in eamdem Sedes apostolica restituatur, ut prius, ita scilicet, ut neque eidem Sedi apostolicae per hanc restitutionem aliquid novi juris tributum, neque Imperio, vel domui Atestianae quidquam juris sublatum esse censeatur; sed sacrae Caesareae majestatis, et Imperii, domusque Atestinae jura omnia tam respectu possessorii, quam petitorii, salva remaneant, neminique ex hoc actu praejudicium ullum irrogatum intelligatur, usquedum cognitum fuerit, ad quem Comaclum pertineat. Fu poi data esecuzione a questo trattato nel dì 20 di febbraio dell'anno seguente. Se ne rallegrò tutta Roma; non così la casa d'Este. Correndo il dì 25 di marzo di quest'anno arrivò al fine di sua vita in Torino madama reale Maria Giovanna Batista figlia di Carlo Amedeo duca di Nemours e d'Aumale, e madre del re di Sardegna Vittorio Amedeo, in età d'anni ottanta. Non volle ulteriormente differire quel real sovrano il nuovo accasamento del duca di Savoia Carlo Emmanuele suo figlio, e gli scelse per moglie Polissena Cristina figlia di Ernesto Leopoldo langravio di Assia-Rheinfelds Rotemburgo; e venuto il luglio del presente anno, si mise essa in viaggio alla volta d'Italia. Portatosi il re Vittorio col figlio e con tutta la corte in Savoia, accolse, dopo la metà di agosto, la nuora in Tonon, e colla maggior solennità la introdusse a suo tempo in Torino.
Videsi intanto un'impensata vicenda delle cose del mondo nella corte di Spagna. Sorpreso dai vaiuoli il re Luigi, dopo aver goduto per poco più di sette mesi il regno, terminò in età di diecisette anni il corso della vita, e fu dalle lagrime d'ognuno onorato il suo funerale. Avrebbe, secondo le costituzioni, dovuto a lui succedere il principe don Ferdinando suo fratello; ma trovandosi egli in età non peranche capace di governo, il real consiglio supplicò il re Filippo V di ripigliar le redini, richiedendo ciò la pubblica necessità. Volle sua maestà ascoltare anche il parer dei teologi, e trovatolo non conforme al sentimento del consiglio, restò in grande perplessità. Contuttociò prevalsero le ragioni che il richiamarono al regno, e però nel dì 6 di settembre pubblicò un decreto, ossia una protesta di riassumere lo scettro, come re naturale e proprietario, finchè il principe di Asturias don Ferdinando fosse atto al governo, riserbandosi nulladimeno la facoltà di continuare nel regno, se così portasse il pubblico bene; siccome dipoi avvenne, avendo egli governato, finchè visse, con somma saviezza ed attenzione i suoi regni. Giacchè il seguente anno era destinato al solenne giubileo di Roma, già intimato alla cristianità, il santo pontefice Benedetto XIII ne fece con tutta divozion l'apertura verso il fine di dicembre, cioè nella vigilia del santo Natale. Pubblicò ancora la risoluzione sua di celebrare nella domenica in Albis del seguente anno un concilio provinciale nella basilica Lateranense, con invitarvi i vescovi compresi nella provincia romana, e tutti i suggetti a dirittura alla santa Sede.